RECENSIONE “Il Giglio d’Oro” di Laura Facchi

Buongiorno lettori!

Oggi sono qui per parlavi di un libro un po’ particolare, che mi ha lasciata con l’amaro in bocca e sì, anche parecchio confusa.
Vi capita mai di arrivare alla fine di una storia e di rimanere lì, con lo sguardo imbambolato e fisso sull’ultima pagina, sull’ultima parola, e di non riuscire a capire se quel libro vi sia piaciuto o meno? Sinceramente, a me non era mai successo. È stata una sensazione un po’ strana rendersi conto di non sapere nemmeno cosa pensare della storia appena letta. Il libro in questione è “Il Giglio d’Oro” di Laura Facchi e ora vi spiegherò il perché di tanta confusione.

TITOLO: Il Giglio d’Oro

AUTORE: Laura Facchi

GENERE: Fantascienza, Young Adult

DATA PUBBLICAZIONE: 3 ottobre 2017

EDITORE: De Agostini (Le Gemme)

PAGINE: 330

PREZZO: 12,66 € / 6,99 € (eBook) 


TRAMA

La vita della persona che ami vale le sorti di un intero pianeta?

Occhi viola come uno smalto Chanel, capelli bianchi come il ghiaccio e una strana macchia dorata a forma di giglio sulla spalla. Astrid è diversa da tutte le ragazze che conosce e l’ha sempre saputo. Per lei quel fiore che brucia sulla pelle è solo una delle tante stranezze che la rendono un tipo da cui è meglio stare alla larga. Nasconderlo è l’unico modo per sentirsi normale. Anche Kami, a miliardi di chilometri di distanza, vorrebbe sentirsi normale. È il figlio del tiranno di Lundea, che ha messo in ginocchio il pianeta, e cerca un modo per riscattare se stesso e il suo popolo. Kami e Astrid non si conoscono, ma sono più simili di quanto potrebbero mai immaginare. Perché Lundea e la Terra sono pianeti gemelli, uniti da un legame indissolubile di energia. Ogni volta che sulla Terra nasce una persona, ne nasce una anche su Lundea, e quando muore, anche il suo doppio subisce la stessa sorte. Nessuno è immune a questo meccanismo, tranne i Gigli d’Oro. Esseri unici e straordinari che ormai stanno diventando sempre più rari. E mentre Kami cerca il Giglio d’Oro che possa salvare la sua gente, Astrid, sulla Terra, scopre l’amore, proprio quando una verità eccezionale e spaventosa la scaraventa sull’orlo di un baratro in fondo al quale la attende una scelta dolorosa. La più dolorosa di tutta la sua vita.

Quasi mi dispiace stroncare questo romanzo, ma purtroppo mi vedo costretta a farlo. Come vi dicevo, la lettura mi ha lasciata un po’ confusa perché, sebbene non mi sia piaciuto, non si può dire che non sia un buon libro. Probabilmente posso ricondurne le cause al target più adolescenziale a cui la storia si riferisce.

Il libro ha una buona idea di base. Ci sono due pianeti, la Terra e Lundea, due pianeti gemelli, uguali in tutto e per tutto. Ogni volta che una persona nasce sulla Terra un’altra ne nasce su Lundea, e quando uno dei due muore anche il suo doppio muore. Questo era l’aspetto che più mi aveva affascinata dopo aver letto la trama, ma purtroppo, come poi ho dovuto appurare, è solo una caratteristica secondaria, che passa un po’ in sordina per quasi tutta la storia.

Non tutti però hanno un doppio: esistono delle persone speciali, chiamate “Gigli d’Oro” che sono immuni a tutto questo meccanismo. Astrid, la nostra protagonista, è un Giglio d’Oro. Su di lei ho dei pareri un po’ contraddittori. Trovo che sia un personaggio ben caratterizzato, minuziosamente costruito, tanto da rimanere coerente a se stesso dall’inizio alla fine del libro. Ciò che non mi è proprio andato giù è il suo comportamento a tratti infantile, da bambina capricciosa e viziata. Un attimo prima ero lì che mi immedesimavo nella versione outsider di Astrid, quella che era considerata la “ragazza strana”, che non si sentiva mai a suo agio in mezzo agli altri per via dei suoi occhi viola – che cercava in tutti i modi di celare – e per i capelli bicolori, ma l’attimo dopo mi veniva una voglia incredibile di strapparglieli tutti, quei maledetti capelli alla Crudelia De Mon.

Tutti noi abbiamo passato quel periodo adolescenziale, quello in cui ogni scusa era buona per incolpare i genitori della fame nel mondo, ma Astrid è davvero esasperante! Vive da sola col padre – la madre è scomparsa quando lei era piccola –, e quel povero uomo si ritrova ogni singolo giorno a dover sorbire tutto l’odio – ingiustificato – che la ragazza prova nei suoi confronti, quando io, invece, l’ho trovato di una dolcezza incredibile, un buon padre – per quanto ne possa dire Astrid – che ha sempre spinto la figlia ad amarsi per quello che è e a non nascondersi dietro ad occhiali scuri e sotto tinte per capelli. E poi, beh, quando scoprirete quello che c’è da scoprire lo apprezzerete ancora di più.

Mi sono appena resa conto che i personaggi, a parer mio, più interessanti de “Il Giglio d’Oro” sono entrambi i padri dei protagonisti, per motivi molto diversi. Ma di Grondon parleremo più tardi…

La storia di Astrid comincia sul serio il giorno in cui un grande uovo verde dalle fattezze aliene, caduto giù dal cielo, si “parcheggia” nel suo giardino.

«Può farci del male?» domando indicando l’uovo alle mie spalle.
«No, stai tranquilla. Non ti farà niente. Ti appartiene.»

Quello è il giorno in cui la verità verrà finalmente svelata, e la ragazza riuscirà finalmente a dare un senso a quei suoi strani capelli e al tatuaggio a forma di giglio che ha sulla spalla. Una premessa: io ODIO quando i protagonisti scoprono di avere una qualche sorta di potere o di essere circondati da creature soprannaturali e lo accettano come se fosse la normalità. Questo è il motivo per cui non amo gli Urban Fantasy che, di questo atteggiamento, ne hanno fatto praticamente una regola. Detto questo, la Facchi secondo me ha esagerato dall’altro senso. Dal momento in cui Astrid scopre la verità sulle sue origini  non fa altro che arrabbiarsicol padre, per di più, che non si è ancora capito che colpa ne abbia! –, piagnucolare e farsi paturnie di ogni sorta e genere. E il libro va avanti così fino alle ultime pagine. E mi dispiace dover dire questo, perché era partito bene ma purtroppo da quel momento in poi il mio entusiasmo si è totalmente smorzato.  E la storia d’amore di certo non ha aiutato. Io amo la love story lunga, travagliata, sofferta. Amo il dramma, il corteggiamento spietato. Quella tra Astrid e Adam è esattamente l’opposto. Da compagni di scuola che non si sono mai nemmeno considerati si trasformano in due innamorati, il tutto in meno di ventiquattr’ore. Insomma, tutto poco credibile e molto affrettato e, soprattutto, di nessuna utilità ai fini della storia.

Gli stessi problemi di tempistiche li ho riscontrati anche su Lundea. Qui seguiamo le vicende di Kami, il figlio del Gran Balif della contea di Cox e tiranno di Lundea, che ha messo in ginocchio il pianeta, portandolo al collasso. La storyline di Kami mi è piaciuta di più, ma non per questo l’ho trovata priva di difetti. Innanzitutto, come dicevo, le tempistiche. Se Astrid in mezza giornata si innamora di uno sconosciuto, Kami in poche ore scopre che il padre non è esattamente il ritratto del buon “sovrano” come aveva sempre creduto, quindi decide di scappare e, per caso, si unisce a un gruppo di ribelli che vogliono spodestare Grondon – suo padre. Ho trovato che il tutto iniziasse in modo troppo affrettato. Tutta la vicenda che riguarda Kami ruota attorno al suo rapporto col padre e al riuscire ad accettare che esso sia, in parole spicciole, un dittatore. Come posso capire Kami, comprendere ed accettare i suoi comportamenti, i suoi ideali e seguire i meccanismi della sua mente senza aver prima conosciuto Grondon? Le sue apparizioni si limitano alle prime pagine, e sicuramente non mi sono bastate ad inquadrarlo. E ciò mi dispiace molto, perché reputo Grondon il personaggio più interessante dell’intero libro.

Dovete sapere che la vita su Lundea è molto differente dalla vita sulla Terra. Non esistono ricchezza e povertà, inquinamento, guerre, violenza, o almeno così era prima dell’avvento di Grondon. È un personaggio un po’ controverso perché trovo che i principi su cui si basano inizialmente le sue idee – secondo quello che dice Kami, ovviamente, perché il punto di vista di Grondon non ci è dato saperlo – abbiano una loro validità. Come vi dicevo, su Lundea non esistono i ricchi e i poveri, ma tutti sono uguali. In sostanza, nella mia mente mi sono immaginata un gigantesco esperimento comunista riuscito. Dopo anni ad osservare la Terra, Grondon capisce il valore della meritocrazia e cerca di trasformare il suo pianeta in un pianeta molto più simile al suo gemello di quanto già sia.

Il Gran Balif sosteneva che l’uguaglianza sociale rendeva gli individui pigri e stupidi, che impediva il progresso. «Se non hai una meta da raggiungere, smetti di correre.»

Ora, non voglio dilungarmi troppo su questo argomento per non entrare in questioni politiche di cui non è mia intenzione parlare. Vi basti sapere che le intenzioni iniziali di Grondon sono del tutto nobili, il modo in cui poi le mette in atto un po’ meno.

Cambiare qualcosa significa distruggere quel che c’era prima: a volte basta un leggere colpo di spugna, altre volte è necessaria la morte.

I meccanismi che l’hanno portato a trasformarsi in uno spietato dittatore capitalista che mette alla forca chi non è d’accordo con i suoi piani per il futuro di Lundea non sono chiari al 100% e il motivo è sempre lo stesso: noi non conosciamo Grondon e tutto ciò che sappiamo di lui lo sappiamo per vie traverse. Eppure questa è la questione che mi affascina maggiormente, il meccanismo mentale di Grondon, la sua psicologia, insieme alla componente socio-politica di Lundea.

Capisco che per il target adolescenziale a cui la Facchi si rivolge – essendo uno YA –  tutta questa faccenda possa passare in secondo piano, però io continuo a sperare in un approfondimento nel sequel, che leggerò perché come ormai saprete, io non lascio a metà niente – o quasi niente. E comunque, nonostante tutto, mi interessa sapere come si concluderà la storia e, soprattutto, penso che finalmente vedrò un po’ di azione che in questo primo volume mi è terribilmente mancata.

Inoltre, posso dire in tutta tranquillità che Laura Facchi non scrive male, anzi… Nonostante il POV di Astrid, che ho trovato davvero noioso e ripetitivo, “Il Giglio d’Oro” è un libro scorrevole, che si lascia leggere, complice uno stile semplice e senza fronzoli.

Il problema è che non è scattata nessuna scintilla, non mi sono calata nella storia e non mi sono innamorata dei personaggi. La considero più una questione soggettiva piuttosto che oggettiva. Gli aspetti negativi di cui vi ho parlato, alla fin fine, non sono difetti “tecnici”, ma solo aspetti della storia che a me non sono piaciuti e che non me l’hanno fatta amare. Non ci sono, che so, buchi di trama, anzi… Ho apprezzato il modo in cui la Facchi ha sviluppato l’intreccio generale che lega le vicende, apparentemente senza alcuna connessione, che accadono separatamente sulla Terra con Astrid e su Lundea con Kami, così come ho apprezzato anche il world-building del pianeta “alieno”.

Reputo “Il Giglio d’Oro” un buon libro per adolescenti, fin troppo incentrato sulle storie d’amore – che non mi sono piaciute – messe lì, a parer mio, per attirare le ragazze più giovani e che non aggiungono nulla alla trama, anzi… Avrei preferito, come ho detto prima, che la Facchi si concentrasse su questioni più “adulte”.

Per questo motivo, sebbene non mi senta né di sconsigliarlo né di consigliarlo a cuor leggero, ne suggerirei la lettura ai più giovani che sicuramente sapranno apprezzarlo molto più di quanto ho fatto io.

2,5/5

RECENSIONE “The Tower – Il Millesimo Piano” di Katharine McGee

“The Tower – Il Millesimo Piano” è un romanzo unico nel suo genere, un teen-drama riletto in chiave futuristica. Se siete alla ricerca di una lettura leggera, un po’ trash e poco impegnativa ma comunque in grado di tenervi col fiato sospeso, allora questo è sicuramente il libro che fa per voi. 

RECENSIONE “Il Cavaliere d’Inverno” di Paullina Simons

Buongiorno lettori, e benvenuti!
Ho pensato molto a quale fosse il miglior modo per presentarmi a voi, e alla fine ho deciso di parlarvi di uno dei miei romanzi preferiti. Dopotutto, non si dice che siamo quello che leggiamo? E allora quale miglior modo per conoscere una persona se non attraverso le sue letture?

Se mi chiedeste quale sia in assoluto il preferito tra i libri che ho letto e amato nella mia vita, non saprei rispondervi. Sarebbe come domandare a una madre quale dei suoi figli è il favorito!

Ho quindi deciso di parlarvi di una delle letture che, negli ultimi anni, è stata capace di rapirmi il cuore più di altre: “Il Cavaliere d’Inverno” di Paullina Simons.

TITOLO: Il Cavaliere d’Inverno

AUTORE: Paullina Simons

GENERE: Storico, Romance

DATA PUBBLICAZIONE: 21 maggio 2003

EDITORE: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli (Narrativa)

PAGINE: 700

PREZZO: 8,50 € / 6,99 € (eBook) 


TRAMA

Leningrado, 1941. In una tranquilla sera d’estate Tatiana e Dasha, sorelle ma soprattutto grandi amiche, si stanno confidando i segreti del cuore, quando alla radio il generale Molotov annuncia che la Germania ha invaso la Russia. Uscita per fare scorta di cibo, Tatiana incontra Alexander, un giovane ufficiale dell’Armata Rossa che parla russo con un lieve accento. Tra loro scatta subito un’attrazione reciproca e irresistibile. Ma è un amore impossibile, che potrebbe distruggerli entrambi. Mentre un implacabile inverno e l’assedio nazista stringono la città in una morsa, riducendola allo stremo, Tatiana e Alexander trarranno la forza per affrontare mille avversità e sacrifici proprio dal legame segreto che li unisce.

Come ho potuto leggere “Il Cavaliere d’Inverno” solo nel 2017 quando questo già adornava gli scaffali delle librerie italiane da anni e anni? Se ci penso mi viene voglia di colpirmi forte in testa.
Dopo aver conosciuto Paullina Simons mi sono resa conto di quanto la mia vita fosse stata vuota, fino a quel momento.

Innanzitutto, una premessa: i romanzi storici, soprattutto quando ambientati durante la guerra – una qualsiasi, basta che ci siano lacrime e sangue – sono la mia linfa vitale. Aggiungiamoci un’ambientazione russa e il gioco è fatto, il mio cuore è capitolato per sempre. E allora ribadisco: come ho potuto aspettare tanto per leggerlo?!

La storia di Tatiana e Alexander è una di quelle che ti entrano dentro, fin sotto la pelle, che ti rapiscono il cuore per poi non ridartelo più indietro. Ogni emozione provata è stata talmente intensa da aver lasciato un’impronta ancora visibile, come se l’avessi letto l’altro ieri e non un anno fa. La Simons è in grado di far provare ogni sentimento umanamente possibile, dalla gioia al dolore, dalla speranza alla disperazione.

Quella tra la giovane e ingenua Tatiana Metanova e l’ufficiale Alexander Belov è una storia d’amore epica, di quelle che fanno sospirare, battere il cuore all’impazzata e piangere, ma piangere tanto, così tanto da ritrovarsi ad annaspare tra le proprie lacrime.

Era una giorno perfetto. Per cinque minuti non ci fu nessuna guerra, in quella magnifica domenica di giugno a Leningrado. Alzando gli occhi dal gelato, vide un soldato che la fissava dall’altra parte della strada. […] Rimasero a guardarsi per un attimo, ma un attimo di troppo che parve un’eternità .

Le loro vite erano destinate a scontrarsi: quel pomeriggio di sole del 22 giugno del 1941, mentre le radio urlavano l’annuncio dell’assedio tedesco, gli occhi di una giovane ragazza col vestito a fiori incontrarono quelli color caramello di un alto e affascinante ufficiale e, da quel giorno, la loro vita cambiò per sempre.

Voi credete nel destino? A me piace pensare che tutto sia già scritto, predestinato, che eventi all’apparenza inspiegabili in realtà si susseguano con lo scopo di portare due persone a trovarsi esattamente in un certo posto in un determinato momento della loro vita. Se quel giorno Hitler non avesse deciso di attaccare la Russia, probabilmente Tatia e Shura non si sarebbero mai innamorati. O magari il colpo di fulmine sarebbe scattato lo stesso, considerando come il destino avesse già condotto Alexander sulla stessa strada della famiglia Metanova, ma a proposito di questo non vi dirò di più. Lascio a voi il piacere della scoperta della terribile verità che vi porterà a tentare di strapparvi i capelli già dalle prime pagine.

Credevate che la storia tra Tatiana e Alexander sarebbe stata semplice? Oh no, proprio per niente. Il mai una gioia regna sovrano per circa tre quarti del libro. Lettori avvisati, mezzi salvati!

La strada per la felicità è lastricata da decine e decine di ostacoli che si susseguono uno dietro l’altro in un gioco che gronda sadismo e crudeltà. Solo ripensare a tutto quello che succede in quelle settecento pagine mi fa piangere a dirotto.

«Sarà meglio che tu resti vivo per me, soldato, perché io non posso andare avanti senza di te.» Quelle erano le parole che gli disse, con gli occhi fissi sul suo volto e le mani appoggiate sul suo cuore. Lui si piegò e le baciò le lentiggini. «Non puoi andare avanti, mia regina della ruota del lago Ilmen?» Scosse la testa sorridendo. «Troverai un modo per vivere senza di me. Troverai un modo per vivere la vita di entrambi», le disse davanti al fiume Kama che scorreva dai monti Urali verso un piccolo villaggio nei boschi di pini chiamato Lazarevo, un tempo, quando erano innamorati, quando erano giovani.

Se volete farvi un’idea del livello di lacrime a cui la Simons è in grado di sottoporvi, posso dirvi che “Il Cavaliere d’Inverno” ha ufficialmente battuto il record fino a quel momento appartenuto all’intramontabile “Love Story”. E questo non è dovuto unicamente al destino avverso che si abbatte costantemente sui due innamorati. La causa primaria che porta il lettore a sotterrarsi sotto una pila di kleenex è tutto il contorno, l’ambientazione in sé. Va da sé che un romanzo ambientato in tempo di guerra non può essere un romanzo allegro in cui si respira aria di lieto fine, ma Paullina Simons è terribilmente brava a rendere l’idea della disperazione in cui versa l’intera Leningrado. L’autrice non tenta di indorare la pillola ma ci mostra la realtà della guerra per quello che è: dura, violenta, brutale, un’onda di morte inarrestabile che non risparmia niente e nessuno.

“Il Cavaliere d’Inverno” è un perfetto spaccato di quella che potrebbe essere stata la vita di una famiglia sotto assedio, nel 1941, in una Leningrado comunista. È spaventoso assistere inermi al continuo razionamento del cibo che arriva a contare appena 125 grammi di pane al giorno, un pane composto per lo più da cellulosa e segatura perché le scorte di grano scarseggiano. La gente muore di fame, di freddo, sotto le bombe e le cataste di cadaveri ai bordi delle strade crescono a vista d’occhio.

Io sono sempre stata dell’idea che la storia non la si impari SOLO tra i banchi di scuola, ma che letteratura e cinema siano un ottimo strumento di supporto in tal senso. I romanzi – quelli ben scritti, naturalmente – sono in grado di trasportare il lettore all’interno dell’epoca trattata e di mostrare ciò che i libri di scuola non mostrano, spaccati di vita quotidiana che ti fanno capire realmente cosa significhi vivere sotto i bombardamenti, in un inverno russo senza più riscaldamento ed elettricità.

Si dice spesso che i libri cambino la vita e “Il Cavaliere d’Inverno” un po’ la mia, di vita, l’ha realmente cambiata. Ho imparato a vedere certe cose sotto un altro aspetto e ad essere grata per tutto quello che ho, anche, e soprattutto, per ciò che più spesso viene dato per scontato.

Eppure, nonostante tutto, l’intento dell’autrice non è quello di denunciare gli orrori della guerra. Lei ne è solo una muta testimone. Anche perché, in realtà, quello che si evince dalle sue parole è che, piuttosto della Germania, il vero nemico della Russia è sempre e solo stata la Russia stessa. In questo senso, la rabbia della Simons sembra rivolgersi più verso Stalin e il comunismo – e non a torto, aggiungerei. Eppure, se tutto ciò non fosse abbastanza per creare quello scenario di mai una gioia di cui vi parlavo, ecco che l’autrice ci introduce uno dei più infami e odiosi personaggi in cui io mi sia mai imbattuta: Dimitri Černenko. Dimitri è l’opportunista ed invidioso amico di Alexander che io ho odiato dall’inizio alla fine del libro. È uno dei personaggi più viscidi di cui leggerete mai, ve lo garantisco. Eppure, al di là di quanto possa essere simpatico o meno, è innegabile quanto sia perfettamente caratterizzato, così come tutti gli altri personaggi della Simons che in tal senso ha davvero fatto un lavoro incredibile.
“Il Cavaliere d’Inverno” è solo il primo capitolo di una trilogia, perciò triplo inchino all’autrice che, in più di duemila pagine, non è mai caduta nell’incoerenza e nelle contraddizioni. Nel corso della storia vediamo i protagonisti – in particolare Tatiana – crescere e maturare, cosa inevitabile quando ci si ritrova a vivere determinate situazioni. La guerra ha costretto Tatia a trasformarsi da bambina a donna più in fretta del previsto, eppure, sotto quegli occhi spenti, segnati dal dolore e quel corpo pelle e ossa, sarà sempre perfettamente visibile la giovane ragazza nel vestito a fiori che quel pomeriggio di giugno era seduta alla fermata dell’autobus con un gelato al gusto crème brûlée tra le mani.

«Ho trovato il vero amore sulle rive del Kama.»
«Io l’ho trovato in via Saltjkova-Scedrina, mentre mangiavo il gelato seduta su una panchina.»
«Non mi hai trovato, Tatia. Non mi stavi neanche cercando. Sono io che ti ho trovata.»
«Tu mi… stavi cercando?»
«Da una vita.»

Tatiana è entrata di diritto a far parte della top five delle mie eroine letterarie preferite, accanto a personaggi del calibro di Elizabeth Bennet ed Hermione Granger. Ho amato il suo altruismo, la sua bontà e i continui sacrifici fatti in nome della famiglia – anche se a volte avrei voluto strangolarla. Ma più di tutto ho amato la sua forza, la sua intraprendenza e quella punta di testardaggine e avventatezza che la caratterizzano. Dall’altro lato, ho apprezzato un po’ meno il personaggio di Alexander, a volte troppo possessivo e aggressivo – attenzione, non ho detto manesco!!! – ma pur sempre in linea con l’ambientazione e con la mentalità di un’epoca molto distante e molto diversa dalla nostra.

Tatia e Shura sono l’una la forza dell’altro, le due metà perfette di una mela imperfetta, destinati a trovarsi e ad amarsi fin dal loro primo respiro.

Soldato, lascia che ti accarezzi il viso e baci le tue labbra, lasciami urlare attraverso i mari e sussurrare attraverso i prati ghiacciati della Russia quello che sento per te… Luga, Ladoga, Leningrado, Lazarevo,… Alexander, un tempo tu mi hai portata e ora io porto te.

“Il Cavaliere d’Inverno” è una storia di coraggio e di sacrificio, di crescita e di dolore. È una storia di lacrime, sangue, passione e desiderio. In sintesi, “Il Cavaliere d’Inverno” è una delle storie più toccanti e meravigliose che avrete mai la possibilità di leggere, perciò non lasciatevela sfuggire.

Lo so che alcuni possono spaventarsi davanti all’immensa mole di pagine, ma fidatevi se vi dico che non riuscirete a staccare gli occhi dalle pagine neanche per un secondo e che quelle settecento pagine voleranno via in un soffio, cosa per cui poi vi dispererete perché avreste voluto che il libro non finisse mai. Ma una volta giunti all’inevitabile epilogo, carico carico di suspense e che vi porterà ad avere un attacco di cuore, sarete già pronti a gettarvi a capofitto nella lettura del secondo volume, “Tatiana & Alexander”, che, per quanto bello ed intenso, non supererà mai la maestosità del suo predecessore, ma questa è un’altra storia.

Fatemi sapere nei commenti cosa ne pensate, se già l’avete letto o no. Se così fosse, fidatevi di me e correte in libreria! Non ve ne pentirete.

5/5