RECENSIONE “La Musa della Notte” di Sara Simoni

Buongiorno miei cari lettori!

Oggi sono particolarmente emozionata perché finalmente vi parlo di una delle mie autrici preferite, Sara Simoni, una giovane autrice italiana specializzata nella letteratura fantastica che ha saputo insinuarsi in profondità nel mio cuore.
“La Musa della Notte” è solo il primo capitolo di una trilogia che riporta in scena una delle lotte più antiche e sanguinose di sempre: attraverso le sue parole, streghe e inquisitori tornano a popolare, in segreto, le strade delle nostre città.

Sara Simoni ha scritto una saga fantastica in tutti i sensi, un concentrato irresistibile di azione, magia, mistero e amore da cui non riuscirete più a staccarvi!

TITOLO: La Musa della Notte

AUTORE: Sara Simoni

GENERE: Urban Fantasy

DATA PUBBLICAZIONE: 18 aprile 2017

EDITORE: Self-Publishing

PAGINE: 310

PREZZO: 9,35 € / 1,99 € (eBook) – Gratis per gli abbonati KindleUnlimited


TRAMA

In una Milano piena di incanto e di mistero, due fazioni sono impegnate in una lotta segreta da un tempo antichissimo: le streghe, donne dotate di terribili poteri magici, e i loro cacciatori naturali, gli inquisitori, uomini che di generazione in generazione si tramandano il compito di proteggere la popolazione dalla magia. Ma qualcosa comincia a cambiare quando nelle aule di un’università la strega Viviana e l’Inquisitore Arturo si incontrano come due normali studenti. L’attrazione è forte, ma né Viviana né Arturo possono dimenticare chi sono e da dove vengono.

Milano non è la città che conosciamo. Dietro allo smog, ai grattacieli e alla vita frenetica si annidano creature leggendarie e istituzioni sanguinarie credute morte e sepolte da tempo.

Viviana è una strega e, per lei, avere rapporti con gli umani è fortemente sconsigliabile se non quasi proibito, eppure nemmeno la magia di mille clan riuscirebbe ad allontanarla da Giovanni, un umano, un mortale, l’unico vero amico che Viviana abbia mai avuto. La ragazza farebbe di tutto per lui, persino irrompere di notte nella biblioteca del dipartimento di egittologia dell’università per rubare un misterioso papiro magico che aiuterebbe Giovanni a far colpo su una strana ed enigmatica ragazza di nome Miriam.

Una festa abusiva tra i corridoi universitari sembrerebbe il momento perfetto per agire, ma qualcosa va storto e, durante la fuga, “qualcuno le sbatte contro e la manda a terra” per poi trascinarla di peso al sicuro dagli agenti di polizia che le stanno alle costole. Questo qualcuno porta il nome di Arturo. Basta un attimo per perdersi l’uno negli occhi dell’altra. Ma Arturo, proprio come Viviana, non è un ragazzo normale: per una come lei, egli rappresenta ciò che di più pericoloso possa esistere al mondo. Arturo è un inquisitore, un cacciatore di streghe, loro nemico secolare.

Ed ecco che in un attimo un semplice e spensierato amore giovanile si trasforma in una storia d’amore dal sapore impossibile e tormentato – Shakespeare levate proprio.
L’amore tra Viviana e Arturo sarà abbastanza forte da abbattere il pregiudizio e l’odio che separa i loro mondi da tempo immemore?

Vedo il potere sempre più debole delle streghe e la furia sempre più cieca di coloro che le cacciano. […] vedo due fazioni in lotta in mezzo a tanti cuori indifferenti. Chiunque trionferà non riceverà mai neanche un cenno di ringraziamento da parte di coloro che non sapranno di dovergli tanto. La vera guerra è qui, sul confine tra ignoranza e conoscenza. Vedo tanti spiriti giovani, in uno schieramento e nell’altro, i loro desideri e i sacrifici che sono disposti a fare per realizzarli.

Ecco qui un urban fantasy di tutto rispetto che rende finalmente giustizia alla sua categoria! Se mi conoscete almeno un po’, saprete quanto poco io apprezzi codesto genere, fin troppo costellato da racconti di stampo adolescenziale e che parlano solo di quanto i vampiri siano pallidi e sbrilluccicosi e di quanto siano sexy licantropi ed angeli – se c’è una cosa che proprio non digerisco sono le serie che parlano di angeli caduti e demoni vari!
Capirete quindi l’immensa gioia provata nel trovare un urban fantasy che finalmente incontra il mio gusto.

D’altra parte Sara Simoni partiva già avvantaggiata, complice il mio amore smisurato per le streghe – e i loro gatti –, i loro incantesimi e la magia di ogni sorta. Come se non bastasse, ha anche centrato in pieno la mia passione per la storia, rispolverando uno degli argomenti più sanguinosi e raccapriccianti di sempre: quello della caccia alle streghe – vi dice nulla il Malleus Maleficarum?
Sara resuscita la “Santa” Inquisizione – pazza! Non potevi lasciarli dove stavano? – e la rende contemporanea, rivestendola con abiti moderni e mixando così un’istituzione dal sapore antico con l’avanguardia milanese del XXI secolo. Un contrasto insolito, originale e, proprio per questo, interessante ed azzeccato.

La singolarità sta anche nella scelta stessa del capoluogo lombardo come teatro per le vicende narrate: quanti libri sulle streghe avete letto ambientati in Italia? Beh, io nemmeno uno. Una storia di questo tipo è più facile che si sviluppi tra i quartieri di qualche suggestiva località Americana come New Orleans, Salem o la Virginia. Non fraintendetemi: da lettrice amo tutte queste ambientazioni.
D’altra parte, muovendosi tra queste location, gli autori imboccano quella che è, a mio avviso, la via più semplice. Inoltre, l’Inquisizione è un’istituzione prettamente europea e che quindi trova più credibilità in un Paese come l’Italia – non che oltre oceano si siano risparmiati con i processi alle streghe.

Tutto questo per dire che apprezzo enormemente il rischio che Sara ha deciso di prendersi scegliendo il Bel Paese come sfondo per la sua storia. Insomma, direi che ne è valsa la pena perché il risultato è a dir poco eccezionale!
Non che non me lo aspettassi… Sapevo già che Sara non mi avrebbe delusa, in particolare proprio dal punto di vista dell’ambientazione. Si da il caso, infatti, che io già conoscessi l’autrice grazie alla sua condivisione sulla piattaforma di lettura digitale Wattpad di una serie di racconti ambientati nella leggendaria Ys sotto i mari – per chi non ne conoscesse il mito, vi basti sapere che si tratta di una sorta di Atlantide. Anche in quel caso, Sara aveva fatto un lavoro a dir poco magistrale nella costruzione della sua Ys. Come se non bastasse, queste storie che Sara condivide gratuitamente sulla piattaforma sono, seppur alla lontana, legate alle vicende e ad alcuni personaggi che incontriamo ne “La Musa della Notte” e nel suo seguito, “La Cacciatrice di Stelle”, perciò, se avete letto questi due lavori e vi sono piaciuti, vi consiglio caldamente di andare a sbirciare l’account Wattpad di Sara (SaraSimoni).

Ma torniamo alla recensione…
Oltre all’innovazione attuata da Sara nella scelta dei suoi personaggi e del “palcoscenico” su cui muovono i loro passi, devo riconoscerle la capacità di stravolgere quello che è, alla fin fine, il tema principale su cui si sviluppa ogni racconto fantastico che si rispetti: la lotta tra bene e male. Ma chi è “bene” e chi è “male”? I confini si assottigliano, luce e oscurità si mescolano, diventano un tutt’uno. Così come avviene per il concetto di yin e yang, anche streghe e inquisitori celano al loro interno sia il bianco che il nero. Che poi, che cosa è male? Che cosa spinge davvero inquisitori e streghe ad accanirsi l’uno contro l’altro e a combattersi con così tanta ferocia?

La base narrativa sui cui poggia “La Musa della Notte” è tanto solida quanto complessa e solo una volta che si è arrivati alle ultime pagine è possibile scorgerla, perciò non mi dilungherò oltre a parlare dell’intreccio. Vi basti sapere che ogni azione compiuta dai personaggi di Sara non è solo il frutto di eventi passati ed incomprensioni ma anche, e soprattutto, di una complessa e attenta costruzione psicologica.

Viviana e Arturo sono caratterizzati in modo eccellente , tanto da apparire riconoscibili fin nei più piccoli particolari. Tra i due, Arturo è quello che stuzzica maggiormente la mia curiosità tanto che vorrei avere il potere di intrufolarmi tra le pagine, trasformarmi in una psicanalista e mettere metaforicamente le mani sul suo cervello.
Ho provato sulla mia stessa pelle la sua felicità quando ha creduto di aver trovato una persona a cui poter aprire il proprio cuore, nonché la sua rabbia e il suo dolore quando ha visto tutte le sue convinzioni e le sue speranze tramutarsi in cenere tra le sue mani.
Insomma, vedere Arturo destreggiarsi tra i desideri del proprio cuore e il buon senso dettato dalla mente, così in contrasto tra loro, è stato – psicologicamente parlando – estremamente interessante.

«Che cosa faresti se fosse una persona che conosci?»
[…] «Ho visto quello che fanno alle streghe quando le catturano. È orribile.»
«Quindi ti opporresti? La lasceresti scappare?»
Lui le prende una mano e se la porta alle labbra. Ci lascia sopra un bacio leggero, come a voler scacciare questi pensieri che gli fanno male. «Non potrei.»
Viviana si sente morire dentro ogni istante di più.
«Ma…»
«Sono un inquisitore. E lo sarò sempre. Questa cosa non può cambiare e io non potrei mai lasciare libera una strega, visto che il mio compito è proteggere l’umanità dal pericolo che rappresenta la magia. D’altra parte non sopporterei di vedere una persona che conosco subire un Autodafé»
«E allora?»
Arturo accarezza il collo di Viviana con due dita.
«Allora cercherei per lei una morte più misericordiosa.»

Con ogni probabilità, sarò pazza e masochista – un po’ come il leone di Edoardo “Sbrilluccicoso” Cullen – ma sono proprio queste le relazioni che mi appassionano maggiormente. Voglio leggere di sentimenti che ti fanno rizzare i peli sulle braccia, che ti aprono il cuore in due e che ti lasciano un segno indelebile sulla pelle; voglio leggere di storie d’amore impossibili – non improbabili come in “Twilight”, non complicate in stile “Love Story”, ma impossibili – capaci di annientarti completamente, che ti portano a piangere disperata tutte le tue lacrime e a strapparti i capelli per la rabbia.

Restando in tema, uno degli aspetti che mi piace di più dello stile narrativo di Sara è proprio il fatto che non si perde in effusioni smielate e romanticherie inverosimili. Nei suoi libri non c’è spazio per il diabete – ne “La Cacciatrice di Stelle” poi lo zucchero è proprio bandito! – e gliene sono immensamente grata. D’altra parte ammetto che non mi dispiacerebbe se, per una volta, decidesse di facilitare un po’ la vita ai suoi poveri personaggi bistrattati donandogli qualche piccola gioia, ma ormai mi sono dovuta rassegnare al suo sadismo.

Perciò, se anche a voi piace farvi del male fisico, correte a leggere il libro!
A parte gli scherzi…  “La Musa della Notte” è, oltre ad un romanzo ben scritto e incredibilmente originale, un concentrato irresistibile di azione, magia, intrighi e misteri che terranno i vostri occhi incollati alle pagine dall’inizio alla fine.  Al contempo, Sara si sofferma su tematiche delicate e complesse, valori profondi come l’amore, l’amicizia, la famiglia e, soprattutto, la lealtà e il sacrificio.
Di chi possiamo fidarci veramente?
Cosa vale la pena sacrificare per amore?

Fidatevi di me e leggete “La Musa della Notte”.
Possa io stessa finire sul rogo – ve l’ho detto che sono masochista – se non sarà uno dei migliori libri che leggere quest’anno, cosa che per me è stato! E non solo di quest’anno: è una lettura che porterò nel cuore per tanto tanto tempo.

Sara ha la capacità unica di parlare al mio cuore. Sento una connessione unica e particolare con i suoi personaggi e le storie da lei narrate. Il genere dentro cui si muove, così come il suo stile, incontra il mio gusto in tutto e per tutto, incastrandosi alla perfezione a quelle che sono le mie esigenze letterarie – perché quando si tratta di libri divento davvero esigente tanto da risultare una pignola rompiscatole.

Tra le tante peculiarità di Sara, ci tengo a riconoscerle la sua innata capacità descrittiva, il modo in cui riesce a trasportare il lettore letteralmente all’interno della storia. E non parlo solo del modo in cui con le parole crea e modelli ambientazioni e personaggi ma proprio di come riesca a rendere reali i sentimenti e le emozioni. Con poche e semplici parole è in grado di evocare la poesia più pura. È questo ciò che più amo e apprezzo di lei, è questo che fa di Sara non una semplice autrice ma una Scrittrice con la S maiuscola.

Non lasciatevi sfuggire l’occasione di immergervi nella magia che permea i romanzi di Sara Simoni.
Il mio consiglio? Correte su Amazon più in fretta che potete!
Non ve ne pentirete, parola mia!

5/5

RECENSIONE “Il Patto dell’Abate Nero” di Marcello Simoni

Buongiorno lettori!
In questi giorni Marcello Simoni è tornato in libreria con il secondo capitolo della Secretum Saga, “Il Patto dell’Abate Nero”, un thriller storico quattrocentesco che si snoda tra la Firenze medicea e Alghero, teatro di commerci e di corruzione.

Avevo molte aspettative su questo libro, e su questo autore, e, mi duole ammetterlo, non sono state soddisfatte. Non avevo mai letto nulla di Marcello Simoni, nonostante lo conoscessi di fama, e proprio per come ne ho sempre sentito parlare mi aspettavo molto molto di più.
Quando un autore viene accostato a nomi altisonanti come Dan Brown e Glenn Cooper – autori, tra l’altro, parecchio amati e stimati dalla sottoscritta – le aspettative non possono che essere alte.

Ma la delusione più cocente è stata quella che ha dovuto sopportare il mio povero cuore di appassionata di storia e archeologia… ma di questo ne riparleremo più tardi.

TITOLO: Il Patto dell’Abate Nero (Secretum Saga, #2)

AUTORE: Marcello Simoni

GENERE: Thriller storico

DATA PUBBLICAZIONE: 25 giugno 2018

EDITORE: Newton Compton Editori (Nuova Narrativa Newton)

PAGINE: 328

PREZZO: 9,90 € / 5,99 € (eBook) 


TRAMA

13 marzo 1460, porto di Alghero. Un mercante ebreo incontra in gran segreto l’agente di un uomo d’affari fiorentino, messer Teofilo Capponi. Vuole vendergli un’informazione preziosissima: l’esatta ubicazione del leggendario tesoro di Gilarus d’Orcana, un saraceno agli ordini di re Marsilio, scomparso ai tempi di Carlo Magno. Venuta per caso a conoscenza della trattativa, Bianca de’ Brancacci, moglie di Capponi, intuisce che suo padre era coinvolto nella ricerca di quel tesoro prima di morire. Elabora così un piano e per realizzarlo chiede aiuto a Tigrinus, il noto ladro con cui ha già avuto a che fare. Tigrinus dovrà partire alla volta di Alghero e, spacciandosi per Teofilo Capponi, dovrà mettersi sulle tracce dell’oro di Gilarus e scoprire anche la verità sulla morte del padre di Bianca. Nel frattempo, a Firenze, Bianca dovrà mantenere a tutti i costi il segreto sulla missione affidata al ladro, nonostante i sospetti del capo dei birri e di Cosimo de’ Medici. Ma in pericolo, a Firenze, c’è anche il tesoro più grande che Tigrinus nasconde: la Tavola di Smeraldo…

La penna di Simoni ci trasporta indietro di seicento anni e ci accompagna tra i vicoli della Firenze medicea. Subito incontriamo Bianca de’ Brancacci, figlia di Teodoro de’ Brancacci – misteriosamente scomparso in mare diversi anni orsono – e moglie di Teofilo Capponi.
Bianca è una donna molto particolare, una donna intelligente che non ci sta a farsi mettere i piedi in testa da un marito che, di certo, non la ama e nemmeno la rispetta.

Un giorno la donna assiste ad una discussione particolarmente accesa tra il marito e un uomo da lei sconosciuto. I due parlano di un misterioso tesoro appartenuto a un tale Gilarus d’Orcania e che sembrerebbe risalire ai tempi di Carlo Magno e al quale, inoltre, potrebbe essere legata la scomparsa di Teodoro de’ Brancacci.
Quando Teofilo muore, Bianca non ci pensa due volte e, decisa a scoprire la verità che si cela dietro l’infelice sorte del genitore, assolda il ladro Tigrinus e gli affida il compito di impersonare il marito ormai deceduto e di salpare per Alghero, luogo in cui Teofilo avrebbe dovuto incontrare Simeone de Lunell, un ebreo impegnato nel commercio del corallo e che sembrerebbe essere il solo in possesso di preziose informazioni riguardanti il tesoro di Gilarus d’Orcania.

«Più che piano, lo definirei un pasticcio. Una volta sceso a terra dovrò farmi passare per messer Teofilo Capponi, un alto membro dell’Arte del Cambio, e trattare con un ebreo che si dice disposto a cedermi – anzi, a cedergli – la mappa di un tesoro». «Addirittura? E quale tesoro sarebbe?» «Roba antica. Pare risalga ai tempi di Carlo Magno».

Nulla conta di più, per Bianca, che scoprire la verità su ciò che accadde a suo padre quando lei era ancora una bambina, ma le cose si complicano quando viene accusata dell’omicidio del marito…

La storia segue due filoni separati: da una parte abbiamo Tigrinus sulle tracce del tesoro e, dall’altra, Bianca che, rimasta a Firenze, deve vedersela con un fastidioso “birro” (poliziotto, sbirro) convinto del suo coinvolgimento nell’assassinio di Teofilo Capponi e deciso più che mai ad arrestarla.

Come ho detto, Bianca è un personaggio molto singolare. Durante la lettura ho provato per lei sentimenti fortemente contrastanti, al contrario di Tigrinus che mi ha suscitato una profonda simpatia dall’inizio alla fine.
Per Bianca ho provato inizialmente una forte empatia, dovuta sicuramente alla sua voglia di rivalsa e al suo rifiuto di sottomissione. Ho iniziato a “distaccarmi emotivamente” da lei quando ho visto fino a che punto era disposta a scendere pur di svincolarsi dalle accuse di omicidio. Da una parte la sua freddezza e il suo impeccabile autocontrollo mi hanno lasciata atterrita, dall’altra mi hanno portato a valutarla positivamente come personaggio. Mi spiego meglio: personalmente, non apprezzo quei personaggi dalla moralità impeccabile, tutti pregi e niente difetti che non commettono mai un passo falso. Insomma, sono anonimi, insapori e inverosimili. I personaggi che invece preferisco sono quelli caratterizzati da tante sfaccettature, quelli complessi, sporchi, che prendono decisioni sbagliate e commettono errori. I personaggi migliori sono quelli per cui proviamo sentimenti di odio e amore.
Perciò questo è sicuramente un punto che va a favore di Simoni.

Ciò su cui invece ho qualcosa da ridire è l’ambientazione. Premetto che mi è piaciuto molto lo spaccato quattrocentesco di Alghero. L’autore ha fatto un’ottima ricerca e il lavoro è evidente – c’è persino una mappa bellissima all’inizio del romanzo. Purtroppo, però, non posso dire lo stesso su Firenze. Ci troviamo alle soglie del Rinascimento, dovremmo poter respirare quell’atmosfera di arte e bellezza propria dell’epoca medicea e invece nulla, non ho visto niente di tutto questo e ne sono rimasta davvero delusa. Marcello Simoni aveva in mano un vero e proprio tesoro, il più bel periodo – a parer mio – della nostra Italia e non ha saputo sfruttarlo a dovere. Questa è l’impressione che mi ha lasciato.
D’altra parte, come ho detto poco fa, apprezzo la ricerca fatta e l’utilizzo di espressioni e vocaboli specifici dell’epoca come, appunto, “birri” o, ancora, l’utilizzo delle “botti” come unità di misura – cento botti corrispondono a circa settanta tonnellate – o dei “cantari” – un cantaro corrisponde a circa venticinque libbre. Insomma, sono quei dettagli che io amo ma che ovviamente non hanno distolto il mio occhio critico dalla povertà dello sfondo, dalla mancanza di tutti quegli elementi che avrei voluto vedere. Umberto Eco diceva che “per raccontare bisogna innanzitutto costruirsi un mondo, il più possibile ammobiliato sino agli ultimi particolari”. Ecco, “Il Patto dell’Abate Nero” manca di mobilia.
Che poi, per la miseria! Siamo a Firenze!
C’è un momento in cui, ad esempio, Bianca si trova davanti alla facciata di Santa Maria del Fiore – giusto una chiesetta… – e, con mio grande disappunto, non ne viene fatta neanche una piccola descrizione!

Sarò pignola e fastidiosamente pedante, ma quando leggo un romanzo storico – e non solo – voglio potermi immergere totalmente tra le sue pagine e respirare a pieni polmoni quelle atmosfere lontane e viverle, come se fossi io stessa la protagonista della storia.
Non pretendo certo di leggere le descrizioni di Tolsoj che si dilunga a parlare di campagne russe e di metodi di semina e raccolto ottocenteschi per decine e decine di pagine. Mi sarei accontentata di qualche dettaglio, anche solo pochi aggettivi, che so, della descrizione anche solo in minima parte di un abito, di due appunti sull’architettura,…

Scusate se mi dilungo su questo aspetto ma, se ancora non l’aveste capito, ci tengo in modo particolare alle descrizioni, sono ciò di cui mi nutro durante la lettura di un libro.

Devo comunque ammettere che neppure la storia in sé mi ha entusiasmato più di tanto, soprattutto nella prima metà del libro: continuavo a domandarmi quando sarebbe arrivata l’azione, quando effettivamente sarebbe iniziata la ricerca di questo fantomatico tesoro, quando, in poche parole, il racconto storico si sarebbe tramutato in un thriller. È brutto da dire ma mi è capitato più volte di dover rileggere intere pagine perché mi ero distratta dalla lettura. Non sono riuscita a sentire la tensione propria di un thriller, neanche per un momento. La storia si riprende un po’ nella seconda parte con colpi di scena e risvolti inaspettati, alcuni che mi hanno piacevolmente colpita, altri un po’ meno. Un aspetto che non mi è affatto piaciuto è legato al tesoro di Gilarus ma ovviamente non posso dirvi di più – chi ha già letto il libro capirà a cosa mi riferisco e comprenderà il perché della mia delusione.

Non voglio bocciare in toto questo libro perché, nonostante tutto, si è lasciato leggere.
Simoni è stato sicuramente abile nel mettere insieme un puzzle complesso e ben articolato e, alla fine, tutti i pezzi sono andati al posto giusto, in modo coerente e lineare – il fatto che io non abbia apprezzato certe scelte è un altro discorso.
L’autore ha intessuto un ottimo intreccio e questo glielo devo riconoscere, così come gli riconosco l’aver creato un personaggio così interessante come Bianca de’ Brancacci.

D’altra parte, il libro è scritto bene e, come ho detto, è una lettura che scivola via – io stessa l’ho terminato in un paio di giorni – perciò non mi sento di sconsigliarlo, solo non aspettatevi di trovarvi davanti al nuovo Ken Follett.

2/5

RECENSIONE “Teresa Papavero e la Maledizione di Strangolagalli” di Chiara Moscardelli

Bridget Jones incontra Sherlock Holmes in quest’ultimo romanzo di Chiara Moscardelli che, a sette anni dal suo romanzo d’esordio “Volevo Essere una Gatta Morta”, si riconferma come una delle penne più originali e frizzanti del panorama editoriale italiano.

“Teresa Papavero e la Maledizione di Strangolagalli” è la quinta “fatica” di Chiara ed il primo volume di una trilogia che, ormai ne sono certa, saprà portare una ventata di freschezza e spensieratezza nelle vite dei lettori italiani.

TITOLO: Teresa Papavero e la Maledizione di Strangolagalli

AUTORE: Chiara Moscardelli

GENERE: Narrativa gialla, Commedia

DATA PUBBLICAZIONE: 16 maggio 2018

EDITORE: Giunti

PAGINE: 320

PREZZO: 12,66 € / 8,99 € (eBook) 


TRAMA

Superati i quaranta un uomo diventa interessante, una donna zitella. Ma Teresa Papavero non se ne cruccia, ha ben altre preoccupazioni. Dopo avere perso l’ennesimo lavoro in circostanze a dir poco surreali decide di tornare a Strangolagalli, borghetto a sud di Roma nonché suo paese nativo, l’unico posto dove ricominciare in tranquillità. E invece la tanto attesa serata romantica con Paolo, conosciuto su Tinder, finisce nel peggiore dei modi: mentre Teresa è in bagno, il ragazzo si butta dal terrazzo. Suicidio? O piuttosto, omicidio? Il maresciallo Nicola Lamonica, il primo ad accorrere sul luogo, è abbastanza confuso al riguardo. Non lo è invece Teresa che, dotata di un intuito fuori del comune, capisce alla prima occhiata che qualcosa non va. Il fatto è che non le crede nessuno. Tantomeno Leonardo Serra, l’affascinante quanto arrogante poliziotto arrivato per indagare sulla morte del giovane. A peggiorare la situazione la misteriosa scomparsa di Monica Tonelli, una delle ospiti del B&B che Teresa ha aperto nella casa paterna con la complicità di Gigia, la sua amica del cuore. Tutto il paese è in subbuglio perché la sparizione della donna viene addirittura annunciata nel famoso programma “Dove sei?” e a indagare sulla Tonelli arriva proprio l’inviato di punta, Corrado Zanni. Per Teresa davvero un periodo impegnativo, coinvolta in indagini dai risvolti inaspettati e perseguitata dalle ombre del passato: la scomparsa della madre e il burrascoso rapporto col padre, il noto psichiatra Giovan Battista Papavero. E così, tra affascinanti detective, carabinieri di paese, reporter d’assalto e misteriosi sconosciuti, Teresa si trova risucchiata in una girandola di intrighi, in un susseguirsi di imprevedibili colpi di scena. Tanto a Strangolagalli non succede mai niente!

Ho perso il conto di quante volte io abbia condiviso un pensiero a proposito di questo romanzo nelle mie stories di Instagram nelle ultime settimane. Se mi seguite, oltre ad essere stati vittime delle mie condivisioni psicolabili, saprete già benissimo quanto io abbia amato questo libro! Finalmente potrete capirne appieno il motivo.

Chiara Moscardelli è diventata la mia nuova ossessione. Chi mi conosce bene sa quanto io simpatizzi per i racconti pieni di angst, quelle storie che mi stritolano il cuore, me lo calpestano e lo fanno in mille pezzi. Beh, ogni tanto anche io ho bisogno di farmi qualche sana risata, eppure trovare un autore che sappia davvero farmi divertire è molto raro – diversamente basta un nonnulla per farmi versare fiumi di lacrime. D’altra parte si sa, far ridere è il mestiere più difficile, ma non per Chiara. Non mi divertivo così tanto da molto tempo!

La storia si apre con un interrogatorio a dir poco esilarante, una sorta di teatro dell’assurdo a cui prendono parte il maresciallo di Strangolagalli, Nicola Lamonica, l’appuntato Romoletto e la nostra Teresa Papavero, una donna di mezz’età eccentrica e stravagante che, senza capire né il come né il perché, si ritrova improvvisamente invischiata in un caso di “apparente” suicidio.

Teresa è una donna nubile, una zitella, per così dire, da tutti considerata “scema”, persino dal suo stesso padre, il Professore, lo stimato psichiatra Giovan Battista Papavero. Davanti a lui, Teresa si sente sempre in difetto, mai all’altezza. Il suo sogno era quello di seguire le sue orme e diventare una rispettata profiler, ma purtroppo la vita le ha riservato altro – tra cui un lavoro come commessa presso un sexy shop. Dopo l’ennesima delusione lavorativa, Teresa decide di fare i bagagli e tornare al suo paese natale, Strangolagalli, quella piccola comunità a pochi chilometri da Roma da cui Teresa e suo padre erano fuggiti dopo la scomparsa della madre. Strangolagalli è esattamente come ve lo aspettereste: un paesino stravagante ed eccentrico, “un piccolo borgo dal nome bizzarro, situato alle pendici dei monti Ernici e nei pressi della valle del fiume Liri, dove il tempo sembra esserci fermato” abitato da poco più di duemila anime, un paese in cui tutti si conoscono e partecipano attivamente alla vita della comunità. Strangolagalli è un piccolo paradiso in cui la vita scorre serena e senza intoppi, l’unico luogo in cui la nostra Teresa pensa di poter ritrovare un po’ di pace, allontanandosi da una vita che la considera inadeguata, limitata e, soprattutto, scema.

A Strangolagalli Teresa ritrova la sua amica del cuore Luigia Capperi, per tutti Gigia, e con lei decide di lanciarsi in una nuova attività e di aprire il “Papaveri e Capperi Bed and Breakfast”. Ma ad appena un anno dal suo ritorno, i suoi progetti di serenità vengono demoliti dal suicidio – suicidio? – di un tale Paolo Barbieri. Ma chi è quest’uomo? E perché Teresa è coinvolta nella sua morte?

Facciamo un passo indietro…

«Da quanto tempo vi conoscevate? Avevate una relazione? Era un suo amico?»
[…] «Ci eravamo conosciuti su Tinder.»
«Prego?»
«Tinder, ha presente?»
«Temo di no.»
«È ‘n’applicazione, marescia’»  li interruppe il giovane appuntato romano che fino a quel momento non aveva smesso di digitare al computer. Si chiamava Romoletto, Teresa lo conosceva bene perché ronzava attorno a Chantal, la sua estetista. Come d’altra parte facevano tutti gli uomini di Strangolagalli. E tutti senza speranza.
«Un’applicazione?»
«Sì, de’ quelle pe’ gli incontri, ‘ste robbe qui, ha presente?»
«Che incontri? Chi si deve incontrare con chi?»
Il ragazzo si alzò e si diresse verso Lamonica: «Ecco, vede?». E gli mostrò il suo cellulare. «È facile. Scorre qui, ce so’ tutte ‘ste foto de’ ragazze: se una je piace, se butta a sinistra. Oppure c’è er còre, o la icse.»
Teresa lo guardò con comprensione.
[…]«E allora mi sono iscritta a Tinder. Solo che come immaginerà non c’era nessuno di Strangolagalli. Vado a Roma, a Frosinone, mi faccio chilometri in macchina per cosa? Per incontrare uomini sposati, single impenitenti, minorenni, cripto-gay!!!»
«Perbacco.»
«Ma non ci ho fatto nulla, eh! Con i minorenni, intendo» mentì. Già si trovava abbastanza nei guai.
«Meno male»
«Paolo non aveva caricato foto abbracciato a un puma nella giungle, né si era descritto come il principe azzurro per ogni tipo di donna. Anzi, ora che ci penso Paolo non ne aveva affatto, di foto. Ed era così… così normale. Come se non bastasse, era a Strangolagalli! Sotto casa, capisce?»

Insomma, tramite Tinder Teresa ha conosciuto Paolo Barbieri, un giovane ragazzo in vacanza a Strangolagalli – ma poi chi è che va in vacanza a Strangolagalli? –, e si sono dati appuntamento nell’appartamento al quarto piano di una palazzina in cui Paolo alloggiava.

Ma poi qualcosa è andato storto…

«Non ha preso in considerazione il fatto che qualcuno possa essersi introdotto in casa mentre ero in bagno?»
Che colpo basso.
«Signorina Papavero. Lo ritiene davvero possibile? Quanto è rimasta in bagno, un’ora?»
«Beh, proprio un’ora, no. Ma cinquanta minuti, sì!»
«Perbacco.»
«Congestione. Mi viene sempre quando c’è l’aria condizionata. Dei crampi che neanche si immagina…»
«Certo, capisco. Però avrebbe dovuto sentire qualcosa.»
«Impossibile. Tenevo l’acqua del rubinetto aperta. E anche quella della doccia. Sa, per non far sentire il rumore… E poi, ora che mi ci fa pensare, lui doveva aver acceso la radio, perché, poco prima di chiudermi alle spalle la porta del bagno, ho udito distintamente della musica provenire dal soggiorno.»
[…] «Ci provi. Visualizzi la scena: aperitivo in terrazza, candele dappertutto. Sta visualizzando?»
Lamonica annuì con enfasi. Chiuse anche gli occhi per apparire più credibile.
«A quel punto però che succede? Arriva il mal di pancia. Un attacco terribile. Così, all’improvviso. Comincio a sudare freddo, ha presente? Sono brutti momenti.»
«Bruttissimi.»
«Penso: sarà stata l’aria condizionata. A lei non lo fa mai? Insomma, non appena siamo saliti in casa l’ho sentita subito. Un vento gelido proprio lì, sulla pancia. Dopo poco sono corsa in bagno. Galoppo! Perché quando ci si rende conto di non avere autonomia… Non un minuto di più, eh!»
«Va bene, ho capito. Non sia così dettagliata.»
«Me l’ha chiesto lei. Comunque, io sono lì, nel bagno. Mi chiudo dentro e apro tutti i rubinetti, anche quello del bidet, per star sicura. E quando finalmente esco, quello che fa?»
Il maresciallo e Romoletto pendevano dalle sue labbra.
«Che fa?» chiesero in coro.
«Niente! Perché non c’è. Da nessuna parte. Lo chiamo, lo cerco dappertutto e quando esco in terrazza e mi affaccio… quello è lì, disteso sull’asfalto. Non sono cose che capitano tutti i giorni.»

Una situazione paradossale! Possibile che qualcuno abbia ucciso il giovane Barbieri proprio sotto il naso di Teresa senza che lei si accorgesse di nulle? E chi poteva volere la morte di quell’uomo all’apparenza così anonimo? E, soprattutto, perché?

Da questo momento, Teresa Papavero si rimboccherà le maniche per cercare di sbrogliare la fitta rete di misteri in cui si ritrova invischiata, un’occasione che aiuterà noi lettori e tutti gli abitanti di Strangolagalli a capire che Teresa, in realtà, scema non lo è affatto. Teresa ha una memoria fotografica e un’attenzione per i dettagli senza eguali. È affetta da ipertimesia, ovvero da una memoria fotografica superiore che le permette di ricordare in modo dettagliato quasi ogni giorno passato della propria esistenza. Grazie a questa innata capacità, Teresa Papavero ci mette poco a svestire i panni della figlia scema del Professore e ad indossare quelli di investigatrice – Sherlock Holmes chi?

E come se il mistero della morte del Barbieri non bastasse, ecco che a complicare la situazione ci si mette l’affascinante poliziotto Leonardo Serra e il ritorno nella sua vita di Corrado Zanni, ex fiamma di Teresa ed inviato di punta della trasmissione “Dove Sei?”, programma che si occupa di persone scomparse e che approda a Strangolagalli per seguire il caso di Monica Tonelli, una delle ospiti del B&B misteriosamente scomparsa.

Chiara Moscardelli mette in scena una commedia senza eguali, travestendo il classico giallo di comicità. La sua penna è pungente, irriverente e spassosa. Chiara sa come far divertire e intrattenere e sono contenta di aver sperimentato questa sua capacità sulla mia stessa pelle. Ho amato il suo libro dall’inizio alla fine. Mi sono subito innamorata della mia cara Papaverina – come la chiamo io –, una donna terribilmente sottovalutata, dagli altri ma anche, e soprattutto, da sé stessa; una donna con un’autostima sotto ai piedi e con molte, troppe insicurezze che tenta di nascondere sotto una maschera di eccentrica ingenuità. In queste trecento pagine, ho avuto l’onore di assistere alla crescita personale di Teresa, di prendere parte alla presa di coscienza che le ha permesso di aprire gli occhi sulle proprie capacità e di rimboccarsi le maniche. È un personaggio ben costruito e caratterizzato, un personaggio fuori dal coro, rispetto ai suoi compaesani che risultano volutamente più macchiettistici.

Con Strangolagalli, Chiara ha voluto ricreare l’atmosfera della classica cittadina che vive isolata dal resto del mondo, una piccola comunità in cui il segreto di uno è il segreto di tutti e in cui i pettegolezzi si sprecano. Una cittadina stereotipata, quindi, che si porta dietro il bagaglio di una manciata di abitanti a tratti stereotipati, dagli atteggiamenti unici ed ineguagliabili nelle loro fattezze caricaturali. Una cornice tragicomica e assolutamente geniale è quella in cui hanno vita gli eventi assurdi che investono l’anonima e pacifica Strangolagalli, dal suicidio/omicidio del Barbieri alla scomparsa di Monica Tonelli.

“Teresa Papavero e la Maledizione di Strangolagalli” è il libro perfetto per questo periodo estivo, un romanzo leggero e spensierato, senza alcuna pretesa se non quella di far ridere – e fidatevi, si ride di gusto!

Sono davvero contenta di aver avuto l’occasione di conoscere quest’ultimo lavoro di Chiara Moscardelli che mi ha permesso di scoprire ed apprezzare quest’esuberante e brillante scrittrice italiana che ha saputo conquistarmi irrimediabilmente il cuore. D’altra parte si sa, se vuoi conquistare una donna il trucco è farla ridere! 

5/5

RECENSIONE “Dio 2.0” di Danilo Conti

Buongiorno miei cari lettori!
Dopo una settimana di inattività sono tornata per parlavi di un libro molto particolare, un distopico tutto italiano che affronta tematiche religiose in un modo nuovo e del tutto originale. Sto parlando di “Dio 2.0” di Danilo Conti, un romanzo che trae spunto dal classico “1984” di Orwell e che tutti gli amanti del genere apprezzeranno.

TITOLO: Dio 2.0

AUTORE: Danilo Conti

GENERE: Fantascienza distopica

DATA PUBBLICAZIONE: 3 maggio 2017

EDITORE: Self-publishing 

PAGINE: 312

PREZZO: 11,89 € / 2,99 € (eBook) 


TRAMA

A Gift Town, cittadina che rimanda alle realtà suburbane americane degli anni ’50, la popolazione vive nella costante adorazione e nel timore di Dio, figura manifestatasi nel cosiddetto “Giorno della Rivelazione”. L’umanità è tenuta a seguire alla lettera le regole di un nuovo testo sacro, pena la perdita di “punti sociali” e il rischio di finire all’Inferno, un luogo di cui poco si conosce e da dove la gente raramente torna indietro. Brian, un ragazzino di tredici anni pervaso di dubbi e ossessionato dal ruolo di Dio, inizia a mettere in discussione la società di cui fa parte e a tastare le pareti di quella che avverte come una gabbia invisibile.

Ho iniziato a leggere questo libro senza avere la minima idea di dove mi avrebbe portata. Non avevo alcuna aspettativa e, anzi, ammetto di aver avuto un certo scetticismo, all’inizio. A questo punto vi sarete già imbattuti nella trama… La prima volta che la lessi ne rimasi sì affascinata, ma anche un po’ spaventata: Danilo aveva messo tanta, troppa, carne al fuoco! Il rischio era che il romanzo non si rivelasse all’altezza delle premesse e che i temi trattati dall’autore si andassero a perdere nel corso della storia o che venissero trattati in modo banale e superficiale. Beh, niente di tutto questo è successo. Come ho detto, non mi sarei mai aspettata di trovarmi davanti ad un piccolo capolavoro da cinque scintillanti stelline, perché “Dio 2.0” è proprio questo, un capolavoro di originalità e innovazione.

Con questo romanzo, Danilo sdogana la perfezione, smascherando il finto buonismo e l’ipocrisia di una comunità religiosa che, nonostante sia frutto della fantasia dell’autore, è più reale di quanto si creda.

Il teatro delle vicende di questo racconto è Gift Town. Gift Town è, come vi dicevo, una cittadina che si rifà ai classici sobborghi puritani anni Cinquanta, all’apparenza perfetta in cui il perbenismo e il bigottismo regnano sovrani. Ogni volta che Danilo descriveva Gift Town nella mia mente si formava l’immagine di Peggy Boggs con il suo tailleur violetto e la sua valigetta piena di prodotti Avon che bussava, una dopo l’altra, alle porte di decine di case fatte con lo stampino – se non capite il riferimento VERGOGNATEVI!
L’atmosfera che ho respirato è esattamente quella: finché le cose vanno come dovrebbero andare tutti si vogliono bene ma ecco che tutti sono pronti a puntare il dito e a condannare non appena qualcuno muove anche un solo passo in una direzione diversa – e per queste persone il termine “diverso” è sempre sinonimo di “sbagliato”. Nulla deve turbare l’armonia di Gift Town. Se lo fai, il destino che ti attende è solo e soltanto uno e porta il nome di Inferno. Nessuno sa esattamente che luogo sia, ma una cosa è certa: quello per l’Inferno, è un viaggio senza ritorno.

Ma chi decide cosa è giusto e cosa è sbagliato?
Le sorti della comunità sono in mano ad un essere onnipotente, un burattinaio invisibile e onnisciente: Dio.

Ma cosa sappiamo di lui?
Sappiamo che un giorno, il giorno della Rivelazione, Dio decise di rivelarsi all’umanità, di porsi come salvatore e faro di speranza – o perlomeno questo è quello che gli abitanti di Gift Town credono. Per riportare la pace e l’armonia in un mondo dilaniato dal male, Dio affidò alle popolazioni un Codice, una guida sacra che i cittadini sono tenuti a seguire per non perdere punti sociali, eventualità che li porterebbe sempre più vicini all’Inferno. Una cieca adorazione e un costante terrore convivono negli animi degli abitanti di Gift Town che hanno perso persino la loro libertà di pensiero e che vivono in una realtà distopica orientata al cieco compiacimento di Dio.

Sulla base di queste premesse, prende vita la storia della famiglia Turner. Il primo che incontriamo è il giovane Brian, un ragazzino confuso alle prese con i primi dubbi e domande sull’onnipotente Dio.

Negli ultimi tempi aveva iniziato a soffrire d’insonnia. Passava intere notti sveglio a pensare e le giornate seguenti a sbadigliare per la mancanza di sonno. Avrebbe voluto addormentarsi regolarmente, come i suoi coetanei, ma nella sua testa continuavano a scorrere senza sosta flussi disordinati di pensieri, domande e congetture, e non c’era verso di fermarli. Quando infine la sua mente crollava e si abbandonava al necessario riposo, produceva sogni vividi e angosciosi, a volte veri e propri incubi dai quali si risvegliava in preda all’ansia. In quel groviglio tumultuoso di pensieri c’era posto per tutto, ma ultimamente vi era una sola, grande costante, un filo invisibile che tirava con forza tutti gli altri: Dio, i misterioso e invisibile burattinaio, le cui mani sconfinate erano in grado di manipolare le sorti dell’intero universo.

Mi sono subito immedesimata in lui. Insomma, io non sono esattamente una persona religiosa – okay, non lo sono per nulla – perciò è stato semplice per me comprendere Brian e condividerne i pensieri.

Sul fronte opposto abbiamo invece Samantha, una madre fredda e distante che preferisce indirizzare il proprio calore ed il proprio amore verso terre più sacre, quelle del Tempio. E dico proprio in tutti i sensi, perché dei peccaminosi istinti stanno lentamente prendendo il sopravvento su di lei, istinti che la spingono sempre più tra le braccia del sacerdote Astor Newlin.
A fare da ponte tra l’esuberanza del giovane Brian e la noncuranza di Samantha c’è Seth. Seth è diventato fin da subito il mio personaggio preferito, un uomo e un padre dai sentimenti profondi, pronto a mettere in discussione e a sacrificare tutto, persino sé stesso, solo per salvare il proprio figlio.

Nella visione di Seth le differenze tra Dio e il diavolo si andavano assottigliando, e ormai li considerava come due gemelli. Erano entrambi esseri abietti e manipolatori, che si divertivano a giocare con le vite degli essere umani, tirandoli con corde invisibili, senza curarsi di poterli distruggere. Avevano scisso l’umanità in due. Ogni mente, ogni cuore, rischiava di annaspare nell’ambivalenza e nella pazzia. C’era chi, per sua fortuna, riusciva a tendere verso Dio senza troppi intoppi, incorrendo nella sua protezione. Bastava non farsi domande e obbedire ciecamente alle sue leggi, senza metterne in dubbio la bontà. Ma coloro i quali non riuscivano a frenare i propri pensieri e a far tacere la propria coscienza erano già dannati. Ogni nuova domanda, formulata anche senza volerlo, si traduceva in un passo verso l’oblio e la perdizione.

Ho apprezzato fin da subito lo stile di Danilo. L’ho trovato molto “classicheggiante”, preciso e attento. L’impegno che ha messo nella scelta dei vocaboli e nella costruzione delle frasi è più che evidente. D’altra parte è molto fluido e di facile comprensione e permette al lettore di lasciarsi trascinare, di pagina in pagina, dalla storia senza mai riuscire a staccarsene.

La struttura narrativa ha sicuramente aiutato in questo. La storia si sviluppa lentamente, senza fretta. La prima parte è molto introspettiva: Danilo esplora la psiche dei suoi personaggi e li mette a nudo per noi, aiutandoci a capirli e a conoscerli. La caratterizzazione è a dir poco perfetta, così come lo è il modo in cui ogni personaggio si muove all’interno della propria storia. Dietro ad ogni scelta, ad ogni gesto, c’è un preciso disegno psicologico che l’autore ha sapientemente delineato e di cui ci rende partecipi tramite piccoli dettagli e accortezze disseminate in descrizioni, dialoghi e pensieri.

E fin qui tutto bene, tutto regolare. Certo, Brian inizia a mostrare un lato ribelle, mentre Samantha si concede delle fantasie sempre più peccaminose, ma nonostante tutto, l’armonia di Gift Town è ancora intatta. Ma la corda che tiene insieme questa piccola famiglia è molto sottile e un solo evento basta a spezzarla per sempre. Mi aspettavo che sarebbe successo qualcosa che avrebbe smosso la pace della comunità, ma di certo non mi aspettavo tutto quello che ne è venuto dopo! E qui mi fermo, perché ogni cosa che vi direi sarebbe uno spoiler gigantesco. Vi basti sapere che da metà romanzo si ribalta ogni cosa. E se nella prima parte l’introspezione regnava sovrana, in questa seconda parte a fare da protagonisti sono l’azione, l’ansia, la paura dell’ignoto e, soprattutto, la scoperta della verità. Ma la verità su cosa? Beh, dovrete leggere il libro per scoprirlo. Sappiate solo che tutte le domande di Brian prima della fine troveranno una risposta.

Cosa vuole Dio? Si domandava sempre più spesso. Voleva essere amato dell’intera comunità? Voleva sentire il suono delle loro preghiere? Gli piaceva semplicemente starsene a guardarli dall’alto, mentre facevano a gara per guadagnare quegli stupidi punti sociali? […] Sono il solo a nutrire simili dubbi? Perché nessuno si ribella? Perché non fanno domande? Dovremmo pretendere che il sommo Creatore ci fornisca una spiegazione per ogni nostri dubbio!

L’ispirazione primaria di Danilo è senza ombra di dubbio data dal mito di Orwell. Il Grande Fratello orwelliano in questo caso veste gli abiti di Dio e trascina il mondo in una dittatura religiosa. Per buona parte del romanzo mi sono sentita come Brian, vittima di dubbi continui su cosa questo Dio significasse e su quale fosse la sua vera natura. Mi sono chiesta più e più volte se esistesse davvero, cercando di trovare una soluzione alternativa alla sua onnipresenza. Sì, perché questo Dio è davvero onnipresente: ogni cittadino di Gift Town non può muovere un passo senza che lui lo sappia. La mia mente scettica cercava in tutti i modi di trovare una risposta “scientifica” o in qualche modo logica a tutto ciò.
Questo è sicuramente uno dei motivi che mi hanno tenuta attaccata alle pagine: il voler sapere, capire cosa davvero fosse Gift Town e quale fosse lo scopo della sua esistenza. Mi sono chiesta più e più volte dove fosse il resto del mondo e cosa avesse portato a questa ambientazione distopica.

Insomma, per farla breve, Danilo ha saputo tenere la mia curiosità alta dall’inizio alla fine, per poi soddisfarla appieno nell’ultima parte del romanzo.

Sono davvero contenta di aver scoperto e letto questo libro. Ne sono uscita piacevolmente sorpresa.
“Dio 2.0” si è rivelato essere un romanzo distopico con un’ambientazione post-apocalittica molto particolare e originale, diversa da qualsiasi cosa io abbia mai letto, un libro che porta il lettore a porsi domande e a interrogarsi su temi profondi e a mettersi in discussione – non è un romanzo che mi porterei sotto l’ombrellone, mettiamola così.

Lo consiglio sicuramente a tutti gli amanti del genere e, soprattutto, a tutti gli appassionati di Orwell che sapranno apprezzare l’immaginazione distopica di Danilo.

5/5

RECENSIONE “In Ogni Stella Nascosta” di Vanessa Sobrero

Buongiorno miei cari lettori.
È con immenso orgoglio che sono qui ad annunciarvi la pubblicazione di “In Ogni Stella Nascosta” di Vanessa Sobrero, un libro che tutti gli amanti del vintage, di Elvis, delle gonne a ruota e del Rock n Roll vorranno avere nelle proprie librerie personali!

Ho avuto l’opportunità di leggerlo in anteprima e recensirlo per voi, perciò, se siete curiosi, non dovete far altro che continuare a leggere!

TITOLO: In Ogni Stella Nascosta

AUTORE: Vanessa Sobrero

GENERE: Romance, Commedia romantica

DATA PUBBLICAZIONE: 26 maggio 2018

EDITORE Self-Publishing

PAGINE: 380

PREZZO: 12,50 € / 2,99 € (eBook) – Offerta lancio: 1,99 € fino al 28 giugno 2018


TRAMA

Dietro il grigiore cittadino, Milano nasconde un cuore romantico e retrò come un film con Audrey Hepburn.
Cecilia lo scopre una sera d’autunno a una festa anni Cinquanta, dopo essersi trasferita in città per studiare alla NABA. È una ragazza dolce e ironica, inghiottita dalla monotonia universitaria.
Alex è il dj del Rockabilly Fest, un uomo adulto, arrogante, che rifugge le relazioni come fossero whisky scadente.
Tra le strade di una Milano romantica, gonne a vita alta e musica rock and roll, riuscirà Cecilia a fare sciogliere il cuore testardo di Alex?

Una Milano rock in bianco e nero fa da sfondo ad una storia d’amore dolcissima che fa sospirare e battere il cuore fin dalla prima pagina.

Cecilia è una studentessa universitaria allo sbando di appena ventun anni, mentre Alex è un affascinante uomo di trentacinque anni con una solida carriera avviata nel campo musicale. Non potrebbero essere più diversi di così, apparentemente. Ma se pensate che l’unica cosa ad accomunarli sia la città di residenza vi sbagliate di grosso! Un venerdì sera, il destino – che porta il nome di Letizia – è sceso in campo e ha scovato quella grande passione in comune, l’unica con il potere di avvicinarli e di fare da tramite tra due generazioni tanto distanti l’una dall’altra: gli anni Cinquanta.
Già, perché Alex altri non è che il famoso dj – nonché fondatore –del celebre Rockabilly Fest, la serata a tema 50s che durante i weekend riporta i locali di tutta Italia indietro nel tempo, all’epoca dei Beatles e della brillantina, del twist e del rock n roll.

Sarà proprio ad una di queste serate che lo sguardo di Cecilia si poserà per la prima volta sulla figura alta ed elegante di Alex Grimaldi. E come resistere al suo fascino maturo da bello e dannato?

Quando inchiodò lo sguardo nel mio, l’Esplora Risorse del mio sistema nervoso centrale smise di rispondere e andò in arresto. Visualizzai la scritta: “L’applicazione Cervello non risponde, chiudere?”. Rimasero attive solo le informazioni base, come il mio nome, il Padre Nostro e le poche canzoni che sapevo a memoria.

D’altro canto, anche la giovane Cecilia Abis non è passata inosservata agli occhi del bel dj. Peccato per quell’unico, piccolissimo ed insignificante dettaglio: la differenza di età.

Riusciranno Alex e Cecilia a trovare un punto di incontro e ad abbattere quei tredici anni che si frappongono tra loro e che, con prepotenza, minacciano la loro relazione?

Sto per dire una cosa che dico molto raramente, in particolare per quanto riguarda i romanzi d’amore, ma che in questo caso mi sento di urlare a gran voce: alla sua età, e con appena un paio di romanzi all’attivo, Vanessa Sobrero può vantare un vero e proprio timbro stilistico, uno stile personale ed inimitabile, peculiarità che solo i migliori scrittori possiedono.

Nella realtà editoriale italiana contemporanea, ci sono molti, forse troppi, autori che non sono né carne né pesce, come si suol dire. In questo vasto mondo che vanta migliaia di scrittori anonimi e senza alcun tipo di spessore, Vanessa Sobrero ha saputo affermarsi ed elevarsi grazie al suo stile unico ed inconfondibile.

Ci sono libri che seppur scritti da Pincopanco, potrebbero in realtà essere stati scritti da Pancopinco e non farebbe alcuna differenza. Non è questo il caso di “In Ogni Stella Nascosta” e nemmeno del suo romanzo d’esordio, “Tra Mille Baci d’Addio”. Vanessa non si limita a raccontare delle storie. Ci trascina nel suo mondo, ci rapisce anima e corpo e può farlo solo perché anche lei ha disseminato pezzi della propria anima e del proprio corpo tra quelle stesse pagine. Ogni sua parola porta con sé un’impronta unica ed inimitabile. La sua firma è l’ironia, quella capacità che solo lei ha di sdrammatizzare anche l’evento più triste con battute leggere che non appaiono mai fuori luogo o inappropriate. Capita spesso di ritrovarsi a ridere e piangere a dirotto contemporaneamente.

Se dovessi trovare un’unica parola per descrivere il lavoro di Vanessa userei “originalità”, e non solo in riferimento al suo stile ma, più in generale, alla storia in sé.
Nonostante alcuni elementi potrebbero indurvi a pensare di trovarvi davanti alla classica storiella romantica caricata di cliché a non finire, vi assicuro che non è così.

Cominciamo da loro, i protagonisti: in un mondo governato dagli eserciti di Anastasia Steele e Christian Grey, Cecilia e Alex si differenziano per originalità, lasciando dietro di sé una scia di freschezza e novità da me tanto agognata. Lei non è la personificazione della Santa Vergine Maria e lui non è un maniaco sessuale aka bad boy assatanato. Vanessa ha fatto davvero un ottimo lavoro di caratterizzazione, sia per quanto riguarda i protagonisti sia per quanto riguarda le “comparse”, amici o familiari che siano.

Cecilia è una giovane donna, un ragazza un po’ insicura in cui molte di noi penso possano immedesimarsi con facilità. Frequenta l’ultimo anno di università e non ha alcuna idea di cosa la vita abbia in serbo per lei. Di sicuro non si aspettava che il destino la mettesse sulla stessa strada di un certo dj trentacinquenne di nome Alex Grimaldi.
Alex si discosta dai soliti protagonisti maschili stereotipati. Come ogni personaggio verosimile che si rispetti, anche lui ha i suoi difetti: è vanitoso e a tratti arrogante ed è leggermente egocentrico. Ha un guardaroba che farebbe invidia a moltissime donne, ben rifornito di completi eleganti, gilet e cravatte – e vestaglie di dubbio gusto probabilmente appartenute a Hugh Hefner. Ma, nonostante l’aria da bello e dannato, Alex Grimaldi è un gentleman d’altri tempi, un uomo gentile e premuroso. Ha paura dell’amore, paura di rimanere scottato, vittima di una cocente delusione, soprattutto se dall’altra parte c’è una “ragazzina” di vent’anni – una ragazzina che è stata capace di rubargli cuore e anima.

Volevo riempire i suoi occhi di bellezza, voleva riconquistare la sua fiducia a suon di tramonti e arte, volevo farle capire che m’importava di lei e delle sue passioni, in modo da convincerla che era lei l’unica opera d’arte che volevo vedere.
L’unica che meritava davvero di essere vista.

Nonostante la differenza d’età sia un cliché particolarmente abusato, Vanessa ha saputo rimodellarlo e trasformarlo in qualcosa di nuovo. Insomma, nessuno – a parte Alex – si fa venire particolari paturnie a causa di quei tredici anni che intercorrono tra loro – nemmeno i genitori di Cecilia. Non è una storia alla “Scusa se ti Chiamo Amore”, per dirne una, in cui i protagonisti tentano di tenere la relazione ad un certo livello di segretezza perché “ai miei genitori viene un infarto se lo scoprono”.

La differenza d’età non appare come un “peso”, un ostacolo insormontabile. È un mondo nuovo quello in cui vivono Alex e Cecilia, un mondo moderno e di larghe vedute in cui l’amore non ha età. Alex tentenna, ha dei dubbi riguardo a questa relazione e si pone delle domande, ma non per i tredici anni anagrafici che li distanziano, ma piuttosto per i tredici anni generazionali. Alex ha paura che Cecilia sia troppo immatura, che non sia pronta per una relazione stabile e tutto quello che essa comporta e che, alla sua età, cerchi qualcosa di più “occasionale”, leggero e spensierato.

È stato bello assistere alle mirabolanti imprese in cui Cecilia si diletta per convincere Mr. Grimaldi di avere tutte le carte in regola per diventare la donna della sua vita.

«Tu lo conosci da più tempo, cosa posso fare per riconquistare la sua fiducia?»
[…] «Uhm, vediamo…» Sembrò pensarci su, assumendo un’espressione concentrata che lo faceva sembrare un cucciolo di cane. «Dovresti fare qualcosa di eclatante, qualcosa che richieda un grande sforzo e che dimostri quanto ci tieni a lui. Tipo…»
«Tipo?»
«Tipo resuscitare Elvis.»

Ma tornando a parlare di originalità…

In questo romanzo si respira un’atmosfera che raramente ho trovato in altri libri. Sto parlando degli anni Cinquanta, naturalmente!

Ultimamente siamo stati invasi dai revival degli anni Ottanta, soprattutto, ma anche degli anni Novanta. Io sono una persona molto nostalgica, penso spesso con malinconia agli anni passati, ma, devo ammetterlo, questa moda degli 80s e dei 90s mi aveva un po’ stufata. Quindi non potete capire la mia gioia nel leggere un romanzo che riporta in auge i magici 50s! Certo, “In Ogni Stella Nascosta” non è ambientato negli anni Cinquanta, ma, per quasi tutto il romanzo, l’atmosfera che si respira è quella. Dagli outfit ai balli alla musica fino all’arte e alla fotografia. Tutto urla 50s!

E poi Milano! Ah, che meraviglia!
Vanessa ama la sua città e si vede! Mette tutto il suo amore e la sua passione tra le sue pagine, nelle sue descrizioni. È quasi come se “In Ogni Stella Nascosta” fosse una dedica speciale a Milano, un inno alla sua bellezza “nascosta”.

Milano era una casa da scoprire, da amare, da vivere. Per poterla apprezzare, dovevi guardare dietro gli angoli, dentro i giardini nascosti; dovevi guardare le decorazioni consunte dei palazzi storici e la geometria severa dei mostri d’acciaio che tagliavano il cielo. Dovevi guardarti intorno per vederla e quando alzavi finalmente lo sguardo riuscivi a capire che era una città segreta, una città per pochi.
Milano non si faceva vedere, ti chiedeva di scoprirla, di assaggiarla, di camminare le sue strade fino a farti male; ti chiedeva un sacrificio per farsi conoscere e io, anche se ancora non lo potevo sapere, ero pronta a conoscerla, a farmi amare e ad amarla. Era la città dove la vita diventava caotica, turbolenta e il cuore batteva più forte. La chiamavano Sindrome di Stendhal: “Quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti e i sentimenti appassionati” ed era così che mi ero sentita quel giorno, ma non era stata una città o un’opera d’arte a stordirmi il cuore.
Era stato un uomo.

Le sue descrizioni sono così vivide che sembra quasi di trovarsi realmente lì, a mangiare risoelatte insieme ad Alex e Cecilia o a passeggiare accanto a loro sui Navigli.

Come ho detto, Vanessa ci trascina tra le sue pagine. Il lettore si ritrova a vivere la storia tra Alex e Cecilia sulla sua stessa pelle, se la sente scivolare dentro, fino al cuore.

Vanessa Sobrero ha compiuto una vera e propria magia ed io la ringrazio per avermi regalato così tante emozioni che, ne sono sicura, mi rimarranno nel cuore per ancora molto molto tempo.

E se anche voi siete alla ricerca di una storia d’amore originale, capace di farvi sognare ad occhi aperti, allora “In Ogni Stella Nascosta” è il libro che fa per voi!

5/5

RECENSIONE “Quindici Minuti” di Jill Cooper

Miei cari lettori, lo ammetto, la mia è una malattia: non posso farci nulla, ma ogni volta che leggo la dicitura “viaggi nel tempo” i miei occhi si illuminano e il mio cuore si riempie di meraviglia. Prima o poi vi scriverò l’Enciclopedia completa sui viaggi temporali, è una promessa.

“Quando Minority Report incontra Total Recall” – questo dovrebbe essere il sottotitolo di “Quindici Minuti”, primo capitolo della serie The Rewind Agency di Jill Cooper che mi ha piacevolmente sorpresa.
Venite a scoprirne il motivo!

TITOLO: Quindici Minuti (The Rewind Agency, #1)

AUTORE: Jill Cooper

GENERE: Fantascienza

DATA PUBBLICAZIONE: 8 luglio 2016

EDITORE: Dunwich Edizioni

PAGINE: 210

PREZZO: 10,11 € / 4,99 € (eBook) 


TRAMA

Il futuro può essere un luogo pericoloso se hai cambiato il passato. Quindici minuti. È tutto ciò che la Rewind concede a una persona quando viaggia nel passato, ma per Lara Crane è abbastanza per trovare sua madre e impedirne l’assassinio nel corso di una rapina avvenuta dieci anni prima. Ma la storia che le è stata raccontata per tutta la vita è una menzogna. Quando Lara viene colpita dal proiettile che avrebbe dovuto uccidere sua madre, il suo futuro cambia per sempre: nuova casa, nuovi amici e nuovo ragazzo. E ora suo padre è in prigione. In una linea temporale che non riesce a comprendere, Lara sta per commettere un errore fatale e dovrà confrontarsi con un avversario che conosce molto bene perché fa parte della sua famiglia.

Cosa fareste se scopriste di avere il potere di cambiare il passato e solo quindici minuti per farlo?
Lara Crane ha le idee molto chiare: tornare a quel giorno di tanti anni prima e strappare la madre dalle braccia della morte.

In un futuro non meglio definito, gli essere umani hanno scoperto come viaggiare nel tempo. C’è un’agenzia in particolare che si occupa dei viaggi temporali, la Rewind, ed è proprio lì che incontriamo per la prima volta Lara. Non c’è tempo per pensare, non c’è tempo per tirarsi indietro. Bisogna agire, e in fretta. Lara sa che ha a disposizione solo quindici minuti nel passato, quindici minuti per tornare in quel vicolo ed evitare che quel proiettile raggiunga il corpo di Miranda Crane. Quindici minuti. È una corsa contro il tempo, letteralmente. Lara corre, corre più in fretta che può fin quando non la vede palesarsi di fronte a sé, la donna che non ha mai avuto la possibilità di conoscere, la donna che le è stata strappata via quando aveva solo cinque anni. Non c’è tempo per riflettere. Quando l’uomo con la pistola si avvicina, Lara non ci pensa due volte e si frappone fra l’arma e la propria madre.

Nessuno credeva fosse possibile, ma Lara ce l’ha fatta: ha cambiato il passato… Ma a che prezzo?

Quando si risveglia si ritrova a vivere una vita non sua, una vita fatta di belle case e abiti firmati. In questa linea temporale, Rick, il ragazzo che ama, non le rivolge nemmeno la parola e il suo posto è stato preso da Donovan, il ragazzo più popolare della scuola. Persino la sua stessa famiglia le è sconosciuta. Invece del cane Sparky, si ritrova con due fratelli minori, Mike e Molly, ma la cosa peggiore è che l’uomo che si presenta al fianco di sua madre non è John Crane, non è suo padre.
Che cosa sta succedendo? Chi sono quegli uomini con quegli strani tatuaggi che la pedinano? E quali ricerche illegali sta conducendo sua madre per conto della Rewind?

Senza saperlo, Lara si ritrova invischiata in una fitta rete di inganni e di bugie, vittima di ricatti e cospirazioni e il tempo a sua disposizione è poco. Cambiare il passato è pericoloso e comporta delle conseguenze.
La corsa non è finita, e le lancette continuano a girare.

Non mi aspettavo che questo libro mi piacesse tanto e invece così è stato. Innanzitutto, ringrazio Jill Cooper per avermi salvata dalla cosiddetta “crisi del lettore” in cui stavo rischiando di sprofondare. Sono stata bloccata sulla stessa pagina di “Borderlife” – romanzo di Dorit Rabinyan – per una quindicina di giorni, ma non appena ho preso in mano “Quindici Minuti” ho capito che non mi ci sarei più staccata. Il merito va innanzitutto allo stile dell’autrice che, seppur carente in fatto di descrizioni, ha aiutato a dare al romanzo quel ritmo incalzante che lo contraddistingue. Come ho detto, è una continua corsa contro il tempo e questa sensazione è sempre presente grazie alle frasi corte e concise della Cooper. Spezza i periodi, accelerando il ritmo e, soprattutto, fa in modo che le parole scivolino in modo fluido e senza ostacoli nella mente del lettore che si ritrova a divorare l’intero libro in poche ore.

L’intreccio è incredibilmente complesso e tessuto in modo magistrale. La seconda parte, in particolar modo, è un colpo di scena continuo.
In questo senso, le particolari conseguenze che vedono coinvolta Lara – e nello specifico la sua mente – per l’aver cambiato il passato hanno aiutato. Dopo aver salvato sua madre, Lara si ritrova a vivere una vita che fino al giorno prima apparteneva ad un’altra Lara, una Lara con un altro tipo di vissuto e dei ricordi ben diversi dai suoi, ricordi che le sono stati preclusi e che le bombardano la mente a momenti alterni.
Mano a mano che la storia procede, la ragazza scoprirà che la sua versione di questa linea temporale era vicina a scoprire chi avesse tentato di uccidere Miranda Crane – ora Montgomery – in quel vicolo tanti anni prima.
Ma qual è il grande piano segreto di cui parla Lara Montgomery nel suo diario? E chi sono gli uomini che la seguono? E cosa ha a che fare tutto questo con la Rewind?

Oltre a dover sbrogliare i nodi della fitta rete di intrighi che la vedono coinvolta deve occuparsi anche di quelli che le imbrigliano la mente e che la tengono lontana dai ricordi dell’altra Lara.

Sotto questo aspetto mi ha ricordato molto la trilogia “Firebird” di Claudia Gray, dove la protagonista si ritrova alle prese con questo stesso tipo di problema, solo che la causa non è un viaggio temporale ma un viaggio interdimensionale. Per altri aspetti, ho trovato alcuni elementi in comune con la fantascienza di Philip Dick, anche se, ammettiamolo, Jill Cooper deve percorrerne ancora tanta di strada per arrivare al livello del maestro.

Se dovessi considerare “Quindici Minuti” unicamente dal punto di vista fantascientifico difficilmente raggiungerebbe la sufficienza. Mancano tanti elementi, spiegazioni, un contesto,… In che futuro ci troviamo esattamente?
L’unico aspetto che differenzia il mondo di Lara dal nostro è il fatto che nel suo mondo i viaggi nel tempo sono possibili. Per il resto non è cambiato nulla. Quello che mi chiedo è: dov’è la tecnologia che permette questi viaggi temporali? Come funzionano? Su quali basi scientifiche si fondano?

Insomma, è tutto molto approssimativo e trattato con troppa superficialità.
Non ho avvertito per nulla l’atmosfera futuristica che mi aspetto quando leggo un romanzo di fantascienza e un po’ mi è dispiaciuto.

Ma, come ho detto, la trama salva tutto. È intricata, un intreccio che si snoda man mano che la storia procede e che raggiunge il culmine della complessità nella seconda parte. Ad un certo punto ti ritrovi a vivere un trip mentale senza fine e non capisci più cosa è reale e cosa no. Ho apprezzato la capacità di Jill Cooper di giocare con la mente dei suoi stessi personaggi ma, soprattutto, dei suoi lettori.

E poi… l’epilogo! Ah, geniale! All’inizio ero un po’ “meh” e “è stato davvero così semplice?”, ma poi ecco quel dettaglio, quel minuscolo piccolissimo dettaglio che ti ricorda che, per l’appunto, sei in un trip mentale senza fine e difficilmente ne uscirai, di sicuro non in questo primo volume.

La corsa di Lara non è ancora finita.
E a proposito di Lara… Ho amato il suo personaggio! A livello di caratterizzazione, soprattutto psicologica, la Cooper ha fatto davvero un ottimo lavoro. Non deve essere stato facile far conciliare in questo modo due diverse coscienze e due passati così distanti l’uno dall’altro.
Un altro personaggio che merita una menzione particolare per la sua complessità è Miranda Crane, la mamma morta/non morta di Lara che è stata per me una vera e propria sorpresa. La sua è una caratterizzazione molto profonda, per nulla immediata e facile: il suo vero essere va scoperto passo dopo passo.

Ciò che invece non ho molto apprezzato è stato l’immancabile triangolo amoroso di cui avrei fatto volentieri a meno. Lo salvo, in minima parte, solo perché ha avuto un suo perché, un’utilità ai fini della trama. Se fosse stato buttato lì giusto per attirare le lettrici non l’avrei sopportato.

Come ho detto, sotto certi aspetti è stato utile. Ha aiutato a comprendere quello che è il cosiddetto “effetto farfalla”: Rick e Donovan sono l’esatto esempio di come anche un solo piccolissimo cambiamento nel passato possa stravolgere tanto il futuro.

Tutto quello che volevo era salvare mia madre, ma è cambiato tutto. Ora ho una famiglia perché ho cambiato una piccola cosa. Okay, non tanto piccola.
Chiudo gli occhi e vedo il volto di Rick. Mi sta avvertendo di non mettere a rischio noi e il nostro futuro. E invece penso di averlo fatto.
Rick.
Ma almeno ho di nuovo mia madre.

Non vedo l’ora di leggerne il seguito! Ripeto, il cliffhanger finale mi ha lasciata senza parole. Va da sé che tempo due minuti e avevo già recuperato il secondo volume, “Plugged”. Purtroppo avevo già stilato una tabella di marcia – o meglio, di lettura – che proprio non mi è possibile trasgredire, perciò Lara & Co. dovranno aspettare ancora qualche giorno.

Se siete alla ricerca di un libro adrenalinico, ricco di azione e complotti, vi consiglio con tutto il cuore di dare una possibilità a Jill Cooper.

La Rewind Agency vi sta aspettando.
Ma fate in fretta: avete solo quindici minuti!

3.5/5

RECENSIONE “Il Libro della Polvere – La Belle Sauvage” di Philip Pullman

Buongiorno miei adorati lettori,
oggi voglio parlarvi di un autore a cui tengo molto, il solo ed unico Philip Pullman che, dopo diciassette anni dalla conclusione della saga di “Queste Oscure Materie”, è finalmente tornato nelle librerie di tutto il mondo con una nuova ed entusiasmante trilogia, “Il Libro della Polvere”, sempre ambientata nel suo mondo fantastico fatto di daimon ed energia ambarica.

Anche se con qualche mese di ritardo, riesco finalmente a condividere con voi il mio pensiero a proposito del primo volume di questa nuova trilogia, intitolato “La Belle Sauvage”. 

TITOLO: La Belle Sauvage (Il Libro della Polvere, #1)

AUTORE: Philip Pullman

GENERE: Fantasy

DATA PUBBLICAZIONE: 19 ottobre 2017

EDITORE: Salani 

PAGINE: 476

PREZZO: 15,30 € / 11,99 € (eBook) 


TRAMA

Malcolm Polstead ha undici anni, è curioso e diligente, di giorno va a scuola, di sera aiuta i genitori alla locanda sul fiume e fa qualche commissione per le suore del convento vicino. La sua vita scorre tranquilla, gli amici non gli mancano, si diverte con Asta, il suo daimon, soprattutto quando vanno in canoa, sulla Belle Sauvage. Fino al giorno in cui alla locanda arrivano tre misteriosi personaggi e finché alle suore non viene affidata una bambina di pochi mesi, che Malcolm dovrà proteggere da un grave pericolo e alla quale sente di essere profondamente legato. È Lyra. Insieme a lei affronterà una sfida mortale e un viaggio che lo cambierà per sempre…

Avevo dieci anni la prima volta che lessi “Queste Oscure Materie”, saga che porterò sempre nel cuore per gli insegnamenti e i valori che mi ha donato quando ancora ero solo una bambina. Philip Pullman è per me una sorta di “genitore letterario”, alla stregua di Lewis e della Rowling. Si dice che siamo ciò che leggiamo, giusto? Beh, se io sono quello che sono lo devo in parte a loro e ai loro libri; lo devo a Harry, ai fratelli Pevensie e alla piccola, ma tanto coraggiosa, Lyra.

La maggior parte di queste saghe sono oramai concluse e tali dovrebbero rimanere – “Maledizione dell’Erede” ce l’ho con te –, altre invece hanno ancora tanto da dire e da raccontare ed è questo il caso di “Queste Oscure Materie”.

Dopo ben diciassette anni, Philip Pullman è finalmente tornato a parlare della Polvere e della sua magica Oxford.

Non potete immaginare la mia gioia quando, circa un anno fa, appresi la notizia! Ero a dir poco entusiasta di reimmergermi tra le sue parole, di ritrovare Lyra e, soprattutto, il mio amato Pan.
In realtà, ho scoperto che per questo dovrò aspettare ancora un po’. Infatti, il primo volume, “La Belle Sauvage”, è un prequel e, come tale, antecedente alle vicende della trilogia principale e la piccola Lyra è ancora più “piccola” di quanto già non fosse.

Protagonista principale di questo libro è l’undicenne Malcolm Polstead. Malcolm è un ragazzo molto sveglio, curioso e ben educato che, oltre a frequentare la scuola, lavora alla locanda dei genitori – “The Trout” – che si trova sulle rive del Tamigi, quelle stesse rive che ospitano la sua preziosissima canoa, la Belle Sauvage.

Malcolm passa il suo tempo libero facendo su e giù per il fiume a bordo della sua barca, sempre in compagnia del daimon Asta. Proprio durante una di queste “gite” gli capita per caso di imbattersi in uno strano oggetto dalla forma di una ghianda contenente uno strano messaggio che il ragazzo non riesce a comprendere, un biglietto che parla di un misterioso campo di Rusakov. Ma ciò che più di ogni altra cosa attira l’attenzione di Malcolm è una parola in particolare: Polvere, con la P maiuscola. Un enigma a cui Malcolm proprio non riesce a venire a capo e che, molto presto, lo condurrà sulla stessa strada di una donna di nome Hannah Relf, studiosa di aletiometri e membro della segretissima agenzia di Oakley Street.

E poi c’era quel ‘Polvere’ con la ‘P’ maiuscola, come se non si trattasse della solita polvere ma di una cosa speciale…

E mentre il ragazzo è alle prese con questo mistero – a cui si aggiunge ben presto quello di un uomo scomparso in circostanze sospette –, al vicino convento di Godstow le monache sono in fermento per l’arrivo di una bambina, un’infante di appena sei mesi che necessita di protezione e di asilo e che di nome fa Lyra Belacqua.
Malcolm, che è solito aiutare le monache con le loro faccende, si affeziona ben presto alla bambina ed è per questo che farà di tutto pur di tenerla al sicuro, ben lontana dagli uomini del Magisterium, in particolare dalla temibile CCDCorte Concistoriale di Disciplina – e dalle mani di uno strano e pericoloso uomo di nome Gerard Bonneville e della sua inquietante iena-daimon.

Come se tutto ciò non fosse già abbastanza per un ragazzino di undici anni, ecco che a peggiorare il tutto è in arrivo una terribile alluvione, una gigantesca minaccia per l’intera Oxford e per i suoi abitanti e che condurrà Malcolm in un viaggio magico ed inaspettato.

Fortunatamente, posso dire di non esserne rimasta delusa. Mi è piaciuta molto la storia, anche se devo ammettere che non l’ho trovata totalmente all’altezza della trilogia originale. Mancava un pizzico di magia, a mio parere. Non so bene come spiegarlo, ma a volte non mi sentivo di essere nel mondo di Lyra e dei daimon, bensì in un mondo “normale”, reale, nel nostro mondo. Mi è mancato qualcosa da questo punto di vista, almeno nella prima parte del libro. La seconda parte è tutta un’altra storia, ma ci arriveremo.

Mi sono molto affezionata a Malcolm, alla sua dolcezza e alla sua ingenuità, ma anche al suo coraggio e alla sua intraprendenza – se fossimo ad Hogwarts, non ho alcun dubbio che verrebbe smistato in Grifondoro alla stessa velocità con cui il Cappello Parlante ha spedito Malfoy tra le serpi.
Allo stesso tempo mi è molto piaciuto il personaggio di Hannah e la sua integrità.

Come al solito, Pullman ha fatto un ottimo lavoro con la caratterizzazione dei personaggi.

Ammetto che, nonostante tutto, è stato anche piacevole ritrovare personaggi da me non particolarmente amati come Marisa Coulter – e la sua scimmia demoniaca – e Lord Asriel. Ma ritrovare Lyra e Pan è stata l’emozione più grande!
Non vedo l’ora di leggere il secondo capitolo della trilogia – che sarà ambientato dieci anni dopo l’epilogo de “Il Cannocchiale d’Ambra” – e riabbracciare Lyra nelle vesti di una giovane donna!

Mi sono mancate un po’ le sue bugie e la sua sfacciataggine. Per quanto mi sia affezionata a Malcolm, devo dire che i due ragazzi sono l’esatto opposto l’uno dell’altra.

Voglio inoltre riallacciarmi al discorso che facevo sul paragone tra questa trilogia e quella originale. Uno degli elementi che troppo spesso mi faceva dimenticare di essere nel mondo dei daimon era, per l’appunto, la quasi assenza dei daimon stessi. Siamo stati abituati a vedere dei daimon molto caratterizzati, tanto quanto i loro compagni umani, come nel caso di Pantalaimon, e sempre molto presenti. I daimon sono infatti la manifestazione fisica dell’anima umana, che si presenta sotto forma di animale. Va da sé che dove va la persona va anche il suo daimon – fatta eccezione per le streghe, ma questa è un’altra storia.

In “Queste Oscure Materie”, ogni volta che “entrava in scena” un personaggio, l’attenzione si soffermava sempre, anche se solo per poco, sul suo piccolo compagno. In “La Belle Sauvage” questa cosa mi è un po’ mancata. Vi basti sapere che non ho alcun ricordo dei daimon di nessuno, a parte di Asta – il daimon di Malcolm – e della iena malefica di Gerard Bonneville.

Spero che col prossimo volume le cose cambino. Potrei davvero arrabbiarmi se mi ritrovassi un Pantalaimon totalmente snaturato!

Una cosa che invece non è assolutamente cambiata, è il livello di sadismo del Magisterium: se prima i bambini li rapiva, ora li indottrina e, attraverso la Lega di Sant’Alessandro, li trasforma in spie ai danni degli adulti.
Non so più cosa sia peggio!

Per farla breve, il vero fulcro della storia è, come sempre, la lotta tra gli organi politici e religiosi che vogliono soffocare la scienza e il progresso e tutti coloro che credono nella libertà di pensiero e di parola.

[…] «Lei sa chi è il nemico, quindi sa cosa stiamo combattendo. Pensi a quello che c’è in gioco. Il nostro diritto di parlare e pensare liberamente, di condurre ricerche su qualunque cosa al mondo: tutto ciò andrebbe perduto. Vale la pena di battersi, non è d’accordo?»

Una delle cose che ho sempre apprezzato di Pullman è la sua capacità di parlare di temi complessi ai ragazzi più giovani attraverso simboli ed allegorie. Forse da bambini non ce ne rendiamo conto, ma da certe letture assimiliamo più di quanto vorremmo e solo rileggendo tali libri da “adulti” ci accorgiamo di quanto certe parole ci abbiano in qualche modo plasmato.

In “La Belle Sauvage”, l’organo che si oppone al Magisterium è un’organizzazione segreta meglio conosciuta come Oalkey Street – organizzazione di cui la stessa dottoressa Relf fa parte – e ai quali membri si aggiunge un volto a noi già noto: Farder Coram – che qui viene presentato con il nome di Coram van Texel –, sempre in compagnia della sua bellissima gatta.

La storia di questa organizzazione mi ha subito affascinata, così come tutto il mistero intorno alla strana ghianda e al messaggio che parlava dell’inconfondibile Polvere – sì, proprio quella con la P maiuscola.
Di fatti ho preferito la prima parte del romanzo alla seconda, proprio perché permeata da quest’aura arcana, complotti e missioni segrete.

Alla seconda parte voglio, innanzitutto, riconoscere l’immenso valore simbolico che la caratterizza: appare infatti come una sorta di metafora della vita e degli ostacoli che ogni giorno ci troviamo a dover superare per portare a termine un compito o un obiettivo che ci siamo prefissati – nel caso di Malcolm, l’obiettivo era di portare in salvo la piccola Lyra, compito non di poco conto e che porta con sé una certa responsabilità, considerando quello che Lyra è destinata a fare.

Non so se fosse voluto – immagino di sì, visto e considerato che stiamo parlando di Pullman e che non lascia mai niente al caso – ma ho avuto l’impressione che per la seconda parte del libro, l’autore si fosse lasciato ispirare dalla struttura dell’Odissea. Insomma, un viaggio tra le acque – che siano acque marine o fluviali poco importa –, mille peripezie ed ostacoli di ogni sorta da fronteggiare – fate, giganti ed isole incantate … Non vi ricorda nulla?

Come dicevo, dopotutto è di Philip Pullman che stiamo parlando.

Come sempre, il suo stile è impeccabile e la sua prosa incantevole. Si lascia sempre leggere che è un piacere, senza annoiare mai, neanche per un istante. Non starò qua a dilungarmi sulle capacità stilistiche di Pullman: è un genio e tanto basta.

Un appunto che mi sento di fargli, però, riguarda un suo discorso di qualche tempo fa in cui diceva:

“L’idea della polvere è sempre stata presente in Queste Oscure Materie. Pian piano, lungo la storia, la Polvere ha assunto una forma sempre più definita, ma con questo romanzo ho scelto di tornare in quel mondo per raccontarla a fondo”.

Bene… Penso che le volte in cui la Polvere sia stata nominata in queste quasi cinquecento pagine si possano contare sulle dita di una mano.
Il discorso viene solo introdotto, quindi spero che la questione venga finalmente approfondita nei prossimi volumi.
E poi voglio capire come Pullman pensa di riallacciarsi all’epilogo de “La Belle Sauvage” che, devo ammetterlo, mi è parso un tantino affrettato.

Inoltre, nella seconda parte molti personaggi sono letteralmente scomparsi dalle scene per riapparire giusto per qualche battuta. Riappariranno ancora? Grazie a “Queste Oscure Materie” sappiamo già cosa succederà ad alcuni di loro a dieci anni di distanza dagli eventi de “La Belle Sauvage”. Quello che mi preme sapere è come siano arrivati a ricoprire certi ruoli ne “La Bussola d’Oro”.

“La Belle Sauvage” si interrompe molto bruscamente per i miei gusti. Quando a ottobre – si spera – prenderemo in mano “The Secret Commonwealth”, ci ritroveremo catapultati vent’anni in avanti… Come pensa Pullman, dopo un salto temporale di tale portata, di rispondere alle migliaia di domande lasciate senza risposta ne “La Belle Sauvage”?

Sono curiosa di scoprire che strada ha intenzione di prendere.
Quello che so per certo è che non mi deluderà; mai lo ha fatto e mai lo farà.

E voi conoscevate la trilogia di “Queste Oscure Materie”? Avete letto “La Belle Sauvage”? Se sì, fatemi sapere cosa ne pensate, se lo avete amato o se ne siete in qualche modo rimasti delusi.

4/5

RECENSIONE “Tra Mille Baci d’Addio” di Vanessa Sobrero

Buongiorno cari lettori!
Oggi voglio rivolgermi in particolare alle lettrici, alle quali voglio consigliare vivamente la lettura di “Tra Mille Baci d’Addio” di Vanessa Sobrero. 

Ho avuto il piacere, e l’onore, di conoscere Vanessa un anno fa – mese più, mese meno – tramite la piattaforma digitale Wattpad, dove scrive e condivide i suoi romanzi sotto il nome di @agathabrioches. Tra me e i suoi libri è stato amore a prima vista e tra poco capirete il perché.

“Tra Mille Baci d’Addio” è il suo romanzo d’esordio, il suo primo piccolo grande passo nel vasto mondo dell’editoria italiana.

TITOLO: Tra Mille Baci d’Addio

AUTORE: Vanessa Sobrero

GENERE: Romance

DATA PUBBLICAZIONE: 17 dicembre 2017

EDITORE: Les Flâneurs Edizioni

PREZZO: 14,27 € / 2,99 € (eBook)  –  Gratis per gli abbonati Amazon Kindle Unlimited


TRAMA

Milano, una notte come tante altre, la solita discoteca e una folla di infinite persone.
Quando Veronica esce con le sue amiche, ancora non sa che quella serata segnerà l’inizio della storia che sconvolgerà la sua vita. Non sa che quel cambiamento ha un nome: G.
Una sola lettera che diventa una maledizione, un ragazzo dalle mani calde e il cuore di ghiaccio che le fa spazio tra le sue lenzuola ma non nella sua vita.
Veronica lo cerca disperatamente, anche quando sembra irraggiungibile, anche quando fa più male che bene. Non ne può fare a meno, perché in lui vede l’amore che ha sempre desiderato.
Riuscirà G a darle quello di cui ha bisogno, oppure lei dovrà trovare il vero amore dentro se stessa?

Alzi la mano chi nella vita ha provato, almeno una volta, il dolore che provoca un amore non corrisposto.

Che rumore fanno i cuori che si rompono?
Sono muscoli, non ossa, non dovrebbero fare rumore, eppure lo avevo sentito.
Un boato intenso.

Un suono che faremmo volentieri a meno di conoscere, tanto allettante quanto la possibilità di poter vedere un Thestral. Ma se, come V, anche voi avete avuto l’immenso piacere di essere privati della vostra beata ignoranza, allora siete già a buon punto per calarvi nel mood che la lettura di “Tra Mille Baci d’Addio” richiede. Fate una bella scorta di fazzolettini e mettetevi comodi.

Questa non è una storia d’amore.
Questa storia è un insieme di parole.
Queste parole sono i milioni di pezzi in cui è stato spezzato il mio cuore.
E qui io ve li dono, nella loro imperfezione.
Abbiatene cura.

Questa non è una storia d’amore. Questa è una storia di dolore, di illusioni e cuori calpestati. È una storia di consapevolezza, di coraggio e di rinascita. Questa è la storia di V.

Tutto inizia in una serata di gennaio come tante – “Gennaio, con la G” –, un venerdì come altri, la solita discoteca. Veronica nota un ragazzo “dimenarsi come un polipo imbizzarrito” tra la folla ed è subito amore. G è bellissimo, con i suoi occhi chiari e quel sorriso capace di rischiarare persino la notte più buia. Eppure si sa, anche il diavolo indossa una faccia d’angelo e V è destinata a scoprirlo presto.

Gli uomini dovrebbero andare in giro con un cartello di pericolo appiccicato alla fronte, o per lo meno dovrebbe essere d’obbligo aggiungere la frase  “non sono in cerca di una storia seria” ai riti di presentazione. Per un’inguaribile romantica come Veronica, G rappresenta senza ombra di dubbio il peggior prototipo di uomo: scostante, enigmatico, perennemente indeciso ed emotivamente instabile. Ma V non è sciocca, è consapevole che continuando a frequentarlo sta in realtà scavando lentamente la fossa del proprio cuore, culla eterna della propria dignità. V si annulla completamente per un uomo che in lei non vede nulla più che un corpo, semplice carne e nient’altro.

Oscillavo come un peschereccio nel mare in tempesta, tra l’incanto dell’illusione e la fredda consapevolezza di quanto fosse impossibile per me essere amata. Ero a pezzi prima di incontrarlo e ora riusciva a farmi sentire come se fossi di nuovo intera, ma era solo uno splendido trucco di magia destinato a svanire.
Mi ero avvicinata a una stella meravigliosa e lucente, affascinata e accecata dal suo calore, ma era una supernova pronta a esplodere e sapevo che sarei rimasta distrutta e ferita nella deflagrazione, eppure lo feci lo stesso: la sfiorai.”

L’amore non corrisposto fa male, dannatamente male, e Vanessa è stata bravissima a trasferire quel dolore nero su bianco. Invidio il suo coraggio, quel coraggio di aprire cuore e anima in questo modo, di donare tutta se stessa, le proprie fragilità e le proprio insicurezze alla carta, ai lettori, a noi.

Per questo motivo, ciò che ho apprezzato più di tutto è stata l’onestà, la spietatezza nell’esprimere le sue verità, la realtà dei fatti e dei sentimenti. La vita vera non è una favola e il principe azzurro non esiste. Vanessa non cerca mai, neanche una volta, di indorare la pillola e di far sembrare che tutto questo mal d’amore possa essere anche solo un minimo sopportabile perché sarebbe una bugia, la più grande – “l’amore spacca il cuore.”

Come poteva, l’amore, una cosa così bella e pura, fare così tremendamente male?

“Tra Mille Baci d’Addio” è un romanzo doloroso, non ve lo nascondo; ti penetra nelle carni fino a scavarti le ossa. Quando ho chiuso l’ultima pagina ho avuto bisogno di un momento – un lunghissimo momento – per elaborare e capire come gestire le mille emozioni che la lettura aveva scatenato in me. Dovrebbe essere riconsiderato come Manuale per i Cuori Infranti.

Vanessa ripercorre tutte le fasi dell’amore e il percorso di guarigione che ogni cuore a pezzi deve intraprendere per poter guarire. Ma una persona spezzata non sarà mai più la stessa, ed è questo il messaggio più importante che Vanessa vuole veicolare: sono le nostre esperienze, belle o brutte che siano, a fare di noi ciò che siamo. Come diceva Raf, “se hai amato era amore e non è mai un errore”.

L’esperienza con G ha cambiato Veronica, ma l’ha fatto in meglio. Le ha aperto gli occhi e l’ha fatta crescere. Non puoi dire di essere donna fino a quando non abbandoni l’idea del “e vissero per sempre felici e contenti”.
E, soprattutto, G l’ha aiutata a prendere piena consapevolezza di sé. Prima di conoscerlo, V era una ragazza insicura che sentiva di avere bisogno di un uomo al proprio fianco per sentirsi completa.

C’è una poesia di Rupi Kaur, una delle mie preferite, che recita così:
“Non voglio averti
per riempire i vuoti in me
voglio essere piena già di mio
voglio essere così completa
da poter illuminare una città intera
e dopo
voglio averti
perché noi due messi insieme
potremmo incendiarla.”

L’amore, quello vero, è questo. Come puoi pretendere di conoscere un’altra persona se in primis non hai mai imparato a conoscere te stesso?
La vera felicità risiede dentro ognuno di noi e non deve essere ricercata in un’altra persona ed è questa la lezione che Veronica ha appreso, anche se nel modo più doloroso.

Non aspettatevi una storia d’amore “acrobatica”, di quelle ricche di colpi di scena eclatanti e drammi alla Nicholas Sparks – piuttosto potreste ritrovarvi ad assistere a qualche pedinamento da stalker e folli appostamenti da rasentare la denuncia. Come vi dicevo, “Tra Mille Baci d’Addio” è una storia reale che parla di vita vera.
L’impronta di questo romanzo è molto introspettiva – cosa che io amo! Si potrebbe dire che sia una sorta di diario che documenta e registra la crescita emotiva di una donna, che in questo caso è V ma che potrebbe essere benissimo ognuna di noi.

Se non l’aveste ancora capito, sono entrata in profonda empatia con la protagonista. Ho raccolto tutte le sue lacrime, una per una, e le ho fatte mie. Buona parte del merito va senza dubbio allo stile di Vanessa, così diretto e semplice, di un’eleganza a dir poco poetica.

Come me, immagino che molte altre donne riusciranno a rivedere un po’ di se stesse tra queste pagine. Immedesimarsi in Veronica è tremendamente facile. Ognuna di noi ha avuto un G nella propria vita, un uragano che in un attimo ha spazzato via l’illusione delle fiabe.
È per questo motivo che consiglio la lettura di “Tra Mille Baci d’Addio” a tutte le donne, a chi questo dolore lo ha provato, ma soprattutto a chi, in questo momento, ci è dentro fino al collo. Chissà che la storia di Veronica possa esservi d’aiuto.

Per quanto abbia amato il romanzo di Vanessa Sobrero, non mi sento di dare cinque stelle piene a “Tra Mille Baci d’Addio”. Come ho detto, come esordio è una bomba – di emotività, soprattutto – ma una piccola critica devo muoverla: la storia manca di contorno. La “troppa” – per me non è mai troppa – introspezione  ha lasciato poco spazio per approfondire altri aspetti di cui un po’ ho sentito la mancanza. Ammetto che mi sarebbe piaciuto conoscere le amiche di V – degli amici di G posso anche fare a meno invece –, quelle amiche che l’hanno sostenuta e aiutata nel momento del bisogno. Avrei voluto poterle apprezzare di più, tutto qua, così come avrei voluto avere maggiori dettagli e descrizioni delle spettacolari città che fanno da sfondo alle vicende di V, Milano in primis.

Per il resto, “Tra Mille Baci d’Addio” è un ottimo romanzo d’esordio per Vanessa Sobrero, alla quale auguro la carriera lunga e splendente che si merita.

Donne  di tutto il mondo, fidatevi di me e correte ad acquistare questo libro. Non ve ne pentirete!

E se solitamente vi piace avere un sottofondo musicale mentre leggete e se, soprattutto, siete pronte ad annegare nello struggimento assoluto, vi informo che su Spotify potete trovare la playlist “Tra Mille Baci d’Addio – Playlist Integrale” pronta ad accompagnarvi in questo doloroso e straziante percorso.

4.5/5

RECENSIONE “Braccati” di Eleonora Pescarolo

Buongiorno miei amatissimi lettori!
Sono davvero entusiasta di condividere con voi il mio pensiero riguardo a  “Braccati” di Eleonora Pescarolo, il primo capitolo di una saga fantascientifica tutta italiana che mi ha piacevolmente colpita e irrimediabilmente conquistata.

TITOLO: Braccati (Cherry Fox, #1)

AUTORE: Eleonora Pescarolo

GENERE: Fantascienza

DATA PUBBLICAZIONE: 2 dicembre 2017

EDITORE: Adiaphora

PAGINE: 198

PREZZO: 14,00 € / 1,99 € (eBook) 


TRAMA

La Caccia alla Volpe è di nuovo aperta.
Dopo tre anni di apparente quiete e inosservato contrabbando, Ireen Devar fugge a bordo della Ruvak assieme al copilota Korrar Tammon, nel disperato tentativo di proteggere ciò che in mani nemiche potrebbe far risorgere la tirannia nella Galassia.
La Sirena di Jannar.
Il cristallo alieno da sempre al centro di miti e complotti.
Il passato, però, non dà loro tregua. Un tormentato passato di schiavitù e soprusi, di perdite e addii. Un passato da cui risorge la figura della Cacciatrice di Schiavi Calhar Redna, sadica e inarrestabile, e l’incubo dell’esplosione che ha dilaniato corpo e anima dell’astronave Ruvak.
Un passato di tradimenti, come quello architettato da Nardim, un tempo amico e ora spietato omicida votato al folle Culto di Gaanar.
La ragione di ogni cosa sembra risiedere nel DNA di una creatura ambigua, aliena e incredibilmente potente: un’adolescente di nome Nouv’al.
La Caccia alla Volpe è aperta e Ireen Devar dovrà tornare a combattere.

Sono sempre molto contenta quando trovo romanzi di fantascienza scritti da autori italiani che non hanno nulla da invidiare ai grandi scrittori internazionali, ed Eleonora Pescarolo è sicuramente da annoverare tra questi autori.

Ho amato la saga di Cherry Fox già dal racconto prequel, “Verso Jannar”, un piccolo racconto di una ventina di pagine che ci introducono nel mondo di Eleonora e della sua Volpe, Ireen Devar. È bastato un capitolo per capire di che pasta fossero fatte entrambe, sia l’autrice che la sua singolare protagonista dalla pelle viola e i capelli argentati.
Se volete calarvi nel mondo di Cherry Fox, vi consiglio caldamente di leggere anche questo piccolo racconto che potete acquistare QUI, sul sito della casa editrice, abbinandolo al romanzo vero e proprio.

Eleonora Pescarolo è una di quelle autrici capaci di tenere il lettore incollato alle pagine col fiato sospeso dall’inizio alla fine. Non c’è mai un attimo di tregua, un momento di pausa. Come i protagonisti del romanzo, il lettore si sente “braccato” dalla tensione e dall’azione adrenalinica che permea queste pagine e che ti porta a desiderare di non arrivare mai all’ultima pagina. Ma purtroppo la fine arriva, lasciando il lettore nello sconforto più totale col pensiero dei mesi che sa di dover aspettare per poter leggere il seguito.

Come dicevo, “Braccati” è un romanzo adrenalinico che non lascia scampo. È la storia di Ireen Devar e del suo copilota, Korrar Tammon, entrambi reduci da un terribile disastro avvenuto tre anni addietro e per questo ricercati dall’intera Galassia. Il motivo è presto detto: Ireen ha rubato qualcosa, qualcosa di molto prezioso. Si tratta della Sirena di Jannar, un cristallo dal valore inestimabile, oggetto di un’antica e pericolosa profezia, per la quale molte, troppe persone, sono disposte persino ad uccidere.

Esistevano altri cristalli come la Sirena e nessuno aveva mai compreso da dove provenissero. Secondo le storie e le leggende che fiorivano in tutta la Galassia da tempi ancestrali, però, si diceva custodissero le coordinate di un pianeta perduto: Jannar.

Il romanzo comincia in media res, catapultandoci immediatamente sull’astronave Ruvak in compagnia della bashara Ireen e dell’umano Korrar. I due si sono da poco ricongiunti e sono in fuga, scappano di pianeta in pianeta tentando di fuggire ai Cacciatori e ai fanatici religiosi che vorrebbero mettere le mani sulla Sirena.

Non sappiamo molto della loro vita passata da schiavi sul pianeta Vanbar e degli eventi che hanno portato al furto del cristallo e alla conseguente catastrofe che ha separato Ireen e Korrar, lasciando la bashara in fin di vita e con l’astronave a pezzi.

E qui notiamo subito l’abilità stilistica dell’autrice che, con maestria, manipola il tempo a suo piacimento, disseminando flashback e ricordi tra le pagine. Eleonora si muove su differenti livelli temporali che, proprio come pezzi di un puzzle, vanno poi a riallinearsi e a ricomporsi ricreando così un’immagine completa e meglio delineata degli eventi.

A tutto ciò seguiranno delle rivelazioni inaspettate e dei colpi di scena che potrebbero causare un elevato numero di attacchi cardiaci ai più deboli di cuore. Non sto scherzando! Gli ultimi capitoli mi hanno fatto letteralmente saltare per aria e gridare qualche imprecazione  – fortunatamente non c’era nessuno nei paraggi. Ringrazio l’autrice per essere riuscita a farmi calare in quello stato di profonda tensione che caratterizza ogni thriller degno di questo nome. Tensione che procede fino all’ultima pagina per culminare in un gigantesco cliffhanger che, naturalmente, lascia il lettore in uno stato di profonda disperazione, con gli occhi sbarrati e la testa tra le mani.

Insomma, se non l’aveste ancora capito, sono profondamente e irrimediabilmente innamorata di questo romanzo. Come tutti i grandi amori, però, anche “Braccati” ha dei piccoli difettucci, o meglio, un’unica piccola grande mancanza su cui non posso sorvolare.
Sto parlando del background storico di cui, purtroppo, ho sentito la mancanza. Quando leggo un libro di fantasia o di fantascienza e che, naturalmente, prevede la realizzazione di un worldbuilding, mi piace avere sott’occhio un’ambientazione ben delineata e finemente costruita, con un occhio di riguardo per ogni più piccolo dettaglio. Molto di tutto ciò, fortunatamente, posso dire di averlo riscontrato in “Braccati”, specialmente l’attenzione ai dettagli. Per farvi degli esempi, Eleonora ha iniziato a delineare una nuova lingua, ha introdotto nuove marche di sigarette aliene e sistemi monetari specifici della sua Galassia.

“Braccati” è una space opera, e come tale è ambientata nello spazio. Sappiamo che esiste un sistema galattico composto da diversi pianeti – Nassan, Sarman, Tannod… –, e sappiamo che esistono individui di razze diverse – bashara, idar, umani puri, daera, tannar,…
Insomma, l’autrice ha creato un’ambientazione personale ed originale a 360°, senza però approfondire pienamente quello che io chiamo il “background storico”, ovvero tutti gli aspetti socio-politici e culturali che servono ad arricchire il worldbuilding e a dare un certo spessore all’ambientazione. Mi piacerebbe sapere qualcosa di più sui vari pianeti, sui loro abitanti, cosa effettivamente differenzia una razza da un’altra non a livello fisico ma a livello culturale, quali sono le loro origini e le loro tradizioni.

Non è una mancanza così grave, soprattutto a fronte della spettacolarità del romanzo in sé. Probabilmente un’altra persona non ci avrebbe neppure fatto caso, quindi la considero più una mia “critica” molto soggettiva, un piccolo grandino mancante per poter raggiungere la perfezione assoluta. Io sono la classica fanatica che ama leggere pagine e pagine di approfondimenti, quella che si fionda sulle appendici e che eleva a testo sacro “Il Silmarillion”.

Concludo questo sproloquio di cui nessuno sentiva il bisogno dicendo che tutto ciò non ha comunque influenzato negativamente il mio giudizio. Magari nel secondo volume ne sapremo qualcosa di più, anche perché sono convinta che l’autrice abbia tutte le capacità per affrontare questi aspetti. Le sue descrizioni sono molto precise e attente. Ogni location che fa da sfondo alle vicissitudini di Ireen ci viene presentata nel dettaglio. Un esempio di ciò è l’astronave Ruvak, così ben definita che il lettore può quasi vedersi muoversi tra quei corridoi.

Ma ciò che più di tutto ho amato di questo romanzo è la centralità dei personaggi femminili. Le donne di Eleonora sono delle vere  e proprie badass, dalla protagonista, Ireen, alla Cacciatrice che le è stata messa alle calcagna, la daera Calhar Redna. Mi piace il modo in cui l’autrice ha giocato con loro, disintegrando gli stereotipi e ribaltando la concezione classica di uomo e donna. Ireen e Redna sono ciò che di più lontano può esistere da una “damigella in pericolo”. Sono forti, determinate, spregiudicate e senza scrupoli. A volte sono sboccate, frequentano bordelli e amano le risse. Insomma, tutti atteggiamenti che di solito vengono ricondotti ai personaggi di sesso maschile.

Senza parlare poi della piccola Nouv’al, tanto giovane quanto forte ed intraprendente, una specie di Ireen in miniatura. Naturalmente, ha conquistato subito il mio cuore!

E parlando dei personaggi… Ognuno di loro è perfettamente ed impeccabilmente caratterizzato. Come ho detto all’inizio, Eleonora è riuscita a concentrare nelle poche pagine del racconto prequel molti dettagli che ci portano subito a capire molto della psicologia di Ireen, sul perché fa quello che fa e in che modo il suo difficile passato da schiava influenzi le sue azioni.

Ogni personaggio presenta un proprio lessico e abitudini particolari che lo rendono subito identificabile. Ad Ireen, per esempio, riconduco la dipendenza dal fumo e un linguaggio spesso scurrile, tra le altre cose. L’autrice è stata così brava da essere arrivata al punto in cui potrebbe persino evitare di specificare chi stia parlando, durante i dialoghi, tanto si capirebbe ugualmente. Una qualità, questa, che pochi scrittori – soprattutto se alle prime armi –  possono vantare.

Posso quindi affermare che Eleonora Pescarolo è stata per me una vera e propria scoperta.
Mi ha tenuta incollata alle pagine, complice una sintassi impeccabile e uno stile semplice ma ricercato.
Un inizio col botto per una saga che sono sicura si rivelerà indimenticabile.

“Braccati” è un romanzo che consiglio innanzitutto a tutti coloro che amano la fantascienza, ma anche a chi ha poca dimestichezza col genere e non vede l’ora di ritrovarsi catapultato in una storia di azione dalle sfumature thriller.

4.5/5

RECENSIONE “Wintersong” di S. Jae-Jones

Carissimi lettori,
non vedevo l’ora di condividere con voi il mio pensiero a proposito di questo libro che mi ha regalato tante emozioni inaspettate e bellissime. Sto parlando di “Wintersong” di S. Jae-Jones, un libro che non vedevo l’ora di leggere e che, fortunatamente, non ha deluso le mie aspettative.

TITOLO: Wintersong

AUTORE: S. Jae-Jones

GENERE: Fantasy

DATA PUBBLICAZIONE: 26 ottobre 2017

EDITORE: Newton Compton Editori  (Vertigo)

PAGINE: 448

PREZZO: 8,50 € / 3,99 € (eBook) 


TRAMA

È l’ultima notte dell’anno. Ora che si sta avvicinando l’inverno, il Re dei Goblin sta per partire alla ricerca della sua sposa… Per tutta la vita, Liesl ha sentito infiniti racconti sul bellissimo e pericoloso Re dei Goblin. È cresciuta insieme a quelle leggende che hanno popolato la sua immaginazione e ispirato le sue composizioni musicali. Adesso è diventata grande, ha ormai diciotto anni, lavora nella locanda di famiglia e sente che tutti i sogni e le fantasticherie le stanno scivolando via dalle mani, come tanti minuscoli granelli di sabbia. Ma quando sua sorella viene rapita dal Re dei Goblin, Liesl non ha altra scelta che mettersi in viaggio per tentare di salvarla. E così si ritrova catapultata in un mondo sconosciuto, strano e affascinante, costretta ad affrontare una decisione fatale.

Chi mi conosce, sa bene quanto aspettassi l’uscita italiana di “Wintersong”, libro tanto amato e apprezzato dalle bookblogger di tutto il mondo. Inizialmente, a colpirmi era stata la copertina. Semplicemente favolosa! Dopo aver recuperato un po’ di informazioni, avevo poi scoperto che si trattava di una sorta di retelling del celebre “Labyrinth” e i miei occhi a cuoricino erano subito balzati fuori dalle orbite!

Se avete amato il film, sono certa che amerete questo libro che ne è, sostanzialmente, la versione più adulta. In realtà, l’ho trovato più come il risultato dell’unione tra l’ambientazione di“Labyrinth” e lo sviluppo de “La Bella e la Bestia”, in chiave più dark e matura.

Per questo motivo, mi piace considerare “Wintersong” una fiaba moderna, più che un semplice fantasy – o un romance, come alcuni l’hanno definito. Se siete alla ricerca di un fantasy nel senso stretto del termine, allora questo non è il libro che fa per voi. D’altra parte, non lo consiglio nemmeno a chi è in cerca di una storia d’amore da batticuore in stile harmony, perché non lo è affatto. “Wintersong” è una storia di crescita, una storia sul diventare donna. “Wintersong” è la storia di Elisabeth. Tutto il resto, passa in secondo piano. La storia d’amore, così come ogni ostacolo che si è trovata a dover affrontare, è solo un elemento di sfondo che serve a trasformare la piccola Liesl nella più adulta Elisabeth.

«Volevi diventare una famosa compositrice. Volevi che la tua musica fosse suonata nelle grandi sale da concerto di tutto il mondo.»
Sentì il cuore esplodermi nel petto, una fiammata repentina, ma il bruciore indugiò dentro di me anche dopo. Era vero che una volta avevo sognato quelle cose. Prima che il talento di Josef rubasse l’attenzione di nostro padre. Prima che papà mi spiegasse a chiare lettere che il mondo non era interessato ad ascoltare la mia musica. Perché era una cosa strana. Inusuale. Perché io ero una donna.

Relegare “Wintersong” entro i confini di un romanzetto rosa mi pare un vero e proprio insulto ad un libro che vuole celebrare le donne e i loro desideri, che mostra come una donna possa scegliere di essere egoista in un’epoca in cui i suoi sentimenti vengono invece calpestati e messi in secondo piano e scegliere di mettere se stessa davanti a tutto e tutti.

Elisabeth è cresciuta con i racconti del Sottosuolo e le leggende sull’Erlkönig e mai avrebbe creduto che queste leggende potessero essere reali. Le sue convinzioni iniziano a vacillare quando comincia ad essere seguita da un misterioso uomo “alto, pallido ed elegante”. Perché lo sconosciuto nascosto sotto al mantello altri non è che l’Erlkönig in persona, il Re dei Goblin, venuto dal Sottosuolo per reclamare la sua moglie terrestre.

Ora hanno inizio i giorni d’inverno e il Re dei Goblin cavalcherà in lungo e in largo alla ricerca di una sposa.

Quando l’Erlkönig rapirà sua sorella, Liesl sarà disposta a sacrificare se stessa per salvarla? Sarà disposta a sacrificare se stessa per salvare il mondo intero?

Se devo essere onesta, ho trovato l’inizio un po’ confuso. Non riuscivo a capire in che relazione fosse il mondo di sopra con il mondo di sotto. Sembrava quasi che Elisabeth considerasse i goblin come veri e propri abitanti della terra e non semplici protagonisti di favole e antiche leggende raccontate dalla nonna Costance. Insomma, non riuscivo bene ad inquadrare l’elemento magico all’interno del mondo reale.

Ciò di cui ho sentito più la mancanza è senza dubbio il world-building. Purtroppo l’autrice non si è molto soffermata sulla costruzione e la descrizione del suo mondo sotterraneo. Mi è sembrato come se stesse dicendo: “Ti ho detto che il romanzo è ispirato a “Labyrinth”, no? E allora l’ambientazione è quella, già la conosci. Non c’è mica bisogno che te la descriva.” E quindi ho rispolverato i miei ricordi dei corridoi terrosi e delle porte magiche del film per creare da me la scenografia della storia. Ammetto che la cosa mi ha un tantino infastidita.

Al contrario, invece, i personaggi sono molto ben costruiti e dettagliatamente delineati.
Elisabeth è un personaggio incredibile, con più difetti che pregi, a dirla tutta. Ed è proprio per questo che l’ho amata così tanto, perché è davvero realistica e genuina. Ho apprezzato davvero tanto il suo percorso di crescita, coerente e credibile fino alla  fine. E a proposito del finale… L’ho trovato perfetto! Un epilogo – che poi epilogo non è – degno di Elisabeth, e che mi ha resa orgogliosa neanche fosse figlia mia, tanto da farmi sprofondare in un mare di lacrime.

E poi, vogliamo parlare dell’Erlkönig? Affascinante, misterioso, semplicemente perfetto. Non vedo l’ora di leggere il sequel, “Shadowsong”, per poter scoprire di più sulla sua vita e far diradare così la nebbia che aleggia attorno alla sua figura.

Il Re dei Goblin.
Era il punto fermo intorno a cui tutto ruotava. Era la realtà, mentre tutto il resto era solo un riflesso. Spiccava nella folla come se noi due fossimo le uniche persone vive e presenti in un mondo fatto di illusioni e di ombre. Lui mi sorrise e ogni fibra del mio corpo fu attirata verso di lui. Il suo sorriso era in grado di costringere la mia carne a danzare.

Come ho detto, non ho trovato la storia d’amore così centrale e, nonostante l’entusiasmo e i miei occhi che spesso si aprivano a cuoricino, non l’ho trovata così entusiasmante in confronto a quello che per me è il perno attorno al quale ruota tutto il romanzo, ovvero Elisabeth stessa. Non sono impazzita per Elisabeth e l’Erlkönig insieme, ma ho amato il modo in cui Liesl si approcciava a lui e viceversa. Insomma, non ho amato la coppia ma i singoli elementi all’interno della coppia presi nella loro individualità ma tenendo pur sempre conto della loro connessione, soprattutto quella musicale.

Riconosco che oggettivamente “Wintersong” abbia dei difetti tecnici, ma ai miei occhi annebbiati dall’emozione scompaiono. È come, non so, ascoltare una melodia stonata e, nonostante tutto, ritrovarsi con la pelle d’oca e i brividi che corrono lungo la schiena.

Da qualche parte, lontano, forse dall’altra parte del muro, un violino comincia  a suonare. Il Re dei Goblin. Poso le mani sul pianoforte e lo seguo. Senza i nostri corpi a ostacolarci, la nostra vera essenza spicca il volo e danza. La sua è fatta di intricata complessità e di mistero, la mia è anticonformista ed  emotiva. Ma in qualche modo ci incastriamo alla perfezione, siamo in armonia, ci completiamo, un contrappunto senza dissonanza.

Ma la vera magia di questo romanzo risiede nella musica! Ah, che meraviglia! La componente musicale è ciò che accompagna l’intero romanzo. Scale musicali, violini e pianoforti sono gli elementi che scandiscono la vita di Liesl. Già dalle prime frasi si intuisce quanto la musica sia importante per questo romanzo. Innanzitutto, l’intera storia è strutturata come qualsiasi overture che si rispetti.

Leggendo queste pagine non puoi fare a meno di sentirti trasportato all’interno di una sinfonia, magari proprio una di Mozart – che spesso viene nominato dall’autrice – e, perché no, magari proprio all’interno del suo capolavoro, “Il Flauto Magico”. Sì, perché l’opera di Mozart ha senza dubbio ispirato S. Jae-Jones e gli occhi più attenti avranno sicuramente colto i piccoli dettagli disseminati tra le pagine di “Wintersong”, come il flauto che  viene regalato ad Elisabeth dall’ Erlkönig, e che, proprio come era stato per Tamino, si rivelerà di grande aiuto durante le prove che Liesl si ritroverà ad affrontare per fuggire dal labirinto sotterraneo dei Goblin.

La copertina recita: “Un labirinto di bellezza e oscurità, musica e magia. Questo è il mondo in cui ti perderai”. Beh, per me è stato davvero così. È incredibile il modo in cui l’inchiostro sembri muoversi sulle pagine, come ad andare a formare un pentagramma senza fine, un intreccio di note che danzano e scandiscono la vita di Liesl, minuto per minuto. E la musica cresce con lei, diventa più matura, più consapevole man mano che si girano le pagine. Questa è una delle cose che ho amato più di tutto, il modo in cui Elisabeth si libera di Liesl attraverso le sue stesse note che vibrano nell’aria, selvagge e indomite, proprio come il suo cuore.

Non sono più me stessa. Non sono Elisabeth. Non sono una ragazza umana. Sono un essere selvaggio, una creatura della foresta, della tempesta e della notte. Abito i sogni e le fantasie, le storie della mia infanzia che narravano di mondi oscuri, strani e stupefacenti. Sono un essere primordiale, sono fatta di musica e di magia e dell’Erlkönig. Sono perduta.

Io, che ho amato profondamente “Wintersong”, ve ne consiglio la lettura, nonostante ci sia la possibilità che non vi entusiasmi tanto quanto ha entusiasmato me. È un libro molto controverso: o lo si ama o lo si odia, non c’è una via di mezzo.

Posso solo dirvi che se amate la musica, le leggende tedesche e le favole, dovete almeno dargli una possibilità. Se poi siete fan di “Labyrinth”, de “La Bella e la Bestia” e di Mozart, allora sono assolutamente sicura che lo amerete!

4/5