RECENSIONE “Il Regno Segreto” di Philip Pullman

Buongiorno lettorə, 
eccomi qua a parlarvi finalmente dell’ultimo lavoro di uno dei miei autori preferiti, Philip Pullman. Ovviamente mi riferisco a “Il Regno Segreto”, secondo volume de “Il Libro della Polvere”, la nuova trilogia prequel/sequel alla serie di “Queste Oscure Materie” 
La recensione è spoiler free ma se ancora non avete letto i volumi precedenti della saga vi consiglio comunque di fermarvi qua e di affrettarvi verso la libreria più vicina 😊  

TITOLO: Il Regno Segreto (Il Libro della Polvere #2)

AUTORE: Philip Pullman

GENERE: Fantasy

DATA PUBBLICAZIONE: 5 novembre 2020

EDITORE: Salani

PAGINE: 704

PREZZO: 19,80 € / 11,99 € (eBook) 


TRAMA

Sono passati dieci anni da quando abbiamo salutato Lyra Belacqua, adolescente seduta su una panchina del giardino botanico di Oxford nel finale di Queste oscure materie. Nel Regno Segreto la incontriamo di nuovo, quando ormai è diventata più grande, ma anche più disincantata e disillusa. In questo attesissimo sequel, Lyra, ora ventenne, scoprirà luoghi dell’anima e del mondo di cui non aveva mai nemmeno immaginato l’esistenza e dovrà superare prove inattese e difficili che metteranno a dura prova il rapporto con il suo inseparabile daimon, Pantalaimon.
Nel grande, rocambolesco viaggio che li attende sarà coinvolto anche Malcolm, che nella Belle Sauvage era un ragazzino con una barca e la missione di salvare una neonata dall’alluvione, e ora è un uomo con un forte senso del dovere e il desiderio di fare ciò che è giusto. Una nuova, grandiosa avventura che si spinge oltre i confini di Oxford, attraverso l’Europa fino in Asia, alla ricerca di ciò che è stato dimenticato: una città creduta impossibile, un segreto nel cuore del deserto, il mistero della Polvere e una guerra tra fazioni sconosciute.
Dopo anni di attesa, con il nuovo ciclo del Libro della Polvere, Philip Pullman, uno dei più grandi scrittori viventi, torna nel sontuoso mondo allo stesso tempo familiare e straordinario di Queste oscure materie con un romanzo che è davvero un libro per i nostri tempi; un’avventura imponente in luoghi evocativi e indimenticabili ma anche uno sguardo stimolante su cosa significhi capire se stessi, crescere e dare un senso al mondo che ci circonda, qualunque esso sia.

Attendevo questo libro da quando, nel lontano 2004, girai l’ultima pagina de “Il Cannocchiale d’Ambra”. Le mie aspettative erano altissime e ancora più alta era la voglia di scoprire cosa sarebbe successo a Lyra e Pan una volta tornati dalle loro rocambolesche avventure. 
Ho accolto con entusiasmo la pubblicazione de “La Belle Sauvage” (recensione QUI), il primo capitolo della nuova trilogia, ma nulla è paragonabile alla gioia provata quando mi sono ritrovata tra le mani “Il Regno Segreto”. Non so esattamente cosa mi aspettassi, anche perché sarebbe stato difficile per l’autore ricreare un’opera tanto epica quanto “Queste Oscure Materie”, ma a malincuore devo ammettere che speravo in qualcosa di più. Lyra è uno dei personaggi letterari a cui sono maggiormente legata e speravo di ritrovare tra queste pagine quella connessione magica che si era instaurata tra noi nella trilogia principale. Non è successo nulla di tutto questo e, anzi, a tratti l’ho anche odiata. 

Sono sprofondata fin da subito in un abisso infinito di tristezza nel vedere a cosa si è ridotto il rapporto tra lei e Pan. Ricorderete che, durante il suo viaggio nel regno dei morti, Lyra era stata costretta a separarsi dal suo daimon ed è così che li ritroviamo nelle prime pagine de “Il Regno Segreto”: soli e separati e non solo fisicamente. Lyra e Pan appaiono quasi come due entità diverse che faticano a sopportare la presenza l’una dell’altro. Durante la notte, Pan è solito sgattaiolare fuori dalla finestra della loro camera al St Sophia’s College per allontanarsi da Lyra ed è proprio in uno di questi suoi vagabondaggi notturni che noi lo seguiamo e, insieme a lui, assistiamo casualmente al brutale omicidio di quello che scopriremo essere il dottor Anthony John Roderick Hassall, un botanico britannico che stava conducendo delle ricerche in Oriente, delle ricerche misteriose riguardanti uno speciale tipo di rosa. Cosa aveva scoperto di tanto pericoloso da giustificare un crimine tanto efferato?  

Questa e altre sono le domande che si affollano nella mente di Pan e Lyra che si ritrovano, loro malgrado, invischiati in una nuova avventura all’insegna del mistero. Saranno costretti a vivere nuove esperienze ma lontani l’uno dall’altra, separati e soli. 
I temi trattati saranno più maturi di quelli a cui Philipp Pullman ci ha abituato. Lyra è cresciuta e insieme a lei siamo cresciuti noi, i suoi lettori. Non ci troviamo più davanti ad un’opera middle grade ma ad un romanzo che si rivolge ad un pubblico più adulto e maturo, in grado di destreggiarsi tra argomenti di stampo politico e filosofico. Va da sé che, essendo cresciuta tra gli accademici del mondo di Pullman, Lyra certo non può esimersi dall’interessarsi alla filosofia.
Della ragazzina coraggiosa, vivace, impulsiva che conoscevamo è rimasto ben poco. Lyra ha perso la sua capacità d’immaginazione ed è proprio questo il motivo principale che la porta a scontrarsi ripetutamente con il suo daimon. 

[…] «Io vedo solo un libro molto profondo e intellettualmente stimolante. E capisco benissimo perché la ragione, la razionalità e la logica esercitino tutto quel fascino. No, anzi: quelle cose non mi affascinano, mi convincono. Non è un rigurgito emotivo. È tutta una questione di approccio razionale…»
«Quindi tutto ciò che è emozione è un rigurgito, giusto?»
«Da come ti comporti…»
«No, tu non mi ascolti, Lyra. Non credo che io e te abbiamo più niente in comune. Non sopporto di star qui a guardarti mentre ti trasformi in un mostro iper-razionale, rancoroso, dalla mente ristretta, freddo. Stai cambiando, ecco qual è il punto. E non mi piace. […] Stai dimenticando tutto ciò che conta. E stai cercando di convincerti di cose che ci uccideranno».

Le letture accademiche e filosofiche hanno modellato la sua mente intorno a un modello di scetticismo e razionalità che ben si scontra con la Lyra che ha cavalcato un orso corazzato, attraversato infinite finestre tra i mondi, che ha battuto in astuzia le Arpie e liberato le anime dei morti. Parliamo della Lyra che ha camminato tra gli Spettri e gli Angeli, della Lyra che ha attraversato il mondo dei Mulefa. Non trovo davvero una scusa per giustificare questa trasformazione radicale del suo personaggio, questo eccesso di razionalità che non lascia il minimo spazio alla fantasia e alle reazioni emotive più impulsive. Che poi, nonostante le fondamenta poco solide, questo è uno dei temi su cui si basa lo sviluppo narrativo di Lyra: il conflitto con il suo daimon è evidentemente un’immagine allegorica attraverso cui Pullman vuole indagare il complicato processo di crescita, la lotta interiore che ogni adolescente affronta nella ricerca di un’identità. Lo scetticismo radicale di Lyra segna il passaggio all’età adulta, la morte delle illusioni. Ma l’immaginazione e la capacità di sognare continuano a sopravvivere all’interno del suo daimon. Ritrovare sé stessi significa riuscire a conciliare la razionalità e la poesia. 

[…] Le arpie erano parte del Regno Segreto? Il mondo dei morti, il mondo in cui vivevano, ne faceva parte? Oppure aveva immaginato tutto, e la sua immaginazione era una menzogna, come uno spruzzo di spuma di mare?
Be’, pensò, che cos’era, dopotutto, il Regno Segreto? Era una condizione che non aveva spazio nel mondo di Simon Talbot o nel mondo, differente, di Gottfried Brande. Era inaccessibile in circostanze normali. Se pure fosse esistita, era visibile solo usando l’immaginazione, qualunque cosa fosse, e non la logica. Includeva fantasmi, fate, dei e dee, ninfe, incubi, demoni, fuochi fatui e altre creature simili. […] C’era una spiegazione logica, razionale, scientifica per cose del genere? Oppure erano inaccessibili alla scienza, e incomprensibili per la ragione? Esistevano davvero?

Come ho detto, non riesco affatto a sposare l’immagine di questa Lyra con la Lyra della trilogia principale. Insomma, questo totale stravolgimento nella caratterizzazione del personaggio altro non è che una scusa per mettere in atto un complicato processo filosofico e psicologico che, nonostante tutto, mi ha terribilmente affascinata. Ma d’altronde la capacità dialettica di Pullman non è in dubbio. Di nuovo si conferma maestro nel simbolismo, e dal tema della crescita personale passiamo, ancora una volta, alle tematiche di stampo religioso. Non ho nulla da recriminare a “Il Regno Segreto” da questo punto di vista, però con “Queste Oscure Materie” Pullman ha creato un capolavoro assoluto, un prodotto insuperabile sulla critica all’abuso di potere delle istituzioni che neanche lui stesso potrà mai più eguagliare. Ciò che fa di Philip Pullman uno dei miei autori preferiti è proprio questo suo coraggio nel mettere in discussione dei valori che per secoli sono stati considerati incontrovertibili. Insomma, in un’altra epoca Pullman sarebbe stato immediatamente tacciato di eresia. Ma se da una parte i tempi sono cambiati, lo stesso non si può dire di certe mentalità: anche nel XXI secolo, se spingi i giovani a farsi domande e ad esercitare il proprio senso critico, incappi inevitabilmente nella censura. In una classifica statunitense del 2008, relativa agli autori più banditi da scuole e biblioteche, Philip Pullman si classificava al secondo posto. Ricorderete inoltre lo “scandalo” che produsse l’uscita del film “La Bussola d’Oro” e l’attacco da parte della Lega Cattolica che si mobilitò in tutti i modi per boicottare il film e arrivò addirittura a stampare un piccolo libricino di venticinque pagine con lo scopo di mettere in guardia i genitori dalla “campagna di inganno ordita dai produttori del film”. In quegli anni se ne sono dette di tutti i colori e ancora oggi Philip Pullman è un autore che fa discutere. La trilogia di “Queste Oscure Materie” è stata apertamente definitiva come “un assalto diretto alla Chiesa, e anche di più. È un assalto diretto a Dio stesso, alla sua esistenza e alla sua autenticità!”.  

Insomma, quello che stavo cercando di dire è che, nonostante tutto, ritengo la simbologia allegorica della nuova trilogia sicuramente valida anche se non all’altezza di quella principale. Sicuramente è un libro molto meno controverso rispetto ai suoi predecessori ma molto più attuale per certi argomenti. Il tema della repressione in nome della religione questa volta sfiora la censura e la lotta all’eresia del Magisterium, e va oltre l’indottrinamento della Lega di Alessandro. In tutto l’Oriente assistiamo a rappresaglie che sfociano in una vera e propria guerra di religione dove il nemico principale è costituito da una sostanza apparentemente innocua, tanto preziosa quanto pericolosa: l’olio di rosa. Coltivatori, mercanti, scienziati, botanici,… nessuno è più al sicuro, nemmeno i cittadini comuni, e ciò che ne consegue è una fuga verso l’Occidente, una vera e propria migrazione di massa dettata dalla paura e dal terrore.  

[…] A momenti, molto presto, si ricorderà di cos’è successo’ pensò Lyra, ‘e si renderà conto di aver perso tutti. E allora che ne sarà di lei?’ Valutò diverse possibilità: Aisha che arrancava verso ovest, nella speranza di ottenere asilo, insieme ad altre persone come lei, affamate, infreddolite, private del poco che possedevano. Oppure accolta in una famiglia che non parlava la sua lingua, che la trattava come una schiava, che la picchiava e l’affamava, che la vendeva a uomini che avrebbero usato il suo corpicino in ogni modo immaginabile. Oppure rifiutata da una casa dopo l’altra, costretta a mendicare del cibo e un riparo nelle fredde notti d’inverno. Ma di sicuro la gente era migliore di così, giusto? La razza umana non era migliore di così?

A quanto pare è questo il prezzo da pagare per vivere nell’unico luogo al mondo con le condizioni favorevoli a coltivare una particolare tipologia di rosa, la Rosa tajikiae, con la quale viene prodotto un olio molto prezioso e molto richiesto, una rosa che sembra essere improvvisamente e inspiegabilmente diventata il fulcro di conflitti di stampo politico e religioso. Cosa si nasconde davvero dietro a questo olio? Quali sono i suoi veri effetti? 
Queste e più sono le domande che affollano la mente di Lyra che, decisa a trovare delle risposte, partirà per un viaggio lungo e periglioso verso il misterioso Hotel Blu e l’inaccessibile deserto del Karamakan.  

L’esplorazione del mondo di Lyra continua: questa volta mettiamo da parte il Nord e spostiamo la nostra attenzione verso l’Europa e l’Oriente, verso la Germania e Praga, Costantinopoli e la Siria.
Le ambientazioni sono sempre molto interessanti, dei veri e propri scrigni. L’autore riesce sempre con grande maestria e raffinatezza a ricreare gli usi e i costumi di ogni luogo. Mi bevo ogni sua descrizione con la gioia e la meraviglia nel cuore! Ogni volta rimango affascinata dagli elementi che rendono il mondo di Lyra tanto differente quanto simile al nostro.  

La narrazione si sussegue in modo imprevedibile. I colpi di scena non mancano e, come sempre, Pullman riesce a costruire una trama intricata dove tutto è sottilmente interconnesso. Però mi trattengo dal dire che “nulla è lasciato al caso” perché le relazioni tra i personaggi non sono solide e credibili come lo è invece il background, anzi… Durante la lettura ho sempre avuto la fastidiosa sensazione che la storia di Lyra si stesse sviluppando su una base di accadimenti e incontri casuali. Ricordiamo che in “Queste Oscure Materie” Lyra era artefice del proprio destino mentre in questo caso è una vera e propria marionetta nelle mani del caso – e dell’autore. 
Fin dall’inizio si è ritrovata inspiegabilmente, per puro e semplice caso, invischiata in una faccenda legata ad assassinii e complotti. Pullman ha avuto bisogno di un pretesto per inserire il personaggio di Lyra all’interno della narrazione – e già di per sé questo lo trovo veramente assurdo –, un pretesto privo di qualsiasi credibilità e secondo me questo rovina tutta la lettura. Non che non scorra, ma ti lascia con l’amaro in bocca. Dal punto di vista stilistico, Pullman è sempre Pullman: è affascinante, evocativo, pulito. È ancora in grado, nonostante tutto, di tenermi con gli occhi incollati alle pagine, desiderosi di averne sempre di più. 

Sono stata felice di ritrovare “vecchi amici” come Farder Coram e Ma Costa, alcuni invece di conoscenza più recente come Hannah Relf e Malcolm Polstead. E qui lasciatemi aprire una piccola parentesi: avevamo veramente bisogno di avvicinare sentimentalmente Malcolm e Lyra?! Da parte di Malcolm, ciò che viene lasciato intuire è che lui si sia innamorato di Lyra quando lei era praticamente una bambina, appena ragazzina, e lui era il suo insegnante al Jordan. Negli anni, l’attrazione che Malcolm provava nei suoi confronti è cresciuta fino a sfociare in un vero e proprio innamoramento. A me, sinceramente, tutto ciò ha molto disturbato. E il problema non è la differenza d’età – ricordiamo che tra i due ci sono circa una decina di anni di differenza –, credo che questo sia chiaro: se si fossero scoperti innamorati ora che Lyra è una giovane donna non ci avrei visto assolutamente nulla di male. E, soprattutto, non avrei avuto nulla da ridire se la relazione, per quanto platonica, si fosse sviluppata partendo da basi profonde e concrete. Se da una parte abbiamo un uomo che ha sviluppato un interesse nel corso degli anni, per quanto morboso e di dubbia moralità, dall’altra abbiamo Lyra che, all’improvviso, si accorge di Malcolm, un uomo la cui presenza ha sempre causato in lei una sensazione di disagio, e decide che deve provare qualcosa per lui perché sì, perché l’autore ha voluto così. Anche perché i momenti che Malcolm e Lyra condividono ne “Il Regno Segreto” sono veramente pochi: entrambi prenderanno fin da subito strade diverse, non c’è nemmeno il tempo materiale perché si instauri un’amicizia, da parte di Lyra, figuriamoci qualcosa di più. 

E dopo questa mia filippica, possiamo chiudere questa parentesi e concludere parlando di ciò che davvero fa da protagonista a tutte le opere di Pullman. Naturalmente mi riferisco alla Polvere! Ancora una volta tutto ruota intorno a quelle che ormai sappiamo chiamarsi Particelle di Rusakov ma non starò a dirvi in che modo perché altrimenti rovinerei tutta la prima patre del libro a chi ancora non l’ha letto. Posso solo dire che, ancora una volta, Pullman ci pone davanti a più domande che risposte ma sono fiduciosa riguardo al prossimo volume, nonché l’ultimo della trilogia. Ho percepito “Il Regno Segreto” come una lunga introduzione a qualcosa di concettualmente molto potente e questa volta spero davvero che le mie aspettative non vengano deluse.

«Oh, signorina Argentina, lei fraintende la natura di questo viaggio. Quest’escursione nel regno della notte non è una gita turistica. Non parliamo di rovine romane o dei resti di un tempio, con pittoresche colonne e mura crollate e un chioschetto che vende limonate e souvenir. Qui parliamo di attraversare i confini dell’invisibile, addentrarci nel regno del prodigioso. Non crede che valga un prezzo più alto di quello che ha appena proposto?

Sono curiosa di sapere se lo avete letto e, soprattutto, cosa ne pensate. 
Concordate con me o credete sia stata fin troppo critica? Se vi va, ci ritroviamo nei commenti 😊  

3/5

RECENSIONE “La Biblioteca di Mezzanotte” di Matt Haig

Carissimə lettorə 
spero tu abbia a portata di mano chili e chili di kleenex perché stiamo per intraprendere un viaggio emozionale nelle profondità più recondite dell’animo umano. Se c’è un autore che sa come trattare in maniera delicata ed efficace la malattia mentale e il disagio sociale è proprio Matt Haig! Oggi voglio parlarvi del suo ultimo lavoro, “La Biblioteca di Mezzanotte”, che in questi mesi è diventato un vero e proprio caso editoriale.  

TITOLO: La Biblioteca di Mezzanotte

AUTORE: Matt Haig

GENERE: Narrativa, Fantascienza

DATA PUBBLICAZIONE: 4 novembre 2020

EDITORE: Edizioni E/O (Dal Mondo)

PAGINE: 329

PREZZO: 18,00 € / 11,99 € (eBook) 


TRAMA

Fra la vita e la morte esiste una biblioteca. Quando Nora Seed fa il suo ingresso nella Biblioteca di mezzanotte, le viene offerta l’occasione di rimediare agli errori commessi. Fino a quel momento, la sua vita è stata un susseguirsi di infelicità e scelte sbagliate. Le sembra di aver deluso le aspettative di tutti, comprese le proprie. Ma le cose stanno per cambiare. Come sarebbe andata la vita di Nora se avesse preso decisioni diverse? I libri sugli scaffali della Biblioteca di mezzanotte hanno il potere di mostrarglielo, proiettando Nora in una versione alternativa della realtà. Insieme all’aiuto di una vecchia amica, può finalmente cancellare ogni suo singolo rimpianto, nel tentativo di costruire la vita perfetta che ha sempre desiderato. Ma le cose non vanno sempre secondo i piani, e presto le sue nuove scelte metteranno in pericolo la sua incolumità e quella della biblioteca. Prima che scada il tempo, Nora deve trovare una risposta alla domanda di tutte le domande: come si può vivere al meglio la propria vita?

Se ve ne fosse data la possibilità, quali decisioni prendereste in maniera differente? Ci sono strade che scegliereste di percorrere al posto di altre? Questa è l’opportunità che viene offerta a Nora, la sua “seconda occasione” per vivere una vita degna di questo nome. In seguito a un tentato (?) suicidio, Nora si ritrova in una sorta di limbo. Cosa si aspettava? Luce accecante? Il buio assoluto? Una schiera di angeli canterini? Diavoli cornuti? Certo non una biblioteca traboccante libri (e altri libri, libri e ancora libri), un luogo al di fuori del tempo e dello spazio, in cui l’esistenza stessa oscilla continuamente tra la vita e la morte: è la Biblioteca di Mezzanotte, un luogo dove anche l’impossibile diventa possibile, il tronco da cui si diramano infinite possibilità, infiniti universi.  

Ma chi è Nora? Cosa l’ha spinta a tale gesto?
Due domande, un’unica risposta. Nora è, come tuttə noi, la somma di ogni singola scelta che si sia mai ritrovata a fare nella vita. La decisione di Nora di porre fine, una volta per tutte, alla propria esistenza non è altro che il risultato finale di una serie di decisioni infelici che hanno prodotto una vita altrettanto infelice. Banalmente, il presente è la conseguenza diretta e inevitabile del passato. Ogni decisione presa, o non presa, da Nora nel corso della sua vita – ma anche quelle che gli altri hanno preso al posto suo – ha contribuito a fare di lei una persona sola e insicura. Si sente intrappolata, e in sé stessa non vede altro che delusione e fallimento.  

La sua intera esistenza non era che un susseguirsi di cacofonie senza senso. Un brano che avrebbe potuto percorrere direzioni meravigliose, e che invece non era approdato da nessuna parte.
[…] Mentre fissava la copertina della rivista – la fotografia di un buco nero – si rese conto di essere esattamente la stessa cosa. Un buco nero. Una stella morente, che implodeva su sé stessa. Se ci si avvicina a un buco nero, la forza gravitazionale ti attira inevitabilmente nella sua oscura, desolata realtà…

Nora ha perso completamente la fiducia in sé stessa, ha perso tutto ciò per cui valesse la pena vivere. Ha perso i propri sogni, le proprie aspirazioni, le amicizie, gli amori,… ogni affetto. E quando non le rimane più nemmeno un lavoro e il suo gatto viene ritrovato sul ciglio di una strada, Nora sceglie di non scegliere più, di porre fine a tutto.  

È a questo punto che si ritrova seduta sul pavimento della Biblioteca di Mezzanotte con il Libro dei Rimpianti tra le mani, un tomone che sembra non avere mai fine su cui sono appuntati tutti i rimpianti di Nora, tutte le sue “non scelte”. Dove sarebbe oggi se avesse scelto di diventare glaciologa? Cosa sarebbe diventata se non avesse lasciato il nuoto o se non avesse abbandonato la band di suo fratello? E se anni prima avesse seguito Izzy in Australia? Se avesse sposato Dan?

Ogni singolo libro contenuto in questo luogo, ogni singolo libro di questa biblioteca – a eccezione di uno solo – è una versione della tua vita. Questa biblioteca è tua. È qui per te. Vedi, l’esistenza di ognuno può prendere infinite strade. Questi libri sugli scaffali sono la tua vita, e iniziano esattamente nello stesso momento. Adesso. Mezzanotte.

Nora non deve far altro che scegliere un libro e leggerlo. 
Quella che le viene data è una seconda occasione, la possibilità unica di vivere una vita diversa, di gettarsi alle spalle i rimpianti e sperimentare altre esistenze per trovarne una alla sua misura. O almeno questo è quello che appare, perché non puoi davvero operare dei risultati se non sopporti di vivere con te stessə. Ciò che davvero, nel profondo, viene offerto a Nora è un viaggio interiore, un nuovo punto di vista. Riuscirà Nora a perdonarsi? Imparerà a dare nuovo valore alla vita, alle piccole cose? Sarà in grado di vedere sotto una nuova luce gli errori e ridefinire il concetto stesso di rimpianto? Ma, soprattutto, riuscirà a battere la morte? 

È davvero una rivelazione scoprire che il luogo in cui vuoi andare è esattamente quello da cui volevi fuggire. Che la prigione non era il luogo in cui stavi, ma il punto di vista.

Per certi aspetti, “La Biblioteca di Mezzanotte” non è un libro che spicca per originalità, non ci sono grossi colpi di scena e il finale è facilmente intuibile, ma la delicatezza e l’umanità con cui Haig tocca certi temi mi ha fatto venire la pelle d’oca. La sua scrittura è un caleidoscopio di sensazioni ed emozioni, ogni macchia d’inchiostro un colpo diretto al cuore. Gli spunti riflessivi sono innumerevoli. Quello che parte dalla Biblioteca è un viaggio psicologico nei meccanismi della depressione, ma anche un viaggio filosofico che si interroga sul rapporto con sé stessi e sul significato di felicità e della vita stessa.  

Matt Haig è senza ombra di dubbio uno degli autori più interessanti degli ultimi anni e, a parer mio, uno dei più apprezzabili. Con i suoi lavori porta avanti una campagna di sensibilizzazione nei confronti del disturbo psicologico e della malattia mentale, e lo fa con semplicità proprio per rendersi fruibile a tuttə. La depressione non è sinonimo di debolezza, non deve essere svilita e banalizzata. Le patologie psichiche, in forme più o meno gravi, sono più comuni di quanto si pensi ed è giusto e utile che se ne parli affinché la malattia smetta di essere stigmatizzata. Ricordate: basta un solo gesto, anche quello che a voi sembra il più piccolo e insignificante, per rischiarare l’esistenza delle persone intorno a voi. Con un pizzico di gentilezza in più il mondo sarebbe un posto migliore. 

Mi piace pensare alla storia di Nora come a un balsamo per le ferite dell’anima, un esempio di speranza per altre persone. Credo che ognunə di noi possa rispecchiarsi in lei, in alcune delle sue esperienze di vita. Nora si ritrova a dover fare i conti con il complicato rapporto coi genitori, il bullismo e il body shaming tra i banchi di scuola, i dubbi e le incertezze sul futuro, le difficoltà nei rapporti umani e affettivi, la solitudine e tanto altro. Tuttə noi ci ritroviamo a convivere costantemente con paure e insicurezze, oggi più che mai. Spesso e volentieri il disagio è dato proprio dalla ricerca della felicità nella perfezione, ma se c’è una cosa che ho imparato da Nora è proprio che la vita perfetta non esiste. Che cos’è la felicità senza la tristezza? Che valore possiamo dare alla gioia senza conoscere il dolore?

Che la storia di Nora sia d’esempio, che sia il punto di partenza di un percorso di autoaccettazione e consapevolezza.

Devi capire una cosa, se vuoi vincere a scacchi e la cosa che devi capire è la seguente: la partita non è mai finita finché non è finita. Non è finita neanche se hai un solo pedone sulla scacchiera. Se la tua squadra ha ancora un pedone e un re, e l’altra squadra ha tutti i pezzi, la partita è ancora aperta. E anche se sei un pedone – forse lo siamo tutti – devi tenere a mente che un pedone è il pezzo più magico di tutti. In apparenza può sembrare ordinario e insignificante, ma non è così. Perché un pedone non è mai semplicemente un pedone. Un pedone è una regina in divenire. Tutto ciò che devi fare è trovare un modo per continuare ad andare avanti. Un quadrato dopo l’altro. Così da raggiungere l’altra metà della scacchiera e liberare tutti i tuoi poteri.

“La Biblioteca di Mezzanotte” è un vero e proprio riflesso della società moderna, un piccolo gioiello sperimentale di narrativa contemporanea infarcito con un pizzico di realismo magico e teorie fisiche e fantascientifiche. Prendetevi il vostro tempo e leggetelo con consapevolezza, vi assicuro che non ve ne pentirete!  

4/5

RECENSIONE “Teresa Papavero e lo Scheletro nell’Intercapedine” di Chiara Moscardelli

Finalmente Teresa Papavero torna a farci sognare!
È con grande gioia che sono qui, oggi, a parlarvi nuovamente di una delle autrici nostrane da me più amate: Chiara Moscardelli. Avevo avuto occasione di conoscere il lavoro di Chiara quando, un paio di anni fa, Giunti Editore pubblicò “Teresa Papavero e la Maledizione di Strangolagalli” (QUI per la recensione). Lo ricordo come fosse ieri: era il maggio del 2018, io avevo appena iniziato a lavorare in libreria e, dando una sistemata qua e là ai bestsellers, rimasi abbagliata da questo libricino dai colori non sgargianti, di più! E come fai a riposare come se nulla fosse un romanzo con un titolo simile? Mai scelta fu più felice! E ora, a distanza di due anni, eccole ancora qui, Chiara e la sua Teresa Papavero che questa volta dovrà fare i conti con un vero e proprio serial killer. Con “Teresa Papavero e lo Scheletro nell’Intercapedine” ne vedremo delle belle!
 

TITOLO: Teresa Papavero e lo scheletro nell’intercapedine

AUTORE: Chiara Moscardelli

GENERE: Giallo, Humor

DATA PUBBLICAZIONE: 30 settembre 2020

EDITORE: Giunti (A)

PAGINE: 272

PREZZO: 16,00 € / 10,99 € (eBook) 


TRAMA

Da quando Teresa ha risolto ben due casi di scomparsa ed è ospite fissa del programma tv Dove sei?, il borghetto di Strangolagalli sta vivendo la sua epoca d’oro. Un flusso costante di turisti ha messo a dura prova la capacità alberghiera del paese: semplicemente insufficiente. Per questo sta per inaugurare Le Combattenti, il nuovo grande Bed & Breakfast delle amiche Teresa Papavero e Luigia Capperi. L’insegna è pronta, le pareti sono dipinte di un bel rosa con tanto di fenicotteri dorati e Teresa, dopo essersi improvvisata imbianchina e decoratrice d’interni, si appresta a buttare giù l’ultimo muro quando intravede qualcosa: nell’intercapedine ci sono delle ossa, ossa umane. Chi vuoi che vada a Strangolagalli a nascondere uno scheletro? Teresa è pronta a scoprirlo e si affianca subito, e molto da vicino, al medico legale che si occupa del caso, tale Maurizio Tancredi. Ma se Tancredi non nasconde una certa simpatia nei suoi confronti, che fine ha fatto Leonardo Serra, il bel poliziotto che l’ha sedotta e abbandonata? E se si tratta di un cold case, chi è che la sta seguendo? Da Strangolagalli a Ventotene, da Roma allo spettrale manicomio di Aguscello, una nuova avvincente indagine della psicologa criminale più acuta e imbranata di sempre.

Avevamo lasciato Teresa alle prese con la fama e un cuore spezzato ed è esattamente così che la ritroviamo. Dopo le sue precedenti avventure Teresa è diventata la super star del paese e l’intera Strangolagalli si affida ciecamente a lei per ogni più piccolo problema: che fine ha fatto la gallina scomparsa dal pollaio? Il marito di Jolanda la tradisce con la tabaccaia? Quante sono le probabilità che Floriano venga colto da un coccolone provvidenziale durante la partita di scopone? Per queste e altre questioni, Teresa ha sempre la soluzione.  
Ma cosa fare quando uno scheletro di una donna viene ritrovato casualmente nell’intercapedine del tuo nuovo B&B durante i lavori di ristrutturazione? Ma poi come ci è finito uno scheletro a Strangolagalli? 

[…] Intanto, quasi tutto il muro era crollato. Mancava solo l’ultima martellata. E mentre gli occhi dei presenti erano puntati su Teresa, lei, già pronta per il colpo di grazia, si bloccò all’improvviso. 
«Che è, ‘na paralisi, ‘na visione, che è?»
«Macché visione! Non vedete anche voi quello che vedo io?»
«Dove?» chiese Gigia.
«Lì dentro, nel muro.»
Come dei ballerini di danza classica, tutti e quattro contemporaneamente eseguirono dei piccoli passetti in avanti.
«Porca mignotta!» si lasciò sfuggire Pasquale. 
«Cosa diavolo…?» bofonchiò Peppino. 
Gigia si limitò a emettere uno strillo, anche se molto acuto, portandosi le mani alla bocca con gesto plateale. Teresa, rimasta bloccata con il martello in aria e incapace di reggere oltre quel peso, lo lasciò cadere a terra con un tonfo. Nello stesso istante risuonò un altro tonfo, ancora più forte. Pasquale era svenuto, crollato a terra come un sacco di patate. Gigia gridò di nuovo, Ascanio si produsse in una elaborata bestemmia, il medico, invece, per un istante sembrò incerto sul da farsi, se soccorrere l’uomo svenuto o precipitarsi a controllare se ciò che aveva davanti agli occhi potesse davvero, senza margine di errore, dall’alto della sua grande esperienza e professionalità, definirsi a tutti gli effetti uno scheletro umano.

Teresa non si perde d’animo e, dopo l’iniziale shock, eccola pronta a prendere in mano le redini del caso – e a sgraffignare segretamente prove. E ora lasciatemi urlare a gran voce che: la detective più improbabile d’Italia è ufficialmente tornata! 

A differenza del primo capitolo, qua dovrà vedersela con un vero e proprio serial killer di donne. Dal giallo più classico passiamo al thriller psicologico e al tema del Male nella sua forma più perversa, senza mai abbandonare l’ironia che contraddistingue lo stile di Chiara, anche se in questo secondo volume ho trovato la comicità più calibrata, più sottile. In verità, sono molte le cose che differenziano questo romanzo dal suo predecessore. Un buon sequel dovrebbe essere un’evoluzione dell’opera prima, la storia dovrebbe andare in crescendo e non il contrario, come spesso accade. Chiara è riuscita a produrre un sequel degno di questo nome. “Teresa Papavero e la Maledizione di Strangolagalli” serviva a presentarci Teresa, una donna eccentrica e bizzarra, all’apparenza di scarsa intelligenza, piena di insicurezze e segnata da profonde cicatrici. Come ben presto abbiamo capito, Teresa è tutto fuorché una sciocca, anzi, è dotata di capacità intuitive e di un intelletto fuori dal comune, complice la sua ipertimesia, la capacità di ricordare anche i dettagli più piccoli e irrilevanti.
Abbiamo seguito Teresa in un percorso che l’ha portata a ritrovare un briciolo di fiducia in sé stessa, la sua autostima ne ha indubbiamente giovato e infatti ora la ritroviamo più matura e consapevole delle proprie capacità. In “Teresa Papavero e lo Scheletro nell’Intercapedine” abbiamo l’opportunità di scavare ancora più a fondo nella sua contorta psicologia e di approfondire tematiche che ci erano state accennate precedentemente, in particolar modo il complicato legame con il padre e l’abbandono della madre. Ad aprire una finestra sulla sua psiche sarà proprio il caso del misterioso scheletro, caso in cui si ritroverà coinvolta, personalmente ed emotivamente, molto più di quanto avrebbe potuto immaginare.  

Aguscello era la chiave. […] Giornalisti e scrittori avevano raccontato le cose più incredibili. Bambini che venivano maltrattati e sottoposti a ogni tipo di tortura, fisica e psicologica. Leggende di riti satanici, di fantasmi dei ragazzi che erano morti lì dentro, che apparivano di notte e i cui lamenti si potevano udire anche da lontano. Un manicomio chiuso frettolosamente nel 1970 con pazienti e medici scomparsi nel nulla.

Sono molto soddisfatta di questa Chiara Moscardelli in veste di autrice thriller. Mi sono molto divertita a seguire gli indizi, gli eventi si susseguono con assoluta naturalezza e i colpi di scena lasciano letteralmente a bocca aperta. Ci sono stati momenti che mi hanno vista in stato di vero e proprio shock e altri che mi hanno fatto tremare di paura, prologo compreso! 
 
Certamente l’autrice ha un debole per gli incipit in media res e direi che, nel suo caso, sono sempre ben riusciti. Con “La Maledizione di Strangolagalli” ci eravamo ritrovatə in un commissariato di polizia a ridere di gusto ascoltando la storia di come l’uomo conosciuto da Teresa su Tinder si fosse gettato – o fosse stato spinto? – dalla finestra del suo appartamento mentre lei era chiusa in bagno da circa un’ora a causa di un attacco di dissenteria. In questo secondo capitolo le cose cambiano e non poco… Lo spirito del romanzo si fa più oscuro e il prologo, che ci presenta una scena futura, ci fa precipitare in uno stato di ansia e suspense che non ci abbandonerà mai durante il corso della lettura, una sensazione che ci terrà sul chi va là per tutto il tempo perché sappiamo che prima o poi ci dovremo svegliare di soprassalto nella stanza di un vecchio manicomio abbandonato, al buio e senza possibilità di fuga. Ma non dimentichiamoci che stiamo parlando di Teresa Papavero, la stessa Teresa Papavero che utilizza le manette di pelo rosa del sexy shop per ammanettare energumeni pericolosi che vogliono ucciderla e che una volta ha abbattuto l’agente speciale Leonardo Serra con un vibratore. Ed è proprio da quest’ultimo che arriverà l’unico aiuto che Teresa riuscirà a trovare per uscire da questa spiacevole situazione:  

Decisa a trovare a tutti i costi una vita di uscita, infilò di nuovo le mani nella borsa: portava sempre con sé qualcosa di utile. Infatti, non ci mise molto a trovarlo. Il portachiavi di Serra: una bambolina formosa in plastica, mezza nuda, coperta solo di tulle, che quando veniva schiacciata emetteva un grido. Un regalo osceno, ma in quel momento davvero prezioso. Perché quella bambolina, ogni volta che veniva schiacciata, si illuminava.

Ciò che amo di Chiara è proprio questa sua capacità di mescolare con piacevole leggerezza elementi in netta contrapposizione tra loro: riesce a strapparti una risata persino quando sei immersa nel terrore più nero. È un’abile intrattenitrice: il connubio tra uno stile dinamico, frizzante, fatto di botta e risposta esilaranti e siparietti tragicomici, e la capacità di ricreare un mistero dalla trama fitta e accattivante, una matassa che si ha smania di sbrogliare, tiene il lettore letteralmente incollato alle pagine. Personalmente, ho letto “Teresa Papavero e la Maledizione di Strangolagalli” in meno di ventiquattr’ore e “Teresa Papavero e lo Scheletro nell’Intercapedine” in circa quarantott’ore. Non potevo assolutamente smettere di leggere – e di ridere! 
 
Strangolagalli non delude mai, questo è sicuro. Quando sento il bisogno di un po’ di leggerezza so che è quello il luogo giusto in cui trovare rifugio. 
Spero con tutto il cuore che i suoi abitanti possano strappare più di un sorriso anche a voi, soprattutto ora che il mondo ne ha un così disperato bisogno.
Buona lettura!

5/5

RECENSIONE “Il Castello tra le Nuvole” di Kerstin Gier

“Il Castello tra le Nuvole” di Kerstin Gier mi ha tenuto al calduccio durante la nevicata della scorsa settimana. Non avrei potuto scegliere lettura più azzeccata! Insieme alla protagonista, Fanny Funke, mi sono ritrovata immersa in un’atmosfera magica ed è stato semplice immaginarla, tutta imbacuccata come un eschimese, a correre impacciata su centimentri e centimetri di neve o a costruire enormi draghi di neve coi bambini del Castello.  
Inoltre, cosa che non mi capitava da tempo immemore, ho fatto le ore piccole piccole piccole per finirlo e questo può significare solo una cosa: “Il Castello tra le Nuvole” è una bomba! 

TITOLO: Il Castello tra le Nuvole

AUTORE: Kerstin Gier

GENERE: Realismo magico, Mistery

DATA PUBBLICAZIONE: 4 ottobre 2018

EDITORE: Corbaccio 

PAGINE: 364

PREZZO: 18,60 € / 10,99 € (eBook) 


TRAMA

Che diciassette anni sia un’età meravigliosa lo dice solo chi li ha passati da un pezzo. Lo sa bene Fanny Funke che nella sua vita improvvisamente non ha trovato più niente che andasse per il verso giusto: amici, genitori, scuola… Al punto da decidere di mollare tutto e di andare a fare uno stage in un albergo. Di sicuro però non sapeva dove sarebbe finita nel luogo più sperduto delle Alpi svizzere in un Grand Hotel indubbiamente suggestivo ma chiaramente in rovina e con una clientela a dir poco variegata, fra oligarchi russi, industriali americani, scrittori di gialli, attrici, ex atlete olimpioniche e, per fortuna, almeno un paio di bei ragazzi. E dove, in qualità ultima arrivata, le tocca subire le angherie di alcune colleghe, le pretese tiranniche del proprietario e l’irritante comportamento dei bambini ai quali deve fare da babysitter. Ma quella che minaccia di diventare una faticosissima routine, si tramuta ben presto in una straordinaria avventura, quando l’atmosfera festosa dell’hotel viene stravolta da un tentato rapimento, che farà capire a Fanny di chi può veramente fidarsi e che cosa cerca veramente nella vita…

Fanny Funke ha da poco abbandonato gli studi e, per sfuggire gli sguardi delusi della sua famiglia, ha deciso di rintanarsi in un hotel sperduto nelle Alpi svizzere, lo Chateau Janvier, meglio conosciuto come il Castello tra le nuvole. Al Castello Fanny lavora come praticante, aiuta nelle pulizie, tiene in ordine l’albergo e, talvolta, si ritrova a svolgere il non facile compito di bambinaia, ancora meno facile se tra i figli degli illustri ospiti dell’hotel figura un piccolo demonio di nove anni, capace di far piangere persino uomini maturi e tutti d’un pezzo, la cui missione di vita è rendere la vita di Fanny un vero inferno. 

Ma a riempire di vita e calore le giornate della ragazza c’è un intero squadrone di variopinti impiegati e colleghi, primo tra tutti Monsieur Rocher, il vecchio concierge nonché vera anima dell’hotel. Ci sono il custode, il vecchio Stucky, e il signor Heffelfinger, l’eccentrico manager del centro benessere. E come non nominare il caro Pavel, un bulgaro grande e grosso ricoperto testa e piedi di teschi e serpenti tatuati. Un buttafuori, penserete voi. E invece no, perché il regno di Pavel è nel seminterrato e i suoi sudditi sono lavatrici (una menzione speciale va a Berta la stanca), asciugatrici e mangani (sia benedetta Trulla la grassa) e la sua attività preferita è stirare uniformi intonando l’Ave Maria.
E certo non mi sono dimenticata della Gatta proibita o di Biancone e Gigione, i due purosangue dell’albergo.
A completare il quadro ci sono anche gli innumerevoli ospiti dell’albergo come la famiglia di industriali del South Carolina, i
Barnbrooke, l’oligarca russo Smirnov (ma forse questo nome è solo una copertura), l’amorevole coppia dei Ludwing, e, ultimo ma non meno importante, l’avvenente e misterioso Tristan Brown che si troverà invischiato, in compagnia del giovane Ben Montfort, in una gara per il cuore di Fanny.
Insomma, potrei star qui a elencarli uno per uno ma preferisco lasciare a voi il piacere di scoprire ognuno degli ignari attori che, nel bene e nel male, danno vita a questa storia.  

All’inizio vi sembrerà di non riuscire a districarvi in questo lungo elenco di personaggi ma l’abilità della Gier sta proprio nel riuscire a rendere ognuno di loro unico e memorabile. Sono perfettamente caratterizzati: ogni comportamento, ogni azione, ogni singolo sguardo viene corredato da attributi esclusivi e da aggettivi che ne determinano la forma e il carattere in modo preciso e inconfondibile. 

E questo vale tanto per i personaggi quanto per gli ambienti e i luoghi.  

Il Castello tra le nuvole era pieno zeppo di passaggi segreti e scale nascoste; io stessa avevo impiegato settimane per scoprirli e, pur avendo acquisito una certa dimestichezza al riguardo, ero convinta che ci fossero ancora tantissime zone inesplorate, soprattutto nelle cantine, che erano scavate nella roccia come un labirinto su più piani. Si tramandava tenacemente la leggenda che l’hotel fosse incantato e io ero più che pronta a crederci.

Incorniciato dall’ambiente onirico e molto suggestivo delle Alpi svizzere, il Castello si presenta molto favolistico nella sua architettura. 
Insieme a Fanny impareremo a conoscere ogni più piccolo angolo dell’hotel, dalla sua piccola stanzetta con le tubature lamentose alla Suite Panoramica degli Smirnov (ma, di nuovo, sarà questo il loro vero nome?), dai sotterranei alla splendida antica biblioteca che si dice fosse frequentata da Rilke in persona quando era stato ospite dell’hotel.  

Questo è il palcoscenico che ospiterà una caccia al tesoro senza eguali, ricca di avventura e di pericoli, in cui un’ingenua Fanny si ritroverà invischiata. 
Ma non voglio dilungarmi troppo sulla trama perché la storia vera e propria si dipana man mano che si procede con la lettura. Non capisci fino in fondo che cosa andrai a leggere finché non te lo ritrovi davanti nero su bianco… Ci sono continui plot twist e colpi di scena mai forzati che si susseguono con estrema naturalezza e che, fino alla pagina precedentemente, non avremmo potuto immaginare nemmeno nei nostri sogni più vivaci (semi cit. 😉). È tutto un concatenamento di eventi studiato fin nei minimi dettagli, mai scontato, e quando, insieme a Fanny, arrivi alla risoluzione del mistero ti rendi conto che è ormai troppo tardi.  

Insomma, a me “Il Castello tra le Nuvole” è piaciuto, e anche tanto. La Gier è conosciuta soprattutto per la “Trilogia delle Gemme”, opera che in tutta onestà non mi è mai capitato di leggere, perciò questo è il suo primo romanzo che leggo e sono rimasta più che soddisfatta dal suo stile semplice ma ricco. Sa sicuramente come tenere alta l’attenzione del lettore: anche nella prima parte, più descrittiva e introduttiva e perciò dal ritmo meno frenetico, trova sempre il modo di introdurre quell’elemento che tiene perennemente il lettore sul “chi va là”.  

A un certo punto della storia la mia preoccupazione era una e una soltanto: il triangolo amoroso. Avevo paura che la componente young adult del romanzo si facesse troppo sentire e che prendesse il sopravvento sul resto, ma, per fortuna, così non è stato. Anzi, le dinamiche amorose di Fanny rimangono sempre sullo sfondo per emergere solo nel momento in cui possono offrire supporto logistico alla trama. Questo fa de “Il Castello delle Nuvole” una lettura più matura, adatta anche a persone più adulte che, come me, sono uscite da secoli dalla pubertà.  

Non vi tedierò oltre: siete liberi di correre a perdifiato verso la vostra libreria di fiducia!

5/5

RECENSIONE “Per Sole Donne” di Veronica Pivetti

Carə lettorə, oggi voglio parlare di un libro che mi ha tenuto piacevolmente compagnia durante un periodo in cui di risate ne avevo un disperato bisogno. Mi riferisco a “Per Sole Donne”, il primo romanzo non autobiografico dell’attrice italiana Veronica Pivetti. 

“UN’AVVERTENZA: ASTENERSI PURITANI E PERSONE SENSIBILI. TENERE LONTANO DALLA PORTATA DEI BAMBINI” 

TITOLO: Per Sole Donne

AUTORE: Veronica Pivetti

GENERE: Narrativa, Humor 

DATA PUBBLICAZIONE: 12 novembre 2019

EDITORE: Mondadori (Novel)

PAGINE: 252

PREZZO: 19,00 € / 9,99 € (eBook) 


TRAMA

Tra un sorriso e una risata capita anche di riflettere sull’eterna conflittualità dei rapporti tra i sessi e sull’inossidabile valore dell’amicizia. 

“Era stata una scopata noiosissima. Adelaide si era addormentata a metà, mentre Andrea gliela leccava.” 
È il fulminante inizio di Per sole donne, il primo romanzo di Veronica dopo due esilaranti bestseller autobiografici.
Adelaide fa l’antiquaria, ha un marito più giovane di lei con cui è in crisi, una madre complice e saggia nonostante un principio di arteriosclerosi, e quattro amiche vere, che come lei stanno attraversando la crisi dei cinquant’anni. Crisi? In realtà si direbbe che non si siano mai divertite tanto. Nei loro incontri (quasi sempre in un ristorante cinese) si scambiano le più inconfessabili confidenze sessuali, e al lettore è concesso di origliare e apprendere così, nei più imbarazzanti dettagli, le avventure e le sventure erotiche di Adelaide, Benedetta, Tonia, Rosaria e Martina. Cinque donne diversissime tra loro ma accomunate da due cose: una visione ormai disincantata della vita e, al tempo stesso, una gran voglia di viverla a pieno. Anche a dispetto dell’età che avanza, come sperimenta dolorosamente Adelaide durante un amplesso con l’atletico amante Lorenzo detto “Trivella”. Si ride molto, alle loro spalle e a quelle dei loro partner, talmente goffi da suscitare tenerezza.
 

“Per Sole Donne” è un libro dalla trama molto semplice: cinque donne, legate da una profonda amicizia, nel mezzo del cammin di loro vita si ritrovarono in menopausa, alle prese con problemi di coppia, profonde crisi d’identità, scompensi emotivi e ormoni in subbuglio. 
Banale? Aspettate a giudicare, perché difficilmente avrete mai letto un libro tanto spregiudicato e sfacciato. La penna della Pivetti è audace e irriverente, caratterizzata da uno stile frizzante e dinamico e da un linguaggio esplicito, velato da una volgare ironia.  

I dialoghi sono esilaranti, specialmente quelli che la protagonista Adelaide scambia con la madre arteriosclerotica. È evidente l’influenza che una vita passata tra set cinematografici e teatri ha avuto sulle scelte stilistiche della Pivetti: molto spesso i dialoghi sono presenti sotto forma di “botta e risposta” e trovo che in questo caso sia una formula molto riuscita. La comicità è ben calibrata e la velocità delle battute rende il tutto molto colloquiale e accessibile. Sembra di trovarsi sedute ad un tavolo del proprio ristorante cinese di fiducia con il proprio gruppo di amiche. È proprio questo, secondo me, ciò che da una marcia in più a questo libro: diventi un tutt’uno con la carta stampata, ritrovi te stessa fra l’inchiostro di queste pagine ed entri a far parte in piena regola di questo strambo e variegato gruppo di donne. Esse incarnano i valori dell’amicizia, della fiducia e della complicità. Sanno di poter essere loro stesse senza mai doversi preoccupare di essere giudicate.

È facile immedesimarsi, entrare in empatia con loro, perché ognuna di queste donne ha un carattere e una personalità propria che si distingue in tutto e per tutto – o quasi – da quella delle altre. 
La protagonista è Adelaide, un’antiquaria perennemente stressata dalla dieta, intrappolata in un matrimonio noioso con un uomo più giovane che la tradisce con un’influencer di rossetti di appena vent’anni, mentre Martina, fresca fresca di menopausa, è la single incallita del gruppo, libertina e spregiudicata. E poi c’è Benedetta, la migliore amica di Adelaide, un po’ snob, inflessibile, tagliatrice di teste di professione e disillusa dall’amore – la classica zitella – e infine Tonia, la lesbica seduttrice senza peli sulla lingua e Rosaria, la gattara intrappolata in un matrimonio insapore e incolore.
Insomma, ognunə di noi potrebbe essere una di queste donne, donne intelligenti, di una certa cultura ed eleganza che al primo grido d’aiuto si ritrovano davanti ad un piatto di pollo in agrodolce e ravioli al vapore e, in totale onestà, si lasciano andare a commenti sfacciati e volgari, prive di inibizioni d’ogni sorta e senza la minima paura di sconvolgere.  

“Per Sole Donne” non è un romanzo con una trama originale o memorabile, non è un libro che si spaccia per un’opera di psicologia spicciola che vuole sviscerare le dinamiche dei rapporti di coppia o le ripercussioni della menopausa sul corpo e sulla psiche di una donna. No, quello presentato dalla Pivetti è uno spaccato di vita quotidiana, la semplice e pura realtà contemporanea. Che piaccia o meno, noi donne non abbiamo più paura di nasconderci dietro sciocchi tabù e pregiudizi di stampo medievale. Ade, Martina, Ben, Tonia e Rosaria sono donne libere ed emancipate, sono la voce di tutte noi ma, soprattutto, sono le grida di tutte quelle donne oppresse da società maschiliste e dispotiche che le privano della loro libertà personale e di espressione. Le donne guidate dalla Pivetti esigono la parità in tutto e per tutto, danno uno schiaffo in faccia al patriarcato che le vuole posate, mansuete e obbedienti e sovvertono l’ordine sociale.  
A tal proposito mi piacerebbe condividere un pezzo di un’intervista rilasciata dalla Pivetti per Mondadori a proposito del libro:  

[…] E poi avevo una voglia pazza di fare un tuffo nel non detto, nell’intimità femminile, nella ricerca del piacere e dell’amore, nel rifiuto delle convenzioni e dei tabù.
I tabù, che brutta invenzione!

Quanti ne abbiamo scardinati noi donne nel corso dei decenni e quanto è ancora lunga la strada della libertà sessuale.
Mica parlo di scopate, quelle ormai ce le facciamo con relativa (relativa, attenzione, relativa) disinvoltura.

Parlo di vera e profonda libertà scevra da pregiudizi, balzelli (morali) e fardelli, robaccia per bigotti e perbenisti che (lo so, lo so, tranquilli, lo so) fremeranno di sdegno davanti alle storie di Adelaide, Benedetta, Tonia, Rosaria e Martina, le mie ragazze, le mie protagoniste senza esclusione di colpisenza mezze misure e senza veli (nel vero senso).

L’ipocrisia è dietro l’angolo coi suoi artigli uncinati.
Non abbassiamo la guardia né lo sguardo e continuiamo a pretendere per le donne la stessa libertà d’espressione che il mondo consente agli uomini da sempre.
Adelaide e le amiche lo fanno in tutte le duecentocinquantadue pagine del romanzo.

“Per Sole Donne” è un inno alla libertà, all’essere donna, all’amicizia. È un inno alla vita! 

Forse quello che sconvolge più di tutto è il fatto di non trovarsi davanti a delle adolescenti ma a delle cinquantenni sulla soglia della menopausa che dovrebbero essere madri e mogli devote e invece eccole lì a ridere alle spalle dei loro partner, a parlare di sesso, disavventure erotiche, tradimenti e divorzi. Veronica Pivetti vuole depennare una volta per tutte lo stereotipo della donna che sogna la famiglia del Mulino Bianco. La felicità non la si misura in figli e, cosa più importante, una donna di mezza età ha lo stesso diritto di una ventenne di sentirsi libera nel proprio corpo e nella propria vita sessuale, di conoscere uomini online e di fare sesso con uno sconosciuto nel bagno di un treno, così come ha il diritto di riscoprirsi omosessuale, ma questa è un’altra storia e se vorrete saperne di più dovrete leggere il libro.  

Un consiglio per gli uomini: non fermatevi al “Per Sole Donne” 😉 
 

4/5

RECENSIONE “Storia di Due Anime” di Alex Landragin

Una trama appetitosa che tocca diverse epoche storiche, Charles Baudelaire e Coco Chanel tra i personaggi, un metodo di lettura interattivo e una copertina da urlo (chapeau, GatsbyBooks!). Con queste premesse, “Storia di Due Anime” di Alex Landragin avrebbe tutte le carte in regola per aggiudicarsi il titolo di miglior lettura 2020. Eppure…  

TITOLO: Storia di Due Anime

AUTORE: Alex Landragin

GENERE: Storico, Realismo magico

DATA PUBBLICAZIONE: 17 settembre 2020

EDITORE: Nord (Narrativa Nord)

PAGINE: 400

PREZZO: 18,00 € / 9,99 € (eBook) 


TRAMA

Una storia iniziata più di due secoli fa (e non ancora finita). Sette vite. Tre manoscritti «impossibili». Due anime che si cercano. Un assassino.

A Parigi, una ricca collezionista incarica un uomo di rilegare insieme tre manoscritti, composti in epoche diverse e da mani diverse. A una condizione: non leggerli. Ma quando viene a sapere che la donna è morta – qualcuno dice assassinata – il rilegatore rompe la promessa. Rimane così colpito – e turbato – dalla lettura dei manoscritti che decide di pubblicarli col titolo di Storia di due anime.

L’educazione di un mostro. Dopo essere stato investito da una carrozza, Charles Baudelaire viene soccorso e portato in una villa subito fuori Bruxelles. Anche se lui non l’ha mai vista, la misteriosa padrona di casa dimostra di conoscere il suo passato fin troppo bene. E gli fa una proposta inquietante…

La città fantasma. A Parigi, davanti alla tomba di Baudelaire, un uomo e una donna s’incontrano per la prima volta. Lui è un rifugiato tedesco, lei – Madeleine –, un’enigmatica appassionata di poesia. Con l’esercito nazista ormai alle porte, la città viene evacuata, ma i due decidono di restare. E, in quei giorni di passione, Madeleine gli racconta una storia incredibile: la storia di due anime che si perdono e si ritrovano da quasi due secoli. E poi gli chiede di partecipare a un’asta, dove si venderà il manoscritto di un racconto inedito di Charles Baudelaire, L’educazione di un mostro. L’uomo la asseconda, rimanendo così invischiato in una serie di brutali omicidi che sembrano portare la firma dell’esclusiva – ed elusiva – Société Baudelaire…

I racconti dell’albatro. È la storia di Alula, colei che ricorda, e di Koahu, colui che dimentica. Una storia che comincia al tramonto del XVIII secolo, in una sperduta isola del Pacifico, e si dipana fino ad arrivare a Parigi, nel 1940, davanti alla tomba di Charles Baudelaire, dove il cerchio si chiude. O forse no…

Un romanzo nel romanzo. Tre diversi racconti che si muovono sullo sfondo di un’unica cornice narrativa che ne tesse le trame. 
L’autore, Alex Landragin, è un rilegatore parigino. Un giorno riceve una strana richiesta da parte di una delle sue più affezionate committenti, la “Baronessa”: deve rilegare un antico manoscritto e, non importa quanto tempo o denaro occorreranno, l’unica condizione è che Alex non dovrà mai conoscerne il contenuto. Ma dopo pochi giorni la Baronessa muore in circostanze misteriose e il suo corpo viene trovato con gli occhi cavati.

[…] Concludemmo dunque che la Baronessa doveva essere invischiata in qualche losco traffico di libri. I libri rari sono in grado di far emergere il lato peggiore delle persone. Fu così che nella mente di entrambi si affacciò un sospetto, un sospetto troppo angosciante per essere formulato apertamente: e se l’omicidio della Baronessa fosse stato in qualche modo collegato al manoscritto che si trovava nella mia cassetta di sicurezza?

Ad Alex non rimane che una cosa da fare: leggere il manoscritto. 
Scopre di avere tra le mani tre diversi racconti, apparentemente scollegati tra loro.
Ma la cosa più strana è l’indicazione lasciata in prima pagina dalla Baronessa stessa che ne indica un alternativo metodo di lettura: il suo consiglio è di non leggere i racconti nella sequenza convenzionale, dalla prima all’ultima pagina, bensì di alternarne la lettura, seguendo quindi le indicazioni lasciate alla fine di ogni capitolo, così che ti ritroverai a dover saltare da pagina 233 a pagina 44, dalla 128 alla 336, e così via. 

Il primo racconto è “L’Educazione di un Mostro”, un racconto inedito e autobiografico scritto da Charles Baudelaire che narra la storia del suo incontro con una misteriosa donna e delle inquietanti rivelazioni che ne conseguono. Il secondo,“La Città Fantasma”, si apre invece sulla Parigi in piena Seconda Guerra Mondiale: è su questo sfondo che un uomo, un rifugiato tedesco che noi chiameremo Monsieur, incontra per la prima volta Madeleine sulla tomba di Baudelaire. L’amore per questa donna lo porterà ad invischiarsi in un’intricata faccenda di antichi manoscritti e misteriosi omicidi che, tra gli altri, vedono coinvolta anche un’enigmatica Coco Chanel. Infine, “I Racconti dell’Albatro” è la storia di AlulaKoahu, la storia di due anime che, da più di due secoli, si inseguono e ricercano gli occhi conosciuti su visi sconosciuti.  

Ciò che più ho apprezzato di “Storia di Due Anime” è, senza ombra di dubbio, l’intreccio narrativo, tanto macchinoso quanto fruibile. Io ho scelto di leggere la storia nell’ordine indicato dalla Baronessa e non me ne sono pentita. Anzi, a chi ancora non l’ha letto e sta decidendo di approcciarsi al romanzo, consiglio vivamente di evitare la lettura lineare e divisa dei tre racconti che, a parer mio, rende meno godibile la trama, la cui bellezza è data proprio dal disegno che si crea dal sovrapponimento dei diversi strati narrativi.  

Inoltre, la mia incommensurabile passione per il romanzo storico viene ampiamente gratificata dalla presenza di diversi palcoscenici, le cui scenografie riflettono gli ultimi tre secoli della storia del nostro mondo: assistiamo, tra gli altri, alla colonizzazione francese, tra ‘700 e ‘900, di una piccola isola del Pacifico orientale, seguiamo il marinaio Pierre Joubert nei suoi viaggi intorno al mondo e alle culture di fine ‘700, accompagniamo un ritrattista in una piantagione degli Stati Uniti del sud nei primi decenni dell’800, viviamo la storia d’amore tra Jeanne Duval e Charles Baudelaire e seguiamo da vicino le vicissitudini di un rifugiato tedesco a Parigi durante la Seconda Guerra Mondiale. 
Tra le varie vite che compongono queste pagine, la mia preferita è quella di Edmonde de Bressy, letterata e fondatrice della Société Baudelaire che, nel 1900, si rifugia tra gli indigeni dell’isola di Oaeetee. È anche il momento in cui la trama prende una svolta inaspettata e si tinge una volta per tutte di quel giallo di cui già in precedenza avevamo intravisto una lieve sfumatura. A tal proposito,è curioso come non bastino uno o due generi letterari specifici per descrivere “Storia di Due Anime”. È un romanzo storico? È una love story? È un thriller? E il realismo magico non lo vogliamo considerare? Insomma, un bel pot-pourri a mio avviso ben riuscito. 

Purtroppo non riesco a considerare con lo stesso entusiasmo lo stile narrativo dell’autore. Non che Alex Landragin non sia un bravo scrittore: il suo stile è delicato e scorrevole, si avvale sapientemente dell’espediente narrativo “show, don’t tell” ed è in grado di permeare le sue pagine di mistero nella giusta dose e nei giusti momenti per incuriosire il lettore. È soprattutto su quest’ultima sua capacità che vorrei porre l’accento perché, se non fosse per il contorto rebus che mi sono ritrovata tra le mani, probabilmente avrei faticato a portare a termine la lettura. Nonostante la moltitudine di storie e personalità, ho trovato i personaggi un po’ piatti, ripetitivi e, lasciatemelo dire, noiosi. Ci troviamo spesso davanti a situazioni replicate più e più volte e questo purtroppo non rende la lettura particolarmente accattivante.

Ciononostante, “Storia di Due Anime” è un libro che si fa leggere, complice la curiosità derivante dalle tecniche narrative e dall’intreccio innovativo: desideri arrivare in fondo alla storia, risolvere il mistero degli omicidi, capire una volta per tutte in che modo tutto è connesso. Quello che manca al libro, ironia della sorte, è proprio l’anima. Ho trovato la storia d’amore insipida, priva di pathos, come se fosse solo un espediente narrativo e non il fulcro del romanzo e non è ciò che mi aspettavo. Avevo aspettative molto alte a tal proposito: la trama mi rievocava alla mente il “mito delle metà” di Platone, mi si era formata nella mente questa bellissima immagine di due anime gemelle che sfidano il tempo e lo spazio per ritrovarsi. Avevo aspettative molto alte che purtroppo sono state disattese ma forse sono stata io ad aver troppo idealizzato il tutto. Insomma, una lettura piacevole che mi ha tenuto compagnia per qualche giorno ma che non mi ha lasciato dentro nulla di memorabile.  

Ci sarebbero ancora così tante cose da dire su questo libro! Ci sarebbe da divagare per ore e ore a proposito del problema etico e morale che consegue a questa storia ma purtroppo andremmo ad incappare in enormi e giganteschi spoiler che rovinerebbero completamente la lettura.
Nonostante tutto è un libro interessante e che nasconde delle piacevoli sorprese e penso che una possibilità se la meriti tutta.  

E mi raccomando, se deciderete di dargliela fatemi sapere se seguirete la sequenza della Baronessa o quella classica! 

3/5

RECENSIONE “La Misura dell’Uomo” di Marco Malvaldi

Bentrovati cari lettori!
Oggi sono qui per esporvi le mie impressioni su una delle uscite più attese e chiacchierate di questo mese. Sto parlando ovviamente del nuovo libro di Marco Malvaldi, “La Misura dell’Uomo”, nell’inusuale veste di Giunti Editore. Per chi non lo sapesse, Malvaldi è uno degli storici autori di Sellerio, famoso per la sua serie di romanzi gialli con protagonisti i “vecchietti del BarLume”.

Premetto che non avevo mai letto nessun romanzo dell’autore e che quindi non conosco per esperienza diretta la serie qui sopra citata. D’altra parte, come libraia, ho l’obbligo e il dovere di conoscere determinate realtà editoriali di una certa levatura, e Sellerio è sicuramente una di queste. Ecco perché mi sono avvicinata a questa lettura avendo già delle aspettative molto alte.

Saranno state soddisfatte? Scopriamolo insieme.

TITOLO: La Misura dell’Uomo

AUTORE: Marco Malvaldi

GENERE: Giallo storico

DATA PUBBLICAZIONE: 6 novembre 2018

EDITORE: Giunti Editore (Scrittori Giunti)

PAGINE: 300

PREZZO: 18,50 € / 9,99 € (eBook) 


TRAMA

Ottobre 1493. Firenze è ancora in lutto per la morte di Lorenzo il Magnifico. Le caravelle di Colombo hanno dischiuso gli orizzonti del Nuovo Mondo. Il sistema finanziario contemporaneo si sta consolidando grazie alla diffusione delle lettere di credito. E Milano è nel pieno del suo rinascimento sotto la guida di Ludovico il Moro. A chi si avventura nei cortili del Castello o lungo i Navigli capita di incontrare un uomo sulla quarantina, dalle lunghe vesti rosa, l’aria mite di chi è immerso nei propri pensieri. Vive nei locali attigui alla sua bottega con la madre e un giovinetto amatissimo ma dispettoso, non mangia carne, scrive al contrario e fatica a essere pagato da coloro cui offre i suoi servigi. È Leonardo da Vinci: la sua fama già supera le Alpi giungendo fino alla Francia di re Carlo VIII, che ha inviato a Milano due ambasciatori per chiedere aiuto nella guerra contro gli Aragonesi ma affidando loro anche una missione segreta che riguarda proprio lui. Tutti, infatti, sanno che Leonardo ha un taccuino su cui scrive i suoi progetti più arditi – forse addirittura quello di un invincibile automa guerriero – e che conserva sotto la tunica, vicino al cuore. Ma anche il Moro, spazientito per il ritardo con cui procede il grandioso progetto di statua equestre che gli ha commissionato, ha bisogno di Leonardo: un uomo è stato trovato senza vita in una corte del Castello, sul corpo non appaiono segni di violenza, eppure la sua morte desta gravi sospetti… Bisogna allontanare le ombre della peste e della superstizione, in fretta: e Leonardo non è nelle condizioni di negare aiuto al suo Signore. A cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci, Marco Malvaldi gioca con la lingua, la scienza, la storia, il crimine e gli ridà vita tra le pagine immaginando la sua multiforme intelligenza alle prese con le fragilità e la grandezza dei destini umani. Un romanzo ricco di felicità inventiva, di saperi e perfino di ironia, un’indagine sull’uomo che più di ogni altro ha investigato ogni campo della creatività, un viaggio alla scoperta di qual è – oggi come allora – la misura di ognuno di noi.

Come abbiamo ormai appurato, con “La Misura dell’Uomo”, Marco Malvaldi si cimenta in un genere non totalmente nuovo per lui, ma comunque abbastanza distante dalla sua produzione abituale. Come detto in precedenza, Malvaldi prende eccezionalmente le distanze da Sellerio e dai suoi storici colleghi – Camilleri, Manzini e Recami, solo per citarne alcuni – e fa un salto nell’universo narrativo di Dan Brown e Ken Follet, tra gli altri.

Ci troviamo nel 1493, alla corte di Ludovico il Moro. Siamo in piena epoca rinascimentale, un periodo d’oro per la bella Milano, reso tale anche, e soprattutto, dalla presenza di Leonardo da Vinci che, proprio sotto il governo del Moro, ha prodotto alcuni tra i suoi più celebri capolavori, come la Dama con l’Ermellino – ritratto dell’amante di Ludovico, Cecilia Gallerani – e la Vergine delle Rocce. E come non nominare il Cenacolo!

Io amo l’arte – vengo da anni e anni di studi artistici – e amo Leonardo, perciò come potevo, dopo queste premesse, tenere le mie grinfie lontane da questo libro?
Ecco perché, non appena giunte in libreria le mille mila copie de “La Misura dell’Uomo”, ho immediatamente provveduto ad arraffarne una.

Che dite? Mi è piaciuto? Ha soddisfatto le mie aspettative?
Sì e no.

Vorrei estrapolare la parte storica del romanzo e la parte “gialla” – o mistery – e trattarle in maniera separata, come se fossero due entità a sé stanti.

Per quanto riguarda la prima – la componente storica –, è un pieno e assoluto dieci e lode. Malvaldi ha fatto un lavoro di ricerca che quasi intimidisce per la minuzia di particolari e dettagli che è riuscito ad inserire tra le sue pagine. Tutta la prima metà del libro è un piccolo e prezioso tesoro saturo di cenni storici e curiosità da far brillare in eterno i miei occhi. Tra le tante cose, ad esempio, l’autore ci mette al corrente di un simpatico aneddoto, ovvero del fatto che, già a quell’epoca, il traffico fosse il peggior male di Milano.

A Milano gli uomini i muovevano a dorso di mulo, mentre le donne, le donne facoltose, si muovevano in carretta – delle carrette che sembravano un incrocio fra una pala d’altare e un carro siciliano, dorate e pacchiane, trainate da due o quattro giumente, e che erano il terrore dei pedoni. Può sembrare strano, ma a Milano il traffico era un problema già nel tardo Quattrocento.

Ci sono poi molti appunti per quanto riguarda gli argomenti di natura artistica, legati, ad esempio, alla creazione e produzione del colore, o ancora, alla lavorazione dei metalli. E come non menzionare la componente linguistica! Insomma, potremmo considerare “La Misura dell’Uomo” una mini enciclopedia sul Rinascimento milanese solo per il minuzioso lavoro di ricerca e documentazione fatto da Malvaldi.

E come non parlare poi della componente grafica del libro!
“La Misura dell’Uomo” è un libro finemente curato a trecentosessanta gradi. Giunti ha letteralmente corteggiato Marco Malvaldi per questo progetto e si può ben notare quanto ci tenesse a creare un prodotto di altissima qualità, basti pensare alle illustrazioni di Leonardo che decorano entrambi i risguardi del libro o alle meravigliose riproduzioni della mappa della città di tardo Quattrocento. Sono questi i dettagli per cui vado subito in visibilio. Solo per questo e per la ricerche storiche, il romanzo si meriterebbe cinque stelle piene.

Eppure io, di stelle, gliene ho assegnate solamente tre…

Ecco, ora possiamo riprendere in mano la componente “gialla” che avevamo momentaneamente lasciato da parte. Purtroppo, non mi ha “preso” per nulla. Possiamo proprio dire che l’intreccio generale non mi ha lasciato nulla, niente di niente. Ho girato l’ultima pagina solo qualche giorno fa e già fatico a ricordare molti accadimenti.

Tutta la vicenda ruota intorno al ritrovamento del corpo senza vita di un tale Rambaldo Chiti all’interno di una corte del castello. Sul corpo nessun segno visibile che possa attestare la causa della morte. Ma una cosa è subito chiara a Leonardo: il Chiti è stato assassinato. Ma da chi? E perché poi?
Il mistero si infittisce maggiormente quando all’interno della sua abitazione – del Chiti – viene rinvenuta una pagina piena di appunti e annotazioni vergate indubbiamente dalla mano di Leonardo – famoso, tra le altre cose, per la sua bizzarra abitudine di scrivere da destra verso sinistra.

Ecco, diciamo quindi che inizialmente tutta la faccenda aveva attirato la mia attenzione ma che poi, quella stessa attenzione, era andata scemando man mano che ci si avvicinava alla risoluzione del caso. Insomma, l’epilogo, così come le motivazioni che hanno portato all’omicidio del Chiti e di altri dopo di lui, non mi ha per nulla convinta, anzi, mi ha proprio delusa.

La presenza di decine di personaggi che continuano a spuntar fuori da ogni dove poi non aiuta di certo. Dovevo continuamente interrompere la lettura per andare a spulciare l’elenco dei personaggi all’inizio del libro che conta ben una cinquantina circa di nomi. Passi Leonardo da Vinci, passino il Moro e la Gallerani. Passino il Salaì e Caterina, la madre di Leonardo, il Trotti e Galeazzo Sanseverino, personaggi ricorrenti nella storia, ma tutti gli altri? Una gran confusione.

Mi spiace davvero molto di non essere riuscita ad apprezzare appieno “La Misura dell’Uomo” che rimane tuttavia un ottimo prodotto letterario nonché un libro scritto in maniera eccellente. Marco Malvaldi sa sicuramente fare il proprio lavoro e la sua ironia e simpatia gli conferiscono sicuramente una marcia in più: sa come distinguersi e questa è una caratteristica fondamentale per uno scrittore. Tutte le “problematiche” – se così le vogliamo chiamare – che ho riscontrano rimangono circoscritte alla sfera soggettiva. Come spesso accade nel caso di grandi opere, considerate oggettivamente dei capolavori della letteratura, a fare la differenza è il cuore, il grado di sensibilità alla storia, alla vicenda.

Tutto questo per chiarire che, nonostante il mio giudizio finale, “La Misura dell’Uomo” non è assolutamente un libro che vi voglio sconsigliare, anzi… leggetelo assolutamente! Magari voi riuscirete ad empatizzare con la storia e ad apprezzarla molto più di quanto non abbia fatto io.

3/5

RECENSIONE “Il Negozio di Musica” di Rachel Joyce

Buongiorno cari lettori,
a settembre è tornata nelle librerie una delle autrici inglesi più amate e apprezzate di sempre, Rachel Joyce, con il suo nuovo romanzo “Il Negozio di Musica”, questa volta edito Giunti Editore. 

Spoiler: l’ho amato! Follemente!
Uno dei migliori romanzi di sempre, attualissimo nonostante l’ambientazione 80’s.

Siete pronti per questo viaggio all’insegna della musica?
Seguitemi 😉

TITOLO: Il Negozio di Musica

AUTORE: Rachel Joyce

GENERE: Narrativa romantica

DATA PUBBLICAZIONE: 12 settembre 2018

EDITORE: Giunti

PAGINE: 352

PREZZO: 14,90 € / 8,99 € (eBook) 


TRAMA

Inghilterra, 1988. A Unity Street c’è un negozio di musica che vende vinili di ogni genere, colore e velocità, solo ed esclusivamente vinili. Il suo proprietario, Frank, ha un dono, una specie di sesto senso: chiunque entri nel suo negozio, qualunque sia la musica che cerca o lo stato d’animo in cui si trova, Frank sa leggere ciò che ha davvero nel cuore e consigliare la canzone di cui ha bisogno. C’è solo una persona di fronte alla quale il suo intuito si trova disarmato: la misteriosa donna dal cappotto verde che un giorno sviene proprio sulla soglia del negozio. Si chiama Ilse Brauchmann, è tedesca, ha un singolare talento per aggiustare le cose e vorrebbe delle lezioni di musica… Lezioni di musica? Frank non ha mai dato lezioni a nessuno e, del resto, ha rinunciato all’amore ormai molto tempo fa, la sua vita è perfetta così com’è. Eppure non riesce a nascondere l’emozione che prova specchiandosi in quegli occhi nero vinile. Ma che cosa ha portato Ilse in Inghilterra? Perché non toglie mai quei guanti scuri che coprono le sue mani? Che cosa nasconde nel suo passato? Mentre i negozi di Unity Street rischiano di chiudere uno dopo l’altro, Frank e Ilse dovranno fare i conti con cicatrici profonde, visibili e invisibili, e aprire finalmente i loro cuori. Prima che sia troppo tardi. Una favola contemporanea, un’ode al potere trasformativo della musica e dell’amore.

Sono sempre stata dell’idea che la musica non sia da considerarsi semplicemente come “qualcosa da ascoltare”. Non è solo un insieme di note che, disposte in una determinata sequenza, riproducono questo o quell’altro suono. La musica è un’esperienza da vivere a trecentosessanta gradi, una melodia  da inglobare dentro di sé attraverso ogni nostra singola capacità sensoriale.
Ebbene, credo di aver trovato qualcuno con cui condividere questa mia opinione.

“Il Negozio di Musica” ci ricorda che non è necessario ricorrere all’udito per sentire la musica. Rachel Joyce sa prendervi per mano e accompagnarvi tra gli spartiti delle sinfonie di Beethoven e i notturni di Chopin, tra gli accordi jazz di Miles Davis e i testi soul di Aretha Franklin, e il tutto senza l’ausilio di alcuno strumento. Sono bastate poche e semplici parole, accostate tra loro sulla pagina bianca con la stessa studiata maestria con cui le note musicali vengon fatte danzare tra gli spazi e i righi di un pentagramma.

A farci da guida in questo magico viaggio musicale è Frank, l’ordinario proprietario di un piccolo negozio di vinili in Unity Street. Frank non è un negoziante comune: ha un “dono”, una capacità innata di leggere l’animo delle persone e capire di quale canzone hanno bisogno in quel preciso momento della loro vita.

Frank non sapeva suonare, non era capace di leggere uno spartito, non aveva nessuna conoscenza pratica, ma quando si trovava di fronte a un cliente e lo ascoltava davvero, udiva una musica. Non una sinfonia vera e propria. Solo poche note; al massimo una melodia. E non gli capitava sempre, ma solo quando smetteva di essere Frank e si portava in uno spazio situato a metà strada.

Ma un giorno succede qualcosa di inaspettato: una donna tedesca col cappotto verde, di nome Ilse Brauchmann, sviene davanti alla porta del negozio di musica per poi scappare via in fretta e furia una volta ripresa conoscenza. La faccenda sarebbe già di per sé bizzarra ed insolita, ma il tutto si complica quando Frank si rende conto di non sentire alcuna musica levarsi da questa donna. Tutto ciò che sente ogni volta che la guarda è solo silenzio.
Ma chi è Ilse Brauchmann? Qual è la sua storia? Perché si trova in Inghilterra? E perché è svenuta? Ma soprattutto, perché Frank non riesce a leggere il suo cuore?

Il mistero che avvolge la figura di Ilse Brauchmann è uno dei punti cardine di questo romanzo, ciò che, a parer mio, trascina il lettore dalla prima all’ultima pagina. Chiariamo subito le cose: non stiamo parlando del capolavoro letterario del secolo. Questo libro non è privo di difetti. Lo stile di Rachel Joyce mi piace molto, è fresco e preciso, e a tratti ironico e umoristico, delicato e, per restare in tema, l’ho trovato molto musicale. Il problema risiede proprio nella storia che, purtroppo, fa un po’ fatica ad ingranare. Ho iniziato la lettura con grande entusiasmo ma, dopo l’incidente con Ilse davanti al negozio di musica e la sua successiva sparizione, tutta la mia euforia è andata scemando. Da quel momento in poi la lettura si è un po’, come dire, rallentata. Sia io che i negozianti di Unity Street siamo rimasti immobili, congelati nel tempo in attesa che succedesse qualcosa, che la giovane donna col cappotto verde si rifacesse viva. Rachel Joyce non è riuscita ad intrattenermi in quell’intervallo d’attesa che ha preceduto la ricomparsa in Unity Street di Ilse Brauchmann. Ma l’autrice non ci mette molto a riaggiustare il tiro ed ecco che il mio entusiasmo torna in fretta e furia a farsi vivo.

Come è scritto nella sinossi del romanzo, Ilse si ripresenta da Frank per chiedergli delle “lezioni di musica”. Ecco, dopo la prima lezione ho capito che, nonostante tutto, avrei follemente amato questo libro. Innanzitutto sono rimasta spiazzata nel rendermi conto che per “lezioni di musica” non si intendessero lezioni pratiche volte all’imparare uno strumento, cosa che io avevo erroneamente dedotto dopo aver letto la quarta di copertina. Infatti, Frank non ha alcuna conoscenza di questo tipo e non ha mai suonato nulla in tutta la sua vita.
Ma quindi cosa vuole esattamente Ilse da lui? Ebbene, ciò che la donna vuole è che Frank le racconti la musica.

Una volta che hai sentito Beata viscera non te lo dimentichi più. È solo un’unica voce umana, ma sembra di salire sul dorso di un uccello. Nel momento esatto in cui comincia, stai già volando. Ti porta su, ti riporta giù, e poi ti solleva così in alto che diventi una capocchia di spillo nel cielo. Ma se chiudi gli occhi e ascolti davvero, ti tiene al sicuro per l’intero percorso. Finché non ho ascoltato Beata viscera non avevo idea che gli esseri umani potessero essere così belli. Ogni volta che vedrai un uccello, ripenserai a questa musica.

La meraviglia di queste lezioni è qualcosa che potete capire solo leggendo il libro. Le parole di Frank, dalla prima all’ultima, mi hanno toccato irrimediabilmente il cuore. Frank parla di compositori, musicisti e cantanti, ci racconta aneddoti e retroscena della musica, ma soprattutto cerca di spiegarci il potere della musica, ciò che la giusta melodia è in grado di fare al cuore e all’anima delle persone, in particolare alla sua. Ma è la passione e il fervore con cui parla di questi argomenti che mi ha affascinata tanto. Più di una volta le sue parole mi hanno commosso.

Mi ritrovavo a leggere quei paragrafi con la stessa espressione in viso di Ilse Brauchmann che lì, seduta al tavolino della Teiera Cantante con il mento appoggiato sulle mani giunte, se ne stava in religioso silenzio incantata davanti ad un uomo che, senza volerlo, le stava aprendo il suo cuore nel modo più magico e commovente possibile. Non un evento da prendere sottogamba, comunque. Frank è un uomo un po’ burbero, un uomo grande e grosso che non vuole saperne nulla di amore e sentimenti. Ma la caratteristica principale che lo contraddistingue è la sua testardaggine e la caparbietà con cui continua imperterrito a difendere il vinile rifiutando di mischiare i suoi preziosi dischi con CD di plastica e cassette. Chissà quanti negozianti si sono trovati nei suoi stessi panni negli Ottanta, e fa sorridere il fatto che, ora, il vinile sia tornato di moda in modo tanto prepotente.

Qualche volta, quando un rappresentante si dimostrava particolarmente ottuso, Frank elencava tutti i motivi per cui i vinili erano meglio dei CD e delle cassette.
Non era solo per 1) la GRAFICA e le NOTE DI COPERTINA e 2) la possibilità di inserire una TRACCIA NASCOSTA, un breve messaggio inciso nell’ultimo solco. E neanche per 3) la ricchezza di mogano della QUALITÀ DEL SUONO. (Ma il suono dei CD era pulito, replicavano i rappresentanti. Non c’era rumore di superficie. Al che Frank rispondeva: «Pulito? Cosa c’entra la musica con la pulizia? Dov’è l’umanità nel pulito? La vita è piena di rumori di superficie! Volete ascoltare cera per mobili?») E l’importante non era nemmeno 4) IL RITUALE di controllare il disco prima di abbassare con cautela la puntina. No, l’elemento più importante di tutti era 5) IL VIAGGIO: il viaggio compito da un album da una traccia all’altra, con un intervallo a metà, quando dovevi alzarti e girare il disco per terminare l’ascolto. Col vinile, non potevi semplicemente rimanertene seduto lì come un sacco di patate. Dovevi MUOVERE IL CULO e PARTECIPARE.

Nonostante ciò che possa sembrare, questo libro non è un romance. Non ci troviamo davanti ad una storia d’amore, per lo meno non nel senso convenzionale del termine.  Non voglio raccontare troppo in modo da potervi lasciare il piacere di scoprire da soli la particolarità del sentimento che lega Frank e Ilse e, soprattutto, il modo in cui il loro rapporto si svilupperà nel corso della storia. Posso solo anticiparvi che non ci sarà nulla di melenso e sdolcinato al limite del diabete, nessuna situazione irreale e ai limiti dell’assurdo a cui ormai i romance ci hanno abituato.

Se dovessi scegliere una parola chiave per descrivere questo romanzo sicuramente sarebbe verosimiglianza. Insomma, potremmo tranquillamente trovarci davanti alla biografia di un negoziante dei tardi anni Ottanta. Rachel Joyce ci trascina in una realtà londinese che non è esattamente tra le più floride. Sono anni di cambiamento e di innovazione, la cultura di massa ha ormai invaso la società e i grandi centri commerciali stanno ormai soppiantando le piccole imprese. Uno dopo l’altro, i negozi in Unity Street sono destinati a soccombere alla grande distribuzione.

«Lo sai quanti clienti hanno avuto le pompe funebri ultimamente?»
«No, Maud.»
«Due. Due da dopo Natale. Cos’ha questa gente che non va?»
«Forse non muoiono più» propose Kit.
«Certo che muoiono. Solo che non vengono più qui. Vogliono le porcherie di High Street.»

Prima la fioraia, poi il panettiere… C’è solo da chiedersi chi sarà il prossimo. Il centro di tatuaggi della scorbutica Maud o le pompe funebri dei fratelli Williams? E quanto ancora riuscirà a sopravvivere il negozio di articoli religiosi di padre Anthony? Cosa ne sarà di Frank e dei suoi vinili ora che le vendite di CD stanno prendendo piede?

Quello che l’autrice ci presenta è uno spaccato di società che non fa sconti a nessuno. “Il Negozio di Musica” non è un libro che vuole illudere il lettore promettendo il “per sempre felici e contenti”. Anche la persona più ottimista del mondo sa riconoscere che la vita reale non è questo. Se avete l’impressione che le cose potranno solo peggiorare è perché peggioreranno, non c’è scusa che tenga. La vita non è una commedia romantica.

Se questo libro vuole insegnare qualcosa è che nella vita nulla ti viene regalato e che se vuoi qualcosa te lo devi guadagnare. Più che il valore della speranza è quello della perseveranza che “Il Negozio di Musica” vuole esaltare. Come diceva un certo Winston Churchill, “Il successo non è mai definitivo, il fallimento non è mai fatale; è il coraggio di continuare che conta”.

In definitiva, mi sento di consigliare “Il Negozio di Musica” a tutti, sia che siate degli appassionati di musica sia dei semplici ascoltatori fugaci: è pura poesia, un romanzo che sa parlare al cuore delle persone reali e trascinarle in un tornado di emozioni da cui non v’è scampo.

Ah, e come se non bastasse, “Il Negozio di Musica” racchiude in sé uno dei migliori incipit di sempre.
Non è una cosa che sono solita fare, ma in questo caso vi lascio qua una piccola e succulenta anteprima.
Enjoy 😉

C’era una volta un negozio di musica.
Dall’esterno sembrava un negozio qualunque, in una via secondaria qualunque. Non c’era insegna sulla porta. Niente dischi esposti in vetrina. Soltanto un poster fatto in casa attaccato al vetro. Ecco la musica di cui avete bisogno!!! Siete tutti benvenuti!! Vendiamo solo VINILI! Se trovate chiuso siete pregati di telefonare… Dopodiché bisognava tirare a indovinare, perché l’unico numero riconoscibile come tale era un 8, che però poteva anche essere un 3, seguito da due segni che sembravano triangoli e da alcuni, allegri punti esclamativi.
All’interno il negozio era strapieno. Scatoloni ovunque, tutti senza etichetta, carichi di dischi di ogni genere e velocità, dimensioni e colore. A destra della porta si trovava un vecchio bancone; sul fondo, ai lati di un giradischi, torreggiavano due cabine di ascolto simili ai mobili di una camera da letto. Dietro il giradischi sedeva il proprietario, Frank, una specie di orso bonario che fumava e metteva musica. Spesso il suo negozio era aperto la sera (e altrettanto spesso era chiuso la mattina): canzoni, un valzer di luci colorate, gente di ogni tipo che frugava tra i dischi.
Classica, rock, jazz, blues, heavy metal, punk. Purché si trattasse di vinili, non esistevano tabù e se spiegavi a Frank cosa volevi, o anche solo di che umore eri quel giorno, in pochi minuti ti trovava il brano giusto. Era un suo talento. Un dono. Sapeva di cosa gli altri avessero bisogno, anche quando loro non lo sapevano.
«Perché non provi questo?» diceva, scostando indietro i capelli castani e ribelli. «Ho una sensazione. Credo proprio che funzionerà…»
C’era una volta un negozio di musica.

4,5/5

RECENSIONE “L’Apprendista Geniale” di Anna Dalton

Ci sono libri che ci entrano dentro, diventano parte di noi; si intrufolano tra le vene arrivando dritti dritti al cuore, dove sono destinati a restare, per sempre.

È questo il caso de “L’Apprendista Geniale” di Anna Dalton: si è insinuato in ogni mio angolo, in maniera del tutto imprevista e spontanea, infiltrandomisi sotto la pelle con la stessa sinuosità di una gondola che scivola dolcemente sulle calme acque veneziane.

E pensare che ho provato una certa ritrosia all’inizio!
Ero scettica, come succede sempre quando mi trovo davanti ad un’opera letteraria prodotta da un personaggio dello spettacolo. Per chi infatti non lo sapesse, Anna Dalton è un’attrice italiana che diversi anni addietro partecipò al talent “Amici di Maria De Filippi”.
Ahimè, sono una persona facile al pregiudizio e pecco fin troppo spesso di scetticismo. D’altra parte odio profondamene questa parte di me e cerco sempre di metterla da parte così da dare sempre una chance e il beneficio del dubbio. Questo è uno di quei casi in cui sono estremamente contenta di averlo fatto!

Venite a scoprire il perché!

TITOLO: L’Apprendista Geniale

AUTORE: Anna Dalton

GENERE: Narrativa

DATA PUBBLICAZIONE: 30 agosto 2018

EDITORE: Garzanti (Narratori Moderni)

PAGINE: 270

PREZZO: 16,90 € / 9,99 € (eBook) 


TRAMA

Andrea attraversa il cancello del college di corsa, mentre il panorama di Venezia si perde all’orizzonte. È in ritardo, come sempre, e ancora più maldestra del solito, con il pesante borsone sulle spalle. Ma in tasca stringe tra le dita qualcosa che riesce a darle sicurezza ogni volta che è necessario: un foglietto di carta con su scarabocchiato «scrivi, scrivi, scrivi». Tre semplici parole che la madre le ha insegnato quando era una bambina. Tre semplici parole che ancora adesso segnano la strada verso il suo sogno: diventare giornalista. Dal giorno in cui è riuscita a tenere la penna in mano, Andrea ha riempito fogli e fogli, scrivendo di qualunque argomento. E questo il suo modo di distogliere la mente da ogni altro pensiero. Ora finalmente è entrata in una delle scuole di giornalismo più prestigiose al mondo, e ci è riuscita grazie a una borsa di studio per i suoi ottimi voti. Ecco la sua forza. Ma quello che ha imparato finora rischia di non bastare: tra quelle aule l’ambizione è il motore di ogni cosa e ci sono persone pronte a tutto pur di ostacolarla, pur di intralciare la conquista dei suoi obiettivi. Senza scrupoli. Per fortuna accanto a lei ha tre amici che non si sono arresi davanti alla sua indole timida e solitaria. C’è Marilyn, che veste sempre di nero. Andre, che la segue ovunque, come un’ombra. E soprattutto l’enigmatico ragazzo che si fa chiamare Joker e che, dietro un enorme sorriso, nasconde qualcosa che il cuore di Andrea non vede l’ora di scoprire. Con loro si sente più al sicuro. Eppure la posta in gioco è molto alta. Diventare una giornalista per lei significa tutto, e ora deve stringersi più che può al suo sogno. Non può deludere la persona a cui anni fa ha promesso di difenderlo. Anche se ci vuole un coraggio che pensava di non avere.

“L’Apprendista Geniale” è, secondo il mio modesto parere, uno dei migliori libri pubblicati in questo 2018. Ha tutto ciò che un buon prodotto letterario dovrebbe avere. D’altronde, Garzanti è una delle poche case editrici rimaste che pubblica romanzi per i giovani senza mischiarsi all’ondata di romance di dubbio gusto  – tralasciando Jamie McGuire, ma uno sgarro glielo si perdona – a cui il mercato editoriale ci ha ormai abituati.

Vorrei citare Alessia Gazzola che ha definito il romanzo come “una storia di giovani non solo per giovani” e secondo me non si potevano trovare parole più azzeccate per descriverlo.

“L’Apprendista Geniale” è la storia di Andrea Doyle, una diciottenne irlandese trasferitasi in Italia con il padre George dopo la morte prematura della madre diversi anni prima. Andrea è un’aspirante giornalista e sembra che il suo sogno stia finalmente per avverarsi, grazie alla possibilità di frequentare la prestigiosa scuola di giornalismo veneziana, il Longjoy College.

Andrea è uno dei personaggi femminili migliori di sempre. Immedesimarsi in lei è stato molto facile per me. Insicura, piena di dubbi ed incertezze sul futuro e, come se non bastasse, nerd fino al midollo.
Appena mette piede all’interno della scuola si sente come un pesce fuor d’acqua. Il Longjoy è, come ho detto, un college molto prestigioso, frequentato unicamente da ragazzi appartenenti ad un certo ceto sociale, con l’unica eccezione di due borsisti l’anno. Neanche a dirlo, Andrea è una di questi.

Le angherie e i soprusi si sprecano: fin da subito si ritrova vittima degli attacchi gratuiti di Barbara – o, come viene subito ribattezzata, Barbie – e del suo fidanzato, Daniele – ma che noi chiameremo Edipone e il motivo mi pare più che implicito. Barbie è abituata a primeggiare ed è disposta a tutto pur di emergere. In un’unica figura, Anna Dalton racchiude i retroscena più oscuri del giornalismo – ma più in generale potremmo dire della vita stessa –, un mondo che pullula fin dall’alba dei tempi di personaggi spregevoli, sempre pronti a farti le scarpe e a passarti sopra con la grazia di un carrarmato. Di sicuro, la spropositata passione per Star Wars e Tolkien, tra gli altri, e l’introversione di Andrea non giovano granché alla sua causa: da sempre è abituata a sentirsi come un’emarginata, una reietta, additata come “quella strana”.

È tra le mura del Longjoy che Andrea troverà finalmente i suoi primi veri amici, personaggi stravaganti e, naturalmente, nerd quanto lei, che le insegneranno il valore dell’amicizia e l’importanza dell’avere accanto qualcuno sempre pronto a sostenerti nei momenti più bui della vita.

“L’Apprendista Geniale” scava a fondo in ogni sorta di rapporto umano: dalla famiglia, all’amicizia fin anche a trattare il tema dei primi amori nonché quello delle prime delusioni e dei cuori infranti – L’amore era davvero un casino. Neanche un incantesimo di confusione con Diamante del Caos faceva danni peggiori”. Per non parlare della brutale rivalità in campo scolastico e lavorativo ma anche dei rapporti tra adulti e bambini, alunni e insegnanti.

Ma non solo: Anna Dalton ci accompagna per mano in un viaggio alla scoperta di sé. Pagina dopo pagina vediamo Andrea acquisire sicurezza, fiducia in sé stessa e nelle proprie capacità. Quello della protagonista è un percorso difficile che richiede una dose di coraggio non indifferente: coraggio di mettersi in gioco e di scendere a patti con il proprio cuore e di non lasciarsi sopraffare dalla meschinità e dalle malelingue.
Quello che l’autrice ci tiene a dimostrare è che per capire veramente noi stessi abbiamo bisogno di rapportarci ad altri essere umani, nel bene e nel male, ma soprattutto nel bene: abbiamo bisogno di amici al nostro fianco – come si suol dire, pochi ma buoni. Senza Uno, Joker, Marylin e Andre, Andrea non avrebbe mai trovato la forza per reagire di fronte alle avversità, e lo stesso vale per ognuno di loro. D’altra parte, l’unione fa la forza e loro ne sono l’esempio più eclatante – ma per capirlo fino in fondo dovrete leggere il romanzo. Solo supportandosi a vicenda riusciranno a trovare la forza per non abbandonare i propri sogni e crederci, crederci fino in fondo.

Guardandomi intorno vedevo qualcosa di nuovo: persone che non avevano paura, o almeno non di creare legami. Gli ero piaciuta, mi avevano accolto e non si erano più guardati indietro. Forse così si doveva fare. Essere entusiasti delle cose e delle persone e crederci, crederci fino in fondo.
Mi sentivo per la prima volta parte di un gruppo, di una squadra, che sapevo mi avrebbe aiutata, che avrebbe fatto di tutto per rendermi la vita più facile, anche solo con la sua presenza.

Ho amato la prosa della Dalton, una ventata d’aria fresca, leggera e spensierata ma non priva di una certa carica emozionale. Appare più come una scrittrice navigata piuttosto che come una giovane autrice al suo esordio. Inoltre, da appassionata nerd come la nostra Andrea, non ho potuto fare a meno di amare i tanti riferimenti alla “cultura nerd”, da quelli legati al mondo creato da Tolkien a Dungeons and Dragons, da Star Wars a Harry Potter e molti altri ancora.

E poi come non menzionare le sue descrizioni!
“L’Apprendista Geniale” è un vero e proprio viaggio letterario che trasporta il lettore tra le pittoresche calli veneziane. Sembra realmente di trovarsi lì, accanto ad Andrea, sul tetto del Longjoy ad ammirare la maestosa bellezza della laguna o nel bel mezzo di Piazza San Marco, con addosso un costume da Maestro Yoda, a festeggiare il carnevale, quel tripudio di colorata stravaganza capace di ricreare un’atmosfera magica e unica al mondo.

Nei miei giorni qui ho scoperto che Venezia non è affatto un posto. È un insieme di posti. Basta guardare la cartina. Anche Dublino è un insieme di quartieri diversi, anche Roma, anche New York, ma qui tra un posto e l’altro c’è il mare.
Non c’è niente che ti fa sentire allo stesso momento parte di qualcosa e separato da tutto come vivere a Venezia. Dall’isola dei Santi se sforzo la vista riesco a vedere il profilo del campanile di San Marco ma so che per raggiungerlo dovrei aspettare la lentezza di un vaporetto. Anche se volessi correre, scappare, non lo potrei fare. Quest’isola ti tiene ferma, ti obbliga a riflettere, a prenderti il tuo tempo. Perché vuoi scappare? Da cosa vuoi scappare? Sei proprio sicura che ne valga la pena?

Insomma, non saprei trovare un difetto a questo libro neanche se volessi. Secondo il mio modesto parere, è la perfezione assoluta racchiusa in poco meno di trecento pagine.

Se vi siete mai sentiti deboli, senza più forze o aspettative alcune, se anche solo una volta nella vita avete pensato di non farcela e di mollare tutto di fronte all’ennesimo ostacolo, leggere “L’Apprendista Geniale”.
Leggetelo, leggetelo tutti, ma soprattutto voi, ragazzi: non c’è lettura più appropriata che possa accompagnarvi in questi primi giorni di scuola. Leggete le parole di Andrea e fatele vostre; non abbiate paura di essere voi stessi e, soprattutto, non smettete mai di combattere per i vostri sogni. 

A tutti quelli che hanno imparato a essere resilienti. Che non significa solo sopportare. Vuol dire trasformare un dolore in una crescita. E il brutto in bello. Anche se sembra un azzardo pensarlo. Ma è solo attraverso gli azzardi che si raggiungono le stelle.

5/5

BLOG TOUR | DOPPIA RECENSIONE “Il Ragazzo Bendato” e “La Furia e le Stelle” di Abel Montero

Benvenuti cari lettori alla penultima tappa del blogtour dei romanzi di Abel Montero, “Il Ragazzo Bendato” e “La Furia e le Stelle”.
Non vedo l’ora di parlarvi di questi libri, perciò questa volta non mi perderò in chiacchiere introduttive inutili ma procederò subito con la recensione!

TITOLO: Il Ragazzo Bendato (Saga del Protettorato, #1)

AUTORE: Abel Montero

GENERE: Fantascienza, Distopia

DATA PUBBLICAZIONE: 19 agosto 2018

EDITORE: Self Publishing

PAGINE: 571

PREZZO: 14,99 € / 3,99 € (eBook) – gratis per gli abbondati Kindle Unlimited


TRAMA

Laura è una giovane Ufficiale delle Forze.
Dopo la Nuova Notte dei Fuochi tutto è cambiato. L’Europa è caduta. Adesso a dettare legge è un immenso conglomerato delle più potenti corporazioni del pianeta. Hanno portato ordine, pace e protezione. Decidono loro cosa è giusto, sbagliato, chi vive e chi muore.
Si fanno chiamare “Il Protettorato”.
Laura è sveglia, efficiente, affidabile e crede ciecamente nel valore del servizio che svolge ma, sulle tracce di un serial killer che sta lasciando dietro di sé una scia di morti assurde, fa una scoperta incredibile.
Dal primo momento in cui i loro occhi si incrociano lei capisce.
Lui è unico, e ha le risposte alle sue domande.
Quando lo incontra, si scatena un potere inimmaginabile.

TITOLO: La Furia e le Stelle (Saga del Protettorato, #Origini)

AUTORE: Abel Montero

GENERE: Fantascienza

DATA PUBBLICAZIONE: 19 agosto 2018

EDITORE: Self Publishing

PAGINE: 440

PREZZO: 13,99 € / 3,99 € (eBook) – gratis per gli abbonati Kindle Unlimited


TRAMA

Un nastro invisibile lega quattro generazioni.
Una minaccia nascosta è pronta ad attaccare quattro persone solo apparentemente non collegate tra loro.
Dal mondo di oggi a quello del Primo Dopoguerra per correre indietro alla fine del diciannovesimo secolo, La Furia e le Stelle racconta la storia di un libro misterioso, di un tesoro incredibile, e della guerra per controllare il suo potere immenso.
Quattro epoche diverse, un solo nemico. Quattro generazioni lontane, un solo destino.

Abel Montero ha tracciato i primi tratti del suo vasto universo, l’Universo del Protettorato, teatro delle vicende narrate sia ne “Il Ragazzo Bendato” sia nel secondo volume prequel, “La Furia e le Stelle”.

Descrivere la realtà del Protettorato non è cosa facile perché, per quanto l’ambientazione possa sembrarci familiare, non potrebbe essere più lontana da noi e da tutto ciò che conosciamo, viviamo e tocchiamo con mano.
Facciamo così: chiudete gli occhi e provate ad immaginare un mondo, il vostro mondo. Immaginate che “in una sola dannatissima notte” tutto quello che conoscete venga spazzato via, come se nulla fosse. Un battito di ciglia e l’Europa non esiste più.

È esattamente questo che ha fatto Abel Montero per porre le basi per la creazione del suo Universo. I suoi personaggi vivono in un futuro prossimo, non poi così tanto lontano da noi, in cui dittature africane e asiatiche si sono alleate a gruppi estremisti islamici e separatisti dell’Est Europa con l’unico scopo di liberarsi dei leader europei – “la ragione di ogni male”.
Durante quella che passerà alla storia come la Nuova Notte dei Fuochi, un massiccio attacco terroristico ha spezzato la vita di parlamentari ed esponenti politici, ma anche di intere famiglie innocenti. In poche ore, intere città sono state spazzate via come foglie al vento. I morti sono stati milioni e il caos ha sconvolto tutto e tutti.

Ma dalle ceneri e dalle macerie una nuova potenza era pronta a sollevarsi: il Protettorato. Con le loro Forze e i loro eserciti privati, i Protettori ricostruirono città, sventarono nuove minacce e schiacciarono i nemici. La guerra si spense più in fretta di com’era iniziata e i “protetti”, i cittadini della nuova Europa Unita, iniziarono a sentirsi al sicuro, sotto l’ala di questa nuova entità. Ma come sempre accade, niente viene dato per niente, e la propria libertà si rivelerà essere il prezzo da pagare per la salvezza.

Come avrete capito, ci troviamo di fronte ad una distopia. Già vi sento mentre sbuffate dicendo “ancora?!”. Lo capisco, è quello che penso anche io ogni volta che appare sugli scaffali la nuova copia di Hunger Games. È diventato sempre più raro trovare testi originali nel vasto panorama distopico YA, eppure ogni tanto qualcosa di innovativo salta fuori ed è proprio questo il caso de “Il Ragazzo Bendato”. Innanzitutto perché non è una semplice distopia ma molto di più. L’autore ha fatto i compiti che, nel campo della scrittura, significa leggere, leggere e ancora leggere.

Abel Montero conosce la fantascienza, ne conosce i meccanismi, i sottogeneri. Sa quali cliché evitare e quali espedienti narrativi adottare.
Per certi aspetti abbiamo una classica ambientazione futuristica con un background che prevede l’introduzione di elementi tecnologici avanzati – come può essere qualsiasi strumento e ritrovato d’avanguardia nelle mani delle misteriose Effimere o le tute intelligenti e i tessuti super hi-tech delle Forze.
Ma a questo primo strato di fantascienza se ne sovrappongono molti altri: l’autore attinge da un più vasto bagaglio culturale citando non solo le opere letterarie ma anche quelle cinematografiche e televisive. Innanzitutto, la Saga del Protettorato è pensata come se fosse una grande serie tv. Ogni capitolo ha una sua personale evoluzione e un filo comune che trascina il lettore dal primo all’ultimo paragrafo. In secondo luogo, ci troviamo spettatori di scene d’azione che neanche nei film di Tom Cruise appaiono più vivide. Inseguimenti e sparatorie sono caratterizzati da una forte struttura cinematografica. Leggere di certe scene nei libri di Abel Montero equivale a star seduti su una poltroncina davanti ad un grande schermo. Potrei dire che l’autore è un maestro in questo. Sa come modellare le parole a suo piacimento, le piega per creare determinate immagini e sensazioni nella mente del lettore.

Potremmo definire “Il Ragazzo Bendato” come un thriller fantascientifico carico di suspense e d’azione in cui non mancano storie d’amore e batticuore. Insomma, “Il Ragazzo Bendato” prende in prestito frammenti narrativi da svariati generi così da creare un prodotto nuovo e di grande originalità, nonché di qualità.

A fare da protagonista ritroviamo l’eterna lotta tra bene e male, questa volta portata agli estremi: bene e male si fondono, si mescolano l’uno all’altro. Ma ancora più importante è il tema della libertà e del libero arbitrio, nonché il concetto di etica della società in relazione al controllo che essa esercita sui propri cittadini.

Avevo un criceto da piccola. Era un batuffolo di pelo bianco con tante macchiette nocciola e grigie. Mangiava continuamente e passava giornate intere a correre su quella sua piccola ruota. Mi chiedevo se fosse davvero felice lì dentro. E glielo domandavo anche, ogni dannatissimo giorno. Lui mi guardava e masticava, masticava senza smettere, poi ricominciava a correre. Io ero solo una bambina ma mi facevo un mare di domande. Ero preoccupata per lui. Gli volevo bene. Un giorno ho capito. Si rendeva conto di quanto fosse miserabile la sua condizione? Diavolo no! Ma sapete una cosa? Non avrebbe avuto comunque il tempo di curarsene. Era troppo impegnato, così preso a farsi scoppiare lo stomaco e da quella ruota sempre pronta a girare per lui.

Badate bene, siamo di fronte ad un romanzo narrativamente molto complesso. L’intreccio che Abel Montero ha tessuto è impossibile da districare. Abbiamo parlato di Tom Cruise poco fa, no? Eccoci finiti in Mission Impossible, con una sola differenza: infiltrarsi alla CIA o al Cremlino non è neanche lontanamente difficile quanto capire cosa si nasconda dietro alla coltre di mistero che avvolge il Protettorato, le Effimere e il ragazzo bendato stesso.

Iniziamo a parlare della trama così magari vi aiuto a comprendere meglio questo mio vaneggiamento.

Dopo un prologo a dir poco intrigante, il romanzo si apre con Laura Sienna, agente delle Forze del Protettorato, appena atterrata a Siracura con l’obbiettivo di catturare un pericoloso criminale: il Disegnatore, uno spietato serial killer che si “diverte” a lasciare strani disegni e cicatrici sui corpi delle sue vittime. Tutte le prove sembrano puntare ad un’unica persona: Alessandro Guerra. Ma ad un passo dalla sua cattura qualcosa cambia. Quello che doveva essere il carnefice sembra essersi appena trasformato in una vittima. La scena che si para davanti agli occhi degli agenti Sienna e McNamara ha dell’incredibile: un ragazzo con il volto ricoperto da bende tiene Alex in ostaggio. Ma c’è qualcos’altro che cattura l’attenzione di Laura prima di perdere inspiegabilmente i sensi: i simboli sulle bende del ragazzo sono gli stessi lasciati dal Disegnatore sui cadaveri. Chi è veramente il ragazzo bendato? Cosa nasconde? E, soprattutto, cosa vuole da Alex? Perché questo ragazzo sembra essere così prezioso per lui e per il Protettorato?

“Il Ragazzo Bendato” è una corsa contro il tempo alla ricerca della verità, ma, come dice Abel Montero, “nessuna verità è semplice” e dietro ad ogni minima risposta si nasconde sempre un nuovo enigma.
Tenetevi forte perché state per imbarcarvi in un viaggio di sola andata che si concluderà sul lettino di uno psicanalista. La saga di Abel Montero è ricca di sfumature, nessuno è bianco o nero, nessuno è buono o cattivo. Ogni personaggio è il risultato dell’unione di luce e oscurità, seppur in misure differenti e sono proprio queste a definirli, a renderli unici.  

A mio parare, il modo migliore per veicolare una storia è quello di introdurre un personaggio in cui il lettore possa facilmente identificarsi, un personaggio “neutro”, se così lo si può chiamare, estraneo alle vicende e ai meccanismi che muovono le singole forze. Per capirci meglio, un personaggio come può essere Harry Potter nella saga della Rowling, che ne sa quanto noi di ciò che gli sta succedendo attorno e con cui possiamo muoverci a pari passo all’interno della storia. Ecco, in questo caso il nostro personaggio “neutro” è Alex. Ma chi è Alex?
Okay, se non avete letto la saga non potete capire quanto in realtà questa domanda faccia sorridere per quanto subdola e complessa, ma per il momento ci basta sapere che Alex è un diciottenne come tanti altri, un ragazzo normalissimo che, di punto in bianco, viene sospettato di essere un serial killer della peggior specie. Da un giorno all’altro si ritrova invischiato in una fitta rete di intrighi e complotti senza sapere né il come né il perché. Perciò ecco, Alex siamo noi e noi siamo Alex. La sua confusione è la nostra, le sue domande sono le nostre, la sua psicosi imminente è la nostra.

Non finirà mai, giusto? A che serve cercare di capire? Chi, come, perché? Non ha un maledettissimo senso! Non saprò mai cosa è successo! E anche se mi avvicinassi alla verità qualcuno si occuperebbe di me, no? Risolverebbero il problema! Mi eliminerebbero semplicemente dall’equazione. Come cancellare un paio di numeri da un foglio. No, ma che diavolo dico? Loro lo strapperebbero via quel foglio! E gli darebbero fuoco!

Ma noi, come Alex, non saremo soli in questo viaggio allucinogeno. Ad accompagnarci ci saranno Laura, Dianne e Nassim, agenti delle Forze preparati ed esperti, ma ci sarà anche il misterioso ragazzo bendato, Goro e le Effimere. E come non nominare Mina Winner, la mercenaria dalle mie sfaccettature, o i coniugi Elder e Lin!
Insomma, Abel Montero ci propone un ampio ventaglio di personaggi, ognuno caratterizzato alla perfezione e con minuzia.

Proprio la costruzione dei personaggi è un altro degli aspetti più affascinanti di questa saga. Al suo esordio, l’autore dimostra grande maestria nel delineare ogni singolo “attore” della sua opera, sia esso protagonista e non. Ma fate attenzione, perché quando penserete di aver finalmente inquadrato ognuno di loro, l’autore ribalterà tutti i ruoli e darà il via ad una serie di colpi di scena senza eguali capaci di minare la sanità mentale di chiunque. So che può sembrare un paradosso visto e considerato che da un certo tipo di personaggio, se caratterizzato in un determinato modo, ci aspetteremmo delle azioni il linea con il suo carattere ma la bravura di Abel sta proprio in questo. Lui ci presenta i personaggi indirettamente, ce li fa conoscere attraverso ricordi, pensieri e dialoghi. Ci da la possibilità di crearci una nostra opinione di tale personaggio senza forzare l’idea che abbiamo dello stesso. È un meccanismo complesso e non è semplice spiegarlo a parole. È una di quelle cose che potete comprendere fino in fondo solo leggendo il libro.

Ora, però, vorrei ritornare indietro di qualche paragrafo e tornare a parlare dei motivi che distinguono la Saga del Protettorato da qualsiasi altra saga distopica, perché c’è un punto che non abbiamo ancora toccato, ovvero quello dell’ambientazione. Come ormai avrete capito, la saga di Abel Montero è ambientata in Europa e si snoda principalmente tra Italia e Spagna. Finalmente un’opera di fantascienza che omaggia la nostra terra!

D’altra parte, la prima regola che ogni bravo scrittore deve imparare è che bisogna parlare di ciò che si conosce. Insomma, l’autore sarebbe stato sciocco a non sfruttare quell’amore incondizionato per la Sicilia che lo contraddistingue: ogni luogo, ogni edificio, ogni ambiente è descritto così minuziosamente nei dettagli e con così tanta passione da apparire nitidamente davanti agli occhi del lettore. In realtà, qualsiasi cosa da lui narrata si delinea chiaramente nella nostra mente. È uno dei suoi “superpoteri”, oserei dire: la capacità di ricreare immagini, sensazioni, profumi, suoni solo attraverso l’uso di poche parole.

Le immagini nella sua testa si facevano sempre più forti, come se qualcosa dentro di lui lottasse per strapparlo da ciò che stava accadendo, lottando cocciutamente per conservare un po’ di lucidità. C’erano momenti in cui si convinceva di essere ancora a Siracusa. E quei momenti si dilatavano, diventavano liquidi e poi acquistavano solidità. Lui sentiva di poterci infilare le dita come un bimbo goloso di miele, timoroso di essere scoperto, spaventato all’idea che tutto si sarebbe rivelato solo un sogno troppo bello.

Abel Montero sfrutta la potenza della parola scritta, scegliendo con cura ogni singola sillaba, dipingendole con i colori delle sue esperienze e della sua vita. Sì perché un’altra caratteristica dell’autore è che da tutto sé stesso, si dona completamente alla pagina bianca e utilizza ciò che sa, ciò che conosce in termini di luoghi, emozioni, sentimenti e via dicendo, per dare forma al suo racconto. Questa pratica la ritroviamo soprattutto ne “La Furia e le Stelle”, in cui l’autore attinge dalle esperienze passate della propria famiglia per creare una trama, un intreccio magico in tutti i sensi.

Ora entriamo in un ambito, se vogliamo, molto lontano da quello de “Il Ragazzo Bendato”, di cui “La Furia e le Stelle” è il prequel.

Se inizialmente vi risulterà difficile capire in che modo le due storie siano collegate tra loro sappiate che è assolutamente normale: il filo che le unisce è stato abilmente nascosto tra piccoli dettagli che solo i lettori più attenti potranno inizialmente cogliere. Insomma, non è una lettura superficiale, uno di quei libri da leggere sotto l’ombrellone con bambini urlanti a pochi passi. È una lettura che richiede concentrazione in modo da poterne cogliere ogni sfumatura, ogni più piccola meraviglia – la stessa cosa vale ovviamente anche per “Il Ragazzo Bendato”!

Naturalmente il consiglio è quello di leggere i due libri nell’ordine di pubblicazione, ovvero “Il Ragazzo Bendato” prima e “La Furia e le Stelle” poi. Questo perché Abel Montero ha disseminato briciole di pane in ogni pagina di questo prequel, piccoli indizi che sapranno chiarire alcuni aspetti e interrogativi posti ne “Il Ragazzo Bendato” e solo avendolo letto potranno essere colti. Leggendoli nell’ordine sbagliato rischiate di perdervi molti dettagli a parer mio fondamentali per una miglior comprensione della Saga stessa e di tutti i suoi misteri.

Le vicende narrate in “La Furia e le Stelle” attraversano diverse epoche, diverse generazioni, partendo dall’Ottocento fino ai giorni nostri, prima del dominio del Protettorato sui territori europei.  Anche in questo caso non abbiamo un unico protagonista predominante ma un ampio ventaglio di personaggi variegati, ognuno unico nella sua costruzione e caratterizzato alla perfezione.

Il romanzo si apre ai giorni nostri, quando la giovane Anna si risveglia dopo l’ennesimo incubo, sempre lo stesso: l’acqua è ovunque, la avvolge, le stringe i polmoni fino a toglierle il respiro. Poi un bagliore, una voce e finalmente lui, il misterioso uomo dai capelli rossi. Ma quella mattina c’è qualcosa di strano, qualcosa di diverso. Senza sapere né il come né il perché, Anna si ritrova delle parole misteriose tatuate sulla pelle. Ma come è possibile? Perché non ha alcun ricordo della sera precedente? E soprattutto, chi è quell’uomo misterioso? Cosa vuole da lei?

Solo il passato possiede le risposte e per trovarle è necessario ripercorrere la storia della sua famiglia, risalendo al lontano XIX secolo e alla storia di Mitiliano, colui che ha dato il via alla concatenazione di eventi che influenzerà le vite dei cittadini del Protettorato.
Potremmo dire che il vero protagonista di questa storia è un libro, un piccolo tomo dal valore inestimabile ceduto a Mitiliano da un giovane Winston Churchill in viaggio su un transatlantico di ritorno dal Sud America di fine Ottocento. Qualche anno più tardi, questo incontro condizionerà il futuro di altri due personaggi, l’affascinante Alejandro da poco scampato alla Grande Guerra, e Olivia, una neo mamma venezuelana trapiantata in Sicilia alla fine degli anni Settanta. Entrambi, proprio come il giovane Alessandro Guerra qualche tempo dopo, si ritroveranno invischiati in qualcosa più grande di loro, qualcosa che solo quel misterioso libro sembra essere in grado di spiegare.

Seppe, in quel preciso istante, che la minaccia si stava concretizzando sotto i suoi occhi. Non importava quanto vecchia fosse, ne quanto criptiche fossero le parole con cui era descritta. Stava succedendo davvero, e c’era un solo modo per impedire che tutto degenerasse. Doveva farlo di nuovo, anche se aveva giurato che non sarebbe più accaduto. Doveva leggere il libro.

Quattro personaggi, quattro generazioni, quattro storie diverse ma strettamente interconnesse tra loro. Abel Montero ha costruito un intreccio incredibile che ripercorre più di un secolo di storia. Ha fatto un lavoro enorme e magistrale.

“La Furia e le Stelle” è il risultato di una più che minuziosa ricerca che vede i suoi frutti nella costruzione di ambientazioni riccamente descritte. Lo stesso vale per i dialoghi che sono solo una delle tante cose che più ho apprezzato di questo libro. Abel Montero dimostra di sapersi destreggiare tra le varie epoche storiche da lui narrate. Per ognuna di esse ha costruito un apposito registro, scegliendo con cura ogni singola parola, ogni espressione, ogni frase. Non c’è nulla fuori posto, neppure gli abiti o i rapporti sociali, costruiti anch’essi sulla base delle convenzioni sociali dei diversi periodi.

È proprio in questi dettagli che va ricercata la vera bellezza di questo libro. È un’opera raffinata ed elegante, molto diversa, se vogliamo, da “Il Ragazzo Bendato”. L’autore non vuole ridisegnare la storia o rimodellare a suo piacimento il passato. Il mondo che ritroviamo in questo libro è il nostro in tutto e per tutto. Ecco perché vi dicevo che inizialmente farete fatica a capire in che modo i due libri siano collegati tra loro.
“La Furia e le Stelle” appare come un romanzo puramente famigliare, o almeno è così all’inizio, perché nella seconda parte il ritmo aumenterà e l’adrenalina salirà a mille. Insomma, anche qui non mancheranno azione e suspense, nonché incredibili colpi di scena capaci di lasciare senza fiato.

Le capacità dell’autore nel destreggiarsi tra così tanti generi sono più che invidiabili! Scrive di fantascienza e fantasy, thriller e azione, amicizia, amore, rapporti famigliari. Sa come mantenere sempre alta la tensione, ma soprattutto sa come confondere e insinuare il seme della pazzia nella mente dei suoi lettori.

Le storie di Anna, Olivia, Mitiliano e Alejandro vi faranno sorridere ed emozionare. Vi faranno arrabbiare e piangere, strappare i capelli e magari vi causeranno un attacco cardiaco – questo è più o meno ciò che vi capiterà quando capirete cosa collega gli eventi narrati ne “La Furia e le Stelle” a quelli de “Il Ragazzo Bendato”.

Il tessuto narrativo è pressoché perfetto, privo di imperfezioni e sbavature. Se siete alla ricerca di buchi di trama sappiate che qui non ne troverete neanche uno. Tutto ha un senso, tutto è collegato. Ogni singolo personaggio è una pedina nelle mani del destino: il fato di ognuno è determinato dall’incontro tra presente e futuro e nessuno può scampare ad esso.

«Quello che voglio io è irrilevante. L’ho capito immediatamente, quando ho avuto in mano questo» rispose accarezzando ancora la copertina. «Non posso scegliere il mio destino. Sarebbe un tentativo misero come quello di un’ape che continua a bramare il nettare su di un fiore fuori dalla sua portata, dall’altra parte di un vetro infrangibile.»

La Saga del Protettorato ha ancora molto da raccontare ma le sue fondamenta sono solide ed anche molto antiche, molto più di quanto possiate immaginare. Ma questa è un’altra storia e non sarò di certo io a svelarvela!
Tutto ciò che vi rimane da fare è affrettarvi su Amazon e acquistare questi due piccoli gioielli della letteratura fantascientifica italiana.
Non ve ne pentirete. Parola mia 😉

5/5