Articoli

BLOG TOUR | DOPPIA RECENSIONE “Il Ragazzo Bendato” e “La Furia e le Stelle” di Abel Montero

Benvenuti cari lettori alla penultima tappa del blogtour dei romanzi di Abel Montero, “Il Ragazzo Bendato” e “La Furia e le Stelle”.
Non vedo l’ora di parlarvi di questi libri, perciò questa volta non mi perderò in chiacchiere introduttive inutili ma procederò subito con la recensione!

TITOLO: Il Ragazzo Bendato (Saga del Protettorato, #1)

AUTORE: Abel Montero

GENERE: Fantascienza, Distopia

DATA PUBBLICAZIONE: 19 agosto 2018

EDITORE: Self Publishing

PAGINE: 571

PREZZO: 14,99 € / 3,99 € (eBook) – gratis per gli abbondati Kindle Unlimited


SINOSSI

Laura è una giovane Ufficiale delle Forze.
Dopo la Nuova Notte dei Fuochi tutto è cambiato. L’Europa è caduta. Adesso a dettare legge è un immenso conglomerato delle più potenti corporazioni del pianeta. Hanno portato ordine, pace e protezione. Decidono loro cosa è giusto, sbagliato, chi vive e chi muore.
Si fanno chiamare “Il Protettorato”.
Laura è sveglia, efficiente, affidabile e crede ciecamente nel valore del servizio che svolge ma, sulle tracce di un serial killer che sta lasciando dietro di sé una scia di morti assurde, fa una scoperta incredibile.
Dal primo momento in cui i loro occhi si incrociano lei capisce.
Lui è unico, e ha le risposte alle sue domande.
Quando lo incontra, si scatena un potere inimmaginabile.

TITOLO: La Furia e le Stelle (Saga del Protettorato, #Origini)

AUTORE: Abel Montero

GENERE: Fantascienza

DATA PUBBLICAZIONE: 19 agosto 2018

EDITORE: Self Publishing

PAGINE: 440

PREZZO: 13,99 € / 3,99 € (eBook) – gratis per gli abbonati Kindle Unlimited


SINOSSI

Un nastro invisibile lega quattro generazioni.
Una minaccia nascosta è pronta ad attaccare quattro persone solo apparentemente non collegate tra loro.
Dal mondo di oggi a quello del Primo Dopoguerra per correre indietro alla fine del diciannovesimo secolo, La Furia e le Stelle racconta la storia di un libro misterioso, di un tesoro incredibile, e della guerra per controllare il suo potere immenso.
Quattro epoche diverse, un solo nemico. Quattro generazioni lontane, un solo destino.

Abel Montero ha tracciato i primi tratti del suo vasto universo, l’Universo del Protettorato, teatro delle vicende narrate sia ne “Il Ragazzo Bendato” sia nel secondo volume prequel, “La Furia e le Stelle”.

Descrivere la realtà del Protettorato non è cosa facile perché, per quanto l’ambientazione possa sembrarci familiare, non potrebbe essere più lontana da noi e da tutto ciò che conosciamo, viviamo e tocchiamo con mano.
Facciamo così: chiudete gli occhi e provate ad immaginare un mondo, il vostro mondo. Immaginate che “in una sola dannatissima notte” tutto quello che conoscete venga spazzato via, come se nulla fosse. Un battito di ciglia e l’Europa non esiste più.

È esattamente questo che ha fatto Abel Montero per porre le basi per la creazione del suo Universo. I suoi personaggi vivono in un futuro prossimo, non poi così tanto lontano da noi, in cui dittature africane e asiatiche si sono alleate a gruppi estremisti islamici e separatisti dell’Est Europa con l’unico scopo di liberarsi dei leader europei – “la ragione di ogni male”.
Durante quella che passerà alla storia come la Nuova Notte dei Fuochi, un massiccio attacco terroristico ha spezzato la vita di parlamentari ed esponenti politici, ma anche di intere famiglie innocenti. In poche ore, intere città sono state spazzate via come foglie al vento. I morti sono stati milioni e il caos ha sconvolto tutto e tutti.

Ma dalle ceneri e dalle macerie una nuova potenza era pronta a sollevarsi: il Protettorato. Con le loro Forze e i loro eserciti privati, i Protettori ricostruirono città, sventarono nuove minacce e schiacciarono i nemici. La guerra si spense più in fretta di com’era iniziata e i “protetti”, i cittadini della nuova Europa Unita, iniziarono a sentirsi al sicuro, sotto l’ala di questa nuova entità. Ma come sempre accade, niente viene dato per niente, e la propria libertà si rivelerà essere il prezzo da pagare per la salvezza.

Come avrete capito, ci troviamo di fronte ad una distopia. Già vi sento mentre sbuffate dicendo “ancora?!”. Lo capisco, è quello che penso anche io ogni volta che appare sugli scaffali la nuova copia di Hunger Games. È diventato sempre più raro trovare testi originali nel vasto panorama distopico YA, eppure ogni tanto qualcosa di innovativo salta fuori ed è proprio questo il caso de “Il Ragazzo Bendato”. Innanzitutto perché non è una semplice distopia ma molto di più. L’autore ha fatto i compiti che, nel campo della scrittura, significa leggere, leggere e ancora leggere.

Abel Montero conosce la fantascienza, ne conosce i meccanismi, i sottogeneri. Sa quali cliché evitare e quali espedienti narrativi adottare.
Per certi aspetti abbiamo una classica ambientazione futuristica con un background che prevede l’introduzione di elementi tecnologici avanzati – come può essere qualsiasi strumento e ritrovato d’avanguardia nelle mani delle misteriose Effimere o le tute intelligenti e i tessuti super hi-tech delle Forze.
Ma a questo primo strato di fantascienza se ne sovrappongono molti altri: l’autore attinge da un più vasto bagaglio culturale citando non solo le opere letterarie ma anche quelle cinematografiche e televisive. Innanzitutto, la Saga del Protettorato è pensata come se fosse una grande serie tv. Ogni capitolo ha una sua personale evoluzione e un filo comune che trascina il lettore dal primo all’ultimo paragrafo. In secondo luogo, ci troviamo spettatori di scene d’azione che neanche nei film di Tom Cruise appaiono più vivide. Inseguimenti e sparatorie sono caratterizzati da una forte struttura cinematografica. Leggere di certe scene nei libri di Abel Montero equivale a star seduti su una poltroncina davanti ad un grande schermo. Potrei dire che l’autore è un maestro in questo. Sa come modellare le parole a suo piacimento, le piega per creare determinate immagini e sensazioni nella mente del lettore.

Potremmo definire “Il Ragazzo Bendato” come un thriller fantascientifico carico di suspense e d’azione in cui non mancano storie d’amore e batticuore. Insomma, “Il Ragazzo Bendato” prende in prestito frammenti narrativi da svariati generi così da creare un prodotto nuovo e di grande originalità, nonché di qualità.

A fare da protagonista ritroviamo l’eterna lotta tra bene e male, questa volta portata agli estremi: bene e male si fondono, si mescolano l’uno all’altro. Ma ancora più importante è il tema della libertà e del libero arbitrio, nonché il concetto di etica della società in relazione al controllo che essa esercita sui propri cittadini.

Avevo un criceto da piccola. Era un batuffolo di pelo bianco con tante macchiette nocciola e grigie. Mangiava continuamente e passava giornate intere a correre su quella sua piccola ruota. Mi chiedevo se fosse davvero felice lì dentro. E glielo domandavo anche, ogni dannatissimo giorno. Lui mi guardava e masticava, masticava senza smettere, poi ricominciava a correre. Io ero solo una bambina ma mi facevo un mare di domande. Ero preoccupata per lui. Gli volevo bene. Un giorno ho capito. Si rendeva conto di quanto fosse miserabile la sua condizione? Diavolo no! Ma sapete una cosa? Non avrebbe avuto comunque il tempo di curarsene. Era troppo impegnato, così preso a farsi scoppiare lo stomaco e da quella ruota sempre pronta a girare per lui.

Badate bene, siamo di fronte ad un romanzo narrativamente molto complesso. L’intreccio che Abel Montero ha tessuto è impossibile da districare. Abbiamo parlato di Tom Cruise poco fa, no? Eccoci finiti in Mission Impossible, con una sola differenza: infiltrarsi alla CIA o al Cremlino non è neanche lontanamente difficile quanto capire cosa si nasconda dietro alla coltre di mistero che avvolge il Protettorato, le Effimere e il ragazzo bendato stesso.

Iniziamo a parlare della trama così magari vi aiuto a comprendere meglio questo mio vaneggiamento.

Dopo un prologo a dir poco intrigante, il romanzo si apre con Laura Sienna, agente delle Forze del Protettorato, appena atterrata a Siracura con l’obbiettivo di catturare un pericoloso criminale: il Disegnatore, uno spietato serial killer che si “diverte” a lasciare strani disegni e cicatrici sui corpi delle sue vittime. Tutte le prove sembrano puntare ad un’unica persona: Alessandro Guerra. Ma ad un passo dalla sua cattura qualcosa cambia. Quello che doveva essere il carnefice sembra essersi appena trasformato in una vittima. La scena che si para davanti agli occhi degli agenti Sienna e McNamara ha dell’incredibile: un ragazzo con il volto ricoperto da bende tiene Alex in ostaggio. Ma c’è qualcos’altro che cattura l’attenzione di Laura prima di perdere inspiegabilmente i sensi: i simboli sulle bende del ragazzo sono gli stessi lasciati dal Disegnatore sui cadaveri. Chi è veramente il ragazzo bendato? Cosa nasconde? E, soprattutto, cosa vuole da Alex? Perché questo ragazzo sembra essere così prezioso per lui e per il Protettorato?

“Il Ragazzo Bendato” è una corsa contro il tempo alla ricerca della verità, ma, come dice Abel Montero, “nessuna verità è semplice” e dietro ad ogni minima risposta si nasconde sempre un nuovo enigma.
Tenetevi forte perché state per imbarcarvi in un viaggio di sola andata che si concluderà sul lettino di uno psicanalista. La saga di Abel Montero è ricca di sfumature, nessuno è bianco o nero, nessuno è buono o cattivo. Ogni personaggio è il risultato dell’unione di luce e oscurità, seppur in misure differenti e sono proprio queste a definirli, a renderli unici.  

A mio parare, il modo migliore per veicolare una storia è quello di introdurre un personaggio in cui il lettore possa facilmente identificarsi, un personaggio “neutro”, se così lo si può chiamare, estraneo alle vicende e ai meccanismi che muovono le singole forze. Per capirci meglio, un personaggio come può essere Harry Potter nella saga della Rowling, che ne sa quanto noi di ciò che gli sta succedendo attorno e con cui possiamo muoverci a pari passo all’interno della storia. Ecco, in questo caso il nostro personaggio “neutro” è Alex. Ma chi è Alex?
Okay, se non avete letto la saga non potete capire quanto in realtà questa domanda faccia sorridere per quanto subdola e complessa, ma per il momento ci basta sapere che Alex è un diciottenne come tanti altri, un ragazzo normalissimo che, di punto in bianco, viene sospettato di essere un serial killer della peggior specie. Da un giorno all’altro si ritrova invischiato in una fitta rete di intrighi e complotti senza sapere né il come né il perché. Perciò ecco, Alex siamo noi e noi siamo Alex. La sua confusione è la nostra, le sue domande sono le nostre, la sua psicosi imminente è la nostra.

Non finirà mai, giusto? A che serve cercare di capire? Chi, come, perché? Non ha un maledettissimo senso! Non saprò mai cosa è successo! E anche se mi avvicinassi alla verità qualcuno si occuperebbe di me, no? Risolverebbero il problema! Mi eliminerebbero semplicemente dall’equazione. Come cancellare un paio di numeri da un foglio. No, ma che diavolo dico? Loro lo strapperebbero via quel foglio! E gli darebbero fuoco!

Ma noi, come Alex, non saremo soli in questo viaggio allucinogeno. Ad accompagnarci ci saranno Laura, Dianne e Nassim, agenti delle Forze preparati ed esperti, ma ci sarà anche il misterioso ragazzo bendato, Goro e le Effimere. E come non nominare Mina Winner, la mercenaria dalle mie sfaccettature, o i coniugi Elder e Lin!
Insomma, Abel Montero ci propone un ampio ventaglio di personaggi, ognuno caratterizzato alla perfezione e con minuzia.

Proprio la costruzione dei personaggi è un altro degli aspetti più affascinanti di questa saga. Al suo esordio, l’autore dimostra grande maestria nel delineare ogni singolo “attore” della sua opera, sia esso protagonista e non. Ma fate attenzione, perché quando penserete di aver finalmente inquadrato ognuno di loro, l’autore ribalterà tutti i ruoli e darà il via ad una serie di colpi di scena senza eguali capaci di minare la sanità mentale di chiunque. So che può sembrare un paradosso visto e considerato che da un certo tipo di personaggio, se caratterizzato in un determinato modo, ci aspetteremmo delle azioni il linea con il suo carattere ma la bravura di Abel sta proprio in questo. Lui ci presenta i personaggi indirettamente, ce li fa conoscere attraverso ricordi, pensieri e dialoghi. Ci da la possibilità di crearci una nostra opinione di tale personaggio senza forzare l’idea che abbiamo dello stesso. È un meccanismo complesso e non è semplice spiegarlo a parole. È una di quelle cose che potete comprendere fino in fondo solo leggendo il libro.

Ora, però, vorrei ritornare indietro di qualche paragrafo e tornare a parlare dei motivi che distinguono la Saga del Protettorato da qualsiasi altra saga distopica, perché c’è un punto che non abbiamo ancora toccato, ovvero quello dell’ambientazione. Come ormai avrete capito, la saga di Abel Montero è ambientata in Europa e si snoda principalmente tra Italia e Spagna. Finalmente un’opera di fantascienza che omaggia la nostra terra!

D’altra parte, la prima regola che ogni bravo scrittore deve imparare è che bisogna parlare di ciò che si conosce. Insomma, l’autore sarebbe stato sciocco a non sfruttare quell’amore incondizionato per la Sicilia che lo contraddistingue: ogni luogo, ogni edificio, ogni ambiente è descritto così minuziosamente nei dettagli e con così tanta passione da apparire nitidamente davanti agli occhi del lettore. In realtà, qualsiasi cosa da lui narrata si delinea chiaramente nella nostra mente. È uno dei suoi “superpoteri”, oserei dire: la capacità di ricreare immagini, sensazioni, profumi, suoni solo attraverso l’uso di poche parole.

Le immagini nella sua testa si facevano sempre più forti, come se qualcosa dentro di lui lottasse per strapparlo da ciò che stava accadendo, lottando cocciutamente per conservare un po’ di lucidità. C’erano momenti in cui si convinceva di essere ancora a Siracusa. E quei momenti si dilatavano, diventavano liquidi e poi acquistavano solidità. Lui sentiva di poterci infilare le dita come un bimbo goloso di miele, timoroso di essere scoperto, spaventato all’idea che tutto si sarebbe rivelato solo un sogno troppo bello.

Abel Montero sfrutta la potenza della parola scritta, scegliendo con cura ogni singola sillaba, dipingendole con i colori delle sue esperienze e della sua vita. Sì perché un’altra caratteristica dell’autore è che da tutto sé stesso, si dona completamente alla pagina bianca e utilizza ciò che sa, ciò che conosce in termini di luoghi, emozioni, sentimenti e via dicendo, per dare forma al suo racconto. Questa pratica la ritroviamo soprattutto ne “La Furia e le Stelle”, in cui l’autore attinge dalle esperienze passate della propria famiglia per creare una trama, un intreccio magico in tutti i sensi.

Ora entriamo in un ambito, se vogliamo, molto lontano da quello de “Il Ragazzo Bendato”, di cui “La Furia e le Stelle” è il prequel.

Se inizialmente vi risulterà difficile capire in che modo le due storie siano collegate tra loro sappiate che è assolutamente normale: il filo che le unisce è stato abilmente nascosto tra piccoli dettagli che solo i lettori più attenti potranno inizialmente cogliere. Insomma, non è una lettura superficiale, uno di quei libri da leggere sotto l’ombrellone con bambini urlanti a pochi passi. È una lettura che richiede concentrazione in modo da poterne cogliere ogni sfumatura, ogni più piccola meraviglia – la stessa cosa vale ovviamente anche per “Il Ragazzo Bendato”!

Naturalmente il consiglio è quello di leggere i due libri nell’ordine di pubblicazione, ovvero “Il Ragazzo Bendato” prima e “La Furia e le Stelle” poi. Questo perché Abel Montero ha disseminato briciole di pane in ogni pagina di questo prequel, piccoli indizi che sapranno chiarire alcuni aspetti e interrogativi posti ne “Il Ragazzo Bendato” e solo avendolo letto potranno essere colti. Leggendoli nell’ordine sbagliato rischiate di perdervi molti dettagli a parer mio fondamentali per una miglior comprensione della Saga stessa e di tutti i suoi misteri.

Le vicende narrate in “La Furia e le Stelle” attraversano diverse epoche, diverse generazioni, partendo dall’Ottocento fino ai giorni nostri, prima del dominio del Protettorato sui territori europei.  Anche in questo caso non abbiamo un unico protagonista predominante ma un ampio ventaglio di personaggi variegati, ognuno unico nella sua costruzione e caratterizzato alla perfezione.

Il romanzo si apre ai giorni nostri, quando la giovane Anna si risveglia dopo l’ennesimo incubo, sempre lo stesso: l’acqua è ovunque, la avvolge, le stringe i polmoni fino a toglierle il respiro. Poi un bagliore, una voce e finalmente lui, il misterioso uomo dai capelli rossi. Ma quella mattina c’è qualcosa di strano, qualcosa di diverso. Senza sapere né il come né il perché, Anna si ritrova delle parole misteriose tatuate sulla pelle. Ma come è possibile? Perché non ha alcun ricordo della sera precedente? E soprattutto, chi è quell’uomo misterioso? Cosa vuole da lei?

Solo il passato possiede le risposte e per trovarle è necessario ripercorrere la storia della sua famiglia, risalendo al lontano XIX secolo e alla storia di Mitiliano, colui che ha dato il via alla concatenazione di eventi che influenzerà le vite dei cittadini del Protettorato.
Potremmo dire che il vero protagonista di questa storia è un libro, un piccolo tomo dal valore inestimabile ceduto a Mitiliano da un giovane Winston Churchill in viaggio su un transatlantico di ritorno dal Sud America di fine Ottocento. Qualche anno più tardi, questo incontro condizionerà il futuro di altri due personaggi, l’affascinante Alejandro da poco scampato alla Grande Guerra, e Olivia, una neo mamma venezuelana trapiantata in Sicilia alla fine degli anni Settanta. Entrambi, proprio come il giovane Alessandro Guerra qualche tempo dopo, si ritroveranno invischiati in qualcosa più grande di loro, qualcosa che solo quel misterioso libro sembra essere in grado di spiegare.

Seppe, in quel preciso istante, che la minaccia si stava concretizzando sotto i suoi occhi. Non importava quanto vecchia fosse, ne quanto criptiche fossero le parole con cui era descritta. Stava succedendo davvero, e c’era un solo modo per impedire che tutto degenerasse. Doveva farlo di nuovo, anche se aveva giurato che non sarebbe più accaduto. Doveva leggere il libro.

Quattro personaggi, quattro generazioni, quattro storie diverse ma strettamente interconnesse tra loro. Abel Montero ha costruito un intreccio incredibile che ripercorre più di un secolo di storia. Ha fatto un lavoro enorme e magistrale.

“La Furia e le Stelle” è il risultato di una più che minuziosa ricerca che vede i suoi frutti nella costruzione di ambientazioni riccamente descritte. Lo stesso vale per i dialoghi che sono solo una delle tante cose che più ho apprezzato di questo libro. Abel Montero dimostra di sapersi destreggiare tra le varie epoche storiche da lui narrate. Per ognuna di esse ha costruito un apposito registro, scegliendo con cura ogni singola parola, ogni espressione, ogni frase. Non c’è nulla fuori posto, neppure gli abiti o i rapporti sociali, costruiti anch’essi sulla base delle convenzioni sociali dei diversi periodi.

È proprio in questi dettagli che va ricercata la vera bellezza di questo libro. È un’opera raffinata ed elegante, molto diversa, se vogliamo, da “Il Ragazzo Bendato”. L’autore non vuole ridisegnare la storia o rimodellare a suo piacimento il passato. Il mondo che ritroviamo in questo libro è il nostro in tutto e per tutto. Ecco perché vi dicevo che inizialmente farete fatica a capire in che modo i due libri siano collegati tra loro.
“La Furia e le Stelle” appare come un romanzo puramente famigliare, o almeno è così all’inizio, perché nella seconda parte il ritmo aumenterà e l’adrenalina salirà a mille. Insomma, anche qui non mancheranno azione e suspense, nonché incredibili colpi di scena capaci di lasciare senza fiato.

Le capacità dell’autore nel destreggiarsi tra così tanti generi sono più che invidiabili! Scrive di fantascienza e fantasy, thriller e azione, amicizia, amore, rapporti famigliari. Sa come mantenere sempre alta la tensione, ma soprattutto sa come confondere e insinuare il seme della pazzia nella mente dei suoi lettori.

Le storie di Anna, Olivia, Mitiliano e Alejandro vi faranno sorridere ed emozionare. Vi faranno arrabbiare e piangere, strappare i capelli e magari vi causeranno un attacco cardiaco – questo è più o meno ciò che vi capiterà quando capirete cosa collega gli eventi narrati ne “La Furia e le Stelle” a quelli de “Il Ragazzo Bendato”.

Il tessuto narrativo è pressoché perfetto, privo di imperfezioni e sbavature. Se siete alla ricerca di buchi di trama sappiate che qui non ne troverete neanche uno. Tutto ha un senso, tutto è collegato. Ogni singolo personaggio è una pedina nelle mani del destino: il fato di ognuno è determinato dall’incontro tra presente e futuro e nessuno può scampare ad esso.

«Quello che voglio io è irrilevante. L’ho capito immediatamente, quando ho avuto in mano questo» rispose accarezzando ancora la copertina. «Non posso scegliere il mio destino. Sarebbe un tentativo misero come quello di un’ape che continua a bramare il nettare su di un fiore fuori dalla sua portata, dall’altra parte di un vetro infrangibile.»

La Saga del Protettorato ha ancora molto da raccontare ma le sue fondamenta sono solide ed anche molto antiche, molto più di quanto possiate immaginare. Ma questa è un’altra storia e non sarò di certo io a svelarvela!
Tutto ciò che vi rimane da fare è affrettarvi su Amazon e acquistare questi due piccoli gioielli della letteratura fantascientifica italiana.
Non ve ne pentirete. Parola mia 😉

5/5

RECENSIONE “Dio 2.0” di Danilo Conti

Buongiorno miei cari lettori!
Dopo una settimana di inattività sono tornata per parlavi di un libro molto particolare, un distopico tutto italiano che affronta tematiche religiose in un modo nuovo e del tutto originale. Sto parlando di “Dio 2.0” di Danilo Conti, un romanzo che trae spunto dal classico “1984” di Orwell e che tutti gli amanti del genere apprezzeranno.

TITOLO: Dio 2.0

AUTORE: Danilo Conti

GENERE: Fantascienza distopica

DATA PUBBLICAZIONE: 3 maggio 2017

EDITORE: Self-publishing 

PAGINE: 312

PREZZO: 11,89 € / 2,99 € (eBook) 


SINOSSI

A Gift Town, cittadina che rimanda alle realtà suburbane americane degli anni ’50, la popolazione vive nella costante adorazione e nel timore di Dio, figura manifestatasi nel cosiddetto “Giorno della Rivelazione”. L’umanità è tenuta a seguire alla lettera le regole di un nuovo testo sacro, pena la perdita di “punti sociali” e il rischio di finire all’Inferno, un luogo di cui poco si conosce e da dove la gente raramente torna indietro. Brian, un ragazzino di tredici anni pervaso di dubbi e ossessionato dal ruolo di Dio, inizia a mettere in discussione la società di cui fa parte e a tastare le pareti di quella che avverte come una gabbia invisibile.

Ho iniziato a leggere questo libro senza avere la minima idea di dove mi avrebbe portata. Non avevo alcuna aspettativa e, anzi, ammetto di aver avuto un certo scetticismo, all’inizio. A questo punto vi sarete già imbattuti nella trama… La prima volta che la lessi ne rimasi sì affascinata, ma anche un po’ spaventata: Danilo aveva messo tanta, troppa, carne al fuoco! Il rischio era che il romanzo non si rivelasse all’altezza delle premesse e che i temi trattati dall’autore si andassero a perdere nel corso della storia o che venissero trattati in modo banale e superficiale. Beh, niente di tutto questo è successo. Come ho detto, non mi sarei mai aspettata di trovarmi davanti ad un piccolo capolavoro da cinque scintillanti stelline, perché “Dio 2.0” è proprio questo, un capolavoro di originalità e innovazione.

Con questo romanzo, Danilo sdogana la perfezione, smascherando il finto buonismo e l’ipocrisia di una comunità religiosa che, nonostante sia frutto della fantasia dell’autore, è più reale di quanto si creda.

Il teatro delle vicende di questo racconto è Gift Town. Gift Town è, come vi dicevo, una cittadina che si rifà ai classici sobborghi puritani anni Cinquanta, all’apparenza perfetta in cui il perbenismo e il bigottismo regnano sovrani. Ogni volta che Danilo descriveva Gift Town nella mia mente si formava l’immagine di Peggy Boggs con il suo tailleur violetto e la sua valigetta piena di prodotti Avon che bussava, una dopo l’altra, alle porte di decine di case fatte con lo stampino – se non capite il riferimento VERGOGNATEVI!
L’atmosfera che ho respirato è esattamente quella: finché le cose vanno come dovrebbero andare tutti si vogliono bene ma ecco che tutti sono pronti a puntare il dito e a condannare non appena qualcuno muove anche un solo passo in una direzione diversa – e per queste persone il termine “diverso” è sempre sinonimo di “sbagliato”. Nulla deve turbare l’armonia di Gift Town. Se lo fai, il destino che ti attende è solo e soltanto uno e porta il nome di Inferno. Nessuno sa esattamente che luogo sia, ma una cosa è certa: quello per l’Inferno, è un viaggio senza ritorno.

Ma chi decide cosa è giusto e cosa è sbagliato?
Le sorti della comunità sono in mano ad un essere onnipotente, un burattinaio invisibile e onnisciente: Dio.

Ma cosa sappiamo di lui?
Sappiamo che un giorno, il giorno della Rivelazione, Dio decise di rivelarsi all’umanità, di porsi come salvatore e faro di speranza – o perlomeno questo è quello che gli abitanti di Gift Town credono. Per riportare la pace e l’armonia in un mondo dilaniato dal male, Dio affidò alle popolazioni un Codice, una guida sacra che i cittadini sono tenuti a seguire per non perdere punti sociali, eventualità che li porterebbe sempre più vicini all’Inferno. Una cieca adorazione e un costante terrore convivono negli animi degli abitanti di Gift Town che hanno perso persino la loro libertà di pensiero e che vivono in una realtà distopica orientata al cieco compiacimento di Dio.

Sulla base di queste premesse, prende vita la storia della famiglia Turner. Il primo che incontriamo è il giovane Brian, un ragazzino confuso alle prese con i primi dubbi e domande sull’onnipotente Dio.

Negli ultimi tempi aveva iniziato a soffrire d’insonnia. Passava intere notti sveglio a pensare e le giornate seguenti a sbadigliare per la mancanza di sonno. Avrebbe voluto addormentarsi regolarmente, come i suoi coetanei, ma nella sua testa continuavano a scorrere senza sosta flussi disordinati di pensieri, domande e congetture, e non c’era verso di fermarli. Quando infine la sua mente crollava e si abbandonava al necessario riposo, produceva sogni vividi e angosciosi, a volte veri e propri incubi dai quali si risvegliava in preda all’ansia. In quel groviglio tumultuoso di pensieri c’era posto per tutto, ma ultimamente vi era una sola, grande costante, un filo invisibile che tirava con forza tutti gli altri: Dio, i misterioso e invisibile burattinaio, le cui mani sconfinate erano in grado di manipolare le sorti dell’intero universo.

Mi sono subito immedesimata in lui. Insomma, io non sono esattamente una persona religiosa – okay, non lo sono per nulla – perciò è stato semplice per me comprendere Brian e condividerne i pensieri.

Sul fronte opposto abbiamo invece Samantha, una madre fredda e distante che preferisce indirizzare il proprio calore ed il proprio amore verso terre più sacre, quelle del Tempio. E dico proprio in tutti i sensi, perché dei peccaminosi istinti stanno lentamente prendendo il sopravvento su di lei, istinti che la spingono sempre più tra le braccia del sacerdote Astor Newlin.
A fare da ponte tra l’esuberanza del giovane Brian e la noncuranza di Samantha c’è Seth. Seth è diventato fin da subito il mio personaggio preferito, un uomo e un padre dai sentimenti profondi, pronto a mettere in discussione e a sacrificare tutto, persino sé stesso, solo per salvare il proprio figlio.

Nella visione di Seth le differenze tra Dio e il diavolo si andavano assottigliando, e ormai li considerava come due gemelli. Erano entrambi esseri abietti e manipolatori, che si divertivano a giocare con le vite degli essere umani, tirandoli con corde invisibili, senza curarsi di poterli distruggere. Avevano scisso l’umanità in due. Ogni mente, ogni cuore, rischiava di annaspare nell’ambivalenza e nella pazzia. C’era chi, per sua fortuna, riusciva a tendere verso Dio senza troppi intoppi, incorrendo nella sua protezione. Bastava non farsi domande e obbedire ciecamente alle sue leggi, senza metterne in dubbio la bontà. Ma coloro i quali non riuscivano a frenare i propri pensieri e a far tacere la propria coscienza erano già dannati. Ogni nuova domanda, formulata anche senza volerlo, si traduceva in un passo verso l’oblio e la perdizione.

Ho apprezzato fin da subito lo stile di Danilo. L’ho trovato molto “classicheggiante”, preciso e attento. L’impegno che ha messo nella scelta dei vocaboli e nella costruzione delle frasi è più che evidente. D’altra parte è molto fluido e di facile comprensione e permette al lettore di lasciarsi trascinare, di pagina in pagina, dalla storia senza mai riuscire a staccarsene.

La struttura narrativa ha sicuramente aiutato in questo. La storia si sviluppa lentamente, senza fretta. La prima parte è molto introspettiva: Danilo esplora la psiche dei suoi personaggi e li mette a nudo per noi, aiutandoci a capirli e a conoscerli. La caratterizzazione è a dir poco perfetta, così come lo è il modo in cui ogni personaggio si muove all’interno della propria storia. Dietro ad ogni scelta, ad ogni gesto, c’è un preciso disegno psicologico che l’autore ha sapientemente delineato e di cui ci rende partecipi tramite piccoli dettagli e accortezze disseminate in descrizioni, dialoghi e pensieri.

E fin qui tutto bene, tutto regolare. Certo, Brian inizia a mostrare un lato ribelle, mentre Samantha si concede delle fantasie sempre più peccaminose, ma nonostante tutto, l’armonia di Gift Town è ancora intatta. Ma la corda che tiene insieme questa piccola famiglia è molto sottile e un solo evento basta a spezzarla per sempre. Mi aspettavo che sarebbe successo qualcosa che avrebbe smosso la pace della comunità, ma di certo non mi aspettavo tutto quello che ne è venuto dopo! E qui mi fermo, perché ogni cosa che vi direi sarebbe uno spoiler gigantesco. Vi basti sapere che da metà romanzo si ribalta ogni cosa. E se nella prima parte l’introspezione regnava sovrana, in questa seconda parte a fare da protagonisti sono l’azione, l’ansia, la paura dell’ignoto e, soprattutto, la scoperta della verità. Ma la verità su cosa? Beh, dovrete leggere il libro per scoprirlo. Sappiate solo che tutte le domande di Brian prima della fine troveranno una risposta.

Cosa vuole Dio? Si domandava sempre più spesso. Voleva essere amato dell’intera comunità? Voleva sentire il suono delle loro preghiere? Gli piaceva semplicemente starsene a guardarli dall’alto, mentre facevano a gara per guadagnare quegli stupidi punti sociali? […] Sono il solo a nutrire simili dubbi? Perché nessuno si ribella? Perché non fanno domande? Dovremmo pretendere che il sommo Creatore ci fornisca una spiegazione per ogni nostri dubbio!

L’ispirazione primaria di Danilo è senza ombra di dubbio data dal mito di Orwell. Il Grande Fratello orwelliano in questo caso veste gli abiti di Dio e trascina il mondo in una dittatura religiosa. Per buona parte del romanzo mi sono sentita come Brian, vittima di dubbi continui su cosa questo Dio significasse e su quale fosse la sua vera natura. Mi sono chiesta più e più volte se esistesse davvero, cercando di trovare una soluzione alternativa alla sua onnipresenza. Sì, perché questo Dio è davvero onnipresente: ogni cittadino di Gift Town non può muovere un passo senza che lui lo sappia. La mia mente scettica cercava in tutti i modi di trovare una risposta “scientifica” o in qualche modo logica a tutto ciò.
Questo è sicuramente uno dei motivi che mi hanno tenuta attaccata alle pagine: il voler sapere, capire cosa davvero fosse Gift Town e quale fosse lo scopo della sua esistenza. Mi sono chiesta più e più volte dove fosse il resto del mondo e cosa avesse portato a questa ambientazione distopica.

Insomma, per farla breve, Danilo ha saputo tenere la mia curiosità alta dall’inizio alla fine, per poi soddisfarla appieno nell’ultima parte del romanzo.

Sono davvero contenta di aver scoperto e letto questo libro. Ne sono uscita piacevolmente sorpresa.
“Dio 2.0” si è rivelato essere un romanzo distopico con un’ambientazione post-apocalittica molto particolare e originale, diversa da qualsiasi cosa io abbia mai letto, un libro che porta il lettore a porsi domande e a interrogarsi su temi profondi e a mettersi in discussione – non è un romanzo che mi porterei sotto l’ombrellone, mettiamola così.

Lo consiglio sicuramente a tutti gli amanti del genere e, soprattutto, a tutti gli appassionati di Orwell che sapranno apprezzare l’immaginazione distopica di Danilo.

5/5

RECENSIONE “In Ogni Stella Nascosta” di Vanessa Sobrero

Buongiorno miei cari lettori.
È con immenso orgoglio che sono qui ad annunciarvi la pubblicazione di “In Ogni Stella Nascosta” di Vanessa Sobrero, un libro che tutti gli amanti del vintage, di Elvis, delle gonne a ruota e del Rock n Roll vorranno avere nelle proprie librerie personali!

Ho avuto l’opportunità di leggerlo in anteprima e recensirlo per voi, perciò, se siete curiosi, non dovete far altro che continuare a leggere!

TITOLO: In Ogni Stella Nascosta

AUTORE: Vanessa Sobrero

GENERE: Romance, Commedia romantica

DATA PUBBLICAZIONE: 26 maggio 2018

EDITORE Self-Publishing

PAGINE: 380

PREZZO: 12,50 € / 2,99 € (eBook) – Offerta lancio: 1,99 € fino al 28 giugno 2018


SINOSSI

Dietro il grigiore cittadino, Milano nasconde un cuore romantico e retrò come un film con Audrey Hepburn.
Cecilia lo scopre una sera d’autunno a una festa anni Cinquanta, dopo essersi trasferita in città per studiare alla NABA. È una ragazza dolce e ironica, inghiottita dalla monotonia universitaria.
Alex è il dj del Rockabilly Fest, un uomo adulto, arrogante, che rifugge le relazioni come fossero whisky scadente.
Tra le strade di una Milano romantica, gonne a vita alta e musica rock and roll, riuscirà Cecilia a fare sciogliere il cuore testardo di Alex?

Una Milano rock in bianco e nero fa da sfondo ad una storia d’amore dolcissima che fa sospirare e battere il cuore fin dalla prima pagina.

Cecilia è una studentessa universitaria allo sbando di appena ventun anni, mentre Alex è un affascinante uomo di trentacinque anni con una solida carriera avviata nel campo musicale. Non potrebbero essere più diversi di così, apparentemente. Ma se pensate che l’unica cosa ad accomunarli sia la città di residenza vi sbagliate di grosso! Un venerdì sera, il destino – che porta il nome di Letizia – è sceso in campo e ha scovato quella grande passione in comune, l’unica con il potere di avvicinarli e di fare da tramite tra due generazioni tanto distanti l’una dall’altra: gli anni Cinquanta.
Già, perché Alex altri non è che il famoso dj – nonché fondatore –del celebre Rockabilly Fest, la serata a tema 50s che durante i weekend riporta i locali di tutta Italia indietro nel tempo, all’epoca dei Beatles e della brillantina, del twist e del rock n roll.

Sarà proprio ad una di queste serate che lo sguardo di Cecilia si poserà per la prima volta sulla figura alta ed elegante di Alex Grimaldi. E come resistere al suo fascino maturo da bello e dannato?

Quando inchiodò lo sguardo nel mio, l’Esplora Risorse del mio sistema nervoso centrale smise di rispondere e andò in arresto. Visualizzai la scritta: “L’applicazione Cervello non risponde, chiudere?”. Rimasero attive solo le informazioni base, come il mio nome, il Padre Nostro e le poche canzoni che sapevo a memoria.

D’altro canto, anche la giovane Cecilia Abis non è passata inosservata agli occhi del bel dj. Peccato per quell’unico, piccolissimo ed insignificante dettaglio: la differenza di età.

Riusciranno Alex e Cecilia a trovare un punto di incontro e ad abbattere quei tredici anni che si frappongono tra loro e che, con prepotenza, minacciano la loro relazione?

Sto per dire una cosa che dico molto raramente, in particolare per quanto riguarda i romanzi d’amore, ma che in questo caso mi sento di urlare a gran voce: alla sua età, e con appena un paio di romanzi all’attivo, Vanessa Sobrero può vantare un vero e proprio timbro stilistico, uno stile personale ed inimitabile, peculiarità che solo i migliori scrittori possiedono.

Nella realtà editoriale italiana contemporanea, ci sono molti, forse troppi, autori che non sono né carne né pesce, come si suol dire. In questo vasto mondo che vanta migliaia di scrittori anonimi e senza alcun tipo di spessore, Vanessa Sobrero ha saputo affermarsi ed elevarsi grazie al suo stile unico ed inconfondibile.

Ci sono libri che seppur scritti da Pincopanco, potrebbero in realtà essere stati scritti da Pancopinco e non farebbe alcuna differenza. Non è questo il caso di “In Ogni Stella Nascosta” e nemmeno del suo romanzo d’esordio, “Tra Mille Baci d’Addio”. Vanessa non si limita a raccontare delle storie. Ci trascina nel suo mondo, ci rapisce anima e corpo e può farlo solo perché anche lei ha disseminato pezzi della propria anima e del proprio corpo tra quelle stesse pagine. Ogni sua parola porta con sé un’impronta unica ed inimitabile. La sua firma è l’ironia, quella capacità che solo lei ha di sdrammatizzare anche l’evento più triste con battute leggere che non appaiono mai fuori luogo o inappropriate. Capita spesso di ritrovarsi a ridere e piangere a dirotto contemporaneamente.

Se dovessi trovare un’unica parola per descrivere il lavoro di Vanessa userei “originalità”, e non solo in riferimento al suo stile ma, più in generale, alla storia in sé.
Nonostante alcuni elementi potrebbero indurvi a pensare di trovarvi davanti alla classica storiella romantica caricata di cliché a non finire, vi assicuro che non è così.

Cominciamo da loro, i protagonisti: in un mondo governato dagli eserciti di Anastasia Steele e Christian Grey, Cecilia e Alex si differenziano per originalità, lasciando dietro di sé una scia di freschezza e novità da me tanto agognata. Lei non è la personificazione della Santa Vergine Maria e lui non è un maniaco sessuale aka bad boy assatanato. Vanessa ha fatto davvero un ottimo lavoro di caratterizzazione, sia per quanto riguarda i protagonisti sia per quanto riguarda le “comparse”, amici o familiari che siano.

Cecilia è una giovane donna, un ragazza un po’ insicura in cui molte di noi penso possano immedesimarsi con facilità. Frequenta l’ultimo anno di università e non ha alcuna idea di cosa la vita abbia in serbo per lei. Di sicuro non si aspettava che il destino la mettesse sulla stessa strada di un certo dj trentacinquenne di nome Alex Grimaldi.
Alex si discosta dai soliti protagonisti maschili stereotipati. Come ogni personaggio verosimile che si rispetti, anche lui ha i suoi difetti: è vanitoso e a tratti arrogante ed è leggermente egocentrico. Ha un guardaroba che farebbe invidia a moltissime donne, ben rifornito di completi eleganti, gilet e cravatte – e vestaglie di dubbio gusto probabilmente appartenute a Hugh Hefner. Ma, nonostante l’aria da bello e dannato, Alex Grimaldi è un gentleman d’altri tempi, un uomo gentile e premuroso. Ha paura dell’amore, paura di rimanere scottato, vittima di una cocente delusione, soprattutto se dall’altra parte c’è una “ragazzina” di vent’anni – una ragazzina che è stata capace di rubargli cuore e anima.

Volevo riempire i suoi occhi di bellezza, voleva riconquistare la sua fiducia a suon di tramonti e arte, volevo farle capire che m’importava di lei e delle sue passioni, in modo da convincerla che era lei l’unica opera d’arte che volevo vedere.
L’unica che meritava davvero di essere vista.

Nonostante la differenza d’età sia un cliché particolarmente abusato, Vanessa ha saputo rimodellarlo e trasformarlo in qualcosa di nuovo. Insomma, nessuno – a parte Alex – si fa venire particolari paturnie a causa di quei tredici anni che intercorrono tra loro – nemmeno i genitori di Cecilia. Non è una storia alla “Scusa se ti Chiamo Amore”, per dirne una, in cui i protagonisti tentano di tenere la relazione ad un certo livello di segretezza perché “ai miei genitori viene un infarto se lo scoprono”.

La differenza d’età non appare come un “peso”, un ostacolo insormontabile. È un mondo nuovo quello in cui vivono Alex e Cecilia, un mondo moderno e di larghe vedute in cui l’amore non ha età. Alex tentenna, ha dei dubbi riguardo a questa relazione e si pone delle domande, ma non per i tredici anni anagrafici che li distanziano, ma piuttosto per i tredici anni generazionali. Alex ha paura che Cecilia sia troppo immatura, che non sia pronta per una relazione stabile e tutto quello che essa comporta e che, alla sua età, cerchi qualcosa di più “occasionale”, leggero e spensierato.

È stato bello assistere alle mirabolanti imprese in cui Cecilia si diletta per convincere Mr. Grimaldi di avere tutte le carte in regola per diventare la donna della sua vita.

«Tu lo conosci da più tempo, cosa posso fare per riconquistare la sua fiducia?»
[…] «Uhm, vediamo…» Sembrò pensarci su, assumendo un’espressione concentrata che lo faceva sembrare un cucciolo di cane. «Dovresti fare qualcosa di eclatante, qualcosa che richieda un grande sforzo e che dimostri quanto ci tieni a lui. Tipo…»
«Tipo?»
«Tipo resuscitare Elvis.»

Ma tornando a parlare di originalità…

In questo romanzo si respira un’atmosfera che raramente ho trovato in altri libri. Sto parlando degli anni Cinquanta, naturalmente!

Ultimamente siamo stati invasi dai revival degli anni Ottanta, soprattutto, ma anche degli anni Novanta. Io sono una persona molto nostalgica, penso spesso con malinconia agli anni passati, ma, devo ammetterlo, questa moda degli 80s e dei 90s mi aveva un po’ stufata. Quindi non potete capire la mia gioia nel leggere un romanzo che riporta in auge i magici 50s! Certo, “In Ogni Stella Nascosta” non è ambientato negli anni Cinquanta, ma, per quasi tutto il romanzo, l’atmosfera che si respira è quella. Dagli outfit ai balli alla musica fino all’arte e alla fotografia. Tutto urla 50s!

E poi Milano! Ah, che meraviglia!
Vanessa ama la sua città e si vede! Mette tutto il suo amore e la sua passione tra le sue pagine, nelle sue descrizioni. È quasi come se “In Ogni Stella Nascosta” fosse una dedica speciale a Milano, un inno alla sua bellezza “nascosta”.

Milano era una casa da scoprire, da amare, da vivere. Per poterla apprezzare, dovevi guardare dietro gli angoli, dentro i giardini nascosti; dovevi guardare le decorazioni consunte dei palazzi storici e la geometria severa dei mostri d’acciaio che tagliavano il cielo. Dovevi guardarti intorno per vederla e quando alzavi finalmente lo sguardo riuscivi a capire che era una città segreta, una città per pochi.
Milano non si faceva vedere, ti chiedeva di scoprirla, di assaggiarla, di camminare le sue strade fino a farti male; ti chiedeva un sacrificio per farsi conoscere e io, anche se ancora non lo potevo sapere, ero pronta a conoscerla, a farmi amare e ad amarla. Era la città dove la vita diventava caotica, turbolenta e il cuore batteva più forte. La chiamavano Sindrome di Stendhal: “Quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti e i sentimenti appassionati” ed era così che mi ero sentita quel giorno, ma non era stata una città o un’opera d’arte a stordirmi il cuore.
Era stato un uomo.

Le sue descrizioni sono così vivide che sembra quasi di trovarsi realmente lì, a mangiare risoelatte insieme ad Alex e Cecilia o a passeggiare accanto a loro sui Navigli.

Come ho detto, Vanessa ci trascina tra le sue pagine. Il lettore si ritrova a vivere la storia tra Alex e Cecilia sulla sua stessa pelle, se la sente scivolare dentro, fino al cuore.

Vanessa Sobrero ha compiuto una vera e propria magia ed io la ringrazio per avermi regalato così tante emozioni che, ne sono sicura, mi rimarranno nel cuore per ancora molto molto tempo.

E se anche voi siete alla ricerca di una storia d’amore originale, capace di farvi sognare ad occhi aperti, allora “In Ogni Stella Nascosta” è il libro che fa per voi!

5/5