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RECENSIONE “La Misura dell’Uomo” di Marco Malvaldi

Bentrovati cari lettori!
Oggi sono qui per esporvi le mie impressioni su una delle uscite più attese e chiacchierate di questo mese. Sto parlando ovviamente del nuovo libro di Marco Malvaldi, “La Misura dell’Uomo”, nell’inusuale veste di Giunti Editore. Per chi non lo sapesse, Malvaldi è uno degli storici autori di Sellerio, famoso per la sua serie di romanzi gialli con protagonisti i “vecchietti del BarLume”.

Premetto che non avevo mai letto nessun romanzo dell’autore e che quindi non conosco per esperienza diretta la serie qui sopra citata. D’altra parte, come libraia, ho l’obbligo e il dovere di conoscere determinate realtà editoriali di una certa levatura, e Sellerio è sicuramente una di queste. Ecco perché mi sono avvicinata a questa lettura avendo già delle aspettative molto alte.

Saranno state soddisfatte? Scopriamolo insieme.

TITOLO: La Misura dell’Uomo

AUTORE: Marco Malvaldi

GENERE: Giallo storico

DATA PUBBLICAZIONE: 6 novembre 2018

EDITORE: Giunti Editore (Scrittori Giunti)

PAGINE: 300

PREZZO: 18,50 € / 9,99 € (eBook) 


SINOSSI

Ottobre 1493. Firenze è ancora in lutto per la morte di Lorenzo il Magnifico. Le caravelle di Colombo hanno dischiuso gli orizzonti del Nuovo Mondo. Il sistema finanziario contemporaneo si sta consolidando grazie alla diffusione delle lettere di credito. E Milano è nel pieno del suo rinascimento sotto la guida di Ludovico il Moro. A chi si avventura nei cortili del Castello o lungo i Navigli capita di incontrare un uomo sulla quarantina, dalle lunghe vesti rosa, l’aria mite di chi è immerso nei propri pensieri. Vive nei locali attigui alla sua bottega con la madre e un giovinetto amatissimo ma dispettoso, non mangia carne, scrive al contrario e fatica a essere pagato da coloro cui offre i suoi servigi. È Leonardo da Vinci: la sua fama già supera le Alpi giungendo fino alla Francia di re Carlo VIII, che ha inviato a Milano due ambasciatori per chiedere aiuto nella guerra contro gli Aragonesi ma affidando loro anche una missione segreta che riguarda proprio lui. Tutti, infatti, sanno che Leonardo ha un taccuino su cui scrive i suoi progetti più arditi – forse addirittura quello di un invincibile automa guerriero – e che conserva sotto la tunica, vicino al cuore. Ma anche il Moro, spazientito per il ritardo con cui procede il grandioso progetto di statua equestre che gli ha commissionato, ha bisogno di Leonardo: un uomo è stato trovato senza vita in una corte del Castello, sul corpo non appaiono segni di violenza, eppure la sua morte desta gravi sospetti… Bisogna allontanare le ombre della peste e della superstizione, in fretta: e Leonardo non è nelle condizioni di negare aiuto al suo Signore. A cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci, Marco Malvaldi gioca con la lingua, la scienza, la storia, il crimine e gli ridà vita tra le pagine immaginando la sua multiforme intelligenza alle prese con le fragilità e la grandezza dei destini umani. Un romanzo ricco di felicità inventiva, di saperi e perfino di ironia, un’indagine sull’uomo che più di ogni altro ha investigato ogni campo della creatività, un viaggio alla scoperta di qual è – oggi come allora – la misura di ognuno di noi.

Come abbiamo ormai appurato, con “La Misura dell’Uomo”, Marco Malvaldi si cimenta in un genere non totalmente nuovo per lui, ma comunque abbastanza distante dalla sua produzione abituale. Come detto in precedenza, Malvaldi prende eccezionalmente le distanze da Sellerio e dai suoi storici colleghi – Camilleri, Manzini e Recami, solo per citarne alcuni – e fa un salto nell’universo narrativo di Dan Brown e Ken Follet, tra gli altri.

Ci troviamo nel 1493, alla corte di Ludovico il Moro. Siamo in piena epoca rinascimentale, un periodo d’oro per la bella Milano, reso tale anche, e soprattutto, dalla presenza di Leonardo da Vinci che, proprio sotto il governo del Moro, ha prodotto alcuni tra i suoi più celebri capolavori, come la Dama con l’Ermellino – ritratto dell’amante di Ludovico, Cecilia Gallerani – e la Vergine delle Rocce. E come non nominare il Cenacolo!

Io amo l’arte – vengo da anni e anni di studi artistici – e amo Leonardo, perciò come potevo, dopo queste premesse, tenere le mie grinfie lontane da questo libro?
Ecco perché, non appena giunte in libreria le mille mila copie de “La Misura dell’Uomo”, ho immediatamente provveduto ad arraffarne una.

Che dite? Mi è piaciuto? Ha soddisfatto le mie aspettative?
Sì e no.

Vorrei estrapolare la parte storica del romanzo e la parte “gialla” – o mistery – e trattarle in maniera separata, come se fossero due entità a sé stanti.

Per quanto riguarda la prima – la componente storica –, è un pieno e assoluto dieci e lode. Malvaldi ha fatto un lavoro di ricerca che quasi intimidisce per la minuzia di particolari e dettagli che è riuscito ad inserire tra le sue pagine. Tutta la prima metà del libro è un piccolo e prezioso tesoro saturo di cenni storici e curiosità da far brillare in eterno i miei occhi. Tra le tante cose, ad esempio, l’autore ci mette al corrente di un simpatico aneddoto, ovvero del fatto che, già a quell’epoca, il traffico fosse il peggior male di Milano.

A Milano gli uomini i muovevano a dorso di mulo, mentre le donne, le donne facoltose, si muovevano in carretta – delle carrette che sembravano un incrocio fra una pala d’altare e un carro siciliano, dorate e pacchiane, trainate da due o quattro giumente, e che erano il terrore dei pedoni. Può sembrare strano, ma a Milano il traffico era un problema già nel tardo Quattrocento.

Ci sono poi molti appunti per quanto riguarda gli argomenti di natura artistica, legati, ad esempio, alla creazione e produzione del colore, o ancora, alla lavorazione dei metalli. E come non menzionare la componente linguistica! Insomma, potremmo considerare “La Misura dell’Uomo” una mini enciclopedia sul Rinascimento milanese solo per il minuzioso lavoro di ricerca e documentazione fatto da Malvaldi.

E come non parlare poi della componente grafica del libro!
“La Misura dell’Uomo” è un libro finemente curato a trecentosessanta gradi. Giunti ha letteralmente corteggiato Marco Malvaldi per questo progetto e si può ben notare quanto ci tenesse a creare un prodotto di altissima qualità, basti pensare alle illustrazioni di Leonardo che decorano entrambi i risguardi del libro o alle meravigliose riproduzioni della mappa della città di tardo Quattrocento. Sono questi i dettagli per cui vado subito in visibilio. Solo per questo e per la ricerche storiche, il romanzo si meriterebbe cinque stelle piene.

Eppure io, di stelle, gliene ho assegnate solamente tre…

Ecco, ora possiamo riprendere in mano la componente “gialla” che avevamo momentaneamente lasciato da parte. Purtroppo, non mi ha “preso” per nulla. Possiamo proprio dire che l’intreccio generale non mi ha lasciato nulla, niente di niente. Ho girato l’ultima pagina solo qualche giorno fa e già fatico a ricordare molti accadimenti.

Tutta la vicenda ruota intorno al ritrovamento del corpo senza vita di un tale Rambaldo Chiti all’interno di una corte del castello. Sul corpo nessun segno visibile che possa attestare la causa della morte. Ma una cosa è subito chiara a Leonardo: il Chiti è stato assassinato. Ma da chi? E perché poi?
Il mistero si infittisce maggiormente quando all’interno della sua abitazione – del Chiti – viene rinvenuta una pagina piena di appunti e annotazioni vergate indubbiamente dalla mano di Leonardo – famoso, tra le altre cose, per la sua bizzarra abitudine di scrivere da destra verso sinistra.

Ecco, diciamo quindi che inizialmente tutta la faccenda aveva attirato la mia attenzione ma che poi, quella stessa attenzione, era andata scemando man mano che ci si avvicinava alla risoluzione del caso. Insomma, l’epilogo, così come le motivazioni che hanno portato all’omicidio del Chiti e di altri dopo di lui, non mi ha per nulla convinta, anzi, mi ha proprio delusa.

La presenza di decine di personaggi che continuano a spuntar fuori da ogni dove poi non aiuta di certo. Dovevo continuamente interrompere la lettura per andare a spulciare l’elenco dei personaggi all’inizio del libro che conta ben una cinquantina circa di nomi. Passi Leonardo da Vinci, passino il Moro e la Gallerani. Passino il Salaì e Caterina, la madre di Leonardo, il Trotti e Galeazzo Sanseverino, personaggi ricorrenti nella storia, ma tutti gli altri? Una gran confusione.

Mi spiace davvero molto di non essere riuscita ad apprezzare appieno “La Misura dell’Uomo” che rimane tuttavia un ottimo prodotto letterario nonché un libro scritto in maniera eccellente. Marco Malvaldi sa sicuramente fare il proprio lavoro e la sua ironia e simpatia gli conferiscono sicuramente una marcia in più: sa come distinguersi e questa è una caratteristica fondamentale per uno scrittore. Tutte le “problematiche” – se così le vogliamo chiamare – che ho riscontrano rimangono circoscritte alla sfera soggettiva. Come spesso accade nel caso di grandi opere, considerate oggettivamente dei capolavori della letteratura, a fare la differenza è il cuore, il grado di sensibilità alla storia, alla vicenda.

Tutto questo per chiarire che, nonostante il mio giudizio finale, “La Misura dell’Uomo” non è assolutamente un libro che vi voglio sconsigliare, anzi… leggetelo assolutamente! Magari voi riuscirete ad empatizzare con la storia e ad apprezzarla molto più di quanto non abbia fatto io.

3/5

RECENSIONE “Il Patto dell’Abate Nero” di Marcello Simoni

Buongiorno lettori!
In questi giorni Marcello Simoni è tornato in libreria con il secondo capitolo della Secretum Saga, “Il Patto dell’Abate Nero”, un thriller storico quattrocentesco che si snoda tra la Firenze medicea e Alghero, teatro di commerci e di corruzione.

Avevo molte aspettative su questo libro, e su questo autore, e, mi duole ammetterlo, non sono state soddisfatte. Non avevo mai letto nulla di Marcello Simoni, nonostante lo conoscessi di fama, e proprio per come ne ho sempre sentito parlare mi aspettavo molto molto di più.
Quando un autore viene accostato a nomi altisonanti come Dan Brown e Glenn Cooper – autori, tra l’altro, parecchio amati e stimati dalla sottoscritta – le aspettative non possono che essere alte.

Ma la delusione più cocente è stata quella che ha dovuto sopportare il mio povero cuore di appassionata di storia e archeologia… ma di questo ne riparleremo più tardi.

TITOLO: Il Patto dell’Abate Nero (Secretum Saga, #2)

AUTORE: Marcello Simoni

GENERE: Thriller storico

DATA PUBBLICAZIONE: 25 giugno 2018

EDITORE: Newton Compton Editori (Nuova Narrativa Newton)

PAGINE: 328

PREZZO: 9,90 € / 5,99 € (eBook) 


SINOSSI

13 marzo 1460, porto di Alghero. Un mercante ebreo incontra in gran segreto l’agente di un uomo d’affari fiorentino, messer Teofilo Capponi. Vuole vendergli un’informazione preziosissima: l’esatta ubicazione del leggendario tesoro di Gilarus d’Orcana, un saraceno agli ordini di re Marsilio, scomparso ai tempi di Carlo Magno. Venuta per caso a conoscenza della trattativa, Bianca de’ Brancacci, moglie di Capponi, intuisce che suo padre era coinvolto nella ricerca di quel tesoro prima di morire. Elabora così un piano e per realizzarlo chiede aiuto a Tigrinus, il noto ladro con cui ha già avuto a che fare. Tigrinus dovrà partire alla volta di Alghero e, spacciandosi per Teofilo Capponi, dovrà mettersi sulle tracce dell’oro di Gilarus e scoprire anche la verità sulla morte del padre di Bianca. Nel frattempo, a Firenze, Bianca dovrà mantenere a tutti i costi il segreto sulla missione affidata al ladro, nonostante i sospetti del capo dei birri e di Cosimo de’ Medici. Ma in pericolo, a Firenze, c’è anche il tesoro più grande che Tigrinus nasconde: la Tavola di Smeraldo…

La penna di Simoni ci trasporta indietro di seicento anni e ci accompagna tra i vicoli della Firenze medicea. Subito incontriamo Bianca de’ Brancacci, figlia di Teodoro de’ Brancacci – misteriosamente scomparso in mare diversi anni orsono – e moglie di Teofilo Capponi.
Bianca è una donna molto particolare, una donna intelligente che non ci sta a farsi mettere i piedi in testa da un marito che, di certo, non la ama e nemmeno la rispetta.

Un giorno la donna assiste ad una discussione particolarmente accesa tra il marito e un uomo da lei sconosciuto. I due parlano di un misterioso tesoro appartenuto a un tale Gilarus d’Orcania e che sembrerebbe risalire ai tempi di Carlo Magno e al quale, inoltre, potrebbe essere legata la scomparsa di Teodoro de’ Brancacci.
Quando Teofilo muore, Bianca non ci pensa due volte e, decisa a scoprire la verità che si cela dietro l’infelice sorte del genitore, assolda il ladro Tigrinus e gli affida il compito di impersonare il marito ormai deceduto e di salpare per Alghero, luogo in cui Teofilo avrebbe dovuto incontrare Simeone de Lunell, un ebreo impegnato nel commercio del corallo e che sembrerebbe essere il solo in possesso di preziose informazioni riguardanti il tesoro di Gilarus d’Orcania.

«Più che piano, lo definirei un pasticcio. Una volta sceso a terra dovrò farmi passare per messer Teofilo Capponi, un alto membro dell’Arte del Cambio, e trattare con un ebreo che si dice disposto a cedermi – anzi, a cedergli – la mappa di un tesoro». «Addirittura? E quale tesoro sarebbe?» «Roba antica. Pare risalga ai tempi di Carlo Magno».

Nulla conta di più, per Bianca, che scoprire la verità su ciò che accadde a suo padre quando lei era ancora una bambina, ma le cose si complicano quando viene accusata dell’omicidio del marito…

La storia segue due filoni separati: da una parte abbiamo Tigrinus sulle tracce del tesoro e, dall’altra, Bianca che, rimasta a Firenze, deve vedersela con un fastidioso “birro” (poliziotto, sbirro) convinto del suo coinvolgimento nell’assassinio di Teofilo Capponi e deciso più che mai ad arrestarla.

Come ho detto, Bianca è un personaggio molto singolare. Durante la lettura ho provato per lei sentimenti fortemente contrastanti, al contrario di Tigrinus che mi ha suscitato una profonda simpatia dall’inizio alla fine.
Per Bianca ho provato inizialmente una forte empatia, dovuta sicuramente alla sua voglia di rivalsa e al suo rifiuto di sottomissione. Ho iniziato a “distaccarmi emotivamente” da lei quando ho visto fino a che punto era disposta a scendere pur di svincolarsi dalle accuse di omicidio. Da una parte la sua freddezza e il suo impeccabile autocontrollo mi hanno lasciata atterrita, dall’altra mi hanno portato a valutarla positivamente come personaggio. Mi spiego meglio: personalmente, non apprezzo quei personaggi dalla moralità impeccabile, tutti pregi e niente difetti che non commettono mai un passo falso. Insomma, sono anonimi, insapori e inverosimili. I personaggi che invece preferisco sono quelli caratterizzati da tante sfaccettature, quelli complessi, sporchi, che prendono decisioni sbagliate e commettono errori. I personaggi migliori sono quelli per cui proviamo sentimenti di odio e amore.
Perciò questo è sicuramente un punto che va a favore di Simoni.

Ciò su cui invece ho qualcosa da ridire è l’ambientazione. Premetto che mi è piaciuto molto lo spaccato quattrocentesco di Alghero. L’autore ha fatto un’ottima ricerca e il lavoro è evidente – c’è persino una mappa bellissima all’inizio del romanzo. Purtroppo, però, non posso dire lo stesso su Firenze. Ci troviamo alle soglie del Rinascimento, dovremmo poter respirare quell’atmosfera di arte e bellezza propria dell’epoca medicea e invece nulla, non ho visto niente di tutto questo e ne sono rimasta davvero delusa. Marcello Simoni aveva in mano un vero e proprio tesoro, il più bel periodo – a parer mio – della nostra Italia e non ha saputo sfruttarlo a dovere. Questa è l’impressione che mi ha lasciato.
D’altra parte, come ho detto poco fa, apprezzo la ricerca fatta e l’utilizzo di espressioni e vocaboli specifici dell’epoca come, appunto, “birri” o, ancora, l’utilizzo delle “botti” come unità di misura – cento botti corrispondono a circa settanta tonnellate – o dei “cantari” – un cantaro corrisponde a circa venticinque libbre. Insomma, sono quei dettagli che io amo ma che ovviamente non hanno distolto il mio occhio critico dalla povertà dello sfondo, dalla mancanza di tutti quegli elementi che avrei voluto vedere. Umberto Eco diceva che “per raccontare bisogna innanzitutto costruirsi un mondo, il più possibile ammobiliato sino agli ultimi particolari”. Ecco, “Il Patto dell’Abate Nero” manca di mobilia.
Che poi, per la miseria! Siamo a Firenze!
C’è un momento in cui, ad esempio, Bianca si trova davanti alla facciata di Santa Maria del Fiore – giusto una chiesetta… – e, con mio grande disappunto, non ne viene fatta neanche una piccola descrizione!

Sarò pignola e fastidiosamente pedante, ma quando leggo un romanzo storico – e non solo – voglio potermi immergere totalmente tra le sue pagine e respirare a pieni polmoni quelle atmosfere lontane e viverle, come se fossi io stessa la protagonista della storia.
Non pretendo certo di leggere le descrizioni di Tolsoj che si dilunga a parlare di campagne russe e di metodi di semina e raccolto ottocenteschi per decine e decine di pagine. Mi sarei accontentata di qualche dettaglio, anche solo pochi aggettivi, che so, della descrizione anche solo in minima parte di un abito, di due appunti sull’architettura,…

Scusate se mi dilungo su questo aspetto ma, se ancora non l’aveste capito, ci tengo in modo particolare alle descrizioni, sono ciò di cui mi nutro durante la lettura di un libro.

Devo comunque ammettere che neppure la storia in sé mi ha entusiasmato più di tanto, soprattutto nella prima metà del libro: continuavo a domandarmi quando sarebbe arrivata l’azione, quando effettivamente sarebbe iniziata la ricerca di questo fantomatico tesoro, quando, in poche parole, il racconto storico si sarebbe tramutato in un thriller. È brutto da dire ma mi è capitato più volte di dover rileggere intere pagine perché mi ero distratta dalla lettura. Non sono riuscita a sentire la tensione propria di un thriller, neanche per un momento. La storia si riprende un po’ nella seconda parte con colpi di scena e risvolti inaspettati, alcuni che mi hanno piacevolmente colpita, altri un po’ meno. Un aspetto che non mi è affatto piaciuto è legato al tesoro di Gilarus ma ovviamente non posso dirvi di più – chi ha già letto il libro capirà a cosa mi riferisco e comprenderà il perché della mia delusione.

Non voglio bocciare in toto questo libro perché, nonostante tutto, si è lasciato leggere.
Simoni è stato sicuramente abile nel mettere insieme un puzzle complesso e ben articolato e, alla fine, tutti i pezzi sono andati al posto giusto, in modo coerente e lineare – il fatto che io non abbia apprezzato certe scelte è un altro discorso.
L’autore ha intessuto un ottimo intreccio e questo glielo devo riconoscere, così come gli riconosco l’aver creato un personaggio così interessante come Bianca de’ Brancacci.

D’altra parte, il libro è scritto bene e, come ho detto, è una lettura che scivola via – io stessa l’ho terminato in un paio di giorni – perciò non mi sento di sconsigliarlo, solo non aspettatevi di trovarvi davanti al nuovo Ken Follett.

2,5/5

RECENSIONE “Il Cavaliere d’Inverno” di Paullina Simons

Buongiorno lettori, e benvenuti!
Ho pensato molto a quale fosse il miglior modo per presentarmi a voi, e alla fine ho deciso di parlarvi di uno dei miei romanzi preferiti. Dopotutto, non si dice che siamo quello che leggiamo? E allora quale miglior modo per conoscere una persona se non attraverso le sue letture?

Se mi chiedeste quale sia in assoluto il preferito tra i libri che ho letto e amato nella mia vita, non saprei rispondervi. Sarebbe come domandare a una madre quale dei suoi figli è il favorito!

Ho quindi deciso di parlarvi di una delle letture che, negli ultimi anni, è stata capace di rapirmi il cuore più di altre: “Il Cavaliere d’Inverno” di Paullina Simons.

TITOLO: Il Cavaliere d’Inverno

AUTORE: Paullina Simons

GENERE: Storico, Romance

DATA PUBBLICAZIONE: 21 maggio 2003

EDITORE: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli (Narrativa)

PAGINE: 700

PREZZO: 8,50 € / 6,99 € (eBook) 


TRAMA

Leningrado, 1941. In una tranquilla sera d’estate Tatiana e Dasha, sorelle ma soprattutto grandi amiche, si stanno confidando i segreti del cuore, quando alla radio il generale Molotov annuncia che la Germania ha invaso la Russia. Uscita per fare scorta di cibo, Tatiana incontra Alexander, un giovane ufficiale dell’Armata Rossa che parla russo con un lieve accento. Tra loro scatta subito un’attrazione reciproca e irresistibile. Ma è un amore impossibile, che potrebbe distruggerli entrambi. Mentre un implacabile inverno e l’assedio nazista stringono la città in una morsa, riducendola allo stremo, Tatiana e Alexander trarranno la forza per affrontare mille avversità e sacrifici proprio dal legame segreto che li unisce.

Come ho potuto leggere “Il Cavaliere d’Inverno” solo nel 2017 quando questo già adornava gli scaffali delle librerie italiane da anni e anni? Se ci penso mi viene voglia di colpirmi forte in testa.
Dopo aver conosciuto Paullina Simons mi sono resa conto di quanto la mia vita fosse stata vuota, fino a quel momento.

Innanzitutto, una premessa: i romanzi storici, soprattutto quando ambientati durante la guerra – una qualsiasi, basta che ci siano lacrime e sangue – sono la mia linfa vitale. Aggiungiamoci un’ambientazione russa e il gioco è fatto, il mio cuore è capitolato per sempre. E allora ribadisco: come ho potuto aspettare tanto per leggerlo?!

La storia di Tatiana e Alexander è una di quelle che ti entrano dentro, fin sotto la pelle, che ti rapiscono il cuore per poi non ridartelo più indietro. Ogni emozione provata è stata talmente intensa da aver lasciato un’impronta ancora visibile, come se l’avessi letto l’altro ieri e non un anno fa. La Simons è in grado di far provare ogni sentimento umanamente possibile, dalla gioia al dolore, dalla speranza alla disperazione.

Quella tra la giovane e ingenua Tatiana Metanova e l’ufficiale Alexander Belov è una storia d’amore epica, di quelle che fanno sospirare, battere il cuore all’impazzata e piangere, ma piangere tanto, così tanto da ritrovarsi ad annaspare tra le proprie lacrime.

Era una giorno perfetto. Per cinque minuti non ci fu nessuna guerra, in quella magnifica domenica di giugno a Leningrado. Alzando gli occhi dal gelato, vide un soldato che la fissava dall’altra parte della strada. […] Rimasero a guardarsi per un attimo, ma un attimo di troppo che parve un’eternità .

Le loro vite erano destinate a scontrarsi: quel pomeriggio di sole del 22 giugno del 1941, mentre le radio urlavano l’annuncio dell’assedio tedesco, gli occhi di una giovane ragazza col vestito a fiori incontrarono quelli color caramello di un alto e affascinante ufficiale e, da quel giorno, la loro vita cambiò per sempre.

Voi credete nel destino? A me piace pensare che tutto sia già scritto, predestinato, che eventi all’apparenza inspiegabili in realtà si susseguano con lo scopo di portare due persone a trovarsi esattamente in un certo posto in un determinato momento della loro vita. Se quel giorno Hitler non avesse deciso di attaccare la Russia, probabilmente Tatia e Shura non si sarebbero mai innamorati. O magari il colpo di fulmine sarebbe scattato lo stesso, considerando come il destino avesse già condotto Alexander sulla stessa strada della famiglia Metanova, ma a proposito di questo non vi dirò di più. Lascio a voi il piacere della scoperta della terribile verità che vi porterà a tentare di strapparvi i capelli già dalle prime pagine.

Credevate che la storia tra Tatiana e Alexander sarebbe stata semplice? Oh no, proprio per niente. Il mai una gioia regna sovrano per circa tre quarti del libro. Lettori avvisati, mezzi salvati!

La strada per la felicità è lastricata da decine e decine di ostacoli che si susseguono uno dietro l’altro in un gioco che gronda sadismo e crudeltà. Solo ripensare a tutto quello che succede in quelle settecento pagine mi fa piangere a dirotto.

«Sarà meglio che tu resti vivo per me, soldato, perché io non posso andare avanti senza di te.» Quelle erano le parole che gli disse, con gli occhi fissi sul suo volto e le mani appoggiate sul suo cuore. Lui si piegò e le baciò le lentiggini. «Non puoi andare avanti, mia regina della ruota del lago Ilmen?» Scosse la testa sorridendo. «Troverai un modo per vivere senza di me. Troverai un modo per vivere la vita di entrambi», le disse davanti al fiume Kama che scorreva dai monti Urali verso un piccolo villaggio nei boschi di pini chiamato Lazarevo, un tempo, quando erano innamorati, quando erano giovani.

Se volete farvi un’idea del livello di lacrime a cui la Simons è in grado di sottoporvi, posso dirvi che “Il Cavaliere d’Inverno” ha ufficialmente battuto il record fino a quel momento appartenuto all’intramontabile “Love Story”. E questo non è dovuto unicamente al destino avverso che si abbatte costantemente sui due innamorati. La causa primaria che porta il lettore a sotterrarsi sotto una pila di kleenex è tutto il contorno, l’ambientazione in sé. Va da sé che un romanzo ambientato in tempo di guerra non può essere un romanzo allegro in cui si respira aria di lieto fine, ma Paullina Simons è terribilmente brava a rendere l’idea della disperazione in cui versa l’intera Leningrado. L’autrice non tenta di indorare la pillola ma ci mostra la realtà della guerra per quello che è: dura, violenta, brutale, un’onda di morte inarrestabile che non risparmia niente e nessuno.

“Il Cavaliere d’Inverno” è un perfetto spaccato di quella che potrebbe essere stata la vita di una famiglia sotto assedio, nel 1941, in una Leningrado comunista. È spaventoso assistere inermi al continuo razionamento del cibo che arriva a contare appena 125 grammi di pane al giorno, un pane composto per lo più da cellulosa e segatura perché le scorte di grano scarseggiano. La gente muore di fame, di freddo, sotto le bombe e le cataste di cadaveri ai bordi delle strade crescono a vista d’occhio.

Io sono sempre stata dell’idea che la storia non la si impari SOLO tra i banchi di scuola, ma che letteratura e cinema siano un ottimo strumento di supporto in tal senso. I romanzi – quelli ben scritti, naturalmente – sono in grado di trasportare il lettore all’interno dell’epoca trattata e di mostrare ciò che i libri di scuola non mostrano, spaccati di vita quotidiana che ti fanno capire realmente cosa significhi vivere sotto i bombardamenti, in un inverno russo senza più riscaldamento ed elettricità.

Si dice spesso che i libri cambino la vita e “Il Cavaliere d’Inverno” un po’ la mia, di vita, l’ha realmente cambiata. Ho imparato a vedere certe cose sotto un altro aspetto e ad essere grata per tutto quello che ho, anche, e soprattutto, per ciò che più spesso viene dato per scontato.

Eppure, nonostante tutto, l’intento dell’autrice non è quello di denunciare gli orrori della guerra. Lei ne è solo una muta testimone. Anche perché, in realtà, quello che si evince dalle sue parole è che, piuttosto della Germania, il vero nemico della Russia è sempre e solo stata la Russia stessa. In questo senso, la rabbia della Simons sembra rivolgersi più verso Stalin e il comunismo – e non a torto, aggiungerei. Eppure, se tutto ciò non fosse abbastanza per creare quello scenario di mai una gioia di cui vi parlavo, ecco che l’autrice ci introduce uno dei più infami e odiosi personaggi in cui io mi sia mai imbattuta: Dimitri Černenko. Dimitri è l’opportunista ed invidioso amico di Alexander che io ho odiato dall’inizio alla fine del libro. È uno dei personaggi più viscidi di cui leggerete mai, ve lo garantisco. Eppure, al di là di quanto possa essere simpatico o meno, è innegabile quanto sia perfettamente caratterizzato, così come tutti gli altri personaggi della Simons che in tal senso ha davvero fatto un lavoro incredibile.
“Il Cavaliere d’Inverno” è solo il primo capitolo di una trilogia, perciò triplo inchino all’autrice che, in più di duemila pagine, non è mai caduta nell’incoerenza e nelle contraddizioni. Nel corso della storia vediamo i protagonisti – in particolare Tatiana – crescere e maturare, cosa inevitabile quando ci si ritrova a vivere determinate situazioni. La guerra ha costretto Tatia a trasformarsi da bambina a donna più in fretta del previsto, eppure, sotto quegli occhi spenti, segnati dal dolore e quel corpo pelle e ossa, sarà sempre perfettamente visibile la giovane ragazza nel vestito a fiori che quel pomeriggio di giugno era seduta alla fermata dell’autobus con un gelato al gusto crème brûlée tra le mani.

«Ho trovato il vero amore sulle rive del Kama.»
«Io l’ho trovato in via Saltjkova-Scedrina, mentre mangiavo il gelato seduta su una panchina.»
«Non mi hai trovato, Tatia. Non mi stavi neanche cercando. Sono io che ti ho trovata.»
«Tu mi… stavi cercando?»
«Da una vita.»

Tatiana è entrata di diritto a far parte della top five delle mie eroine letterarie preferite, accanto a personaggi del calibro di Elizabeth Bennet ed Hermione Granger. Ho amato il suo altruismo, la sua bontà e i continui sacrifici fatti in nome della famiglia – anche se a volte avrei voluto strangolarla. Ma più di tutto ho amato la sua forza, la sua intraprendenza e quella punta di testardaggine e avventatezza che la caratterizzano. Dall’altro lato, ho apprezzato un po’ meno il personaggio di Alexander, a volte troppo possessivo e aggressivo – attenzione, non ho detto manesco!!! – ma pur sempre in linea con l’ambientazione e con la mentalità di un’epoca molto distante e molto diversa dalla nostra.

Tatia e Shura sono l’una la forza dell’altro, le due metà perfette di una mela imperfetta, destinati a trovarsi e ad amarsi fin dal loro primo respiro.

Soldato, lascia che ti accarezzi il viso e baci le tue labbra, lasciami urlare attraverso i mari e sussurrare attraverso i prati ghiacciati della Russia quello che sento per te… Luga, Ladoga, Leningrado, Lazarevo,… Alexander, un tempo tu mi hai portata e ora io porto te.

“Il Cavaliere d’Inverno” è una storia di coraggio e di sacrificio, di crescita e di dolore. È una storia di lacrime, sangue, passione e desiderio. In sintesi, “Il Cavaliere d’Inverno” è una delle storie più toccanti e meravigliose che avrete mai la possibilità di leggere, perciò non lasciatevela sfuggire.

Lo so che alcuni possono spaventarsi davanti all’immensa mole di pagine, ma fidatevi se vi dico che non riuscirete a staccare gli occhi dalle pagine neanche per un secondo e che quelle settecento pagine voleranno via in un soffio, cosa per cui poi vi dispererete perché avreste voluto che il libro non finisse mai. Ma una volta giunti all’inevitabile epilogo, carico carico di suspense e che vi porterà ad avere un attacco di cuore, sarete già pronti a gettarvi a capofitto nella lettura del secondo volume, “Tatiana & Alexander”, che, per quanto bello ed intenso, non supererà mai la maestosità del suo predecessore, ma questa è un’altra storia.

Fatemi sapere nei commenti cosa ne pensate, se già l’avete letto o no. Se così fosse, fidatevi di me e correte in libreria! Non ve ne pentirete.

5/5