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RECENSIONE “La Misura dell’Uomo” di Marco Malvaldi

Bentrovati cari lettori!
Oggi sono qui per esporvi le mie impressioni su una delle uscite più attese e chiacchierate di questo mese. Sto parlando ovviamente del nuovo libro di Marco Malvaldi, “La Misura dell’Uomo”, nell’inusuale veste di Giunti Editore. Per chi non lo sapesse, Malvaldi è uno degli storici autori di Sellerio, famoso per la sua serie di romanzi gialli con protagonisti i “vecchietti del BarLume”.

Premetto che non avevo mai letto nessun romanzo dell’autore e che quindi non conosco per esperienza diretta la serie qui sopra citata. D’altra parte, come libraia, ho l’obbligo e il dovere di conoscere determinate realtà editoriali di una certa levatura, e Sellerio è sicuramente una di queste. Ecco perché mi sono avvicinata a questa lettura avendo già delle aspettative molto alte.

Saranno state soddisfatte? Scopriamolo insieme.

TITOLO: La Misura dell’Uomo

AUTORE: Marco Malvaldi

GENERE: Giallo storico

DATA PUBBLICAZIONE: 6 novembre 2018

EDITORE: Giunti Editore (Scrittori Giunti)

PAGINE: 300

PREZZO: 18,50 € / 9,99 € (eBook) 


SINOSSI

Ottobre 1493. Firenze è ancora in lutto per la morte di Lorenzo il Magnifico. Le caravelle di Colombo hanno dischiuso gli orizzonti del Nuovo Mondo. Il sistema finanziario contemporaneo si sta consolidando grazie alla diffusione delle lettere di credito. E Milano è nel pieno del suo rinascimento sotto la guida di Ludovico il Moro. A chi si avventura nei cortili del Castello o lungo i Navigli capita di incontrare un uomo sulla quarantina, dalle lunghe vesti rosa, l’aria mite di chi è immerso nei propri pensieri. Vive nei locali attigui alla sua bottega con la madre e un giovinetto amatissimo ma dispettoso, non mangia carne, scrive al contrario e fatica a essere pagato da coloro cui offre i suoi servigi. È Leonardo da Vinci: la sua fama già supera le Alpi giungendo fino alla Francia di re Carlo VIII, che ha inviato a Milano due ambasciatori per chiedere aiuto nella guerra contro gli Aragonesi ma affidando loro anche una missione segreta che riguarda proprio lui. Tutti, infatti, sanno che Leonardo ha un taccuino su cui scrive i suoi progetti più arditi – forse addirittura quello di un invincibile automa guerriero – e che conserva sotto la tunica, vicino al cuore. Ma anche il Moro, spazientito per il ritardo con cui procede il grandioso progetto di statua equestre che gli ha commissionato, ha bisogno di Leonardo: un uomo è stato trovato senza vita in una corte del Castello, sul corpo non appaiono segni di violenza, eppure la sua morte desta gravi sospetti… Bisogna allontanare le ombre della peste e della superstizione, in fretta: e Leonardo non è nelle condizioni di negare aiuto al suo Signore. A cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci, Marco Malvaldi gioca con la lingua, la scienza, la storia, il crimine e gli ridà vita tra le pagine immaginando la sua multiforme intelligenza alle prese con le fragilità e la grandezza dei destini umani. Un romanzo ricco di felicità inventiva, di saperi e perfino di ironia, un’indagine sull’uomo che più di ogni altro ha investigato ogni campo della creatività, un viaggio alla scoperta di qual è – oggi come allora – la misura di ognuno di noi.

Come abbiamo ormai appurato, con “La Misura dell’Uomo”, Marco Malvaldi si cimenta in un genere non totalmente nuovo per lui, ma comunque abbastanza distante dalla sua produzione abituale. Come detto in precedenza, Malvaldi prende eccezionalmente le distanze da Sellerio e dai suoi storici colleghi – Camilleri, Manzini e Recami, solo per citarne alcuni – e fa un salto nell’universo narrativo di Dan Brown e Ken Follet, tra gli altri.

Ci troviamo nel 1493, alla corte di Ludovico il Moro. Siamo in piena epoca rinascimentale, un periodo d’oro per la bella Milano, reso tale anche, e soprattutto, dalla presenza di Leonardo da Vinci che, proprio sotto il governo del Moro, ha prodotto alcuni tra i suoi più celebri capolavori, come la Dama con l’Ermellino – ritratto dell’amante di Ludovico, Cecilia Gallerani – e la Vergine delle Rocce. E come non nominare il Cenacolo!

Io amo l’arte – vengo da anni e anni di studi artistici – e amo Leonardo, perciò come potevo, dopo queste premesse, tenere le mie grinfie lontane da questo libro?
Ecco perché, non appena giunte in libreria le mille mila copie de “La Misura dell’Uomo”, ho immediatamente provveduto ad arraffarne una.

Che dite? Mi è piaciuto? Ha soddisfatto le mie aspettative?
Sì e no.

Vorrei estrapolare la parte storica del romanzo e la parte “gialla” – o mistery – e trattarle in maniera separata, come se fossero due entità a sé stanti.

Per quanto riguarda la prima – la componente storica –, è un pieno e assoluto dieci e lode. Malvaldi ha fatto un lavoro di ricerca che quasi intimidisce per la minuzia di particolari e dettagli che è riuscito ad inserire tra le sue pagine. Tutta la prima metà del libro è un piccolo e prezioso tesoro saturo di cenni storici e curiosità da far brillare in eterno i miei occhi. Tra le tante cose, ad esempio, l’autore ci mette al corrente di un simpatico aneddoto, ovvero del fatto che, già a quell’epoca, il traffico fosse il peggior male di Milano.

A Milano gli uomini i muovevano a dorso di mulo, mentre le donne, le donne facoltose, si muovevano in carretta – delle carrette che sembravano un incrocio fra una pala d’altare e un carro siciliano, dorate e pacchiane, trainate da due o quattro giumente, e che erano il terrore dei pedoni. Può sembrare strano, ma a Milano il traffico era un problema già nel tardo Quattrocento.

Ci sono poi molti appunti per quanto riguarda gli argomenti di natura artistica, legati, ad esempio, alla creazione e produzione del colore, o ancora, alla lavorazione dei metalli. E come non menzionare la componente linguistica! Insomma, potremmo considerare “La Misura dell’Uomo” una mini enciclopedia sul Rinascimento milanese solo per il minuzioso lavoro di ricerca e documentazione fatto da Malvaldi.

E come non parlare poi della componente grafica del libro!
“La Misura dell’Uomo” è un libro finemente curato a trecentosessanta gradi. Giunti ha letteralmente corteggiato Marco Malvaldi per questo progetto e si può ben notare quanto ci tenesse a creare un prodotto di altissima qualità, basti pensare alle illustrazioni di Leonardo che decorano entrambi i risguardi del libro o alle meravigliose riproduzioni della mappa della città di tardo Quattrocento. Sono questi i dettagli per cui vado subito in visibilio. Solo per questo e per la ricerche storiche, il romanzo si meriterebbe cinque stelle piene.

Eppure io, di stelle, gliene ho assegnate solamente tre…

Ecco, ora possiamo riprendere in mano la componente “gialla” che avevamo momentaneamente lasciato da parte. Purtroppo, non mi ha “preso” per nulla. Possiamo proprio dire che l’intreccio generale non mi ha lasciato nulla, niente di niente. Ho girato l’ultima pagina solo qualche giorno fa e già fatico a ricordare molti accadimenti.

Tutta la vicenda ruota intorno al ritrovamento del corpo senza vita di un tale Rambaldo Chiti all’interno di una corte del castello. Sul corpo nessun segno visibile che possa attestare la causa della morte. Ma una cosa è subito chiara a Leonardo: il Chiti è stato assassinato. Ma da chi? E perché poi?
Il mistero si infittisce maggiormente quando all’interno della sua abitazione – del Chiti – viene rinvenuta una pagina piena di appunti e annotazioni vergate indubbiamente dalla mano di Leonardo – famoso, tra le altre cose, per la sua bizzarra abitudine di scrivere da destra verso sinistra.

Ecco, diciamo quindi che inizialmente tutta la faccenda aveva attirato la mia attenzione ma che poi, quella stessa attenzione, era andata scemando man mano che ci si avvicinava alla risoluzione del caso. Insomma, l’epilogo, così come le motivazioni che hanno portato all’omicidio del Chiti e di altri dopo di lui, non mi ha per nulla convinta, anzi, mi ha proprio delusa.

La presenza di decine di personaggi che continuano a spuntar fuori da ogni dove poi non aiuta di certo. Dovevo continuamente interrompere la lettura per andare a spulciare l’elenco dei personaggi all’inizio del libro che conta ben una cinquantina circa di nomi. Passi Leonardo da Vinci, passino il Moro e la Gallerani. Passino il Salaì e Caterina, la madre di Leonardo, il Trotti e Galeazzo Sanseverino, personaggi ricorrenti nella storia, ma tutti gli altri? Una gran confusione.

Mi spiace davvero molto di non essere riuscita ad apprezzare appieno “La Misura dell’Uomo” che rimane tuttavia un ottimo prodotto letterario nonché un libro scritto in maniera eccellente. Marco Malvaldi sa sicuramente fare il proprio lavoro e la sua ironia e simpatia gli conferiscono sicuramente una marcia in più: sa come distinguersi e questa è una caratteristica fondamentale per uno scrittore. Tutte le “problematiche” – se così le vogliamo chiamare – che ho riscontrano rimangono circoscritte alla sfera soggettiva. Come spesso accade nel caso di grandi opere, considerate oggettivamente dei capolavori della letteratura, a fare la differenza è il cuore, il grado di sensibilità alla storia, alla vicenda.

Tutto questo per chiarire che, nonostante il mio giudizio finale, “La Misura dell’Uomo” non è assolutamente un libro che vi voglio sconsigliare, anzi… leggetelo assolutamente! Magari voi riuscirete ad empatizzare con la storia e ad apprezzarla molto più di quanto non abbia fatto io.

3/5

RECENSIONE “L’Apprendista Geniale” di Anna Dalton

Ci sono libri che ci entrano dentro, diventano parte di noi; si intrufolano tra le vene arrivando dritti dritti al cuore, dove sono destinati a restare, per sempre.

È questo il caso de “L’Apprendista Geniale” di Anna Dalton: si è insinuato in ogni mio angolo, in maniera del tutto imprevista e spontanea, infiltrandomisi sotto la pelle con la stessa sinuosità di una gondola che scivola dolcemente sulle calme acque veneziane.

E pensare che ho provato una certa ritrosia all’inizio!
Ero scettica, come succede sempre quando mi trovo davanti ad un’opera letteraria prodotta da un personaggio dello spettacolo. Per chi infatti non lo sapesse, Anna Dalton è un’attrice italiana che diversi anni addietro partecipò al talent “Amici di Maria De Filippi”.
Ahimè, sono una persona facile al pregiudizio e pecco fin troppo spesso di scetticismo. D’altra parte odio profondamene questa parte di me e cerco sempre di metterla da parte così da dare sempre una chance e il beneficio del dubbio. Questo è uno di quei casi in cui sono estremamente contenta di averlo fatto!

Venite a scoprire il perché!

TITOLO: L’Apprendista Geniale

AUTORE: Anna Dalton

GENERE: Narrativa

DATA PUBBLICAZIONE: 30 agosto 2018

EDITORE: Garzanti (Narratori Moderni)

PAGINE: 270

PREZZO: 16,90 € / 9,99 € (eBook) 


SINOSSI

Andrea attraversa il cancello del college di corsa, mentre il panorama di Venezia si perde all’orizzonte. È in ritardo, come sempre, e ancora più maldestra del solito, con il pesante borsone sulle spalle. Ma in tasca stringe tra le dita qualcosa che riesce a darle sicurezza ogni volta che è necessario: un foglietto di carta con su scarabocchiato «scrivi, scrivi, scrivi». Tre semplici parole che la madre le ha insegnato quando era una bambina. Tre semplici parole che ancora adesso segnano la strada verso il suo sogno: diventare giornalista. Dal giorno in cui è riuscita a tenere la penna in mano, Andrea ha riempito fogli e fogli, scrivendo di qualunque argomento. E questo il suo modo di distogliere la mente da ogni altro pensiero. Ora finalmente è entrata in una delle scuole di giornalismo più prestigiose al mondo, e ci è riuscita grazie a una borsa di studio per i suoi ottimi voti. Ecco la sua forza. Ma quello che ha imparato finora rischia di non bastare: tra quelle aule l’ambizione è il motore di ogni cosa e ci sono persone pronte a tutto pur di ostacolarla, pur di intralciare la conquista dei suoi obiettivi. Senza scrupoli. Per fortuna accanto a lei ha tre amici che non si sono arresi davanti alla sua indole timida e solitaria. C’è Marilyn, che veste sempre di nero. Andre, che la segue ovunque, come un’ombra. E soprattutto l’enigmatico ragazzo che si fa chiamare Joker e che, dietro un enorme sorriso, nasconde qualcosa che il cuore di Andrea non vede l’ora di scoprire. Con loro si sente più al sicuro. Eppure la posta in gioco è molto alta. Diventare una giornalista per lei significa tutto, e ora deve stringersi più che può al suo sogno. Non può deludere la persona a cui anni fa ha promesso di difenderlo. Anche se ci vuole un coraggio che pensava di non avere.

“L’Apprendista Geniale” è, secondo il mio modesto parere, uno dei migliori libri pubblicati in questo 2018. Ha tutto ciò che un buon prodotto letterario dovrebbe avere. D’altronde, Garzanti è una delle poche case editrici rimaste che pubblica romanzi per i giovani senza mischiarsi all’ondata di romance di dubbio gusto  – tralasciando Jamie McGuire, ma uno sgarro glielo si perdona – a cui il mercato editoriale ci ha ormai abituati.

Vorrei citare Alessia Gazzola che ha definito il romanzo come “una storia di giovani non solo per giovani” e secondo me non si potevano trovare parole più azzeccate per descriverlo.

“L’Apprendista Geniale” è la storia di Andrea Doyle, una diciottenne irlandese trasferitasi in Italia con il padre George dopo la morte prematura della madre diversi anni prima. Andrea è un’aspirante giornalista e sembra che il suo sogno stia finalmente per avverarsi, grazie alla possibilità di frequentare la prestigiosa scuola di giornalismo veneziana, il Longjoy College.

Andrea è uno dei personaggi femminili migliori di sempre. Immedesimarsi in lei è stato molto facile per me. Insicura, piena di dubbi ed incertezze sul futuro e, come se non bastasse, nerd fino al midollo.
Appena mette piede all’interno della scuola si sente come un pesce fuor d’acqua. Il Longjoy è, come ho detto, un college molto prestigioso, frequentato unicamente da ragazzi appartenenti ad un certo ceto sociale, con l’unica eccezione di due borsisti l’anno. Neanche a dirlo, Andrea è una di questi.

Le angherie e i soprusi si sprecano: fin da subito si ritrova vittima degli attacchi gratuiti di Barbara – o, come viene subito ribattezzata, Barbie – e del suo fidanzato, Daniele – ma che noi chiameremo Edipone e il motivo mi pare più che implicito. Barbie è abituata a primeggiare ed è disposta a tutto pur di emergere. In un’unica figura, Anna Dalton racchiude i retroscena più oscuri del giornalismo – ma più in generale potremmo dire della vita stessa –, un mondo che pullula fin dall’alba dei tempi di personaggi spregevoli, sempre pronti a farti le scarpe e a passarti sopra con la grazia di un carrarmato. Di sicuro, la spropositata passione per Star Wars e Tolkien, tra gli altri, e l’introversione di Andrea non giovano granché alla sua causa: da sempre è abituata a sentirsi come un’emarginata, una reietta, additata come “quella strana”.

È tra le mura del Longjoy che Andrea troverà finalmente i suoi primi veri amici, personaggi stravaganti e, naturalmente, nerd quanto lei, che le insegneranno il valore dell’amicizia e l’importanza dell’avere accanto qualcuno sempre pronto a sostenerti nei momenti più bui della vita.

“L’Apprendista Geniale” scava a fondo in ogni sorta di rapporto umano: dalla famiglia, all’amicizia fin anche a trattare il tema dei primi amori nonché quello delle prime delusioni e dei cuori infranti – L’amore era davvero un casino. Neanche un incantesimo di confusione con Diamante del Caos faceva danni peggiori”. Per non parlare della brutale rivalità in campo scolastico e lavorativo ma anche dei rapporti tra adulti e bambini, alunni e insegnanti.

Ma non solo: Anna Dalton ci accompagna per mano in un viaggio alla scoperta di sé. Pagina dopo pagina vediamo Andrea acquisire sicurezza, fiducia in sé stessa e nelle proprie capacità. Quello della protagonista è un percorso difficile che richiede una dose di coraggio non indifferente: coraggio di mettersi in gioco e di scendere a patti con il proprio cuore e di non lasciarsi sopraffare dalla meschinità e dalle malelingue.
Quello che l’autrice ci tiene a dimostrare è che per capire veramente noi stessi abbiamo bisogno di rapportarci ad altri essere umani, nel bene e nel male, ma soprattutto nel bene: abbiamo bisogno di amici al nostro fianco – come si suol dire, pochi ma buoni. Senza Uno, Joker, Marylin e Andre, Andrea non avrebbe mai trovato la forza per reagire di fronte alle avversità, e lo stesso vale per ognuno di loro. D’altra parte, l’unione fa la forza e loro ne sono l’esempio più eclatante – ma per capirlo fino in fondo dovrete leggere il romanzo. Solo supportandosi a vicenda riusciranno a trovare la forza per non abbandonare i propri sogni e crederci, crederci fino in fondo.

Guardandomi intorno vedevo qualcosa di nuovo: persone che non avevano paura, o almeno non di creare legami. Gli ero piaciuta, mi avevano accolto e non si erano più guardati indietro. Forse così si doveva fare. Essere entusiasti delle cose e delle persone e crederci, crederci fino in fondo.
Mi sentivo per la prima volta parte di un gruppo, di una squadra, che sapevo mi avrebbe aiutata, che avrebbe fatto di tutto per rendermi la vita più facile, anche solo con la sua presenza.

Ho amato la prosa della Dalton, una ventata d’aria fresca, leggera e spensierata ma non priva di una certa carica emozionale. Appare più come una scrittrice navigata piuttosto che come una giovane autrice al suo esordio. Inoltre, da appassionata nerd come la nostra Andrea, non ho potuto fare a meno di amare i tanti riferimenti alla “cultura nerd”, da quelli legati al mondo creato da Tolkien a Dungeons and Dragons, da Star Wars a Harry Potter e molti altri ancora.

E poi come non menzionare le sue descrizioni!
“L’Apprendista Geniale” è un vero e proprio viaggio letterario che trasporta il lettore tra le pittoresche calli veneziane. Sembra realmente di trovarsi lì, accanto ad Andrea, sul tetto del Longjoy ad ammirare la maestosa bellezza della laguna o nel bel mezzo di Piazza San Marco, con addosso un costume da Maestro Yoda, a festeggiare il carnevale, quel tripudio di colorata stravaganza capace di ricreare un’atmosfera magica e unica al mondo.

Nei miei giorni qui ho scoperto che Venezia non è affatto un posto. È un insieme di posti. Basta guardare la cartina. Anche Dublino è un insieme di quartieri diversi, anche Roma, anche New York, ma qui tra un posto e l’altro c’è il mare.
Non c’è niente che ti fa sentire allo stesso momento parte di qualcosa e separato da tutto come vivere a Venezia. Dall’isola dei Santi se sforzo la vista riesco a vedere il profilo del campanile di San Marco ma so che per raggiungerlo dovrei aspettare la lentezza di un vaporetto. Anche se volessi correre, scappare, non lo potrei fare. Quest’isola ti tiene ferma, ti obbliga a riflettere, a prenderti il tuo tempo. Perché vuoi scappare? Da cosa vuoi scappare? Sei proprio sicura che ne valga la pena?

Insomma, non saprei trovare un difetto a questo libro neanche se volessi. Secondo il mio modesto parere, è la perfezione assoluta racchiusa in poco meno di trecento pagine.

Se vi siete mai sentiti deboli, senza più forze o aspettative alcune, se anche solo una volta nella vita avete pensato di non farcela e di mollare tutto di fronte all’ennesimo ostacolo, leggere “L’Apprendista Geniale”.
Leggetelo, leggetelo tutti, ma soprattutto voi, ragazzi: non c’è lettura più appropriata che possa accompagnarvi in questi primi giorni di scuola. Leggete le parole di Andrea e fatele vostre; non abbiate paura di essere voi stessi e, soprattutto, non smettete mai di combattere per i vostri sogni. 

A tutti quelli che hanno imparato a essere resilienti. Che non significa solo sopportare. Vuol dire trasformare un dolore in una crescita. E il brutto in bello. Anche se sembra un azzardo pensarlo. Ma è solo attraverso gli azzardi che si raggiungono le stelle.

5/5

BLOG TOUR | DOPPIA RECENSIONE “Il Ragazzo Bendato” e “La Furia e le Stelle” di Abel Montero

Benvenuti cari lettori alla penultima tappa del blogtour dei romanzi di Abel Montero, “Il Ragazzo Bendato” e “La Furia e le Stelle”.
Non vedo l’ora di parlarvi di questi libri, perciò questa volta non mi perderò in chiacchiere introduttive inutili ma procederò subito con la recensione!

TITOLO: Il Ragazzo Bendato (Saga del Protettorato, #1)

AUTORE: Abel Montero

GENERE: Fantascienza, Distopia

DATA PUBBLICAZIONE: 19 agosto 2018

EDITORE: Self Publishing

PAGINE: 571

PREZZO: 14,99 € / 3,99 € (eBook) – gratis per gli abbondati Kindle Unlimited


SINOSSI

Laura è una giovane Ufficiale delle Forze.
Dopo la Nuova Notte dei Fuochi tutto è cambiato. L’Europa è caduta. Adesso a dettare legge è un immenso conglomerato delle più potenti corporazioni del pianeta. Hanno portato ordine, pace e protezione. Decidono loro cosa è giusto, sbagliato, chi vive e chi muore.
Si fanno chiamare “Il Protettorato”.
Laura è sveglia, efficiente, affidabile e crede ciecamente nel valore del servizio che svolge ma, sulle tracce di un serial killer che sta lasciando dietro di sé una scia di morti assurde, fa una scoperta incredibile.
Dal primo momento in cui i loro occhi si incrociano lei capisce.
Lui è unico, e ha le risposte alle sue domande.
Quando lo incontra, si scatena un potere inimmaginabile.

TITOLO: La Furia e le Stelle (Saga del Protettorato, #Origini)

AUTORE: Abel Montero

GENERE: Fantascienza

DATA PUBBLICAZIONE: 19 agosto 2018

EDITORE: Self Publishing

PAGINE: 440

PREZZO: 13,99 € / 3,99 € (eBook) – gratis per gli abbonati Kindle Unlimited


SINOSSI

Un nastro invisibile lega quattro generazioni.
Una minaccia nascosta è pronta ad attaccare quattro persone solo apparentemente non collegate tra loro.
Dal mondo di oggi a quello del Primo Dopoguerra per correre indietro alla fine del diciannovesimo secolo, La Furia e le Stelle racconta la storia di un libro misterioso, di un tesoro incredibile, e della guerra per controllare il suo potere immenso.
Quattro epoche diverse, un solo nemico. Quattro generazioni lontane, un solo destino.

Abel Montero ha tracciato i primi tratti del suo vasto universo, l’Universo del Protettorato, teatro delle vicende narrate sia ne “Il Ragazzo Bendato” sia nel secondo volume prequel, “La Furia e le Stelle”.

Descrivere la realtà del Protettorato non è cosa facile perché, per quanto l’ambientazione possa sembrarci familiare, non potrebbe essere più lontana da noi e da tutto ciò che conosciamo, viviamo e tocchiamo con mano.
Facciamo così: chiudete gli occhi e provate ad immaginare un mondo, il vostro mondo. Immaginate che “in una sola dannatissima notte” tutto quello che conoscete venga spazzato via, come se nulla fosse. Un battito di ciglia e l’Europa non esiste più.

È esattamente questo che ha fatto Abel Montero per porre le basi per la creazione del suo Universo. I suoi personaggi vivono in un futuro prossimo, non poi così tanto lontano da noi, in cui dittature africane e asiatiche si sono alleate a gruppi estremisti islamici e separatisti dell’Est Europa con l’unico scopo di liberarsi dei leader europei – “la ragione di ogni male”.
Durante quella che passerà alla storia come la Nuova Notte dei Fuochi, un massiccio attacco terroristico ha spezzato la vita di parlamentari ed esponenti politici, ma anche di intere famiglie innocenti. In poche ore, intere città sono state spazzate via come foglie al vento. I morti sono stati milioni e il caos ha sconvolto tutto e tutti.

Ma dalle ceneri e dalle macerie una nuova potenza era pronta a sollevarsi: il Protettorato. Con le loro Forze e i loro eserciti privati, i Protettori ricostruirono città, sventarono nuove minacce e schiacciarono i nemici. La guerra si spense più in fretta di com’era iniziata e i “protetti”, i cittadini della nuova Europa Unita, iniziarono a sentirsi al sicuro, sotto l’ala di questa nuova entità. Ma come sempre accade, niente viene dato per niente, e la propria libertà si rivelerà essere il prezzo da pagare per la salvezza.

Come avrete capito, ci troviamo di fronte ad una distopia. Già vi sento mentre sbuffate dicendo “ancora?!”. Lo capisco, è quello che penso anche io ogni volta che appare sugli scaffali la nuova copia di Hunger Games. È diventato sempre più raro trovare testi originali nel vasto panorama distopico YA, eppure ogni tanto qualcosa di innovativo salta fuori ed è proprio questo il caso de “Il Ragazzo Bendato”. Innanzitutto perché non è una semplice distopia ma molto di più. L’autore ha fatto i compiti che, nel campo della scrittura, significa leggere, leggere e ancora leggere.

Abel Montero conosce la fantascienza, ne conosce i meccanismi, i sottogeneri. Sa quali cliché evitare e quali espedienti narrativi adottare.
Per certi aspetti abbiamo una classica ambientazione futuristica con un background che prevede l’introduzione di elementi tecnologici avanzati – come può essere qualsiasi strumento e ritrovato d’avanguardia nelle mani delle misteriose Effimere o le tute intelligenti e i tessuti super hi-tech delle Forze.
Ma a questo primo strato di fantascienza se ne sovrappongono molti altri: l’autore attinge da un più vasto bagaglio culturale citando non solo le opere letterarie ma anche quelle cinematografiche e televisive. Innanzitutto, la Saga del Protettorato è pensata come se fosse una grande serie tv. Ogni capitolo ha una sua personale evoluzione e un filo comune che trascina il lettore dal primo all’ultimo paragrafo. In secondo luogo, ci troviamo spettatori di scene d’azione che neanche nei film di Tom Cruise appaiono più vivide. Inseguimenti e sparatorie sono caratterizzati da una forte struttura cinematografica. Leggere di certe scene nei libri di Abel Montero equivale a star seduti su una poltroncina davanti ad un grande schermo. Potrei dire che l’autore è un maestro in questo. Sa come modellare le parole a suo piacimento, le piega per creare determinate immagini e sensazioni nella mente del lettore.

Potremmo definire “Il Ragazzo Bendato” come un thriller fantascientifico carico di suspense e d’azione in cui non mancano storie d’amore e batticuore. Insomma, “Il Ragazzo Bendato” prende in prestito frammenti narrativi da svariati generi così da creare un prodotto nuovo e di grande originalità, nonché di qualità.

A fare da protagonista ritroviamo l’eterna lotta tra bene e male, questa volta portata agli estremi: bene e male si fondono, si mescolano l’uno all’altro. Ma ancora più importante è il tema della libertà e del libero arbitrio, nonché il concetto di etica della società in relazione al controllo che essa esercita sui propri cittadini.

Avevo un criceto da piccola. Era un batuffolo di pelo bianco con tante macchiette nocciola e grigie. Mangiava continuamente e passava giornate intere a correre su quella sua piccola ruota. Mi chiedevo se fosse davvero felice lì dentro. E glielo domandavo anche, ogni dannatissimo giorno. Lui mi guardava e masticava, masticava senza smettere, poi ricominciava a correre. Io ero solo una bambina ma mi facevo un mare di domande. Ero preoccupata per lui. Gli volevo bene. Un giorno ho capito. Si rendeva conto di quanto fosse miserabile la sua condizione? Diavolo no! Ma sapete una cosa? Non avrebbe avuto comunque il tempo di curarsene. Era troppo impegnato, così preso a farsi scoppiare lo stomaco e da quella ruota sempre pronta a girare per lui.

Badate bene, siamo di fronte ad un romanzo narrativamente molto complesso. L’intreccio che Abel Montero ha tessuto è impossibile da districare. Abbiamo parlato di Tom Cruise poco fa, no? Eccoci finiti in Mission Impossible, con una sola differenza: infiltrarsi alla CIA o al Cremlino non è neanche lontanamente difficile quanto capire cosa si nasconda dietro alla coltre di mistero che avvolge il Protettorato, le Effimere e il ragazzo bendato stesso.

Iniziamo a parlare della trama così magari vi aiuto a comprendere meglio questo mio vaneggiamento.

Dopo un prologo a dir poco intrigante, il romanzo si apre con Laura Sienna, agente delle Forze del Protettorato, appena atterrata a Siracura con l’obbiettivo di catturare un pericoloso criminale: il Disegnatore, uno spietato serial killer che si “diverte” a lasciare strani disegni e cicatrici sui corpi delle sue vittime. Tutte le prove sembrano puntare ad un’unica persona: Alessandro Guerra. Ma ad un passo dalla sua cattura qualcosa cambia. Quello che doveva essere il carnefice sembra essersi appena trasformato in una vittima. La scena che si para davanti agli occhi degli agenti Sienna e McNamara ha dell’incredibile: un ragazzo con il volto ricoperto da bende tiene Alex in ostaggio. Ma c’è qualcos’altro che cattura l’attenzione di Laura prima di perdere inspiegabilmente i sensi: i simboli sulle bende del ragazzo sono gli stessi lasciati dal Disegnatore sui cadaveri. Chi è veramente il ragazzo bendato? Cosa nasconde? E, soprattutto, cosa vuole da Alex? Perché questo ragazzo sembra essere così prezioso per lui e per il Protettorato?

“Il Ragazzo Bendato” è una corsa contro il tempo alla ricerca della verità, ma, come dice Abel Montero, “nessuna verità è semplice” e dietro ad ogni minima risposta si nasconde sempre un nuovo enigma.
Tenetevi forte perché state per imbarcarvi in un viaggio di sola andata che si concluderà sul lettino di uno psicanalista. La saga di Abel Montero è ricca di sfumature, nessuno è bianco o nero, nessuno è buono o cattivo. Ogni personaggio è il risultato dell’unione di luce e oscurità, seppur in misure differenti e sono proprio queste a definirli, a renderli unici.  

A mio parare, il modo migliore per veicolare una storia è quello di introdurre un personaggio in cui il lettore possa facilmente identificarsi, un personaggio “neutro”, se così lo si può chiamare, estraneo alle vicende e ai meccanismi che muovono le singole forze. Per capirci meglio, un personaggio come può essere Harry Potter nella saga della Rowling, che ne sa quanto noi di ciò che gli sta succedendo attorno e con cui possiamo muoverci a pari passo all’interno della storia. Ecco, in questo caso il nostro personaggio “neutro” è Alex. Ma chi è Alex?
Okay, se non avete letto la saga non potete capire quanto in realtà questa domanda faccia sorridere per quanto subdola e complessa, ma per il momento ci basta sapere che Alex è un diciottenne come tanti altri, un ragazzo normalissimo che, di punto in bianco, viene sospettato di essere un serial killer della peggior specie. Da un giorno all’altro si ritrova invischiato in una fitta rete di intrighi e complotti senza sapere né il come né il perché. Perciò ecco, Alex siamo noi e noi siamo Alex. La sua confusione è la nostra, le sue domande sono le nostre, la sua psicosi imminente è la nostra.

Non finirà mai, giusto? A che serve cercare di capire? Chi, come, perché? Non ha un maledettissimo senso! Non saprò mai cosa è successo! E anche se mi avvicinassi alla verità qualcuno si occuperebbe di me, no? Risolverebbero il problema! Mi eliminerebbero semplicemente dall’equazione. Come cancellare un paio di numeri da un foglio. No, ma che diavolo dico? Loro lo strapperebbero via quel foglio! E gli darebbero fuoco!

Ma noi, come Alex, non saremo soli in questo viaggio allucinogeno. Ad accompagnarci ci saranno Laura, Dianne e Nassim, agenti delle Forze preparati ed esperti, ma ci sarà anche il misterioso ragazzo bendato, Goro e le Effimere. E come non nominare Mina Winner, la mercenaria dalle mie sfaccettature, o i coniugi Elder e Lin!
Insomma, Abel Montero ci propone un ampio ventaglio di personaggi, ognuno caratterizzato alla perfezione e con minuzia.

Proprio la costruzione dei personaggi è un altro degli aspetti più affascinanti di questa saga. Al suo esordio, l’autore dimostra grande maestria nel delineare ogni singolo “attore” della sua opera, sia esso protagonista e non. Ma fate attenzione, perché quando penserete di aver finalmente inquadrato ognuno di loro, l’autore ribalterà tutti i ruoli e darà il via ad una serie di colpi di scena senza eguali capaci di minare la sanità mentale di chiunque. So che può sembrare un paradosso visto e considerato che da un certo tipo di personaggio, se caratterizzato in un determinato modo, ci aspetteremmo delle azioni il linea con il suo carattere ma la bravura di Abel sta proprio in questo. Lui ci presenta i personaggi indirettamente, ce li fa conoscere attraverso ricordi, pensieri e dialoghi. Ci da la possibilità di crearci una nostra opinione di tale personaggio senza forzare l’idea che abbiamo dello stesso. È un meccanismo complesso e non è semplice spiegarlo a parole. È una di quelle cose che potete comprendere fino in fondo solo leggendo il libro.

Ora, però, vorrei ritornare indietro di qualche paragrafo e tornare a parlare dei motivi che distinguono la Saga del Protettorato da qualsiasi altra saga distopica, perché c’è un punto che non abbiamo ancora toccato, ovvero quello dell’ambientazione. Come ormai avrete capito, la saga di Abel Montero è ambientata in Europa e si snoda principalmente tra Italia e Spagna. Finalmente un’opera di fantascienza che omaggia la nostra terra!

D’altra parte, la prima regola che ogni bravo scrittore deve imparare è che bisogna parlare di ciò che si conosce. Insomma, l’autore sarebbe stato sciocco a non sfruttare quell’amore incondizionato per la Sicilia che lo contraddistingue: ogni luogo, ogni edificio, ogni ambiente è descritto così minuziosamente nei dettagli e con così tanta passione da apparire nitidamente davanti agli occhi del lettore. In realtà, qualsiasi cosa da lui narrata si delinea chiaramente nella nostra mente. È uno dei suoi “superpoteri”, oserei dire: la capacità di ricreare immagini, sensazioni, profumi, suoni solo attraverso l’uso di poche parole.

Le immagini nella sua testa si facevano sempre più forti, come se qualcosa dentro di lui lottasse per strapparlo da ciò che stava accadendo, lottando cocciutamente per conservare un po’ di lucidità. C’erano momenti in cui si convinceva di essere ancora a Siracusa. E quei momenti si dilatavano, diventavano liquidi e poi acquistavano solidità. Lui sentiva di poterci infilare le dita come un bimbo goloso di miele, timoroso di essere scoperto, spaventato all’idea che tutto si sarebbe rivelato solo un sogno troppo bello.

Abel Montero sfrutta la potenza della parola scritta, scegliendo con cura ogni singola sillaba, dipingendole con i colori delle sue esperienze e della sua vita. Sì perché un’altra caratteristica dell’autore è che da tutto sé stesso, si dona completamente alla pagina bianca e utilizza ciò che sa, ciò che conosce in termini di luoghi, emozioni, sentimenti e via dicendo, per dare forma al suo racconto. Questa pratica la ritroviamo soprattutto ne “La Furia e le Stelle”, in cui l’autore attinge dalle esperienze passate della propria famiglia per creare una trama, un intreccio magico in tutti i sensi.

Ora entriamo in un ambito, se vogliamo, molto lontano da quello de “Il Ragazzo Bendato”, di cui “La Furia e le Stelle” è il prequel.

Se inizialmente vi risulterà difficile capire in che modo le due storie siano collegate tra loro sappiate che è assolutamente normale: il filo che le unisce è stato abilmente nascosto tra piccoli dettagli che solo i lettori più attenti potranno inizialmente cogliere. Insomma, non è una lettura superficiale, uno di quei libri da leggere sotto l’ombrellone con bambini urlanti a pochi passi. È una lettura che richiede concentrazione in modo da poterne cogliere ogni sfumatura, ogni più piccola meraviglia – la stessa cosa vale ovviamente anche per “Il Ragazzo Bendato”!

Naturalmente il consiglio è quello di leggere i due libri nell’ordine di pubblicazione, ovvero “Il Ragazzo Bendato” prima e “La Furia e le Stelle” poi. Questo perché Abel Montero ha disseminato briciole di pane in ogni pagina di questo prequel, piccoli indizi che sapranno chiarire alcuni aspetti e interrogativi posti ne “Il Ragazzo Bendato” e solo avendolo letto potranno essere colti. Leggendoli nell’ordine sbagliato rischiate di perdervi molti dettagli a parer mio fondamentali per una miglior comprensione della Saga stessa e di tutti i suoi misteri.

Le vicende narrate in “La Furia e le Stelle” attraversano diverse epoche, diverse generazioni, partendo dall’Ottocento fino ai giorni nostri, prima del dominio del Protettorato sui territori europei.  Anche in questo caso non abbiamo un unico protagonista predominante ma un ampio ventaglio di personaggi variegati, ognuno unico nella sua costruzione e caratterizzato alla perfezione.

Il romanzo si apre ai giorni nostri, quando la giovane Anna si risveglia dopo l’ennesimo incubo, sempre lo stesso: l’acqua è ovunque, la avvolge, le stringe i polmoni fino a toglierle il respiro. Poi un bagliore, una voce e finalmente lui, il misterioso uomo dai capelli rossi. Ma quella mattina c’è qualcosa di strano, qualcosa di diverso. Senza sapere né il come né il perché, Anna si ritrova delle parole misteriose tatuate sulla pelle. Ma come è possibile? Perché non ha alcun ricordo della sera precedente? E soprattutto, chi è quell’uomo misterioso? Cosa vuole da lei?

Solo il passato possiede le risposte e per trovarle è necessario ripercorrere la storia della sua famiglia, risalendo al lontano XIX secolo e alla storia di Mitiliano, colui che ha dato il via alla concatenazione di eventi che influenzerà le vite dei cittadini del Protettorato.
Potremmo dire che il vero protagonista di questa storia è un libro, un piccolo tomo dal valore inestimabile ceduto a Mitiliano da un giovane Winston Churchill in viaggio su un transatlantico di ritorno dal Sud America di fine Ottocento. Qualche anno più tardi, questo incontro condizionerà il futuro di altri due personaggi, l’affascinante Alejandro da poco scampato alla Grande Guerra, e Olivia, una neo mamma venezuelana trapiantata in Sicilia alla fine degli anni Settanta. Entrambi, proprio come il giovane Alessandro Guerra qualche tempo dopo, si ritroveranno invischiati in qualcosa più grande di loro, qualcosa che solo quel misterioso libro sembra essere in grado di spiegare.

Seppe, in quel preciso istante, che la minaccia si stava concretizzando sotto i suoi occhi. Non importava quanto vecchia fosse, ne quanto criptiche fossero le parole con cui era descritta. Stava succedendo davvero, e c’era un solo modo per impedire che tutto degenerasse. Doveva farlo di nuovo, anche se aveva giurato che non sarebbe più accaduto. Doveva leggere il libro.

Quattro personaggi, quattro generazioni, quattro storie diverse ma strettamente interconnesse tra loro. Abel Montero ha costruito un intreccio incredibile che ripercorre più di un secolo di storia. Ha fatto un lavoro enorme e magistrale.

“La Furia e le Stelle” è il risultato di una più che minuziosa ricerca che vede i suoi frutti nella costruzione di ambientazioni riccamente descritte. Lo stesso vale per i dialoghi che sono solo una delle tante cose che più ho apprezzato di questo libro. Abel Montero dimostra di sapersi destreggiare tra le varie epoche storiche da lui narrate. Per ognuna di esse ha costruito un apposito registro, scegliendo con cura ogni singola parola, ogni espressione, ogni frase. Non c’è nulla fuori posto, neppure gli abiti o i rapporti sociali, costruiti anch’essi sulla base delle convenzioni sociali dei diversi periodi.

È proprio in questi dettagli che va ricercata la vera bellezza di questo libro. È un’opera raffinata ed elegante, molto diversa, se vogliamo, da “Il Ragazzo Bendato”. L’autore non vuole ridisegnare la storia o rimodellare a suo piacimento il passato. Il mondo che ritroviamo in questo libro è il nostro in tutto e per tutto. Ecco perché vi dicevo che inizialmente farete fatica a capire in che modo i due libri siano collegati tra loro.
“La Furia e le Stelle” appare come un romanzo puramente famigliare, o almeno è così all’inizio, perché nella seconda parte il ritmo aumenterà e l’adrenalina salirà a mille. Insomma, anche qui non mancheranno azione e suspense, nonché incredibili colpi di scena capaci di lasciare senza fiato.

Le capacità dell’autore nel destreggiarsi tra così tanti generi sono più che invidiabili! Scrive di fantascienza e fantasy, thriller e azione, amicizia, amore, rapporti famigliari. Sa come mantenere sempre alta la tensione, ma soprattutto sa come confondere e insinuare il seme della pazzia nella mente dei suoi lettori.

Le storie di Anna, Olivia, Mitiliano e Alejandro vi faranno sorridere ed emozionare. Vi faranno arrabbiare e piangere, strappare i capelli e magari vi causeranno un attacco cardiaco – questo è più o meno ciò che vi capiterà quando capirete cosa collega gli eventi narrati ne “La Furia e le Stelle” a quelli de “Il Ragazzo Bendato”.

Il tessuto narrativo è pressoché perfetto, privo di imperfezioni e sbavature. Se siete alla ricerca di buchi di trama sappiate che qui non ne troverete neanche uno. Tutto ha un senso, tutto è collegato. Ogni singolo personaggio è una pedina nelle mani del destino: il fato di ognuno è determinato dall’incontro tra presente e futuro e nessuno può scampare ad esso.

«Quello che voglio io è irrilevante. L’ho capito immediatamente, quando ho avuto in mano questo» rispose accarezzando ancora la copertina. «Non posso scegliere il mio destino. Sarebbe un tentativo misero come quello di un’ape che continua a bramare il nettare su di un fiore fuori dalla sua portata, dall’altra parte di un vetro infrangibile.»

La Saga del Protettorato ha ancora molto da raccontare ma le sue fondamenta sono solide ed anche molto antiche, molto più di quanto possiate immaginare. Ma questa è un’altra storia e non sarò di certo io a svelarvela!
Tutto ciò che vi rimane da fare è affrettarvi su Amazon e acquistare questi due piccoli gioielli della letteratura fantascientifica italiana.
Non ve ne pentirete. Parola mia 😉

5/5

RECENSIONE “La Musa della Notte” di Sara Simoni

Buongiorno miei cari lettori!

Oggi sono particolarmente emozionata perché finalmente vi parlo di una delle mie autrici preferite, Sara Simoni, una giovane autrice italiana specializzata nella letteratura fantastica che ha saputo insinuarsi in profondità nel mio cuore.
“La Musa della Notte” è solo il primo capitolo di una trilogia che riporta in scena una delle lotte più antiche e sanguinose di sempre: attraverso le sue parole, streghe e inquisitori tornano a popolare, in segreto, le strade delle nostre città.

Sara Simoni ha scritto una saga fantastica in tutti i sensi, un concentrato irresistibile di azione, magia, mistero e amore da cui non riuscirete più a staccarvi!

TITOLO: La Musa della Notte

AUTORE: Sara Simoni

GENERE: Urban Fantasy

DATA PUBBLICAZIONE: 18 aprile 2017

EDITORE: Self-Publishing

PAGINE: 310

PREZZO: 9,35 € / 1,99 € (eBook) – Gratis per gli abbonati KindleUnlimited


SINOSSI

In una Milano piena di incanto e di mistero, due fazioni sono impegnate in una lotta segreta da un tempo antichissimo: le streghe, donne dotate di terribili poteri magici, e i loro cacciatori naturali, gli inquisitori, uomini che di generazione in generazione si tramandano il compito di proteggere la popolazione dalla magia. Ma qualcosa comincia a cambiare quando nelle aule di un’università la strega Viviana e l’Inquisitore Arturo si incontrano come due normali studenti. L’attrazione è forte, ma né Viviana né Arturo possono dimenticare chi sono e da dove vengono.

Milano non è la città che conosciamo. Dietro allo smog, ai grattacieli e alla vita frenetica si annidano creature leggendarie e istituzioni sanguinarie credute morte e sepolte da tempo.

Viviana è una strega e, per lei, avere rapporti con gli umani è fortemente sconsigliabile se non quasi proibito, eppure nemmeno la magia di mille clan riuscirebbe ad allontanarla da Giovanni, un umano, un mortale, l’unico vero amico che Viviana abbia mai avuto. La ragazza farebbe di tutto per lui, persino irrompere di notte nella biblioteca del dipartimento di egittologia dell’università per rubare un misterioso papiro magico che aiuterebbe Giovanni a far colpo su una strana ed enigmatica ragazza di nome Miriam.

Una festa abusiva tra i corridoi universitari sembrerebbe il momento perfetto per agire, ma qualcosa va storto e, durante la fuga, “qualcuno le sbatte contro e la manda a terra” per poi trascinarla di peso al sicuro dagli agenti di polizia che le stanno alle costole. Questo qualcuno porta il nome di Arturo. Basta un attimo per perdersi l’uno negli occhi dell’altra. Ma Arturo, proprio come Viviana, non è un ragazzo normale: per una come lei, egli rappresenta ciò che di più pericoloso possa esistere al mondo. Arturo è un inquisitore, un cacciatore di streghe, loro nemico secolare.

Ed ecco che in un attimo un semplice e spensierato amore giovanile si trasforma in una storia d’amore dal sapore impossibile e tormentato – Shakespeare levate proprio.
L’amore tra Viviana e Arturo sarà abbastanza forte da abbattere il pregiudizio e l’odio che separa i loro mondi da tempo immemore?

Vedo il potere sempre più debole delle streghe e la furia sempre più cieca di coloro che le cacciano. […] vedo due fazioni in lotta in mezzo a tanti cuori indifferenti. Chiunque trionferà non riceverà mai neanche un cenno di ringraziamento da parte di coloro che non sapranno di dovergli tanto. La vera guerra è qui, sul confine tra ignoranza e conoscenza. Vedo tanti spiriti giovani, in uno schieramento e nell’altro, i loro desideri e i sacrifici che sono disposti a fare per realizzarli.

Ecco qui un urban fantasy di tutto rispetto che rende finalmente giustizia alla sua categoria! Se mi conoscete almeno un po’, saprete quanto poco io apprezzi codesto genere, fin troppo costellato da racconti di stampo adolescenziale e che parlano solo di quanto i vampiri siano pallidi e sbrilluccicosi e di quanto siano sexy licantropi ed angeli – se c’è una cosa che proprio non digerisco sono le serie che parlano di angeli caduti e demoni vari!
Capirete quindi l’immensa gioia provata nel trovare un urban fantasy che finalmente incontra il mio gusto.

D’altra parte Sara Simoni partiva già avvantaggiata, complice il mio amore smisurato per le streghe – e i loro gatti –, i loro incantesimi e la magia di ogni sorta. Come se non bastasse, ha anche centrato in pieno la mia passione per la storia, rispolverando uno degli argomenti più sanguinosi e raccapriccianti di sempre: quello della caccia alle streghe – vi dice nulla il Malleus Maleficarum?
Sara resuscita la “Santa” Inquisizione – pazza! Non potevi lasciarli dove stavano? – e la rende contemporanea, rivestendola con abiti moderni e mixando così un’istituzione dal sapore antico con l’avanguardia milanese del XXI secolo. Un contrasto insolito, originale e, proprio per questo, interessante ed azzeccato.

La singolarità sta anche nella scelta stessa del capoluogo lombardo come teatro per le vicende narrate: quanti libri sulle streghe avete letto ambientati in Italia? Beh, io nemmeno uno. Una storia di questo tipo è più facile che si sviluppi tra i quartieri di qualche suggestiva località Americana come New Orleans, Salem o la Virginia. Non fraintendetemi: da lettrice amo tutte queste ambientazioni.
D’altra parte, muovendosi tra queste location, gli autori imboccano quella che è, a mio avviso, la via più semplice. Inoltre, l’Inquisizione è un’istituzione prettamente europea e che quindi trova più credibilità in un Paese come l’Italia – non che oltre oceano si siano risparmiati con i processi alle streghe.

Tutto questo per dire che apprezzo enormemente il rischio che Sara ha deciso di prendersi scegliendo il Bel Paese come sfondo per la sua storia. Insomma, direi che ne è valsa la pena perché il risultato è a dir poco eccezionale!
Non che non me lo aspettassi… Sapevo già che Sara non mi avrebbe delusa, in particolare proprio dal punto di vista dell’ambientazione. Si da il caso, infatti, che io già conoscessi l’autrice grazie alla sua condivisione sulla piattaforma di lettura digitale Wattpad di una serie di racconti ambientati nella leggendaria Ys sotto i mari – per chi non ne conoscesse il mito, vi basti sapere che si tratta di una sorta di Atlantide. Anche in quel caso, Sara aveva fatto un lavoro a dir poco magistrale nella costruzione della sua Ys. Come se non bastasse, queste storie che Sara condivide gratuitamente sulla piattaforma sono, seppur alla lontana, legate alle vicende e ad alcuni personaggi che incontriamo ne “La Musa della Notte” e nel suo seguito, “La Cacciatrice di Stelle”, perciò, se avete letto questi due lavori e vi sono piaciuti, vi consiglio caldamente di andare a sbirciare l’account Wattpad di Sara (SaraSimoni).

Ma torniamo alla recensione…
Oltre all’innovazione attuata da Sara nella scelta dei suoi personaggi e del “palcoscenico” su cui muovono i loro passi, devo riconoscerle la capacità di stravolgere quello che è, alla fin fine, il tema principale su cui si sviluppa ogni racconto fantastico che si rispetti: la lotta tra bene e male. Ma chi è “bene” e chi è “male”? I confini si assottigliano, luce e oscurità si mescolano, diventano un tutt’uno. Così come avviene per il concetto di yin e yang, anche streghe e inquisitori celano al loro interno sia il bianco che il nero. Che poi, che cosa è male? Che cosa spinge davvero inquisitori e streghe ad accanirsi l’uno contro l’altro e a combattersi con così tanta ferocia?

La base narrativa sui cui poggia “La Musa della Notte” è tanto solida quanto complessa e solo una volta che si è arrivati alle ultime pagine è possibile scorgerla, perciò non mi dilungherò oltre a parlare dell’intreccio. Vi basti sapere che ogni azione compiuta dai personaggi di Sara non è solo il frutto di eventi passati ed incomprensioni ma anche, e soprattutto, di una complessa e attenta costruzione psicologica.

Viviana e Arturo sono caratterizzati in modo eccellente , tanto da apparire riconoscibili fin nei più piccoli particolari. Tra i due, Arturo è quello che stuzzica maggiormente la mia curiosità tanto che vorrei avere il potere di intrufolarmi tra le pagine, trasformarmi in una psicanalista e mettere metaforicamente le mani sul suo cervello.
Ho provato sulla mia stessa pelle la sua felicità quando ha creduto di aver trovato una persona a cui poter aprire il proprio cuore, nonché la sua rabbia e il suo dolore quando ha visto tutte le sue convinzioni e le sue speranze tramutarsi in cenere tra le sue mani.
Insomma, vedere Arturo destreggiarsi tra i desideri del proprio cuore e il buon senso dettato dalla mente, così in contrasto tra loro, è stato – psicologicamente parlando – estremamente interessante.

«Che cosa faresti se fosse una persona che conosci?»
[…] «Ho visto quello che fanno alle streghe quando le catturano. È orribile.»
«Quindi ti opporresti? La lasceresti scappare?»
Lui le prende una mano e se la porta alle labbra. Ci lascia sopra un bacio leggero, come a voler scacciare questi pensieri che gli fanno male. «Non potrei.»
Viviana si sente morire dentro ogni istante di più.
«Ma…»
«Sono un inquisitore. E lo sarò sempre. Questa cosa non può cambiare e io non potrei mai lasciare libera una strega, visto che il mio compito è proteggere l’umanità dal pericolo che rappresenta la magia. D’altra parte non sopporterei di vedere una persona che conosco subire un Autodafé»
«E allora?»
Arturo accarezza il collo di Viviana con due dita.
«Allora cercherei per lei una morte più misericordiosa.»

Con ogni probabilità, sarò pazza e masochista – un po’ come il leone di Edoardo “Sbrilluccicoso” Cullen – ma sono proprio queste le relazioni che mi appassionano maggiormente. Voglio leggere di sentimenti che ti fanno rizzare i peli sulle braccia, che ti aprono il cuore in due e che ti lasciano un segno indelebile sulla pelle; voglio leggere di storie d’amore impossibili – non improbabili come in “Twilight”, non complicate in stile “Love Story”, ma impossibili – capaci di annientarti completamente, che ti portano a piangere disperata tutte le tue lacrime e a strapparti i capelli per la rabbia.

Restando in tema, uno degli aspetti che mi piace di più dello stile narrativo di Sara è proprio il fatto che non si perde in effusioni smielate e romanticherie inverosimili. Nei suoi libri non c’è spazio per il diabete – ne “La Cacciatrice di Stelle” poi lo zucchero è proprio bandito! – e gliene sono immensamente grata. D’altra parte ammetto che non mi dispiacerebbe se, per una volta, decidesse di facilitare un po’ la vita ai suoi poveri personaggi bistrattati donandogli qualche piccola gioia, ma ormai mi sono dovuta rassegnare al suo sadismo.

Perciò, se anche a voi piace farvi del male fisico, correte a leggere il libro!
A parte gli scherzi…  “La Musa della Notte” è, oltre ad un romanzo ben scritto e incredibilmente originale, un concentrato irresistibile di azione, magia, intrighi e misteri che terranno i vostri occhi incollati alle pagine dall’inizio alla fine.  Al contempo, Sara si sofferma su tematiche delicate e complesse, valori profondi come l’amore, l’amicizia, la famiglia e, soprattutto, la lealtà e il sacrificio.
Di chi possiamo fidarci veramente?
Cosa vale la pena sacrificare per amore?

Fidatevi di me e leggete “La Musa della Notte”.
Possa io stessa finire sul rogo – ve l’ho detto che sono masochista – se non sarà uno dei migliori libri che leggere quest’anno, cosa che per me è stato! E non solo di quest’anno: è una lettura che porterò nel cuore per tanto tanto tempo.

Sara ha la capacità unica di parlare al mio cuore. Sento una connessione unica e particolare con i suoi personaggi e le storie da lei narrate. Il genere dentro cui si muove, così come il suo stile, incontra il mio gusto in tutto e per tutto, incastrandosi alla perfezione a quelle che sono le mie esigenze letterarie – perché quando si tratta di libri divento davvero esigente tanto da risultare una pignola rompiscatole.

Tra le tante peculiarità di Sara, ci tengo a riconoscerle la sua innata capacità descrittiva, il modo in cui riesce a trasportare il lettore letteralmente all’interno della storia. E non parlo solo del modo in cui con le parole crea e modelli ambientazioni e personaggi ma proprio di come riesca a rendere reali i sentimenti e le emozioni. Con poche e semplici parole è in grado di evocare la poesia più pura. È questo ciò che più amo e apprezzo di lei, è questo che fa di Sara non una semplice autrice ma una Scrittrice con la S maiuscola.

Non lasciatevi sfuggire l’occasione di immergervi nella magia che permea i romanzi di Sara Simoni.
Il mio consiglio? Correte su Amazon più in fretta che potete!
Non ve ne pentirete, parola mia!

5/5

RECENSIONE “Il Patto dell’Abate Nero” di Marcello Simoni

Buongiorno lettori!
In questi giorni Marcello Simoni è tornato in libreria con il secondo capitolo della Secretum Saga, “Il Patto dell’Abate Nero”, un thriller storico quattrocentesco che si snoda tra la Firenze medicea e Alghero, teatro di commerci e di corruzione.

Avevo molte aspettative su questo libro, e su questo autore, e, mi duole ammetterlo, non sono state soddisfatte. Non avevo mai letto nulla di Marcello Simoni, nonostante lo conoscessi di fama, e proprio per come ne ho sempre sentito parlare mi aspettavo molto molto di più.
Quando un autore viene accostato a nomi altisonanti come Dan Brown e Glenn Cooper – autori, tra l’altro, parecchio amati e stimati dalla sottoscritta – le aspettative non possono che essere alte.

Ma la delusione più cocente è stata quella che ha dovuto sopportare il mio povero cuore di appassionata di storia e archeologia… ma di questo ne riparleremo più tardi.

TITOLO: Il Patto dell’Abate Nero (Secretum Saga, #2)

AUTORE: Marcello Simoni

GENERE: Thriller storico

DATA PUBBLICAZIONE: 25 giugno 2018

EDITORE: Newton Compton Editori (Nuova Narrativa Newton)

PAGINE: 328

PREZZO: 9,90 € / 5,99 € (eBook) 


SINOSSI

13 marzo 1460, porto di Alghero. Un mercante ebreo incontra in gran segreto l’agente di un uomo d’affari fiorentino, messer Teofilo Capponi. Vuole vendergli un’informazione preziosissima: l’esatta ubicazione del leggendario tesoro di Gilarus d’Orcana, un saraceno agli ordini di re Marsilio, scomparso ai tempi di Carlo Magno. Venuta per caso a conoscenza della trattativa, Bianca de’ Brancacci, moglie di Capponi, intuisce che suo padre era coinvolto nella ricerca di quel tesoro prima di morire. Elabora così un piano e per realizzarlo chiede aiuto a Tigrinus, il noto ladro con cui ha già avuto a che fare. Tigrinus dovrà partire alla volta di Alghero e, spacciandosi per Teofilo Capponi, dovrà mettersi sulle tracce dell’oro di Gilarus e scoprire anche la verità sulla morte del padre di Bianca. Nel frattempo, a Firenze, Bianca dovrà mantenere a tutti i costi il segreto sulla missione affidata al ladro, nonostante i sospetti del capo dei birri e di Cosimo de’ Medici. Ma in pericolo, a Firenze, c’è anche il tesoro più grande che Tigrinus nasconde: la Tavola di Smeraldo…

La penna di Simoni ci trasporta indietro di seicento anni e ci accompagna tra i vicoli della Firenze medicea. Subito incontriamo Bianca de’ Brancacci, figlia di Teodoro de’ Brancacci – misteriosamente scomparso in mare diversi anni orsono – e moglie di Teofilo Capponi.
Bianca è una donna molto particolare, una donna intelligente che non ci sta a farsi mettere i piedi in testa da un marito che, di certo, non la ama e nemmeno la rispetta.

Un giorno la donna assiste ad una discussione particolarmente accesa tra il marito e un uomo da lei sconosciuto. I due parlano di un misterioso tesoro appartenuto a un tale Gilarus d’Orcania e che sembrerebbe risalire ai tempi di Carlo Magno e al quale, inoltre, potrebbe essere legata la scomparsa di Teodoro de’ Brancacci.
Quando Teofilo muore, Bianca non ci pensa due volte e, decisa a scoprire la verità che si cela dietro l’infelice sorte del genitore, assolda il ladro Tigrinus e gli affida il compito di impersonare il marito ormai deceduto e di salpare per Alghero, luogo in cui Teofilo avrebbe dovuto incontrare Simeone de Lunell, un ebreo impegnato nel commercio del corallo e che sembrerebbe essere il solo in possesso di preziose informazioni riguardanti il tesoro di Gilarus d’Orcania.

«Più che piano, lo definirei un pasticcio. Una volta sceso a terra dovrò farmi passare per messer Teofilo Capponi, un alto membro dell’Arte del Cambio, e trattare con un ebreo che si dice disposto a cedermi – anzi, a cedergli – la mappa di un tesoro». «Addirittura? E quale tesoro sarebbe?» «Roba antica. Pare risalga ai tempi di Carlo Magno».

Nulla conta di più, per Bianca, che scoprire la verità su ciò che accadde a suo padre quando lei era ancora una bambina, ma le cose si complicano quando viene accusata dell’omicidio del marito…

La storia segue due filoni separati: da una parte abbiamo Tigrinus sulle tracce del tesoro e, dall’altra, Bianca che, rimasta a Firenze, deve vedersela con un fastidioso “birro” (poliziotto, sbirro) convinto del suo coinvolgimento nell’assassinio di Teofilo Capponi e deciso più che mai ad arrestarla.

Come ho detto, Bianca è un personaggio molto singolare. Durante la lettura ho provato per lei sentimenti fortemente contrastanti, al contrario di Tigrinus che mi ha suscitato una profonda simpatia dall’inizio alla fine.
Per Bianca ho provato inizialmente una forte empatia, dovuta sicuramente alla sua voglia di rivalsa e al suo rifiuto di sottomissione. Ho iniziato a “distaccarmi emotivamente” da lei quando ho visto fino a che punto era disposta a scendere pur di svincolarsi dalle accuse di omicidio. Da una parte la sua freddezza e il suo impeccabile autocontrollo mi hanno lasciata atterrita, dall’altra mi hanno portato a valutarla positivamente come personaggio. Mi spiego meglio: personalmente, non apprezzo quei personaggi dalla moralità impeccabile, tutti pregi e niente difetti che non commettono mai un passo falso. Insomma, sono anonimi, insapori e inverosimili. I personaggi che invece preferisco sono quelli caratterizzati da tante sfaccettature, quelli complessi, sporchi, che prendono decisioni sbagliate e commettono errori. I personaggi migliori sono quelli per cui proviamo sentimenti di odio e amore.
Perciò questo è sicuramente un punto che va a favore di Simoni.

Ciò su cui invece ho qualcosa da ridire è l’ambientazione. Premetto che mi è piaciuto molto lo spaccato quattrocentesco di Alghero. L’autore ha fatto un’ottima ricerca e il lavoro è evidente – c’è persino una mappa bellissima all’inizio del romanzo. Purtroppo, però, non posso dire lo stesso su Firenze. Ci troviamo alle soglie del Rinascimento, dovremmo poter respirare quell’atmosfera di arte e bellezza propria dell’epoca medicea e invece nulla, non ho visto niente di tutto questo e ne sono rimasta davvero delusa. Marcello Simoni aveva in mano un vero e proprio tesoro, il più bel periodo – a parer mio – della nostra Italia e non ha saputo sfruttarlo a dovere. Questa è l’impressione che mi ha lasciato.
D’altra parte, come ho detto poco fa, apprezzo la ricerca fatta e l’utilizzo di espressioni e vocaboli specifici dell’epoca come, appunto, “birri” o, ancora, l’utilizzo delle “botti” come unità di misura – cento botti corrispondono a circa settanta tonnellate – o dei “cantari” – un cantaro corrisponde a circa venticinque libbre. Insomma, sono quei dettagli che io amo ma che ovviamente non hanno distolto il mio occhio critico dalla povertà dello sfondo, dalla mancanza di tutti quegli elementi che avrei voluto vedere. Umberto Eco diceva che “per raccontare bisogna innanzitutto costruirsi un mondo, il più possibile ammobiliato sino agli ultimi particolari”. Ecco, “Il Patto dell’Abate Nero” manca di mobilia.
Che poi, per la miseria! Siamo a Firenze!
C’è un momento in cui, ad esempio, Bianca si trova davanti alla facciata di Santa Maria del Fiore – giusto una chiesetta… – e, con mio grande disappunto, non ne viene fatta neanche una piccola descrizione!

Sarò pignola e fastidiosamente pedante, ma quando leggo un romanzo storico – e non solo – voglio potermi immergere totalmente tra le sue pagine e respirare a pieni polmoni quelle atmosfere lontane e viverle, come se fossi io stessa la protagonista della storia.
Non pretendo certo di leggere le descrizioni di Tolsoj che si dilunga a parlare di campagne russe e di metodi di semina e raccolto ottocenteschi per decine e decine di pagine. Mi sarei accontentata di qualche dettaglio, anche solo pochi aggettivi, che so, della descrizione anche solo in minima parte di un abito, di due appunti sull’architettura,…

Scusate se mi dilungo su questo aspetto ma, se ancora non l’aveste capito, ci tengo in modo particolare alle descrizioni, sono ciò di cui mi nutro durante la lettura di un libro.

Devo comunque ammettere che neppure la storia in sé mi ha entusiasmato più di tanto, soprattutto nella prima metà del libro: continuavo a domandarmi quando sarebbe arrivata l’azione, quando effettivamente sarebbe iniziata la ricerca di questo fantomatico tesoro, quando, in poche parole, il racconto storico si sarebbe tramutato in un thriller. È brutto da dire ma mi è capitato più volte di dover rileggere intere pagine perché mi ero distratta dalla lettura. Non sono riuscita a sentire la tensione propria di un thriller, neanche per un momento. La storia si riprende un po’ nella seconda parte con colpi di scena e risvolti inaspettati, alcuni che mi hanno piacevolmente colpita, altri un po’ meno. Un aspetto che non mi è affatto piaciuto è legato al tesoro di Gilarus ma ovviamente non posso dirvi di più – chi ha già letto il libro capirà a cosa mi riferisco e comprenderà il perché della mia delusione.

Non voglio bocciare in toto questo libro perché, nonostante tutto, si è lasciato leggere.
Simoni è stato sicuramente abile nel mettere insieme un puzzle complesso e ben articolato e, alla fine, tutti i pezzi sono andati al posto giusto, in modo coerente e lineare – il fatto che io non abbia apprezzato certe scelte è un altro discorso.
L’autore ha intessuto un ottimo intreccio e questo glielo devo riconoscere, così come gli riconosco l’aver creato un personaggio così interessante come Bianca de’ Brancacci.

D’altra parte, il libro è scritto bene e, come ho detto, è una lettura che scivola via – io stessa l’ho terminato in un paio di giorni – perciò non mi sento di sconsigliarlo, solo non aspettatevi di trovarvi davanti al nuovo Ken Follett.

2,5/5

RECENSIONE “Teresa Papavero e la Maledizione di Strangolagalli” di Chiara Moscardelli

Bridget Jones incontra Sherlock Holmes in quest’ultimo romanzo di Chiara Moscardelli che, a sette anni dal suo romanzo d’esordio “Volevo Essere una Gatta Morta”, si riconferma come una delle penne più originali e frizzanti del panorama editoriale italiano.

“Teresa Papavero e la Maledizione di Strangolagalli” è la quinta “fatica” di Chiara ed il primo volume di una trilogia che, ormai ne sono certa, saprà portare una ventata di freschezza e spensieratezza nelle vite dei lettori italiani.

TITOLO: Teresa Papavero e la Maledizione di Strangolagalli

AUTORE: Chiara Moscardelli

GENERE: Narrativa gialla, Commedia

DATA PUBBLICAZIONE: 16 maggio 2018

EDITORE: Giunti

PAGINE: 320

PREZZO: 12,66 € / 8,99 € (eBook) 


SINOSSI

Superati i quaranta un uomo diventa interessante, una donna zitella. Ma Teresa Papavero non se ne cruccia, ha ben altre preoccupazioni. Dopo avere perso l’ennesimo lavoro in circostanze a dir poco surreali decide di tornare a Strangolagalli, borghetto a sud di Roma nonché suo paese nativo, l’unico posto dove ricominciare in tranquillità. E invece la tanto attesa serata romantica con Paolo, conosciuto su Tinder, finisce nel peggiore dei modi: mentre Teresa è in bagno, il ragazzo si butta dal terrazzo. Suicidio? O piuttosto, omicidio? Il maresciallo Nicola Lamonica, il primo ad accorrere sul luogo, è abbastanza confuso al riguardo. Non lo è invece Teresa che, dotata di un intuito fuori del comune, capisce alla prima occhiata che qualcosa non va. Il fatto è che non le crede nessuno. Tantomeno Leonardo Serra, l’affascinante quanto arrogante poliziotto arrivato per indagare sulla morte del giovane. A peggiorare la situazione la misteriosa scomparsa di Monica Tonelli, una delle ospiti del B&B che Teresa ha aperto nella casa paterna con la complicità di Gigia, la sua amica del cuore. Tutto il paese è in subbuglio perché la sparizione della donna viene addirittura annunciata nel famoso programma “Dove sei?” e a indagare sulla Tonelli arriva proprio l’inviato di punta, Corrado Zanni. Per Teresa davvero un periodo impegnativo, coinvolta in indagini dai risvolti inaspettati e perseguitata dalle ombre del passato: la scomparsa della madre e il burrascoso rapporto col padre, il noto psichiatra Giovan Battista Papavero. E così, tra affascinanti detective, carabinieri di paese, reporter d’assalto e misteriosi sconosciuti, Teresa si trova risucchiata in una girandola di intrighi, in un susseguirsi di imprevedibili colpi di scena. Tanto a Strangolagalli non succede mai niente!

Ho perso il conto di quante volte io abbia condiviso un pensiero a proposito di questo romanzo nelle mie stories di Instagram nelle ultime settimane. Se mi seguite, oltre ad essere stati vittime delle mie condivisioni psicolabili, saprete già benissimo quanto io abbia amato questo libro! Finalmente potrete capirne appieno il motivo.

Chiara Moscardelli è diventata la mia nuova ossessione. Chi mi conosce bene sa quanto io simpatizzi per i racconti pieni di angst, quelle storie che mi stritolano il cuore, me lo calpestano e lo fanno in mille pezzi. Beh, ogni tanto anche io ho bisogno di farmi qualche sana risata, eppure trovare un autore che sappia davvero farmi divertire è molto raro – diversamente basta un nonnulla per farmi versare fiumi di lacrime. D’altra parte si sa, far ridere è il mestiere più difficile, ma non per Chiara. Non mi divertivo così tanto da molto tempo!

La storia si apre con un interrogatorio a dir poco esilarante, una sorta di teatro dell’assurdo a cui prendono parte il maresciallo di Strangolagalli, Nicola Lamonica, l’appuntato Romoletto e la nostra Teresa Papavero, una donna di mezz’età eccentrica e stravagante che, senza capire né il come né il perché, si ritrova improvvisamente invischiata in un caso di “apparente” suicidio.

Teresa è una donna nubile, una zitella, per così dire, da tutti considerata “scema”, persino dal suo stesso padre, il Professore, lo stimato psichiatra Giovan Battista Papavero. Davanti a lui, Teresa si sente sempre in difetto, mai all’altezza. Il suo sogno era quello di seguire le sue orme e diventare una rispettata profiler, ma purtroppo la vita le ha riservato altro – tra cui un lavoro come commessa presso un sexy shop. Dopo l’ennesima delusione lavorativa, Teresa decide di fare i bagagli e tornare al suo paese natale, Strangolagalli, quella piccola comunità a pochi chilometri da Roma da cui Teresa e suo padre erano fuggiti dopo la scomparsa della madre. Strangolagalli è esattamente come ve lo aspettereste: un paesino stravagante ed eccentrico, “un piccolo borgo dal nome bizzarro, situato alle pendici dei monti Ernici e nei pressi della valle del fiume Liri, dove il tempo sembra esserci fermato” abitato da poco più di duemila anime, un paese in cui tutti si conoscono e partecipano attivamente alla vita della comunità. Strangolagalli è un piccolo paradiso in cui la vita scorre serena e senza intoppi, l’unico luogo in cui la nostra Teresa pensa di poter ritrovare un po’ di pace, allontanandosi da una vita che la considera inadeguata, limitata e, soprattutto, scema.

A Strangolagalli Teresa ritrova la sua amica del cuore Luigia Capperi, per tutti Gigia, e con lei decide di lanciarsi in una nuova attività e di aprire il “Papaveri e Capperi Bed and Breakfast”. Ma ad appena un anno dal suo ritorno, i suoi progetti di serenità vengono demoliti dal suicidio – suicidio? – di un tale Paolo Barbieri. Ma chi è quest’uomo? E perché Teresa è coinvolta nella sua morte?

Facciamo un passo indietro…

«Da quanto tempo vi conoscevate? Avevate una relazione? Era un suo amico?»
[…] «Ci eravamo conosciuti su Tinder.»
«Prego?»
«Tinder, ha presente?»
«Temo di no.»
«È ‘n’applicazione, marescia’»  li interruppe il giovane appuntato romano che fino a quel momento non aveva smesso di digitare al computer. Si chiamava Romoletto, Teresa lo conosceva bene perché ronzava attorno a Chantal, la sua estetista. Come d’altra parte facevano tutti gli uomini di Strangolagalli. E tutti senza speranza.
«Un’applicazione?»
«Sì, de’ quelle pe’ gli incontri, ‘ste robbe qui, ha presente?»
«Che incontri? Chi si deve incontrare con chi?»
Il ragazzo si alzò e si diresse verso Lamonica: «Ecco, vede?». E gli mostrò il suo cellulare. «È facile. Scorre qui, ce so’ tutte ‘ste foto de’ ragazze: se una je piace, se butta a sinistra. Oppure c’è er còre, o la icse.»
Teresa lo guardò con comprensione.
[…]«E allora mi sono iscritta a Tinder. Solo che come immaginerà non c’era nessuno di Strangolagalli. Vado a Roma, a Frosinone, mi faccio chilometri in macchina per cosa? Per incontrare uomini sposati, single impenitenti, minorenni, cripto-gay!!!»
«Perbacco.»
«Ma non ci ho fatto nulla, eh! Con i minorenni, intendo» mentì. Già si trovava abbastanza nei guai.
«Meno male»
«Paolo non aveva caricato foto abbracciato a un puma nella giungle, né si era descritto come il principe azzurro per ogni tipo di donna. Anzi, ora che ci penso Paolo non ne aveva affatto, di foto. Ed era così… così normale. Come se non bastasse, era a Strangolagalli! Sotto casa, capisce?»

Insomma, tramite Tinder Teresa ha conosciuto Paolo Barbieri, un giovane ragazzo in vacanza a Strangolagalli – ma poi chi è che va in vacanza a Strangolagalli? –, e si sono dati appuntamento nell’appartamento al quarto piano di una palazzina in cui Paolo alloggiava.

Ma poi qualcosa è andato storto…

«Non ha preso in considerazione il fatto che qualcuno possa essersi introdotto in casa mentre ero in bagno?»
Che colpo basso.
«Signorina Papavero. Lo ritiene davvero possibile? Quanto è rimasta in bagno, un’ora?»
«Beh, proprio un’ora, no. Ma cinquanta minuti, sì!»
«Perbacco.»
«Congestione. Mi viene sempre quando c’è l’aria condizionata. Dei crampi che neanche si immagina…»
«Certo, capisco. Però avrebbe dovuto sentire qualcosa.»
«Impossibile. Tenevo l’acqua del rubinetto aperta. E anche quella della doccia. Sa, per non far sentire il rumore… E poi, ora che mi ci fa pensare, lui doveva aver acceso la radio, perché, poco prima di chiudermi alle spalle la porta del bagno, ho udito distintamente della musica provenire dal soggiorno.»
[…] «Ci provi. Visualizzi la scena: aperitivo in terrazza, candele dappertutto. Sta visualizzando?»
Lamonica annuì con enfasi. Chiuse anche gli occhi per apparire più credibile.
«A quel punto però che succede? Arriva il mal di pancia. Un attacco terribile. Così, all’improvviso. Comincio a sudare freddo, ha presente? Sono brutti momenti.»
«Bruttissimi.»
«Penso: sarà stata l’aria condizionata. A lei non lo fa mai? Insomma, non appena siamo saliti in casa l’ho sentita subito. Un vento gelido proprio lì, sulla pancia. Dopo poco sono corsa in bagno. Galoppo! Perché quando ci si rende conto di non avere autonomia… Non un minuto di più, eh!»
«Va bene, ho capito. Non sia così dettagliata.»
«Me l’ha chiesto lei. Comunque, io sono lì, nel bagno. Mi chiudo dentro e apro tutti i rubinetti, anche quello del bidet, per star sicura. E quando finalmente esco, quello che fa?»
Il maresciallo e Romoletto pendevano dalle sue labbra.
«Che fa?» chiesero in coro.
«Niente! Perché non c’è. Da nessuna parte. Lo chiamo, lo cerco dappertutto e quando esco in terrazza e mi affaccio… quello è lì, disteso sull’asfalto. Non sono cose che capitano tutti i giorni.»

Una situazione paradossale! Possibile che qualcuno abbia ucciso il giovane Barbieri proprio sotto il naso di Teresa senza che lei si accorgesse di nulle? E chi poteva volere la morte di quell’uomo all’apparenza così anonimo? E, soprattutto, perché?

Da questo momento, Teresa Papavero si rimboccherà le maniche per cercare di sbrogliare la fitta rete di misteri in cui si ritrova invischiata, un’occasione che aiuterà noi lettori e tutti gli abitanti di Strangolagalli a capire che Teresa, in realtà, scema non lo è affatto. Teresa ha una memoria fotografica e un’attenzione per i dettagli senza eguali. È affetta da ipertimesia, ovvero da una memoria fotografica superiore che le permette di ricordare in modo dettagliato quasi ogni giorno passato della propria esistenza. Grazie a questa innata capacità, Teresa Papavero ci mette poco a svestire i panni della figlia scema del Professore e ad indossare quelli di investigatrice – Sherlock Holmes chi?

E come se il mistero della morte del Barbieri non bastasse, ecco che a complicare la situazione ci si mette l’affascinante poliziotto Leonardo Serra e il ritorno nella sua vita di Corrado Zanni, ex fiamma di Teresa ed inviato di punta della trasmissione “Dove Sei?”, programma che si occupa di persone scomparse e che approda a Strangolagalli per seguire il caso di Monica Tonelli, una delle ospiti del B&B misteriosamente scomparsa.

Chiara Moscardelli mette in scena una commedia senza eguali, travestendo il classico giallo di comicità. La sua penna è pungente, irriverente e spassosa. Chiara sa come far divertire e intrattenere e sono contenta di aver sperimentato questa sua capacità sulla mia stessa pelle. Ho amato il suo libro dall’inizio alla fine. Mi sono subito innamorata della mia cara Papaverina – come la chiamo io –, una donna terribilmente sottovalutata, dagli altri ma anche, e soprattutto, da sé stessa; una donna con un’autostima sotto ai piedi e con molte, troppe insicurezze che tenta di nascondere sotto una maschera di eccentrica ingenuità. In queste trecento pagine, ho avuto l’onore di assistere alla crescita personale di Teresa, di prendere parte alla presa di coscienza che le ha permesso di aprire gli occhi sulle proprie capacità e di rimboccarsi le maniche. È un personaggio ben costruito e caratterizzato, un personaggio fuori dal coro, rispetto ai suoi compaesani che risultano volutamente più macchiettistici.

Con Strangolagalli, Chiara ha voluto ricreare l’atmosfera della classica cittadina che vive isolata dal resto del mondo, una piccola comunità in cui il segreto di uno è il segreto di tutti e in cui i pettegolezzi si sprecano. Una cittadina stereotipata, quindi, che si porta dietro il bagaglio di una manciata di abitanti a tratti stereotipati, dagli atteggiamenti unici ed ineguagliabili nelle loro fattezze caricaturali. Una cornice tragicomica e assolutamente geniale è quella in cui hanno vita gli eventi assurdi che investono l’anonima e pacifica Strangolagalli, dal suicidio/omicidio del Barbieri alla scomparsa di Monica Tonelli.

“Teresa Papavero e la Maledizione di Strangolagalli” è il libro perfetto per questo periodo estivo, un romanzo leggero e spensierato, senza alcuna pretesa se non quella di far ridere – e fidatevi, si ride di gusto!

Sono davvero contenta di aver avuto l’occasione di conoscere quest’ultimo lavoro di Chiara Moscardelli che mi ha permesso di scoprire ed apprezzare quest’esuberante e brillante scrittrice italiana che ha saputo conquistarmi irrimediabilmente il cuore. D’altra parte si sa, se vuoi conquistare una donna il trucco è farla ridere! 

5/5

RECENSIONE “Dio 2.0” di Danilo Conti

Buongiorno miei cari lettori!
Dopo una settimana di inattività sono tornata per parlavi di un libro molto particolare, un distopico tutto italiano che affronta tematiche religiose in un modo nuovo e del tutto originale. Sto parlando di “Dio 2.0” di Danilo Conti, un romanzo che trae spunto dal classico “1984” di Orwell e che tutti gli amanti del genere apprezzeranno.

TITOLO: Dio 2.0

AUTORE: Danilo Conti

GENERE: Fantascienza distopica

DATA PUBBLICAZIONE: 3 maggio 2017

EDITORE: Self-publishing 

PAGINE: 312

PREZZO: 11,89 € / 2,99 € (eBook) 


SINOSSI

A Gift Town, cittadina che rimanda alle realtà suburbane americane degli anni ’50, la popolazione vive nella costante adorazione e nel timore di Dio, figura manifestatasi nel cosiddetto “Giorno della Rivelazione”. L’umanità è tenuta a seguire alla lettera le regole di un nuovo testo sacro, pena la perdita di “punti sociali” e il rischio di finire all’Inferno, un luogo di cui poco si conosce e da dove la gente raramente torna indietro. Brian, un ragazzino di tredici anni pervaso di dubbi e ossessionato dal ruolo di Dio, inizia a mettere in discussione la società di cui fa parte e a tastare le pareti di quella che avverte come una gabbia invisibile.

Ho iniziato a leggere questo libro senza avere la minima idea di dove mi avrebbe portata. Non avevo alcuna aspettativa e, anzi, ammetto di aver avuto un certo scetticismo, all’inizio. A questo punto vi sarete già imbattuti nella trama… La prima volta che la lessi ne rimasi sì affascinata, ma anche un po’ spaventata: Danilo aveva messo tanta, troppa, carne al fuoco! Il rischio era che il romanzo non si rivelasse all’altezza delle premesse e che i temi trattati dall’autore si andassero a perdere nel corso della storia o che venissero trattati in modo banale e superficiale. Beh, niente di tutto questo è successo. Come ho detto, non mi sarei mai aspettata di trovarmi davanti ad un piccolo capolavoro da cinque scintillanti stelline, perché “Dio 2.0” è proprio questo, un capolavoro di originalità e innovazione.

Con questo romanzo, Danilo sdogana la perfezione, smascherando il finto buonismo e l’ipocrisia di una comunità religiosa che, nonostante sia frutto della fantasia dell’autore, è più reale di quanto si creda.

Il teatro delle vicende di questo racconto è Gift Town. Gift Town è, come vi dicevo, una cittadina che si rifà ai classici sobborghi puritani anni Cinquanta, all’apparenza perfetta in cui il perbenismo e il bigottismo regnano sovrani. Ogni volta che Danilo descriveva Gift Town nella mia mente si formava l’immagine di Peggy Boggs con il suo tailleur violetto e la sua valigetta piena di prodotti Avon che bussava, una dopo l’altra, alle porte di decine di case fatte con lo stampino – se non capite il riferimento VERGOGNATEVI!
L’atmosfera che ho respirato è esattamente quella: finché le cose vanno come dovrebbero andare tutti si vogliono bene ma ecco che tutti sono pronti a puntare il dito e a condannare non appena qualcuno muove anche un solo passo in una direzione diversa – e per queste persone il termine “diverso” è sempre sinonimo di “sbagliato”. Nulla deve turbare l’armonia di Gift Town. Se lo fai, il destino che ti attende è solo e soltanto uno e porta il nome di Inferno. Nessuno sa esattamente che luogo sia, ma una cosa è certa: quello per l’Inferno, è un viaggio senza ritorno.

Ma chi decide cosa è giusto e cosa è sbagliato?
Le sorti della comunità sono in mano ad un essere onnipotente, un burattinaio invisibile e onnisciente: Dio.

Ma cosa sappiamo di lui?
Sappiamo che un giorno, il giorno della Rivelazione, Dio decise di rivelarsi all’umanità, di porsi come salvatore e faro di speranza – o perlomeno questo è quello che gli abitanti di Gift Town credono. Per riportare la pace e l’armonia in un mondo dilaniato dal male, Dio affidò alle popolazioni un Codice, una guida sacra che i cittadini sono tenuti a seguire per non perdere punti sociali, eventualità che li porterebbe sempre più vicini all’Inferno. Una cieca adorazione e un costante terrore convivono negli animi degli abitanti di Gift Town che hanno perso persino la loro libertà di pensiero e che vivono in una realtà distopica orientata al cieco compiacimento di Dio.

Sulla base di queste premesse, prende vita la storia della famiglia Turner. Il primo che incontriamo è il giovane Brian, un ragazzino confuso alle prese con i primi dubbi e domande sull’onnipotente Dio.

Negli ultimi tempi aveva iniziato a soffrire d’insonnia. Passava intere notti sveglio a pensare e le giornate seguenti a sbadigliare per la mancanza di sonno. Avrebbe voluto addormentarsi regolarmente, come i suoi coetanei, ma nella sua testa continuavano a scorrere senza sosta flussi disordinati di pensieri, domande e congetture, e non c’era verso di fermarli. Quando infine la sua mente crollava e si abbandonava al necessario riposo, produceva sogni vividi e angosciosi, a volte veri e propri incubi dai quali si risvegliava in preda all’ansia. In quel groviglio tumultuoso di pensieri c’era posto per tutto, ma ultimamente vi era una sola, grande costante, un filo invisibile che tirava con forza tutti gli altri: Dio, i misterioso e invisibile burattinaio, le cui mani sconfinate erano in grado di manipolare le sorti dell’intero universo.

Mi sono subito immedesimata in lui. Insomma, io non sono esattamente una persona religiosa – okay, non lo sono per nulla – perciò è stato semplice per me comprendere Brian e condividerne i pensieri.

Sul fronte opposto abbiamo invece Samantha, una madre fredda e distante che preferisce indirizzare il proprio calore ed il proprio amore verso terre più sacre, quelle del Tempio. E dico proprio in tutti i sensi, perché dei peccaminosi istinti stanno lentamente prendendo il sopravvento su di lei, istinti che la spingono sempre più tra le braccia del sacerdote Astor Newlin.
A fare da ponte tra l’esuberanza del giovane Brian e la noncuranza di Samantha c’è Seth. Seth è diventato fin da subito il mio personaggio preferito, un uomo e un padre dai sentimenti profondi, pronto a mettere in discussione e a sacrificare tutto, persino sé stesso, solo per salvare il proprio figlio.

Nella visione di Seth le differenze tra Dio e il diavolo si andavano assottigliando, e ormai li considerava come due gemelli. Erano entrambi esseri abietti e manipolatori, che si divertivano a giocare con le vite degli essere umani, tirandoli con corde invisibili, senza curarsi di poterli distruggere. Avevano scisso l’umanità in due. Ogni mente, ogni cuore, rischiava di annaspare nell’ambivalenza e nella pazzia. C’era chi, per sua fortuna, riusciva a tendere verso Dio senza troppi intoppi, incorrendo nella sua protezione. Bastava non farsi domande e obbedire ciecamente alle sue leggi, senza metterne in dubbio la bontà. Ma coloro i quali non riuscivano a frenare i propri pensieri e a far tacere la propria coscienza erano già dannati. Ogni nuova domanda, formulata anche senza volerlo, si traduceva in un passo verso l’oblio e la perdizione.

Ho apprezzato fin da subito lo stile di Danilo. L’ho trovato molto “classicheggiante”, preciso e attento. L’impegno che ha messo nella scelta dei vocaboli e nella costruzione delle frasi è più che evidente. D’altra parte è molto fluido e di facile comprensione e permette al lettore di lasciarsi trascinare, di pagina in pagina, dalla storia senza mai riuscire a staccarsene.

La struttura narrativa ha sicuramente aiutato in questo. La storia si sviluppa lentamente, senza fretta. La prima parte è molto introspettiva: Danilo esplora la psiche dei suoi personaggi e li mette a nudo per noi, aiutandoci a capirli e a conoscerli. La caratterizzazione è a dir poco perfetta, così come lo è il modo in cui ogni personaggio si muove all’interno della propria storia. Dietro ad ogni scelta, ad ogni gesto, c’è un preciso disegno psicologico che l’autore ha sapientemente delineato e di cui ci rende partecipi tramite piccoli dettagli e accortezze disseminate in descrizioni, dialoghi e pensieri.

E fin qui tutto bene, tutto regolare. Certo, Brian inizia a mostrare un lato ribelle, mentre Samantha si concede delle fantasie sempre più peccaminose, ma nonostante tutto, l’armonia di Gift Town è ancora intatta. Ma la corda che tiene insieme questa piccola famiglia è molto sottile e un solo evento basta a spezzarla per sempre. Mi aspettavo che sarebbe successo qualcosa che avrebbe smosso la pace della comunità, ma di certo non mi aspettavo tutto quello che ne è venuto dopo! E qui mi fermo, perché ogni cosa che vi direi sarebbe uno spoiler gigantesco. Vi basti sapere che da metà romanzo si ribalta ogni cosa. E se nella prima parte l’introspezione regnava sovrana, in questa seconda parte a fare da protagonisti sono l’azione, l’ansia, la paura dell’ignoto e, soprattutto, la scoperta della verità. Ma la verità su cosa? Beh, dovrete leggere il libro per scoprirlo. Sappiate solo che tutte le domande di Brian prima della fine troveranno una risposta.

Cosa vuole Dio? Si domandava sempre più spesso. Voleva essere amato dell’intera comunità? Voleva sentire il suono delle loro preghiere? Gli piaceva semplicemente starsene a guardarli dall’alto, mentre facevano a gara per guadagnare quegli stupidi punti sociali? […] Sono il solo a nutrire simili dubbi? Perché nessuno si ribella? Perché non fanno domande? Dovremmo pretendere che il sommo Creatore ci fornisca una spiegazione per ogni nostri dubbio!

L’ispirazione primaria di Danilo è senza ombra di dubbio data dal mito di Orwell. Il Grande Fratello orwelliano in questo caso veste gli abiti di Dio e trascina il mondo in una dittatura religiosa. Per buona parte del romanzo mi sono sentita come Brian, vittima di dubbi continui su cosa questo Dio significasse e su quale fosse la sua vera natura. Mi sono chiesta più e più volte se esistesse davvero, cercando di trovare una soluzione alternativa alla sua onnipresenza. Sì, perché questo Dio è davvero onnipresente: ogni cittadino di Gift Town non può muovere un passo senza che lui lo sappia. La mia mente scettica cercava in tutti i modi di trovare una risposta “scientifica” o in qualche modo logica a tutto ciò.
Questo è sicuramente uno dei motivi che mi hanno tenuta attaccata alle pagine: il voler sapere, capire cosa davvero fosse Gift Town e quale fosse lo scopo della sua esistenza. Mi sono chiesta più e più volte dove fosse il resto del mondo e cosa avesse portato a questa ambientazione distopica.

Insomma, per farla breve, Danilo ha saputo tenere la mia curiosità alta dall’inizio alla fine, per poi soddisfarla appieno nell’ultima parte del romanzo.

Sono davvero contenta di aver scoperto e letto questo libro. Ne sono uscita piacevolmente sorpresa.
“Dio 2.0” si è rivelato essere un romanzo distopico con un’ambientazione post-apocalittica molto particolare e originale, diversa da qualsiasi cosa io abbia mai letto, un libro che porta il lettore a porsi domande e a interrogarsi su temi profondi e a mettersi in discussione – non è un romanzo che mi porterei sotto l’ombrellone, mettiamola così.

Lo consiglio sicuramente a tutti gli amanti del genere e, soprattutto, a tutti gli appassionati di Orwell che sapranno apprezzare l’immaginazione distopica di Danilo.

5/5

SEGNALAZIONE “Bucaneve nel Regno Sotterraneo” di Paolo Fumagalli

Buongiorno miei cari lettori!
Come potete vedere, non sono morta. In quest’ultima settimana sono stata risucchiata anima e corpo dal lavoro in libreria. Finalmente riesco a rifarmi viva per segnalarvi questo romanzo che, sono sicura, tutti gli appassionati di fiabe e atmosfere gotiche ameranno! Sto parlando di “Bucaneve nel Regno Sotterraneo”, il romanzo di Paolo Fumagalli edito Dark Zone che ha fatto il suo debutto il mese scorso, durante il Salone del Libro di Torino.

Il Paese delle Meraviglie non è mai stato più dark!
Sogno, magia, mistero e avventura. Cosa si può chiedere di più?

TITOLO: Bucaneve nel Regno Sotterraneo

AUTORE: Paolo Fumagalli

DATA DI PUBBLICAZIONE: 19 aprile 2018

GENERE: Fiaba, Dark Fantasy

EDITORE: Dark Zone

PAGINE: 110

PREZZO: 12,90 € / 2,99 € (eBook) 


SINOSSI

Bucaneve, colpita da una misteriosa malattia che nessuno sa spiegare, è una bambina che ama le storie raccontate dalla madre e i sogni a occhi aperti. Ma un’avventura più strana di qualunque fantasia la aspetta in un mondo notturno e misterioso, abitato da bizzarre creature legate alle tenebre e all’occulto. È l’inizio di una serie di incontri con gatti e corvi parlanti, streghe che vivono nella foresta, solitari becchini, cavalieri senza testa, scheletri e altri personaggi tanto sinistri quanto buffi e stravaganti. Conoscendo meglio le atmosfere macabre e divertenti del Regno Sotterraneo, Bucaneve scoprirà che anche la Morte in persona può sognare e cercherà un modo per tornare alla realtà…

Un omaggio gotico alle visioni eccentriche create da Lewis Carroll, un viaggio in un Paese delle Meraviglie oscuro e surreale.

Paolo Fumagalli è nato nel 1981 e fin da bambino ha dimostrato un grande interesse per la letteratura. La sua passione lo ha portato a laurearsi in Lettere, con una tesi sull’uso simbolico dei colori nelle poesie giovanili di Aldo Palazzeschi, e soprattutto lo ha spinto a dedicarsi alla scrittura di opere narrative. Nel corso degli anni ha scritto romanzi e racconti, diversi fra loro per generi di appartenenza e atmosfere, spesso basati sull’importanza e sulla difesa della fantasia. Nei suoi testi inoltre si rivela il fascino provato nei confronti del patrimonio folkloristico e leggendario, uno dei suoi più grandi amori insieme al cinema e alla musica. Ha vinto diversi concorsi per storie brevi e alcuni suoi racconti sono stati inseriti nelle antologie di autori vari “Fate – Storie di terra, fuoco, acqua e vento”, “I mondi del fantasy V” e “Ritorno a Dunwich 2”. Ha pubblicato le raccolte di racconti fantastici “La pietra filosofale” e “Foglie morte”, il romanzo fantasy con elementi umoristici “Fuoco e veleno” e i romanzi fantasy “Scaccianeve” e “La strada verso Bosco Autunno”.

RECENSIONE “In Ogni Stella Nascosta” di Vanessa Sobrero

Buongiorno miei cari lettori.
È con immenso orgoglio che sono qui ad annunciarvi la pubblicazione di “In Ogni Stella Nascosta” di Vanessa Sobrero, un libro che tutti gli amanti del vintage, di Elvis, delle gonne a ruota e del Rock n Roll vorranno avere nelle proprie librerie personali!

Ho avuto l’opportunità di leggerlo in anteprima e recensirlo per voi, perciò, se siete curiosi, non dovete far altro che continuare a leggere!

TITOLO: In Ogni Stella Nascosta

AUTORE: Vanessa Sobrero

GENERE: Romance, Commedia romantica

DATA PUBBLICAZIONE: 26 maggio 2018

EDITORE Self-Publishing

PAGINE: 380

PREZZO: 12,50 € / 2,99 € (eBook) – Offerta lancio: 1,99 € fino al 28 giugno 2018


SINOSSI

Dietro il grigiore cittadino, Milano nasconde un cuore romantico e retrò come un film con Audrey Hepburn.
Cecilia lo scopre una sera d’autunno a una festa anni Cinquanta, dopo essersi trasferita in città per studiare alla NABA. È una ragazza dolce e ironica, inghiottita dalla monotonia universitaria.
Alex è il dj del Rockabilly Fest, un uomo adulto, arrogante, che rifugge le relazioni come fossero whisky scadente.
Tra le strade di una Milano romantica, gonne a vita alta e musica rock and roll, riuscirà Cecilia a fare sciogliere il cuore testardo di Alex?

Una Milano rock in bianco e nero fa da sfondo ad una storia d’amore dolcissima che fa sospirare e battere il cuore fin dalla prima pagina.

Cecilia è una studentessa universitaria allo sbando di appena ventun anni, mentre Alex è un affascinante uomo di trentacinque anni con una solida carriera avviata nel campo musicale. Non potrebbero essere più diversi di così, apparentemente. Ma se pensate che l’unica cosa ad accomunarli sia la città di residenza vi sbagliate di grosso! Un venerdì sera, il destino – che porta il nome di Letizia – è sceso in campo e ha scovato quella grande passione in comune, l’unica con il potere di avvicinarli e di fare da tramite tra due generazioni tanto distanti l’una dall’altra: gli anni Cinquanta.
Già, perché Alex altri non è che il famoso dj – nonché fondatore –del celebre Rockabilly Fest, la serata a tema 50s che durante i weekend riporta i locali di tutta Italia indietro nel tempo, all’epoca dei Beatles e della brillantina, del twist e del rock n roll.

Sarà proprio ad una di queste serate che lo sguardo di Cecilia si poserà per la prima volta sulla figura alta ed elegante di Alex Grimaldi. E come resistere al suo fascino maturo da bello e dannato?

Quando inchiodò lo sguardo nel mio, l’Esplora Risorse del mio sistema nervoso centrale smise di rispondere e andò in arresto. Visualizzai la scritta: “L’applicazione Cervello non risponde, chiudere?”. Rimasero attive solo le informazioni base, come il mio nome, il Padre Nostro e le poche canzoni che sapevo a memoria.

D’altro canto, anche la giovane Cecilia Abis non è passata inosservata agli occhi del bel dj. Peccato per quell’unico, piccolissimo ed insignificante dettaglio: la differenza di età.

Riusciranno Alex e Cecilia a trovare un punto di incontro e ad abbattere quei tredici anni che si frappongono tra loro e che, con prepotenza, minacciano la loro relazione?

Sto per dire una cosa che dico molto raramente, in particolare per quanto riguarda i romanzi d’amore, ma che in questo caso mi sento di urlare a gran voce: alla sua età, e con appena un paio di romanzi all’attivo, Vanessa Sobrero può vantare un vero e proprio timbro stilistico, uno stile personale ed inimitabile, peculiarità che solo i migliori scrittori possiedono.

Nella realtà editoriale italiana contemporanea, ci sono molti, forse troppi, autori che non sono né carne né pesce, come si suol dire. In questo vasto mondo che vanta migliaia di scrittori anonimi e senza alcun tipo di spessore, Vanessa Sobrero ha saputo affermarsi ed elevarsi grazie al suo stile unico ed inconfondibile.

Ci sono libri che seppur scritti da Pincopanco, potrebbero in realtà essere stati scritti da Pancopinco e non farebbe alcuna differenza. Non è questo il caso di “In Ogni Stella Nascosta” e nemmeno del suo romanzo d’esordio, “Tra Mille Baci d’Addio”. Vanessa non si limita a raccontare delle storie. Ci trascina nel suo mondo, ci rapisce anima e corpo e può farlo solo perché anche lei ha disseminato pezzi della propria anima e del proprio corpo tra quelle stesse pagine. Ogni sua parola porta con sé un’impronta unica ed inimitabile. La sua firma è l’ironia, quella capacità che solo lei ha di sdrammatizzare anche l’evento più triste con battute leggere che non appaiono mai fuori luogo o inappropriate. Capita spesso di ritrovarsi a ridere e piangere a dirotto contemporaneamente.

Se dovessi trovare un’unica parola per descrivere il lavoro di Vanessa userei “originalità”, e non solo in riferimento al suo stile ma, più in generale, alla storia in sé.
Nonostante alcuni elementi potrebbero indurvi a pensare di trovarvi davanti alla classica storiella romantica caricata di cliché a non finire, vi assicuro che non è così.

Cominciamo da loro, i protagonisti: in un mondo governato dagli eserciti di Anastasia Steele e Christian Grey, Cecilia e Alex si differenziano per originalità, lasciando dietro di sé una scia di freschezza e novità da me tanto agognata. Lei non è la personificazione della Santa Vergine Maria e lui non è un maniaco sessuale aka bad boy assatanato. Vanessa ha fatto davvero un ottimo lavoro di caratterizzazione, sia per quanto riguarda i protagonisti sia per quanto riguarda le “comparse”, amici o familiari che siano.

Cecilia è una giovane donna, un ragazza un po’ insicura in cui molte di noi penso possano immedesimarsi con facilità. Frequenta l’ultimo anno di università e non ha alcuna idea di cosa la vita abbia in serbo per lei. Di sicuro non si aspettava che il destino la mettesse sulla stessa strada di un certo dj trentacinquenne di nome Alex Grimaldi.
Alex si discosta dai soliti protagonisti maschili stereotipati. Come ogni personaggio verosimile che si rispetti, anche lui ha i suoi difetti: è vanitoso e a tratti arrogante ed è leggermente egocentrico. Ha un guardaroba che farebbe invidia a moltissime donne, ben rifornito di completi eleganti, gilet e cravatte – e vestaglie di dubbio gusto probabilmente appartenute a Hugh Hefner. Ma, nonostante l’aria da bello e dannato, Alex Grimaldi è un gentleman d’altri tempi, un uomo gentile e premuroso. Ha paura dell’amore, paura di rimanere scottato, vittima di una cocente delusione, soprattutto se dall’altra parte c’è una “ragazzina” di vent’anni – una ragazzina che è stata capace di rubargli cuore e anima.

Volevo riempire i suoi occhi di bellezza, voleva riconquistare la sua fiducia a suon di tramonti e arte, volevo farle capire che m’importava di lei e delle sue passioni, in modo da convincerla che era lei l’unica opera d’arte che volevo vedere.
L’unica che meritava davvero di essere vista.

Nonostante la differenza d’età sia un cliché particolarmente abusato, Vanessa ha saputo rimodellarlo e trasformarlo in qualcosa di nuovo. Insomma, nessuno – a parte Alex – si fa venire particolari paturnie a causa di quei tredici anni che intercorrono tra loro – nemmeno i genitori di Cecilia. Non è una storia alla “Scusa se ti Chiamo Amore”, per dirne una, in cui i protagonisti tentano di tenere la relazione ad un certo livello di segretezza perché “ai miei genitori viene un infarto se lo scoprono”.

La differenza d’età non appare come un “peso”, un ostacolo insormontabile. È un mondo nuovo quello in cui vivono Alex e Cecilia, un mondo moderno e di larghe vedute in cui l’amore non ha età. Alex tentenna, ha dei dubbi riguardo a questa relazione e si pone delle domande, ma non per i tredici anni anagrafici che li distanziano, ma piuttosto per i tredici anni generazionali. Alex ha paura che Cecilia sia troppo immatura, che non sia pronta per una relazione stabile e tutto quello che essa comporta e che, alla sua età, cerchi qualcosa di più “occasionale”, leggero e spensierato.

È stato bello assistere alle mirabolanti imprese in cui Cecilia si diletta per convincere Mr. Grimaldi di avere tutte le carte in regola per diventare la donna della sua vita.

«Tu lo conosci da più tempo, cosa posso fare per riconquistare la sua fiducia?»
[…] «Uhm, vediamo…» Sembrò pensarci su, assumendo un’espressione concentrata che lo faceva sembrare un cucciolo di cane. «Dovresti fare qualcosa di eclatante, qualcosa che richieda un grande sforzo e che dimostri quanto ci tieni a lui. Tipo…»
«Tipo?»
«Tipo resuscitare Elvis.»

Ma tornando a parlare di originalità…

In questo romanzo si respira un’atmosfera che raramente ho trovato in altri libri. Sto parlando degli anni Cinquanta, naturalmente!

Ultimamente siamo stati invasi dai revival degli anni Ottanta, soprattutto, ma anche degli anni Novanta. Io sono una persona molto nostalgica, penso spesso con malinconia agli anni passati, ma, devo ammetterlo, questa moda degli 80s e dei 90s mi aveva un po’ stufata. Quindi non potete capire la mia gioia nel leggere un romanzo che riporta in auge i magici 50s! Certo, “In Ogni Stella Nascosta” non è ambientato negli anni Cinquanta, ma, per quasi tutto il romanzo, l’atmosfera che si respira è quella. Dagli outfit ai balli alla musica fino all’arte e alla fotografia. Tutto urla 50s!

E poi Milano! Ah, che meraviglia!
Vanessa ama la sua città e si vede! Mette tutto il suo amore e la sua passione tra le sue pagine, nelle sue descrizioni. È quasi come se “In Ogni Stella Nascosta” fosse una dedica speciale a Milano, un inno alla sua bellezza “nascosta”.

Milano era una casa da scoprire, da amare, da vivere. Per poterla apprezzare, dovevi guardare dietro gli angoli, dentro i giardini nascosti; dovevi guardare le decorazioni consunte dei palazzi storici e la geometria severa dei mostri d’acciaio che tagliavano il cielo. Dovevi guardarti intorno per vederla e quando alzavi finalmente lo sguardo riuscivi a capire che era una città segreta, una città per pochi.
Milano non si faceva vedere, ti chiedeva di scoprirla, di assaggiarla, di camminare le sue strade fino a farti male; ti chiedeva un sacrificio per farsi conoscere e io, anche se ancora non lo potevo sapere, ero pronta a conoscerla, a farmi amare e ad amarla. Era la città dove la vita diventava caotica, turbolenta e il cuore batteva più forte. La chiamavano Sindrome di Stendhal: “Quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti e i sentimenti appassionati” ed era così che mi ero sentita quel giorno, ma non era stata una città o un’opera d’arte a stordirmi il cuore.
Era stato un uomo.

Le sue descrizioni sono così vivide che sembra quasi di trovarsi realmente lì, a mangiare risoelatte insieme ad Alex e Cecilia o a passeggiare accanto a loro sui Navigli.

Come ho detto, Vanessa ci trascina tra le sue pagine. Il lettore si ritrova a vivere la storia tra Alex e Cecilia sulla sua stessa pelle, se la sente scivolare dentro, fino al cuore.

Vanessa Sobrero ha compiuto una vera e propria magia ed io la ringrazio per avermi regalato così tante emozioni che, ne sono sicura, mi rimarranno nel cuore per ancora molto molto tempo.

E se anche voi siete alla ricerca di una storia d’amore originale, capace di farvi sognare ad occhi aperti, allora “In Ogni Stella Nascosta” è il libro che fa per voi!

5/5

COVER REVEAL “In Ogni Stella Nascosta” di Vanessa Sobrero

Buongiorno cari lettori!

È per me un piacere essere qui, oggi, per mostrarvi in anteprima la cover di un romanzo molto speciale e a cui sono legata in modo particolare.

Si tratta di “In Ogni Stella Nascosta” di Vanessa Sobrero, giovane e talentuosa autrice di cui già vi avevo parlato poco meno di un mese fa, quando condivisi con voi la mia recensione – QUI – al suo romanzo d’esordio, “Tra Mille Baci d’Addio”, edito Les Flaneurs Edizioni.

In quell’occasione, vi raccontai di come io e Vanessa ci siamo conosciute, qualche tempo fa, grazie alla piattaforma digitale Wattpad dove lei condivide i suoi racconti sotto lo pseudonimo di @agathabrioches. Quello che non sapete è che fu proprio grazie a “In Ogni Stella Nascosta” e alla sua Rockabilly Fest Series che avvenne il colpo di fulmine.

Potrete quindi capire la mia emozione nel vedere questo romanzo spiccare il volo, abbandonare il mondo amatoriale di Wattpad per approdare finalmente dove davvero si merita di stare, ovvero sugli scaffali delle nostre librerie!

Ma bando alle ciance!

Che cover reveal sarebbe senza cover?

Fate largo, gente!
“In Ogni Stella Nascosta” sta per scendere in pista in tutta la sua accecante bellezza!

TADAN!

Non so voi ma io la adoro! Il cielo stellato, i colori caldi e così confortanti e quella stella che contorna il titolo… Non so che altro dire se non che è perfetta!

In più vorrei mostrarvi in anteprima il frontespizio del libro perché è una vera chicca che mi ha lasciata senza fiato per la sua particolarità:

Ditemi se non è una meraviglia!

Adoro la grazia e la passione con cui Vanessa ha curato il proprio romanzo in ogni più piccolo dettaglio.  

Ed ora qualche piccola informazione per voi:

TITOLO: In Ogni Stella Nascosta (Rockabilly Fest Series, #1)

AUTORE: Vanessa Sobrero

DATA DI PUBBLICAZIONE: 28 maggio 2018

GENERE: Romance, Commedia romantica

EDITORE: Self-Publishing

PAGINE: 380

PREZZO: 12,50 € / 2,99 € (Offerta lancio: 1,99 € fino al 28 giugno 2018)

SINOSSI

Dietro il grigiore cittadino, Milano nasconde un cuore romantico e retrò come un film con Audrey Hepburn.
Cecilia lo scopre una sera d’autunno a una festa anni Cinquanta, dopo essersi trasferita in città per studiare alla NABA. È una ragazza dolce e ironica, inghiottita dalla monotonia universitaria.
Alex è il dj del Rockabilly Fest, un uomo adulto, arrogante, che rifugge le relazioni come fossero whisky scadente.
Tra le strade di una Milano romantica, gonne a vita alta e musica rock and roll, riuscirà Cecilia a fare sciogliere il cuore testardo di Alex?

Oltre ad averlo letto a suo tempo su Wattpad, ho avuto l’occasione di rileggere il romanzo nella sua versione definitva durante quest’ultima settimana in super anteprima. Ora non vedo l’ora di condividere con voi il mio pensiero, ma per questo dovrete aspettare il 28 maggio!

Nel frattempo posso dirvi che vi innamorerete inesorabilmente della genuinità e della tenera goffaggine di Cecilia, ma soprattutto, vi prometto che sarete conquistati dall’affascinante Alex Grimaldi e dai suoi modi da gentleman d’altri tempi.

“In Ogni Stella Nascosta” è un romanzo magico, capace di riportare indietro le menti e i cuori ai meravigliosi anni Cinquanta.
Perciò armatevi di gonne a ruota a brillantina: il Rock’n’Roll vi aspetta!