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RECENSIONE “La Misura dell’Uomo” di Marco Malvaldi

Bentrovati cari lettori!
Oggi sono qui per esporvi le mie impressioni su una delle uscite più attese e chiacchierate di questo mese. Sto parlando ovviamente del nuovo libro di Marco Malvaldi, “La Misura dell’Uomo”, nell’inusuale veste di Giunti Editore. Per chi non lo sapesse, Malvaldi è uno degli storici autori di Sellerio, famoso per la sua serie di romanzi gialli con protagonisti i “vecchietti del BarLume”.

Premetto che non avevo mai letto nessun romanzo dell’autore e che quindi non conosco per esperienza diretta la serie qui sopra citata. D’altra parte, come libraia, ho l’obbligo e il dovere di conoscere determinate realtà editoriali di una certa levatura, e Sellerio è sicuramente una di queste. Ecco perché mi sono avvicinata a questa lettura avendo già delle aspettative molto alte.

Saranno state soddisfatte? Scopriamolo insieme.

TITOLO: La Misura dell’Uomo

AUTORE: Marco Malvaldi

GENERE: Giallo storico

DATA PUBBLICAZIONE: 6 novembre 2018

EDITORE: Giunti Editore (Scrittori Giunti)

PAGINE: 300

PREZZO: 18,50 € / 9,99 € (eBook) 


SINOSSI

Ottobre 1493. Firenze è ancora in lutto per la morte di Lorenzo il Magnifico. Le caravelle di Colombo hanno dischiuso gli orizzonti del Nuovo Mondo. Il sistema finanziario contemporaneo si sta consolidando grazie alla diffusione delle lettere di credito. E Milano è nel pieno del suo rinascimento sotto la guida di Ludovico il Moro. A chi si avventura nei cortili del Castello o lungo i Navigli capita di incontrare un uomo sulla quarantina, dalle lunghe vesti rosa, l’aria mite di chi è immerso nei propri pensieri. Vive nei locali attigui alla sua bottega con la madre e un giovinetto amatissimo ma dispettoso, non mangia carne, scrive al contrario e fatica a essere pagato da coloro cui offre i suoi servigi. È Leonardo da Vinci: la sua fama già supera le Alpi giungendo fino alla Francia di re Carlo VIII, che ha inviato a Milano due ambasciatori per chiedere aiuto nella guerra contro gli Aragonesi ma affidando loro anche una missione segreta che riguarda proprio lui. Tutti, infatti, sanno che Leonardo ha un taccuino su cui scrive i suoi progetti più arditi – forse addirittura quello di un invincibile automa guerriero – e che conserva sotto la tunica, vicino al cuore. Ma anche il Moro, spazientito per il ritardo con cui procede il grandioso progetto di statua equestre che gli ha commissionato, ha bisogno di Leonardo: un uomo è stato trovato senza vita in una corte del Castello, sul corpo non appaiono segni di violenza, eppure la sua morte desta gravi sospetti… Bisogna allontanare le ombre della peste e della superstizione, in fretta: e Leonardo non è nelle condizioni di negare aiuto al suo Signore. A cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci, Marco Malvaldi gioca con la lingua, la scienza, la storia, il crimine e gli ridà vita tra le pagine immaginando la sua multiforme intelligenza alle prese con le fragilità e la grandezza dei destini umani. Un romanzo ricco di felicità inventiva, di saperi e perfino di ironia, un’indagine sull’uomo che più di ogni altro ha investigato ogni campo della creatività, un viaggio alla scoperta di qual è – oggi come allora – la misura di ognuno di noi.

Come abbiamo ormai appurato, con “La Misura dell’Uomo”, Marco Malvaldi si cimenta in un genere non totalmente nuovo per lui, ma comunque abbastanza distante dalla sua produzione abituale. Come detto in precedenza, Malvaldi prende eccezionalmente le distanze da Sellerio e dai suoi storici colleghi – Camilleri, Manzini e Recami, solo per citarne alcuni – e fa un salto nell’universo narrativo di Dan Brown e Ken Follet, tra gli altri.

Ci troviamo nel 1493, alla corte di Ludovico il Moro. Siamo in piena epoca rinascimentale, un periodo d’oro per la bella Milano, reso tale anche, e soprattutto, dalla presenza di Leonardo da Vinci che, proprio sotto il governo del Moro, ha prodotto alcuni tra i suoi più celebri capolavori, come la Dama con l’Ermellino – ritratto dell’amante di Ludovico, Cecilia Gallerani – e la Vergine delle Rocce. E come non nominare il Cenacolo!

Io amo l’arte – vengo da anni e anni di studi artistici – e amo Leonardo, perciò come potevo, dopo queste premesse, tenere le mie grinfie lontane da questo libro?
Ecco perché, non appena giunte in libreria le mille mila copie de “La Misura dell’Uomo”, ho immediatamente provveduto ad arraffarne una.

Che dite? Mi è piaciuto? Ha soddisfatto le mie aspettative?
Sì e no.

Vorrei estrapolare la parte storica del romanzo e la parte “gialla” – o mistery – e trattarle in maniera separata, come se fossero due entità a sé stanti.

Per quanto riguarda la prima – la componente storica –, è un pieno e assoluto dieci e lode. Malvaldi ha fatto un lavoro di ricerca che quasi intimidisce per la minuzia di particolari e dettagli che è riuscito ad inserire tra le sue pagine. Tutta la prima metà del libro è un piccolo e prezioso tesoro saturo di cenni storici e curiosità da far brillare in eterno i miei occhi. Tra le tante cose, ad esempio, l’autore ci mette al corrente di un simpatico aneddoto, ovvero del fatto che, già a quell’epoca, il traffico fosse il peggior male di Milano.

A Milano gli uomini i muovevano a dorso di mulo, mentre le donne, le donne facoltose, si muovevano in carretta – delle carrette che sembravano un incrocio fra una pala d’altare e un carro siciliano, dorate e pacchiane, trainate da due o quattro giumente, e che erano il terrore dei pedoni. Può sembrare strano, ma a Milano il traffico era un problema già nel tardo Quattrocento.

Ci sono poi molti appunti per quanto riguarda gli argomenti di natura artistica, legati, ad esempio, alla creazione e produzione del colore, o ancora, alla lavorazione dei metalli. E come non menzionare la componente linguistica! Insomma, potremmo considerare “La Misura dell’Uomo” una mini enciclopedia sul Rinascimento milanese solo per il minuzioso lavoro di ricerca e documentazione fatto da Malvaldi.

E come non parlare poi della componente grafica del libro!
“La Misura dell’Uomo” è un libro finemente curato a trecentosessanta gradi. Giunti ha letteralmente corteggiato Marco Malvaldi per questo progetto e si può ben notare quanto ci tenesse a creare un prodotto di altissima qualità, basti pensare alle illustrazioni di Leonardo che decorano entrambi i risguardi del libro o alle meravigliose riproduzioni della mappa della città di tardo Quattrocento. Sono questi i dettagli per cui vado subito in visibilio. Solo per questo e per la ricerche storiche, il romanzo si meriterebbe cinque stelle piene.

Eppure io, di stelle, gliene ho assegnate solamente tre…

Ecco, ora possiamo riprendere in mano la componente “gialla” che avevamo momentaneamente lasciato da parte. Purtroppo, non mi ha “preso” per nulla. Possiamo proprio dire che l’intreccio generale non mi ha lasciato nulla, niente di niente. Ho girato l’ultima pagina solo qualche giorno fa e già fatico a ricordare molti accadimenti.

Tutta la vicenda ruota intorno al ritrovamento del corpo senza vita di un tale Rambaldo Chiti all’interno di una corte del castello. Sul corpo nessun segno visibile che possa attestare la causa della morte. Ma una cosa è subito chiara a Leonardo: il Chiti è stato assassinato. Ma da chi? E perché poi?
Il mistero si infittisce maggiormente quando all’interno della sua abitazione – del Chiti – viene rinvenuta una pagina piena di appunti e annotazioni vergate indubbiamente dalla mano di Leonardo – famoso, tra le altre cose, per la sua bizzarra abitudine di scrivere da destra verso sinistra.

Ecco, diciamo quindi che inizialmente tutta la faccenda aveva attirato la mia attenzione ma che poi, quella stessa attenzione, era andata scemando man mano che ci si avvicinava alla risoluzione del caso. Insomma, l’epilogo, così come le motivazioni che hanno portato all’omicidio del Chiti e di altri dopo di lui, non mi ha per nulla convinta, anzi, mi ha proprio delusa.

La presenza di decine di personaggi che continuano a spuntar fuori da ogni dove poi non aiuta di certo. Dovevo continuamente interrompere la lettura per andare a spulciare l’elenco dei personaggi all’inizio del libro che conta ben una cinquantina circa di nomi. Passi Leonardo da Vinci, passino il Moro e la Gallerani. Passino il Salaì e Caterina, la madre di Leonardo, il Trotti e Galeazzo Sanseverino, personaggi ricorrenti nella storia, ma tutti gli altri? Una gran confusione.

Mi spiace davvero molto di non essere riuscita ad apprezzare appieno “La Misura dell’Uomo” che rimane tuttavia un ottimo prodotto letterario nonché un libro scritto in maniera eccellente. Marco Malvaldi sa sicuramente fare il proprio lavoro e la sua ironia e simpatia gli conferiscono sicuramente una marcia in più: sa come distinguersi e questa è una caratteristica fondamentale per uno scrittore. Tutte le “problematiche” – se così le vogliamo chiamare – che ho riscontrano rimangono circoscritte alla sfera soggettiva. Come spesso accade nel caso di grandi opere, considerate oggettivamente dei capolavori della letteratura, a fare la differenza è il cuore, il grado di sensibilità alla storia, alla vicenda.

Tutto questo per chiarire che, nonostante il mio giudizio finale, “La Misura dell’Uomo” non è assolutamente un libro che vi voglio sconsigliare, anzi… leggetelo assolutamente! Magari voi riuscirete ad empatizzare con la storia e ad apprezzarla molto più di quanto non abbia fatto io.

3/5

RECENSIONE “Il Negozio di Musica” di Rachel Joyce

Buongiorno cari lettori,
a settembre è tornata nelle librerie una delle autrici inglesi più amate e apprezzate di sempre, Rachel Joyce, con il suo nuovo romanzo “Il Negozio di Musica”, questa volta edito Giunti Editore. 

Spoiler: l’ho amato! Follemente!
Uno dei migliori romanzi di sempre, attualissimo nonostante l’ambientazione 80’s.

Siete pronti per questo viaggio all’insegna della musica?
Seguitemi 😉

TITOLO: Il Negozio di Musica

AUTORE: Rachel Joyce

GENERE: Narrativa romantica

DATA PUBBLICAZIONE: 12 settembre 2018

EDITORE: Giunti

PAGINE: 352

PREZZO: 14,90 € / 8,99 € (eBook) 


SINOSSI

Inghilterra, 1988. A Unity Street c’è un negozio di musica che vende vinili di ogni genere, colore e velocità, solo ed esclusivamente vinili. Il suo proprietario, Frank, ha un dono, una specie di sesto senso: chiunque entri nel suo negozio, qualunque sia la musica che cerca o lo stato d’animo in cui si trova, Frank sa leggere ciò che ha davvero nel cuore e consigliare la canzone di cui ha bisogno. C’è solo una persona di fronte alla quale il suo intuito si trova disarmato: la misteriosa donna dal cappotto verde che un giorno sviene proprio sulla soglia del negozio. Si chiama Ilse Brauchmann, è tedesca, ha un singolare talento per aggiustare le cose e vorrebbe delle lezioni di musica… Lezioni di musica? Frank non ha mai dato lezioni a nessuno e, del resto, ha rinunciato all’amore ormai molto tempo fa, la sua vita è perfetta così com’è. Eppure non riesce a nascondere l’emozione che prova specchiandosi in quegli occhi nero vinile. Ma che cosa ha portato Ilse in Inghilterra? Perché non toglie mai quei guanti scuri che coprono le sue mani? Che cosa nasconde nel suo passato? Mentre i negozi di Unity Street rischiano di chiudere uno dopo l’altro, Frank e Ilse dovranno fare i conti con cicatrici profonde, visibili e invisibili, e aprire finalmente i loro cuori. Prima che sia troppo tardi. Una favola contemporanea, un’ode al potere trasformativo della musica e dell’amore.

Sono sempre stata dell’idea che la musica non sia da considerarsi semplicemente come “qualcosa da ascoltare”. Non è solo un insieme di note che, disposte in una determinata sequenza, riproducono questo o quell’altro suono. La musica è un’esperienza da vivere a trecentosessanta gradi, una melodia  da inglobare dentro di sé attraverso ogni nostra singola capacità sensoriale.
Ebbene, credo di aver trovato qualcuno con cui condividere questa mia opinione.

“Il Negozio di Musica” ci ricorda che non è necessario ricorrere all’udito per sentire la musica. Rachel Joyce sa prendervi per mano e accompagnarvi tra gli spartiti delle sinfonie di Beethoven e i notturni di Chopin, tra gli accordi jazz di Miles Davis e i testi soul di Aretha Franklin, e il tutto senza l’ausilio di alcuno strumento. Sono bastate poche e semplici parole, accostate tra loro sulla pagina bianca con la stessa studiata maestria con cui le note musicali vengon fatte danzare tra gli spazi e i righi di un pentagramma.

A farci da guida in questo magico viaggio musicale è Frank, l’ordinario proprietario di un piccolo negozio di vinili in Unity Street. Frank non è un negoziante comune: ha un “dono”, una capacità innata di leggere l’animo delle persone e capire di quale canzone hanno bisogno in quel preciso momento della loro vita.

Frank non sapeva suonare, non era capace di leggere uno spartito, non aveva nessuna conoscenza pratica, ma quando si trovava di fronte a un cliente e lo ascoltava davvero, udiva una musica. Non una sinfonia vera e propria. Solo poche note; al massimo una melodia. E non gli capitava sempre, ma solo quando smetteva di essere Frank e si portava in uno spazio situato a metà strada.

Ma un giorno succede qualcosa di inaspettato: una donna tedesca col cappotto verde, di nome Ilse Brauchmann, sviene davanti alla porta del negozio di musica per poi scappare via in fretta e furia una volta ripresa conoscenza. La faccenda sarebbe già di per sé bizzarra ed insolita, ma il tutto si complica quando Frank si rende conto di non sentire alcuna musica levarsi da questa donna. Tutto ciò che sente ogni volta che la guarda è solo silenzio.
Ma chi è Ilse Brauchmann? Qual è la sua storia? Perché si trova in Inghilterra? E perché è svenuta? Ma soprattutto, perché Frank non riesce a leggere il suo cuore?

Il mistero che avvolge la figura di Ilse Brauchmann è uno dei punti cardine di questo romanzo, ciò che, a parer mio, trascina il lettore dalla prima all’ultima pagina. Chiariamo subito le cose: non stiamo parlando del capolavoro letterario del secolo. Questo libro non è privo di difetti. Lo stile di Rachel Joyce mi piace molto, è fresco e preciso, e a tratti ironico e umoristico, delicato e, per restare in tema, l’ho trovato molto musicale. Il problema risiede proprio nella storia che, purtroppo, fa un po’ fatica ad ingranare. Ho iniziato la lettura con grande entusiasmo ma, dopo l’incidente con Ilse davanti al negozio di musica e la sua successiva sparizione, tutta la mia euforia è andata scemando. Da quel momento in poi la lettura si è un po’, come dire, rallentata. Sia io che i negozianti di Unity Street siamo rimasti immobili, congelati nel tempo in attesa che succedesse qualcosa, che la giovane donna col cappotto verde si rifacesse viva. Rachel Joyce non è riuscita ad intrattenermi in quell’intervallo d’attesa che ha preceduto la ricomparsa in Unity Street di Ilse Brauchmann. Ma l’autrice non ci mette molto a riaggiustare il tiro ed ecco che il mio entusiasmo torna in fretta e furia a farsi vivo.

Come è scritto nella sinossi del romanzo, Ilse si ripresenta da Frank per chiedergli delle “lezioni di musica”. Ecco, dopo la prima lezione ho capito che, nonostante tutto, avrei follemente amato questo libro. Innanzitutto sono rimasta spiazzata nel rendermi conto che per “lezioni di musica” non si intendessero lezioni pratiche volte all’imparare uno strumento, cosa che io avevo erroneamente dedotto dopo aver letto la quarta di copertina. Infatti, Frank non ha alcuna conoscenza di questo tipo e non ha mai suonato nulla in tutta la sua vita.
Ma quindi cosa vuole esattamente Ilse da lui? Ebbene, ciò che la donna vuole è che Frank le racconti la musica.

Una volta che hai sentito Beata viscera non te lo dimentichi più. È solo un’unica voce umana, ma sembra di salire sul dorso di un uccello. Nel momento esatto in cui comincia, stai già volando. Ti porta su, ti riporta giù, e poi ti solleva così in alto che diventi una capocchia di spillo nel cielo. Ma se chiudi gli occhi e ascolti davvero, ti tiene al sicuro per l’intero percorso. Finché non ho ascoltato Beata viscera non avevo idea che gli esseri umani potessero essere così belli. Ogni volta che vedrai un uccello, ripenserai a questa musica.

La meraviglia di queste lezioni è qualcosa che potete capire solo leggendo il libro. Le parole di Frank, dalla prima all’ultima, mi hanno toccato irrimediabilmente il cuore. Frank parla di compositori, musicisti e cantanti, ci racconta aneddoti e retroscena della musica, ma soprattutto cerca di spiegarci il potere della musica, ciò che la giusta melodia è in grado di fare al cuore e all’anima delle persone, in particolare alla sua. Ma è la passione e il fervore con cui parla di questi argomenti che mi ha affascinata tanto. Più di una volta le sue parole mi hanno commosso.

Mi ritrovavo a leggere quei paragrafi con la stessa espressione in viso di Ilse Brauchmann che lì, seduta al tavolino della Teiera Cantante con il mento appoggiato sulle mani giunte, se ne stava in religioso silenzio incantata davanti ad un uomo che, senza volerlo, le stava aprendo il suo cuore nel modo più magico e commovente possibile. Non un evento da prendere sottogamba, comunque. Frank è un uomo un po’ burbero, un uomo grande e grosso che non vuole saperne nulla di amore e sentimenti. Ma la caratteristica principale che lo contraddistingue è la sua testardaggine e la caparbietà con cui continua imperterrito a difendere il vinile rifiutando di mischiare i suoi preziosi dischi con CD di plastica e cassette. Chissà quanti negozianti si sono trovati nei suoi stessi panni negli Ottanta, e fa sorridere il fatto che, ora, il vinile sia tornato di moda in modo tanto prepotente.

Qualche volta, quando un rappresentante si dimostrava particolarmente ottuso, Frank elencava tutti i motivi per cui i vinili erano meglio dei CD e delle cassette.
Non era solo per 1) la GRAFICA e le NOTE DI COPERTINA e 2) la possibilità di inserire una TRACCIA NASCOSTA, un breve messaggio inciso nell’ultimo solco. E neanche per 3) la ricchezza di mogano della QUALITÀ DEL SUONO. (Ma il suono dei CD era pulito, replicavano i rappresentanti. Non c’era rumore di superficie. Al che Frank rispondeva: «Pulito? Cosa c’entra la musica con la pulizia? Dov’è l’umanità nel pulito? La vita è piena di rumori di superficie! Volete ascoltare cera per mobili?») E l’importante non era nemmeno 4) IL RITUALE di controllare il disco prima di abbassare con cautela la puntina. No, l’elemento più importante di tutti era 5) IL VIAGGIO: il viaggio compito da un album da una traccia all’altra, con un intervallo a metà, quando dovevi alzarti e girare il disco per terminare l’ascolto. Col vinile, non potevi semplicemente rimanertene seduto lì come un sacco di patate. Dovevi MUOVERE IL CULO e PARTECIPARE.

Nonostante ciò che possa sembrare, questo libro non è un romance. Non ci troviamo davanti ad una storia d’amore, per lo meno non nel senso convenzionale del termine.  Non voglio raccontare troppo in modo da potervi lasciare il piacere di scoprire da soli la particolarità del sentimento che lega Frank e Ilse e, soprattutto, il modo in cui il loro rapporto si svilupperà nel corso della storia. Posso solo anticiparvi che non ci sarà nulla di melenso e sdolcinato al limite del diabete, nessuna situazione irreale e ai limiti dell’assurdo a cui ormai i romance ci hanno abituato.

Se dovessi scegliere una parola chiave per descrivere questo romanzo sicuramente sarebbe verosimiglianza. Insomma, potremmo tranquillamente trovarci davanti alla biografia di un negoziante dei tardi anni Ottanta. Rachel Joyce ci trascina in una realtà londinese che non è esattamente tra le più floride. Sono anni di cambiamento e di innovazione, la cultura di massa ha ormai invaso la società e i grandi centri commerciali stanno ormai soppiantando le piccole imprese. Uno dopo l’altro, i negozi in Unity Street sono destinati a soccombere alla grande distribuzione.

«Lo sai quanti clienti hanno avuto le pompe funebri ultimamente?»
«No, Maud.»
«Due. Due da dopo Natale. Cos’ha questa gente che non va?»
«Forse non muoiono più» propose Kit.
«Certo che muoiono. Solo che non vengono più qui. Vogliono le porcherie di High Street.»

Prima la fioraia, poi il panettiere… C’è solo da chiedersi chi sarà il prossimo. Il centro di tatuaggi della scorbutica Maud o le pompe funebri dei fratelli Williams? E quanto ancora riuscirà a sopravvivere il negozio di articoli religiosi di padre Anthony? Cosa ne sarà di Frank e dei suoi vinili ora che le vendite di CD stanno prendendo piede?

Quello che l’autrice ci presenta è uno spaccato di società che non fa sconti a nessuno. “Il Negozio di Musica” non è un libro che vuole illudere il lettore promettendo il “per sempre felici e contenti”. Anche la persona più ottimista del mondo sa riconoscere che la vita reale non è questo. Se avete l’impressione che le cose potranno solo peggiorare è perché peggioreranno, non c’è scusa che tenga. La vita non è una commedia romantica.

Se questo libro vuole insegnare qualcosa è che nella vita nulla ti viene regalato e che se vuoi qualcosa te lo devi guadagnare. Più che il valore della speranza è quello della perseveranza che “Il Negozio di Musica” vuole esaltare. Come diceva un certo Winston Churchill, “Il successo non è mai definitivo, il fallimento non è mai fatale; è il coraggio di continuare che conta”.

In definitiva, mi sento di consigliare “Il Negozio di Musica” a tutti, sia che siate degli appassionati di musica sia dei semplici ascoltatori fugaci: è pura poesia, un romanzo che sa parlare al cuore delle persone reali e trascinarle in un tornado di emozioni da cui non v’è scampo.

Ah, e come se non bastasse, “Il Negozio di Musica” racchiude in sé uno dei migliori incipit di sempre.
Non è una cosa che sono solita fare, ma in questo caso vi lascio qua una piccola e succulenta anteprima.
Enjoy 😉

C’era una volta un negozio di musica.
Dall’esterno sembrava un negozio qualunque, in una via secondaria qualunque. Non c’era insegna sulla porta. Niente dischi esposti in vetrina. Soltanto un poster fatto in casa attaccato al vetro. Ecco la musica di cui avete bisogno!!! Siete tutti benvenuti!! Vendiamo solo VINILI! Se trovate chiuso siete pregati di telefonare… Dopodiché bisognava tirare a indovinare, perché l’unico numero riconoscibile come tale era un 8, che però poteva anche essere un 3, seguito da due segni che sembravano triangoli e da alcuni, allegri punti esclamativi.
All’interno il negozio era strapieno. Scatoloni ovunque, tutti senza etichetta, carichi di dischi di ogni genere e velocità, dimensioni e colore. A destra della porta si trovava un vecchio bancone; sul fondo, ai lati di un giradischi, torreggiavano due cabine di ascolto simili ai mobili di una camera da letto. Dietro il giradischi sedeva il proprietario, Frank, una specie di orso bonario che fumava e metteva musica. Spesso il suo negozio era aperto la sera (e altrettanto spesso era chiuso la mattina): canzoni, un valzer di luci colorate, gente di ogni tipo che frugava tra i dischi.
Classica, rock, jazz, blues, heavy metal, punk. Purché si trattasse di vinili, non esistevano tabù e se spiegavi a Frank cosa volevi, o anche solo di che umore eri quel giorno, in pochi minuti ti trovava il brano giusto. Era un suo talento. Un dono. Sapeva di cosa gli altri avessero bisogno, anche quando loro non lo sapevano.
«Perché non provi questo?» diceva, scostando indietro i capelli castani e ribelli. «Ho una sensazione. Credo proprio che funzionerà…»
C’era una volta un negozio di musica.

4,5/5

RECENSIONE “Teresa Papavero e la Maledizione di Strangolagalli” di Chiara Moscardelli

Bridget Jones incontra Sherlock Holmes in quest’ultimo romanzo di Chiara Moscardelli che, a sette anni dal suo romanzo d’esordio “Volevo Essere una Gatta Morta”, si riconferma come una delle penne più originali e frizzanti del panorama editoriale italiano.

“Teresa Papavero e la Maledizione di Strangolagalli” è la quinta “fatica” di Chiara ed il primo volume di una trilogia che, ormai ne sono certa, saprà portare una ventata di freschezza e spensieratezza nelle vite dei lettori italiani.

TITOLO: Teresa Papavero e la Maledizione di Strangolagalli

AUTORE: Chiara Moscardelli

GENERE: Narrativa gialla, Commedia

DATA PUBBLICAZIONE: 16 maggio 2018

EDITORE: Giunti

PAGINE: 320

PREZZO: 12,66 € / 8,99 € (eBook) 


SINOSSI

Superati i quaranta un uomo diventa interessante, una donna zitella. Ma Teresa Papavero non se ne cruccia, ha ben altre preoccupazioni. Dopo avere perso l’ennesimo lavoro in circostanze a dir poco surreali decide di tornare a Strangolagalli, borghetto a sud di Roma nonché suo paese nativo, l’unico posto dove ricominciare in tranquillità. E invece la tanto attesa serata romantica con Paolo, conosciuto su Tinder, finisce nel peggiore dei modi: mentre Teresa è in bagno, il ragazzo si butta dal terrazzo. Suicidio? O piuttosto, omicidio? Il maresciallo Nicola Lamonica, il primo ad accorrere sul luogo, è abbastanza confuso al riguardo. Non lo è invece Teresa che, dotata di un intuito fuori del comune, capisce alla prima occhiata che qualcosa non va. Il fatto è che non le crede nessuno. Tantomeno Leonardo Serra, l’affascinante quanto arrogante poliziotto arrivato per indagare sulla morte del giovane. A peggiorare la situazione la misteriosa scomparsa di Monica Tonelli, una delle ospiti del B&B che Teresa ha aperto nella casa paterna con la complicità di Gigia, la sua amica del cuore. Tutto il paese è in subbuglio perché la sparizione della donna viene addirittura annunciata nel famoso programma “Dove sei?” e a indagare sulla Tonelli arriva proprio l’inviato di punta, Corrado Zanni. Per Teresa davvero un periodo impegnativo, coinvolta in indagini dai risvolti inaspettati e perseguitata dalle ombre del passato: la scomparsa della madre e il burrascoso rapporto col padre, il noto psichiatra Giovan Battista Papavero. E così, tra affascinanti detective, carabinieri di paese, reporter d’assalto e misteriosi sconosciuti, Teresa si trova risucchiata in una girandola di intrighi, in un susseguirsi di imprevedibili colpi di scena. Tanto a Strangolagalli non succede mai niente!

Ho perso il conto di quante volte io abbia condiviso un pensiero a proposito di questo romanzo nelle mie stories di Instagram nelle ultime settimane. Se mi seguite, oltre ad essere stati vittime delle mie condivisioni psicolabili, saprete già benissimo quanto io abbia amato questo libro! Finalmente potrete capirne appieno il motivo.

Chiara Moscardelli è diventata la mia nuova ossessione. Chi mi conosce bene sa quanto io simpatizzi per i racconti pieni di angst, quelle storie che mi stritolano il cuore, me lo calpestano e lo fanno in mille pezzi. Beh, ogni tanto anche io ho bisogno di farmi qualche sana risata, eppure trovare un autore che sappia davvero farmi divertire è molto raro – diversamente basta un nonnulla per farmi versare fiumi di lacrime. D’altra parte si sa, far ridere è il mestiere più difficile, ma non per Chiara. Non mi divertivo così tanto da molto tempo!

La storia si apre con un interrogatorio a dir poco esilarante, una sorta di teatro dell’assurdo a cui prendono parte il maresciallo di Strangolagalli, Nicola Lamonica, l’appuntato Romoletto e la nostra Teresa Papavero, una donna di mezz’età eccentrica e stravagante che, senza capire né il come né il perché, si ritrova improvvisamente invischiata in un caso di “apparente” suicidio.

Teresa è una donna nubile, una zitella, per così dire, da tutti considerata “scema”, persino dal suo stesso padre, il Professore, lo stimato psichiatra Giovan Battista Papavero. Davanti a lui, Teresa si sente sempre in difetto, mai all’altezza. Il suo sogno era quello di seguire le sue orme e diventare una rispettata profiler, ma purtroppo la vita le ha riservato altro – tra cui un lavoro come commessa presso un sexy shop. Dopo l’ennesima delusione lavorativa, Teresa decide di fare i bagagli e tornare al suo paese natale, Strangolagalli, quella piccola comunità a pochi chilometri da Roma da cui Teresa e suo padre erano fuggiti dopo la scomparsa della madre. Strangolagalli è esattamente come ve lo aspettereste: un paesino stravagante ed eccentrico, “un piccolo borgo dal nome bizzarro, situato alle pendici dei monti Ernici e nei pressi della valle del fiume Liri, dove il tempo sembra esserci fermato” abitato da poco più di duemila anime, un paese in cui tutti si conoscono e partecipano attivamente alla vita della comunità. Strangolagalli è un piccolo paradiso in cui la vita scorre serena e senza intoppi, l’unico luogo in cui la nostra Teresa pensa di poter ritrovare un po’ di pace, allontanandosi da una vita che la considera inadeguata, limitata e, soprattutto, scema.

A Strangolagalli Teresa ritrova la sua amica del cuore Luigia Capperi, per tutti Gigia, e con lei decide di lanciarsi in una nuova attività e di aprire il “Papaveri e Capperi Bed and Breakfast”. Ma ad appena un anno dal suo ritorno, i suoi progetti di serenità vengono demoliti dal suicidio – suicidio? – di un tale Paolo Barbieri. Ma chi è quest’uomo? E perché Teresa è coinvolta nella sua morte?

Facciamo un passo indietro…

«Da quanto tempo vi conoscevate? Avevate una relazione? Era un suo amico?»
[…] «Ci eravamo conosciuti su Tinder.»
«Prego?»
«Tinder, ha presente?»
«Temo di no.»
«È ‘n’applicazione, marescia’»  li interruppe il giovane appuntato romano che fino a quel momento non aveva smesso di digitare al computer. Si chiamava Romoletto, Teresa lo conosceva bene perché ronzava attorno a Chantal, la sua estetista. Come d’altra parte facevano tutti gli uomini di Strangolagalli. E tutti senza speranza.
«Un’applicazione?»
«Sì, de’ quelle pe’ gli incontri, ‘ste robbe qui, ha presente?»
«Che incontri? Chi si deve incontrare con chi?»
Il ragazzo si alzò e si diresse verso Lamonica: «Ecco, vede?». E gli mostrò il suo cellulare. «È facile. Scorre qui, ce so’ tutte ‘ste foto de’ ragazze: se una je piace, se butta a sinistra. Oppure c’è er còre, o la icse.»
Teresa lo guardò con comprensione.
[…]«E allora mi sono iscritta a Tinder. Solo che come immaginerà non c’era nessuno di Strangolagalli. Vado a Roma, a Frosinone, mi faccio chilometri in macchina per cosa? Per incontrare uomini sposati, single impenitenti, minorenni, cripto-gay!!!»
«Perbacco.»
«Ma non ci ho fatto nulla, eh! Con i minorenni, intendo» mentì. Già si trovava abbastanza nei guai.
«Meno male»
«Paolo non aveva caricato foto abbracciato a un puma nella giungle, né si era descritto come il principe azzurro per ogni tipo di donna. Anzi, ora che ci penso Paolo non ne aveva affatto, di foto. Ed era così… così normale. Come se non bastasse, era a Strangolagalli! Sotto casa, capisce?»

Insomma, tramite Tinder Teresa ha conosciuto Paolo Barbieri, un giovane ragazzo in vacanza a Strangolagalli – ma poi chi è che va in vacanza a Strangolagalli? –, e si sono dati appuntamento nell’appartamento al quarto piano di una palazzina in cui Paolo alloggiava.

Ma poi qualcosa è andato storto…

«Non ha preso in considerazione il fatto che qualcuno possa essersi introdotto in casa mentre ero in bagno?»
Che colpo basso.
«Signorina Papavero. Lo ritiene davvero possibile? Quanto è rimasta in bagno, un’ora?»
«Beh, proprio un’ora, no. Ma cinquanta minuti, sì!»
«Perbacco.»
«Congestione. Mi viene sempre quando c’è l’aria condizionata. Dei crampi che neanche si immagina…»
«Certo, capisco. Però avrebbe dovuto sentire qualcosa.»
«Impossibile. Tenevo l’acqua del rubinetto aperta. E anche quella della doccia. Sa, per non far sentire il rumore… E poi, ora che mi ci fa pensare, lui doveva aver acceso la radio, perché, poco prima di chiudermi alle spalle la porta del bagno, ho udito distintamente della musica provenire dal soggiorno.»
[…] «Ci provi. Visualizzi la scena: aperitivo in terrazza, candele dappertutto. Sta visualizzando?»
Lamonica annuì con enfasi. Chiuse anche gli occhi per apparire più credibile.
«A quel punto però che succede? Arriva il mal di pancia. Un attacco terribile. Così, all’improvviso. Comincio a sudare freddo, ha presente? Sono brutti momenti.»
«Bruttissimi.»
«Penso: sarà stata l’aria condizionata. A lei non lo fa mai? Insomma, non appena siamo saliti in casa l’ho sentita subito. Un vento gelido proprio lì, sulla pancia. Dopo poco sono corsa in bagno. Galoppo! Perché quando ci si rende conto di non avere autonomia… Non un minuto di più, eh!»
«Va bene, ho capito. Non sia così dettagliata.»
«Me l’ha chiesto lei. Comunque, io sono lì, nel bagno. Mi chiudo dentro e apro tutti i rubinetti, anche quello del bidet, per star sicura. E quando finalmente esco, quello che fa?»
Il maresciallo e Romoletto pendevano dalle sue labbra.
«Che fa?» chiesero in coro.
«Niente! Perché non c’è. Da nessuna parte. Lo chiamo, lo cerco dappertutto e quando esco in terrazza e mi affaccio… quello è lì, disteso sull’asfalto. Non sono cose che capitano tutti i giorni.»

Una situazione paradossale! Possibile che qualcuno abbia ucciso il giovane Barbieri proprio sotto il naso di Teresa senza che lei si accorgesse di nulle? E chi poteva volere la morte di quell’uomo all’apparenza così anonimo? E, soprattutto, perché?

Da questo momento, Teresa Papavero si rimboccherà le maniche per cercare di sbrogliare la fitta rete di misteri in cui si ritrova invischiata, un’occasione che aiuterà noi lettori e tutti gli abitanti di Strangolagalli a capire che Teresa, in realtà, scema non lo è affatto. Teresa ha una memoria fotografica e un’attenzione per i dettagli senza eguali. È affetta da ipertimesia, ovvero da una memoria fotografica superiore che le permette di ricordare in modo dettagliato quasi ogni giorno passato della propria esistenza. Grazie a questa innata capacità, Teresa Papavero ci mette poco a svestire i panni della figlia scema del Professore e ad indossare quelli di investigatrice – Sherlock Holmes chi?

E come se il mistero della morte del Barbieri non bastasse, ecco che a complicare la situazione ci si mette l’affascinante poliziotto Leonardo Serra e il ritorno nella sua vita di Corrado Zanni, ex fiamma di Teresa ed inviato di punta della trasmissione “Dove Sei?”, programma che si occupa di persone scomparse e che approda a Strangolagalli per seguire il caso di Monica Tonelli, una delle ospiti del B&B misteriosamente scomparsa.

Chiara Moscardelli mette in scena una commedia senza eguali, travestendo il classico giallo di comicità. La sua penna è pungente, irriverente e spassosa. Chiara sa come far divertire e intrattenere e sono contenta di aver sperimentato questa sua capacità sulla mia stessa pelle. Ho amato il suo libro dall’inizio alla fine. Mi sono subito innamorata della mia cara Papaverina – come la chiamo io –, una donna terribilmente sottovalutata, dagli altri ma anche, e soprattutto, da sé stessa; una donna con un’autostima sotto ai piedi e con molte, troppe insicurezze che tenta di nascondere sotto una maschera di eccentrica ingenuità. In queste trecento pagine, ho avuto l’onore di assistere alla crescita personale di Teresa, di prendere parte alla presa di coscienza che le ha permesso di aprire gli occhi sulle proprie capacità e di rimboccarsi le maniche. È un personaggio ben costruito e caratterizzato, un personaggio fuori dal coro, rispetto ai suoi compaesani che risultano volutamente più macchiettistici.

Con Strangolagalli, Chiara ha voluto ricreare l’atmosfera della classica cittadina che vive isolata dal resto del mondo, una piccola comunità in cui il segreto di uno è il segreto di tutti e in cui i pettegolezzi si sprecano. Una cittadina stereotipata, quindi, che si porta dietro il bagaglio di una manciata di abitanti a tratti stereotipati, dagli atteggiamenti unici ed ineguagliabili nelle loro fattezze caricaturali. Una cornice tragicomica e assolutamente geniale è quella in cui hanno vita gli eventi assurdi che investono l’anonima e pacifica Strangolagalli, dal suicidio/omicidio del Barbieri alla scomparsa di Monica Tonelli.

“Teresa Papavero e la Maledizione di Strangolagalli” è il libro perfetto per questo periodo estivo, un romanzo leggero e spensierato, senza alcuna pretesa se non quella di far ridere – e fidatevi, si ride di gusto!

Sono davvero contenta di aver avuto l’occasione di conoscere quest’ultimo lavoro di Chiara Moscardelli che mi ha permesso di scoprire ed apprezzare quest’esuberante e brillante scrittrice italiana che ha saputo conquistarmi irrimediabilmente il cuore. D’altra parte si sa, se vuoi conquistare una donna il trucco è farla ridere! 

5/5

SEGNALAZIONE “Lettere Per Victoria” di Marcelo Puglia, l’addio straziante di un padre alla figlia

Buongiorno lettori!

Oggi vi segnalo l’uscita in libreria di un libro che, ne sono certa, riuscirà a far lacrimare anche i cuori più duri. Sto parlando di “Lettere per Victoria”, un romanzo che racconta l’addio straziante di un padre alla figlia.

LETTERE PER VICTORIA di Marcelo Puglia (14 marzo 2018)

TITOLO: Lettere Per Victoria

AUTORE: Marcelo Puglia

DATA DI PUBBLICAZIONE: 14 marzo 2018

GENERE: Narrativa

EDITORE:  Giunti

PAGINE: 358

PREZZO: 12,66 € / 7,99 € (eBook) 


TRAMA

Mauricio ha quarant’anni, una compagna stupenda e una bambina appena nata. Il licenziamento lo sorprende come un fulmine a ciel sereno ma non sarà quello il giorno peggiore della sua vita. Un controllo di routine non dà i risultati sperati e improvvisamente per lui non c’è più un futuro: gli restano sei mesi di vita. Facendo un calcolo folle è come se dovesse concentrare in una manciata di giorni tutto quello che avrebbe voluto fare nei prossimi 30 anni. Assicurare una stabilità economica alla sua famiglia, sposare Gabriela, trovare degli sponsor per far decollare il suo blog… Alla lista di cose da fare si affianca quella degli “ultimi”: l’ultimo sorriso di sua figlia, l’ultima canzone, l’ultimo ricordo felice. Ma come si fa a dire a chi si ama che ci restano solo pochi mesi di vita? E come lasciare una testimonianza di sé alla piccola Victoria, che non conoscerà mai davvero suo padre? È così che Mauricio comincia a scriverle una lettera ogni giorno per raccontarle di sé e del mondo, per offrirle una guida e un conforto nei momenti in cui non ci sarà.

Un romanzo toccante, pieno di amore e di speranza, sul valore del tempo e della famiglia. Perché anche dopo l’ultima parola, la vita continua a stupirci con sorprese straordinarie.

Alzi la mano chi non si è commosso solo leggendone la trama!

Questo non è un libro sulla vita, tantomeno un libro sulla morte, è un libro sul tempo.

Ho letto l’estratto di “Lettere per Victoria” sul sito di Giunti Editore (QUI) e ne sono uscita devastata. Già alla fine della prima pagina avevo le lacrime agli occhi.

Come anticipato dalla trama, Mauricio, un giorno, presentandosi al lavoro trova le porte chiuse e il badge non funzionante. La conclusione è una e una soltanto: è stato licenziato. La notizia di per sé sarebbe già abbastanza grave se non fosse per l’esito drammatico del check-up annuale che l’azienda impone ai propri dipendenti. In un giorno solo, Mauricio scopre di essere stato licenziato e di aver un tumore maligno al cervello che lo ucciderà entro sei mesi.

In pochi secondi, la preoccupazione di ritrovarmi disoccupato è stata sostituita dalla condanna ad avere solo sei mesi di vita (secondo i medici, con un po’ di ottimismo potrei arrivare a sette): neanche il tempo sufficiente per riuscire a vederti camminare o per sentirti dire “papà”.

Per questo motivo, Mauricio decide di lasciare delle lettere alla sua bambina, così da darle una possibilità di conoscere il proprio padre. In quei sei mesi che lo separano dalla morte, Mauricio si racconta, mette i suoi pensieri nero su bianco, le sue riflessioni sulla vita, i suoi sogni, così che Victoria non possa mai dimenticarsi di quel padre che una volta l’ha stretta forte tra le proprie braccia e l’ha amata, e che l’amerà per sempre, oltre il tempo, oltre lo spazio, oltre la morte.

Ho sempre amato la vita; sentire l’odore dell’erba bagnata in una domenica di pioggia, il profumo della salsa di pomodoro appena fatta, toccare la sabbia calda e sentire il contrasto con il freddo del mare. Ho amato piccoli particolari che possono sembrare stupidi ma che, quando pensiamo con il cuore, ci rendiamo conto che sono tutto, che rendono speciale la nostra vita, perché se non li cogliamo, se non ne possiamo godere, tutto diventa piatto e grigio. Victoria, valorizza tutto quello che ti circonda, poco o tanto che sia, la felicità sta dentro di te (parlo come il maestro Yoda). Le stelle che brillano in cielo ti fanno felice non solo perché esistono, ma perché puoi vederle.