RECENSIONE “Il Negozio di Musica” di Rachel Joyce

Buongiorno cari lettori,
a settembre è tornata nelle librerie una delle autrici inglesi più amate e apprezzate di sempre, Rachel Joyce, con il suo nuovo romanzo “Il Negozio di Musica”, questa volta edito Giunti Editore. 

Spoiler: l’ho amato! Follemente!
Uno dei migliori romanzi di sempre, attualissimo nonostante l’ambientazione 80’s.

Siete pronti per questo viaggio all’insegna della musica?
Seguitemi 😉

TITOLO: Il Negozio di Musica

AUTORE: Rachel Joyce

GENERE: Narrativa romantica

DATA PUBBLICAZIONE: 12 settembre 2018

EDITORE: Giunti

PAGINE: 352

PREZZO: 14,90 € / 8,99 € (eBook) 


SINOSSI

Inghilterra, 1988. A Unity Street c’è un negozio di musica che vende vinili di ogni genere, colore e velocità, solo ed esclusivamente vinili. Il suo proprietario, Frank, ha un dono, una specie di sesto senso: chiunque entri nel suo negozio, qualunque sia la musica che cerca o lo stato d’animo in cui si trova, Frank sa leggere ciò che ha davvero nel cuore e consigliare la canzone di cui ha bisogno. C’è solo una persona di fronte alla quale il suo intuito si trova disarmato: la misteriosa donna dal cappotto verde che un giorno sviene proprio sulla soglia del negozio. Si chiama Ilse Brauchmann, è tedesca, ha un singolare talento per aggiustare le cose e vorrebbe delle lezioni di musica… Lezioni di musica? Frank non ha mai dato lezioni a nessuno e, del resto, ha rinunciato all’amore ormai molto tempo fa, la sua vita è perfetta così com’è. Eppure non riesce a nascondere l’emozione che prova specchiandosi in quegli occhi nero vinile. Ma che cosa ha portato Ilse in Inghilterra? Perché non toglie mai quei guanti scuri che coprono le sue mani? Che cosa nasconde nel suo passato? Mentre i negozi di Unity Street rischiano di chiudere uno dopo l’altro, Frank e Ilse dovranno fare i conti con cicatrici profonde, visibili e invisibili, e aprire finalmente i loro cuori. Prima che sia troppo tardi. Una favola contemporanea, un’ode al potere trasformativo della musica e dell’amore.

Sono sempre stata dell’idea che la musica non sia da considerarsi semplicemente come “qualcosa da ascoltare”. Non è solo un insieme di note che, disposte in una determinata sequenza, riproducono questo o quell’altro suono. La musica è un’esperienza da vivere a trecentosessanta gradi, una melodia  da inglobare dentro di sé attraverso ogni nostra singola capacità sensoriale.
Ebbene, credo di aver trovato qualcuno con cui condividere questa mia opinione.

“Il Negozio di Musica” ci ricorda che non è necessario ricorrere all’udito per sentire la musica. Rachel Joyce sa prendervi per mano e accompagnarvi tra gli spartiti delle sinfonie di Beethoven e i notturni di Chopin, tra gli accordi jazz di Miles Davis e i testi soul di Aretha Franklin, e il tutto senza l’ausilio di alcuno strumento. Sono bastate poche e semplici parole, accostate tra loro sulla pagina bianca con la stessa studiata maestria con cui le note musicali vengon fatte danzare tra gli spazi e i righi di un pentagramma.

A farci da guida in questo magico viaggio musicale è Frank, l’ordinario proprietario di un piccolo negozio di vinili in Unity Street. Frank non è un negoziante comune: ha un “dono”, una capacità innata di leggere l’animo delle persone e capire di quale canzone hanno bisogno in quel preciso momento della loro vita.

Frank non sapeva suonare, non era capace di leggere uno spartito, non aveva nessuna conoscenza pratica, ma quando si trovava di fronte a un cliente e lo ascoltava davvero, udiva una musica. Non una sinfonia vera e propria. Solo poche note; al massimo una melodia. E non gli capitava sempre, ma solo quando smetteva di essere Frank e si portava in uno spazio situato a metà strada.

Ma un giorno succede qualcosa di inaspettato: una donna tedesca col cappotto verde, di nome Ilse Brauchmann, sviene davanti alla porta del negozio di musica per poi scappare via in fretta e furia una volta ripresa conoscenza. La faccenda sarebbe già di per sé bizzarra ed insolita, ma il tutto si complica quando Frank si rende conto di non sentire alcuna musica levarsi da questa donna. Tutto ciò che sente ogni volta che la guarda è solo silenzio.
Ma chi è Ilse Brauchmann? Qual è la sua storia? Perché si trova in Inghilterra? E perché è svenuta? Ma soprattutto, perché Frank non riesce a leggere il suo cuore?

Il mistero che avvolge la figura di Ilse Brauchmann è uno dei punti cardine di questo romanzo, ciò che, a parer mio, trascina il lettore dalla prima all’ultima pagina. Chiariamo subito le cose: non stiamo parlando del capolavoro letterario del secolo. Questo libro non è privo di difetti. Lo stile di Rachel Joyce mi piace molto, è fresco e preciso, e a tratti ironico e umoristico, delicato e, per restare in tema, l’ho trovato molto musicale. Il problema risiede proprio nella storia che, purtroppo, fa un po’ fatica ad ingranare. Ho iniziato la lettura con grande entusiasmo ma, dopo l’incidente con Ilse davanti al negozio di musica e la sua successiva sparizione, tutta la mia euforia è andata scemando. Da quel momento in poi la lettura si è un po’, come dire, rallentata. Sia io che i negozianti di Unity Street siamo rimasti immobili, congelati nel tempo in attesa che succedesse qualcosa, che la giovane donna col cappotto verde si rifacesse viva. Rachel Joyce non è riuscita ad intrattenermi in quell’intervallo d’attesa che ha preceduto la ricomparsa in Unity Street di Ilse Brauchmann. Ma l’autrice non ci mette molto a riaggiustare il tiro ed ecco che il mio entusiasmo torna in fretta e furia a farsi vivo.

Come è scritto nella sinossi del romanzo, Ilse si ripresenta da Frank per chiedergli delle “lezioni di musica”. Ecco, dopo la prima lezione ho capito che, nonostante tutto, avrei follemente amato questo libro. Innanzitutto sono rimasta spiazzata nel rendermi conto che per “lezioni di musica” non si intendessero lezioni pratiche volte all’imparare uno strumento, cosa che io avevo erroneamente dedotto dopo aver letto la quarta di copertina. Infatti, Frank non ha alcuna conoscenza di questo tipo e non ha mai suonato nulla in tutta la sua vita.
Ma quindi cosa vuole esattamente Ilse da lui? Ebbene, ciò che la donna vuole è che Frank le racconti la musica.

Una volta che hai sentito Beata viscera non te lo dimentichi più. È solo un’unica voce umana, ma sembra di salire sul dorso di un uccello. Nel momento esatto in cui comincia, stai già volando. Ti porta su, ti riporta giù, e poi ti solleva così in alto che diventi una capocchia di spillo nel cielo. Ma se chiudi gli occhi e ascolti davvero, ti tiene al sicuro per l’intero percorso. Finché non ho ascoltato Beata viscera non avevo idea che gli esseri umani potessero essere così belli. Ogni volta che vedrai un uccello, ripenserai a questa musica.

La meraviglia di queste lezioni è qualcosa che potete capire solo leggendo il libro. Le parole di Frank, dalla prima all’ultima, mi hanno toccato irrimediabilmente il cuore. Frank parla di compositori, musicisti e cantanti, ci racconta aneddoti e retroscena della musica, ma soprattutto cerca di spiegarci il potere della musica, ciò che la giusta melodia è in grado di fare al cuore e all’anima delle persone, in particolare alla sua. Ma è la passione e il fervore con cui parla di questi argomenti che mi ha affascinata tanto. Più di una volta le sue parole mi hanno commosso.

Mi ritrovavo a leggere quei paragrafi con la stessa espressione in viso di Ilse Brauchmann che lì, seduta al tavolino della Teiera Cantante con il mento appoggiato sulle mani giunte, se ne stava in religioso silenzio incantata davanti ad un uomo che, senza volerlo, le stava aprendo il suo cuore nel modo più magico e commovente possibile. Non un evento da prendere sottogamba, comunque. Frank è un uomo un po’ burbero, un uomo grande e grosso che non vuole saperne nulla di amore e sentimenti. Ma la caratteristica principale che lo contraddistingue è la sua testardaggine e la caparbietà con cui continua imperterrito a difendere il vinile rifiutando di mischiare i suoi preziosi dischi con CD di plastica e cassette. Chissà quanti negozianti si sono trovati nei suoi stessi panni negli Ottanta, e fa sorridere il fatto che, ora, il vinile sia tornato di moda in modo tanto prepotente.

Qualche volta, quando un rappresentante si dimostrava particolarmente ottuso, Frank elencava tutti i motivi per cui i vinili erano meglio dei CD e delle cassette.
Non era solo per 1) la GRAFICA e le NOTE DI COPERTINA e 2) la possibilità di inserire una TRACCIA NASCOSTA, un breve messaggio inciso nell’ultimo solco. E neanche per 3) la ricchezza di mogano della QUALITÀ DEL SUONO. (Ma il suono dei CD era pulito, replicavano i rappresentanti. Non c’era rumore di superficie. Al che Frank rispondeva: «Pulito? Cosa c’entra la musica con la pulizia? Dov’è l’umanità nel pulito? La vita è piena di rumori di superficie! Volete ascoltare cera per mobili?») E l’importante non era nemmeno 4) IL RITUALE di controllare il disco prima di abbassare con cautela la puntina. No, l’elemento più importante di tutti era 5) IL VIAGGIO: il viaggio compito da un album da una traccia all’altra, con un intervallo a metà, quando dovevi alzarti e girare il disco per terminare l’ascolto. Col vinile, non potevi semplicemente rimanertene seduto lì come un sacco di patate. Dovevi MUOVERE IL CULO e PARTECIPARE.

Nonostante ciò che possa sembrare, questo libro non è un romance. Non ci troviamo davanti ad una storia d’amore, per lo meno non nel senso convenzionale del termine.  Non voglio raccontare troppo in modo da potervi lasciare il piacere di scoprire da soli la particolarità del sentimento che lega Frank e Ilse e, soprattutto, il modo in cui il loro rapporto si svilupperà nel corso della storia. Posso solo anticiparvi che non ci sarà nulla di melenso e sdolcinato al limite del diabete, nessuna situazione irreale e ai limiti dell’assurdo a cui ormai i romance ci hanno abituato.

Se dovessi scegliere una parola chiave per descrivere questo romanzo sicuramente sarebbe verosimiglianza. Insomma, potremmo tranquillamente trovarci davanti alla biografia di un negoziante dei tardi anni Ottanta. Rachel Joyce ci trascina in una realtà londinese che non è esattamente tra le più floride. Sono anni di cambiamento e di innovazione, la cultura di massa ha ormai invaso la società e i grandi centri commerciali stanno ormai soppiantando le piccole imprese. Uno dopo l’altro, i negozi in Unity Street sono destinati a soccombere alla grande distribuzione.

«Lo sai quanti clienti hanno avuto le pompe funebri ultimamente?»
«No, Maud.»
«Due. Due da dopo Natale. Cos’ha questa gente che non va?»
«Forse non muoiono più» propose Kit.
«Certo che muoiono. Solo che non vengono più qui. Vogliono le porcherie di High Street.»

Prima la fioraia, poi il panettiere… C’è solo da chiedersi chi sarà il prossimo. Il centro di tatuaggi della scorbutica Maud o le pompe funebri dei fratelli Williams? E quanto ancora riuscirà a sopravvivere il negozio di articoli religiosi di padre Anthony? Cosa ne sarà di Frank e dei suoi vinili ora che le vendite di CD stanno prendendo piede?

Quello che l’autrice ci presenta è uno spaccato di società che non fa sconti a nessuno. “Il Negozio di Musica” non è un libro che vuole illudere il lettore promettendo il “per sempre felici e contenti”. Anche la persona più ottimista del mondo sa riconoscere che la vita reale non è questo. Se avete l’impressione che le cose potranno solo peggiorare è perché peggioreranno, non c’è scusa che tenga. La vita non è una commedia romantica.

Se questo libro vuole insegnare qualcosa è che nella vita nulla ti viene regalato e che se vuoi qualcosa te lo devi guadagnare. Più che il valore della speranza è quello della perseveranza che “Il Negozio di Musica” vuole esaltare. Come diceva un certo Winston Churchill, “Il successo non è mai definitivo, il fallimento non è mai fatale; è il coraggio di continuare che conta”.

In definitiva, mi sento di consigliare “Il Negozio di Musica” a tutti, sia che siate degli appassionati di musica sia dei semplici ascoltatori fugaci: è pura poesia, un romanzo che sa parlare al cuore delle persone reali e trascinarle in un tornado di emozioni da cui non v’è scampo.

Ah, e come se non bastasse, “Il Negozio di Musica” racchiude in sé uno dei migliori incipit di sempre.
Non è una cosa che sono solita fare, ma in questo caso vi lascio qua una piccola e succulenta anteprima.
Enjoy 😉

C’era una volta un negozio di musica.
Dall’esterno sembrava un negozio qualunque, in una via secondaria qualunque. Non c’era insegna sulla porta. Niente dischi esposti in vetrina. Soltanto un poster fatto in casa attaccato al vetro. Ecco la musica di cui avete bisogno!!! Siete tutti benvenuti!! Vendiamo solo VINILI! Se trovate chiuso siete pregati di telefonare… Dopodiché bisognava tirare a indovinare, perché l’unico numero riconoscibile come tale era un 8, che però poteva anche essere un 3, seguito da due segni che sembravano triangoli e da alcuni, allegri punti esclamativi.
All’interno il negozio era strapieno. Scatoloni ovunque, tutti senza etichetta, carichi di dischi di ogni genere e velocità, dimensioni e colore. A destra della porta si trovava un vecchio bancone; sul fondo, ai lati di un giradischi, torreggiavano due cabine di ascolto simili ai mobili di una camera da letto. Dietro il giradischi sedeva il proprietario, Frank, una specie di orso bonario che fumava e metteva musica. Spesso il suo negozio era aperto la sera (e altrettanto spesso era chiuso la mattina): canzoni, un valzer di luci colorate, gente di ogni tipo che frugava tra i dischi.
Classica, rock, jazz, blues, heavy metal, punk. Purché si trattasse di vinili, non esistevano tabù e se spiegavi a Frank cosa volevi, o anche solo di che umore eri quel giorno, in pochi minuti ti trovava il brano giusto. Era un suo talento. Un dono. Sapeva di cosa gli altri avessero bisogno, anche quando loro non lo sapevano.
«Perché non provi questo?» diceva, scostando indietro i capelli castani e ribelli. «Ho una sensazione. Credo proprio che funzionerà…»
C’era una volta un negozio di musica.

4,5/5
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