RECENSIONE “Il Libro della Polvere – La Belle Sauvage” di Philip Pullman

Buongiorno miei adorati lettori,
oggi voglio parlarvi di un autore a cui tengo molto, il solo ed unico Philip Pullman che, dopo diciassette anni dalla conclusione della saga di “Queste Oscure Materie”, è finalmente tornato nelle librerie di tutto il mondo con una nuova ed entusiasmante trilogia, “Il Libro della Polvere”, sempre ambientata nel suo mondo fantastico fatto di daimon ed energia ambarica.

Anche se con qualche mese di ritardo, riesco finalmente a condividere con voi il mio pensiero a proposito del primo volume di questa nuova trilogia, intitolato “La Belle Sauvage”. 

TITOLO: La Belle Sauvage (Il Libro della Polvere, #1)

AUTORE: Philip Pullman

GENERE: Fantasy

DATA PUBBLICAZIONE: 19 ottobre 2017

EDITORE: Salani 

PAGINE: 476

PREZZO: 15,30 € / 11,99 € (eBook) 


SINOSSI

Malcolm Polstead ha undici anni, è curioso e diligente, di giorno va a scuola, di sera aiuta i genitori alla locanda sul fiume e fa qualche commissione per le suore del convento vicino. La sua vita scorre tranquilla, gli amici non gli mancano, si diverte con Asta, il suo daimon, soprattutto quando vanno in canoa, sulla Belle Sauvage. Fino al giorno in cui alla locanda arrivano tre misteriosi personaggi e finché alle suore non viene affidata una bambina di pochi mesi, che Malcolm dovrà proteggere da un grave pericolo e alla quale sente di essere profondamente legato. È Lyra. Insieme a lei affronterà una sfida mortale e un viaggio che lo cambierà per sempre…

Avevo dieci anni la prima volta che lessi “Queste Oscure Materie”, saga che porterò sempre nel cuore per gli insegnamenti e i valori che mi ha donato quando ancora ero solo una bambina. Philip Pullman è per me una sorta di “genitore letterario”, alla stregua di Lewis e della Rowling. Si dice che siamo ciò che leggiamo, giusto? Beh, se io sono quello che sono lo devo in parte a loro e ai loro libri; lo devo a Harry, ai fratelli Pevensie e alla piccola, ma tanto coraggiosa, Lyra.

La maggior parte di queste saghe sono oramai concluse e tali dovrebbero rimanere – “Maledizione dell’Erede” ce l’ho con te –, altre invece hanno ancora tanto da dire e da raccontare ed è questo il caso di “Queste Oscure Materie”.

Dopo ben diciassette anni, Philip Pullman è finalmente tornato a parlare della Polvere e della sua magica Oxford.

Non potete immaginare la mia gioia quando, circa un anno fa, appresi la notizia! Ero a dir poco entusiasta di reimmergermi tra le sue parole, di ritrovare Lyra e, soprattutto, il mio amato Pan.
In realtà, ho scoperto che per questo dovrò aspettare ancora un po’. Infatti, il primo volume, “La Belle Sauvage”, è un prequel e, come tale, antecedente alle vicende della trilogia principale e la piccola Lyra è ancora più “piccola” di quanto già non fosse.

Protagonista principale di questo libro è l’undicenne Malcolm Polstead. Malcolm è un ragazzo molto sveglio, curioso e ben educato che, oltre a frequentare la scuola, lavora alla locanda dei genitori – “The Trout” – che si trova sulle rive del Tamigi, quelle stesse rive che ospitano la sua preziosissima canoa, la Belle Sauvage.

Malcolm passa il suo tempo libero facendo su e giù per il fiume a bordo della sua barca, sempre in compagnia del daimon Asta. Proprio durante una di queste “gite” gli capita per caso di imbattersi in uno strano oggetto dalla forma di una ghianda contenente uno strano messaggio che il ragazzo non riesce a comprendere, un biglietto che parla di un misterioso campo di Rusakov. Ma ciò che più di ogni altra cosa attira l’attenzione di Malcolm è una parola in particolare: Polvere, con la P maiuscola. Un enigma a cui Malcolm proprio non riesce a venire a capo e che, molto presto, lo condurrà sulla stessa strada di una donna di nome Hannah Relf, studiosa di aletiometri e membro della segretissima agenzia di Oakley Street.

E poi c’era quel ‘Polvere’ con la ‘P’ maiuscola, come se non si trattasse della solita polvere ma di una cosa speciale…

E mentre il ragazzo è alle prese con questo mistero – a cui si aggiunge ben presto quello di un uomo scomparso in circostanze sospette –, al vicino convento di Godstow le monache sono in fermento per l’arrivo di una bambina, un’infante di appena sei mesi che necessita di protezione e di asilo e che di nome fa Lyra Belacqua.
Malcolm, che è solito aiutare le monache con le loro faccende, si affeziona ben presto alla bambina ed è per questo che farà di tutto pur di tenerla al sicuro, ben lontana dagli uomini del Magisterium, in particolare dalla temibile CCDCorte Concistoriale di Disciplina – e dalle mani di uno strano e pericoloso uomo di nome Gerard Bonneville e della sua inquietante iena-daimon.

Come se tutto ciò non fosse già abbastanza per un ragazzino di undici anni, ecco che a peggiorare il tutto è in arrivo una terribile alluvione, una gigantesca minaccia per l’intera Oxford e per i suoi abitanti e che condurrà Malcolm in un viaggio magico ed inaspettato.

Fortunatamente, posso dire di non esserne rimasta delusa. Mi è piaciuta molto la storia, anche se devo ammettere che non l’ho trovata totalmente all’altezza della trilogia originale. Mancava un pizzico di magia, a mio parere. Non so bene come spiegarlo, ma a volte non mi sentivo di essere nel mondo di Lyra e dei daimon, bensì in un mondo “normale”, reale, nel nostro mondo. Mi è mancato qualcosa da questo punto di vista, almeno nella prima parte del libro. La seconda parte è tutta un’altra storia, ma ci arriveremo.

Mi sono molto affezionata a Malcolm, alla sua dolcezza e alla sua ingenuità, ma anche al suo coraggio e alla sua intraprendenza – se fossimo ad Hogwarts, non ho alcun dubbio che verrebbe smistato in Grifondoro alla stessa velocità con cui il Cappello Parlante ha spedito Malfoy tra le serpi.
Allo stesso tempo mi è molto piaciuto il personaggio di Hannah e la sua integrità.

Come al solito, Pullman ha fatto un ottimo lavoro con la caratterizzazione dei personaggi.

Ammetto che, nonostante tutto, è stato anche piacevole ritrovare personaggi da me non particolarmente amati come Marisa Coulter – e la sua scimmia demoniaca – e Lord Asriel. Ma ritrovare Lyra e Pan è stata l’emozione più grande!
Non vedo l’ora di leggere il secondo capitolo della trilogia – che sarà ambientato dieci anni dopo l’epilogo de “Il Cannocchiale d’Ambra” – e riabbracciare Lyra nelle vesti di una giovane donna!

Mi sono mancate un po’ le sue bugie e la sua sfacciataggine. Per quanto mi sia affezionata a Malcolm, devo dire che i due ragazzi sono l’esatto opposto l’uno dell’altra.

Voglio inoltre riallacciarmi al discorso che facevo sul paragone tra questa trilogia e quella originale. Uno degli elementi che troppo spesso mi faceva dimenticare di essere nel mondo dei daimon era, per l’appunto, la quasi assenza dei daimon stessi. Siamo stati abituati a vedere dei daimon molto caratterizzati, tanto quanto i loro compagni umani, come nel caso di Pantalaimon, e sempre molto presenti. I daimon sono infatti la manifestazione fisica dell’anima umana, che si presenta sotto forma di animale. Va da sé che dove va la persona va anche il suo daimon – fatta eccezione per le streghe, ma questa è un’altra storia.

In “Queste Oscure Materie”, ogni volta che “entrava in scena” un personaggio, l’attenzione si soffermava sempre, anche se solo per poco, sul suo piccolo compagno. In “La Belle Sauvage” questa cosa mi è un po’ mancata. Vi basti sapere che non ho alcun ricordo dei daimon di nessuno, a parte di Asta – il daimon di Malcolm – e della iena malefica di Gerard Bonneville.

Spero che col prossimo volume le cose cambino. Potrei davvero arrabbiarmi se mi ritrovassi un Pantalaimon totalmente snaturato!

Una cosa che invece non è assolutamente cambiata, è il livello di sadismo del Magisterium: se prima i bambini li rapiva, ora li indottrina e, attraverso la Lega di Sant’Alessandro, li trasforma in spie ai danni degli adulti.
Non so più cosa sia peggio!

Per farla breve, il vero fulcro della storia è, come sempre, la lotta tra gli organi politici e religiosi che vogliono soffocare la scienza e il progresso e tutti coloro che credono nella libertà di pensiero e di parola.

[…] «Lei sa chi è il nemico, quindi sa cosa stiamo combattendo. Pensi a quello che c’è in gioco. Il nostro diritto di parlare e pensare liberamente, di condurre ricerche su qualunque cosa al mondo: tutto ciò andrebbe perduto. Vale la pena di battersi, non è d’accordo?»

Una delle cose che ho sempre apprezzato di Pullman è la sua capacità di parlare di temi complessi ai ragazzi più giovani attraverso simboli ed allegorie. Forse da bambini non ce ne rendiamo conto, ma da certe letture assimiliamo più di quanto vorremmo e solo rileggendo tali libri da “adulti” ci accorgiamo di quanto certe parole ci abbiano in qualche modo plasmato.

In “La Belle Sauvage”, l’organo che si oppone al Magisterium è un’organizzazione segreta meglio conosciuta come Oalkey Street – organizzazione di cui la stessa dottoressa Relf fa parte – e ai quali membri si aggiunge un volto a noi già noto: Farder Coram – che qui viene presentato con il nome di Coram van Texel –, sempre in compagnia della sua bellissima gatta.

La storia di questa organizzazione mi ha subito affascinata, così come tutto il mistero intorno alla strana ghianda e al messaggio che parlava dell’inconfondibile Polvere – sì, proprio quella con la P maiuscola.
Di fatti ho preferito la prima parte del romanzo alla seconda, proprio perché permeata da quest’aura arcana, complotti e missioni segrete.

Alla seconda parte voglio, innanzitutto, riconoscere l’immenso valore simbolico che la caratterizza: appare infatti come una sorta di metafora della vita e degli ostacoli che ogni giorno ci troviamo a dover superare per portare a termine un compito o un obiettivo che ci siamo prefissati – nel caso di Malcolm, l’obiettivo era di portare in salvo la piccola Lyra, compito non di poco conto e che porta con sé una certa responsabilità, considerando quello che Lyra è destinata a fare.

Non so se fosse voluto – immagino di sì, visto e considerato che stiamo parlando di Pullman e che non lascia mai niente al caso – ma ho avuto l’impressione che per la seconda parte del libro, l’autore si fosse lasciato ispirare dalla struttura dell’Odissea. Insomma, un viaggio tra le acque – che siano acque marine o fluviali poco importa –, mille peripezie ed ostacoli di ogni sorta da fronteggiare – fate, giganti ed isole incantate … Non vi ricorda nulla?

Come dicevo, dopotutto è di Philip Pullman che stiamo parlando.

Come sempre, il suo stile è impeccabile e la sua prosa incantevole. Si lascia sempre leggere che è un piacere, senza annoiare mai, neanche per un istante. Non starò qua a dilungarmi sulle capacità stilistiche di Pullman: è un genio e tanto basta.

Un appunto che mi sento di fargli, però, riguarda un suo discorso di qualche tempo fa in cui diceva:

“L’idea della polvere è sempre stata presente in Queste Oscure Materie. Pian piano, lungo la storia, la Polvere ha assunto una forma sempre più definita, ma con questo romanzo ho scelto di tornare in quel mondo per raccontarla a fondo”.

Bene… Penso che le volte in cui la Polvere sia stata nominata in queste quasi cinquecento pagine si possano contare sulle dita di una mano.
Il discorso viene solo introdotto, quindi spero che la questione venga finalmente approfondita nei prossimi volumi.
E poi voglio capire come Pullman pensa di riallacciarsi all’epilogo de “La Belle Sauvage” che, devo ammetterlo, mi è parso un tantino affrettato.

Inoltre, nella seconda parte molti personaggi sono letteralmente scomparsi dalle scene per riapparire giusto per qualche battuta. Riappariranno ancora? Grazie a “Queste Oscure Materie” sappiamo già cosa succederà ad alcuni di loro a dieci anni di distanza dagli eventi de “La Belle Sauvage”. Quello che mi preme sapere è come siano arrivati a ricoprire certi ruoli ne “La Bussola d’Oro”.

“La Belle Sauvage” si interrompe molto bruscamente per i miei gusti. Quando a ottobre – si spera – prenderemo in mano “The Secret Commonwealth”, ci ritroveremo catapultati vent’anni in avanti… Come pensa Pullman, dopo un salto temporale di tale portata, di rispondere alle migliaia di domande lasciate senza risposta ne “La Belle Sauvage”?

Sono curiosa di scoprire che strada ha intenzione di prendere.
Quello che so per certo è che non mi deluderà; mai lo ha fatto e mai lo farà.

E voi conoscevate la trilogia di “Queste Oscure Materie”? Avete letto “La Belle Sauvage”? Se sì, fatemi sapere cosa ne pensate, se lo avete amato o se ne siete in qualche modo rimasti delusi.

4/5

RECENSIONE “Tra Mille Baci d’Addio” di Vanessa Sobrero

Buongiorno cari lettori!
Oggi voglio rivolgermi in particolare alle lettrici, alle quali voglio consigliare vivamente la lettura di “Tra Mille Baci d’Addio” di Vanessa Sobrero. 

Ho avuto il piacere, e l’onore, di conoscere Vanessa un anno fa – mese più, mese meno – tramite la piattaforma digitale Wattpad, dove scrive e condivide i suoi romanzi sotto il nome di @agathabrioches. Tra me e i suoi libri è stato amore a prima vista e tra poco capirete il perché.

“Tra Mille Baci d’Addio” è il suo romanzo d’esordio, il suo primo piccolo grande passo nel vasto mondo dell’editoria italiana.

TITOLO: Tra Mille Baci d’Addio

AUTORE: Vanessa Sobrero

GENERE: Romance

DATA PUBBLICAZIONE: 17 dicembre 2017

EDITORE: Les Flâneurs Edizioni

PREZZO: 14,27 € / 2,99 € (eBook)  –  Gratis per gli abbonati Amazon Kindle Unlimited


TRAMA

Milano, una notte come tante altre, la solita discoteca e una folla di infinite persone.
Quando Veronica esce con le sue amiche, ancora non sa che quella serata segnerà l’inizio della storia che sconvolgerà la sua vita. Non sa che quel cambiamento ha un nome: G.
Una sola lettera che diventa una maledizione, un ragazzo dalle mani calde e il cuore di ghiaccio che le fa spazio tra le sue lenzuola ma non nella sua vita.
Veronica lo cerca disperatamente, anche quando sembra irraggiungibile, anche quando fa più male che bene. Non ne può fare a meno, perché in lui vede l’amore che ha sempre desiderato.
Riuscirà G a darle quello di cui ha bisogno, oppure lei dovrà trovare il vero amore dentro se stessa?

Alzi la mano chi nella vita ha provato, almeno una volta, il dolore che provoca un amore non corrisposto.

Che rumore fanno i cuori che si rompono?
Sono muscoli, non ossa, non dovrebbero fare rumore, eppure lo avevo sentito.
Un boato intenso.

Un suono che faremmo volentieri a meno di conoscere, tanto allettante quanto la possibilità di poter vedere un Thestral. Ma se, come V, anche voi avete avuto l’immenso piacere di essere privati della vostra beata ignoranza, allora siete già a buon punto per calarvi nel mood che la lettura di “Tra Mille Baci d’Addio” richiede. Fate una bella scorta di fazzolettini e mettetevi comodi.

Questa non è una storia d’amore.
Questa storia è un insieme di parole.
Queste parole sono i milioni di pezzi in cui è stato spezzato il mio cuore.
E qui io ve li dono, nella loro imperfezione.
Abbiatene cura.

Questa non è una storia d’amore. Questa è una storia di dolore, di illusioni e cuori calpestati. È una storia di consapevolezza, di coraggio e di rinascita. Questa è la storia di V.

Tutto inizia in una serata di gennaio come tante – “Gennaio, con la G” –, un venerdì come altri, la solita discoteca. Veronica nota un ragazzo “dimenarsi come un polipo imbizzarrito” tra la folla ed è subito amore. G è bellissimo, con i suoi occhi chiari e quel sorriso capace di rischiarare persino la notte più buia. Eppure si sa, anche il diavolo indossa una faccia d’angelo e V è destinata a scoprirlo presto.

Gli uomini dovrebbero andare in giro con un cartello di pericolo appiccicato alla fronte, o per lo meno dovrebbe essere d’obbligo aggiungere la frase  “non sono in cerca di una storia seria” ai riti di presentazione. Per un’inguaribile romantica come Veronica, G rappresenta senza ombra di dubbio il peggior prototipo di uomo: scostante, enigmatico, perennemente indeciso ed emotivamente instabile. Ma V non è sciocca, è consapevole che continuando a frequentarlo sta in realtà scavando lentamente la fossa del proprio cuore, culla eterna della propria dignità. V si annulla completamente per un uomo che in lei non vede nulla più che un corpo, semplice carne e nient’altro.

Oscillavo come un peschereccio nel mare in tempesta, tra l’incanto dell’illusione e la fredda consapevolezza di quanto fosse impossibile per me essere amata. Ero a pezzi prima di incontrarlo e ora riusciva a farmi sentire come se fossi di nuovo intera, ma era solo uno splendido trucco di magia destinato a svanire.
Mi ero avvicinata a una stella meravigliosa e lucente, affascinata e accecata dal suo calore, ma era una supernova pronta a esplodere e sapevo che sarei rimasta distrutta e ferita nella deflagrazione, eppure lo feci lo stesso: la sfiorai.”

L’amore non corrisposto fa male, dannatamente male, e Vanessa è stata bravissima a trasferire quel dolore nero su bianco. Invidio il suo coraggio, quel coraggio di aprire cuore e anima in questo modo, di donare tutta se stessa, le proprie fragilità e le proprio insicurezze alla carta, ai lettori, a noi.

Per questo motivo, ciò che ho apprezzato più di tutto è stata l’onestà, la spietatezza nell’esprimere le sue verità, la realtà dei fatti e dei sentimenti. La vita vera non è una favola e il principe azzurro non esiste. Vanessa non cerca mai, neanche una volta, di indorare la pillola e di far sembrare che tutto questo mal d’amore possa essere anche solo un minimo sopportabile perché sarebbe una bugia, la più grande – “l’amore spacca il cuore.”

Come poteva, l’amore, una cosa così bella e pura, fare così tremendamente male?

“Tra Mille Baci d’Addio” è un romanzo doloroso, non ve lo nascondo; ti penetra nelle carni fino a scavarti le ossa. Quando ho chiuso l’ultima pagina ho avuto bisogno di un momento – un lunghissimo momento – per elaborare e capire come gestire le mille emozioni che la lettura aveva scatenato in me. Dovrebbe essere riconsiderato come Manuale per i Cuori Infranti.

Vanessa ripercorre tutte le fasi dell’amore e il percorso di guarigione che ogni cuore a pezzi deve intraprendere per poter guarire. Ma una persona spezzata non sarà mai più la stessa, ed è questo il messaggio più importante che Vanessa vuole veicolare: sono le nostre esperienze, belle o brutte che siano, a fare di noi ciò che siamo. Come diceva Raf, “se hai amato era amore e non è mai un errore”.

L’esperienza con G ha cambiato Veronica, ma l’ha fatto in meglio. Le ha aperto gli occhi e l’ha fatta crescere. Non puoi dire di essere donna fino a quando non abbandoni l’idea del “e vissero per sempre felici e contenti”.
E, soprattutto, G l’ha aiutata a prendere piena consapevolezza di sé. Prima di conoscerlo, V era una ragazza insicura che sentiva di avere bisogno di un uomo al proprio fianco per sentirsi completa.

C’è una poesia di Rupi Kaur, una delle mie preferite, che recita così:
“Non voglio averti
per riempire i vuoti in me
voglio essere piena già di mio
voglio essere così completa
da poter illuminare una città intera
e dopo
voglio averti
perché noi due messi insieme
potremmo incendiarla.”

L’amore, quello vero, è questo. Come puoi pretendere di conoscere un’altra persona se in primis non hai mai imparato a conoscere te stesso?
La vera felicità risiede dentro ognuno di noi e non deve essere ricercata in un’altra persona ed è questa la lezione che Veronica ha appreso, anche se nel modo più doloroso.

Non aspettatevi una storia d’amore “acrobatica”, di quelle ricche di colpi di scena eclatanti e drammi alla Nicholas Sparks – piuttosto potreste ritrovarvi ad assistere a qualche pedinamento da stalker e folli appostamenti da rasentare la denuncia. Come vi dicevo, “Tra Mille Baci d’Addio” è una storia reale che parla di vita vera.
L’impronta di questo romanzo è molto introspettiva – cosa che io amo! Si potrebbe dire che sia una sorta di diario che documenta e registra la crescita emotiva di una donna, che in questo caso è V ma che potrebbe essere benissimo ognuna di noi.

Se non l’aveste ancora capito, sono entrata in profonda empatia con la protagonista. Ho raccolto tutte le sue lacrime, una per una, e le ho fatte mie. Buona parte del merito va senza dubbio allo stile di Vanessa, così diretto e semplice, di un’eleganza a dir poco poetica.

Come me, immagino che molte altre donne riusciranno a rivedere un po’ di se stesse tra queste pagine. Immedesimarsi in Veronica è tremendamente facile. Ognuna di noi ha avuto un G nella propria vita, un uragano che in un attimo ha spazzato via l’illusione delle fiabe.
È per questo motivo che consiglio la lettura di “Tra Mille Baci d’Addio” a tutte le donne, a chi questo dolore lo ha provato, ma soprattutto a chi, in questo momento, ci è dentro fino al collo. Chissà che la storia di Veronica possa esservi d’aiuto.

Per quanto abbia amato il romanzo di Vanessa Sobrero, non mi sento di dare cinque stelle piene a “Tra Mille Baci d’Addio”. Come ho detto, come esordio è una bomba – di emotività, soprattutto – ma una piccola critica devo muoverla: la storia manca di contorno. La “troppa” – per me non è mai troppa – introspezione  ha lasciato poco spazio per approfondire altri aspetti di cui un po’ ho sentito la mancanza. Ammetto che mi sarebbe piaciuto conoscere le amiche di V – degli amici di G posso anche fare a meno invece –, quelle amiche che l’hanno sostenuta e aiutata nel momento del bisogno. Avrei voluto poterle apprezzare di più, tutto qua, così come avrei voluto avere maggiori dettagli e descrizioni delle spettacolari città che fanno da sfondo alle vicende di V, Milano in primis.

Per il resto, “Tra Mille Baci d’Addio” è un ottimo romanzo d’esordio per Vanessa Sobrero, alla quale auguro la carriera lunga e splendente che si merita.

Donne  di tutto il mondo, fidatevi di me e correte ad acquistare questo libro. Non ve ne pentirete!

E se solitamente vi piace avere un sottofondo musicale mentre leggete e se, soprattutto, siete pronte ad annegare nello struggimento assoluto, vi informo che su Spotify potete trovare la playlist “Tra Mille Baci d’Addio – Playlist Integrale” pronta ad accompagnarvi in questo doloroso e straziante percorso.

4.5/5

RECENSIONE “Braccati” di Eleonora Pescarolo

Buongiorno miei amatissimi lettori!
Sono davvero entusiasta di condividere con voi il mio pensiero riguardo a  “Braccati” di Eleonora Pescarolo, il primo capitolo di una saga fantascientifica tutta italiana che mi ha piacevolmente colpita e irrimediabilmente conquistata.

TITOLO: Braccati (Cherry Fox, #1)

AUTORE: Eleonora Pescarolo

GENERE: Fantascienza

DATA PUBBLICAZIONE: 2 dicembre 2017

EDITORE: Adiaphora

PAGINE: 198

PREZZO: 14,00 € / 1,99 € (eBook) 


TRAMA

La Caccia alla Volpe è di nuovo aperta.
Dopo tre anni di apparente quiete e inosservato contrabbando, Ireen Devar fugge a bordo della Ruvak assieme al copilota Korrar Tammon, nel disperato tentativo di proteggere ciò che in mani nemiche potrebbe far risorgere la tirannia nella Galassia.
La Sirena di Jannar.
Il cristallo alieno da sempre al centro di miti e complotti.
Il passato, però, non dà loro tregua. Un tormentato passato di schiavitù e soprusi, di perdite e addii. Un passato da cui risorge la figura della Cacciatrice di Schiavi Calhar Redna, sadica e inarrestabile, e l’incubo dell’esplosione che ha dilaniato corpo e anima dell’astronave Ruvak.
Un passato di tradimenti, come quello architettato da Nardim, un tempo amico e ora spietato omicida votato al folle Culto di Gaanar.
La ragione di ogni cosa sembra risiedere nel DNA di una creatura ambigua, aliena e incredibilmente potente: un’adolescente di nome Nouv’al.
La Caccia alla Volpe è aperta e Ireen Devar dovrà tornare a combattere.

Sono sempre molto contenta quando trovo romanzi di fantascienza scritti da autori italiani che non hanno nulla da invidiare ai grandi scrittori internazionali, ed Eleonora Pescarolo è sicuramente da annoverare tra questi autori.

Ho amato la saga di Cherry Fox già dal racconto prequel, “Verso Jannar”, un piccolo racconto di una ventina di pagine che ci introducono nel mondo di Eleonora e della sua Volpe, Ireen Devar. È bastato un capitolo per capire di che pasta fossero fatte entrambe, sia l’autrice che la sua singolare protagonista dalla pelle viola e i capelli argentati.
Se volete calarvi nel mondo di Cherry Fox, vi consiglio caldamente di leggere anche questo piccolo racconto che potete acquistare QUI, sul sito della casa editrice, abbinandolo al romanzo vero e proprio.

Eleonora Pescarolo è una di quelle autrici capaci di tenere il lettore incollato alle pagine col fiato sospeso dall’inizio alla fine. Non c’è mai un attimo di tregua, un momento di pausa. Come i protagonisti del romanzo, il lettore si sente “braccato” dalla tensione e dall’azione adrenalinica che permea queste pagine e che ti porta a desiderare di non arrivare mai all’ultima pagina. Ma purtroppo la fine arriva, lasciando il lettore nello sconforto più totale col pensiero dei mesi che sa di dover aspettare per poter leggere il seguito.

Come dicevo, “Braccati” è un romanzo adrenalinico che non lascia scampo. È la storia di Ireen Devar e del suo copilota, Korrar Tammon, entrambi reduci da un terribile disastro avvenuto tre anni addietro e per questo ricercati dall’intera Galassia. Il motivo è presto detto: Ireen ha rubato qualcosa, qualcosa di molto prezioso. Si tratta della Sirena di Jannar, un cristallo dal valore inestimabile, oggetto di un’antica e pericolosa profezia, per la quale molte, troppe persone, sono disposte persino ad uccidere.

Esistevano altri cristalli come la Sirena e nessuno aveva mai compreso da dove provenissero. Secondo le storie e le leggende che fiorivano in tutta la Galassia da tempi ancestrali, però, si diceva custodissero le coordinate di un pianeta perduto: Jannar.

Il romanzo comincia in media res, catapultandoci immediatamente sull’astronave Ruvak in compagnia della bashara Ireen e dell’umano Korrar. I due si sono da poco ricongiunti e sono in fuga, scappano di pianeta in pianeta tentando di fuggire ai Cacciatori e ai fanatici religiosi che vorrebbero mettere le mani sulla Sirena.

Non sappiamo molto della loro vita passata da schiavi sul pianeta Vanbar e degli eventi che hanno portato al furto del cristallo e alla conseguente catastrofe che ha separato Ireen e Korrar, lasciando la bashara in fin di vita e con l’astronave a pezzi.

E qui notiamo subito l’abilità stilistica dell’autrice che, con maestria, manipola il tempo a suo piacimento, disseminando flashback e ricordi tra le pagine. Eleonora si muove su differenti livelli temporali che, proprio come pezzi di un puzzle, vanno poi a riallinearsi e a ricomporsi ricreando così un’immagine completa e meglio delineata degli eventi.

A tutto ciò seguiranno delle rivelazioni inaspettate e dei colpi di scena che potrebbero causare un elevato numero di attacchi cardiaci ai più deboli di cuore. Non sto scherzando! Gli ultimi capitoli mi hanno fatto letteralmente saltare per aria e gridare qualche imprecazione  – fortunatamente non c’era nessuno nei paraggi. Ringrazio l’autrice per essere riuscita a farmi calare in quello stato di profonda tensione che caratterizza ogni thriller degno di questo nome. Tensione che procede fino all’ultima pagina per culminare in un gigantesco cliffhanger che, naturalmente, lascia il lettore in uno stato di profonda disperazione, con gli occhi sbarrati e la testa tra le mani.

Insomma, se non l’aveste ancora capito, sono profondamente e irrimediabilmente innamorata di questo romanzo. Come tutti i grandi amori, però, anche “Braccati” ha dei piccoli difettucci, o meglio, un’unica piccola grande mancanza su cui non posso sorvolare.
Sto parlando del background storico di cui, purtroppo, ho sentito la mancanza. Quando leggo un libro di fantasia o di fantascienza e che, naturalmente, prevede la realizzazione di un worldbuilding, mi piace avere sott’occhio un’ambientazione ben delineata e finemente costruita, con un occhio di riguardo per ogni più piccolo dettaglio. Molto di tutto ciò, fortunatamente, posso dire di averlo riscontrato in “Braccati”, specialmente l’attenzione ai dettagli. Per farvi degli esempi, Eleonora ha iniziato a delineare una nuova lingua, ha introdotto nuove marche di sigarette aliene e sistemi monetari specifici della sua Galassia.

“Braccati” è una space opera, e come tale è ambientata nello spazio. Sappiamo che esiste un sistema galattico composto da diversi pianeti – Nassan, Sarman, Tannod… –, e sappiamo che esistono individui di razze diverse – bashara, idar, umani puri, daera, tannar,…
Insomma, l’autrice ha creato un’ambientazione personale ed originale a 360°, senza però approfondire pienamente quello che io chiamo il “background storico”, ovvero tutti gli aspetti socio-politici e culturali che servono ad arricchire il worldbuilding e a dare un certo spessore all’ambientazione. Mi piacerebbe sapere qualcosa di più sui vari pianeti, sui loro abitanti, cosa effettivamente differenzia una razza da un’altra non a livello fisico ma a livello culturale, quali sono le loro origini e le loro tradizioni.

Non è una mancanza così grave, soprattutto a fronte della spettacolarità del romanzo in sé. Probabilmente un’altra persona non ci avrebbe neppure fatto caso, quindi la considero più una mia “critica” molto soggettiva, un piccolo grandino mancante per poter raggiungere la perfezione assoluta. Io sono la classica fanatica che ama leggere pagine e pagine di approfondimenti, quella che si fionda sulle appendici e che eleva a testo sacro “Il Silmarillion”.

Concludo questo sproloquio di cui nessuno sentiva il bisogno dicendo che tutto ciò non ha comunque influenzato negativamente il mio giudizio. Magari nel secondo volume ne sapremo qualcosa di più, anche perché sono convinta che l’autrice abbia tutte le capacità per affrontare questi aspetti. Le sue descrizioni sono molto precise e attente. Ogni location che fa da sfondo alle vicissitudini di Ireen ci viene presentata nel dettaglio. Un esempio di ciò è l’astronave Ruvak, così ben definita che il lettore può quasi vedersi muoversi tra quei corridoi.

Ma ciò che più di tutto ho amato di questo romanzo è la centralità dei personaggi femminili. Le donne di Eleonora sono delle vere  e proprie badass, dalla protagonista, Ireen, alla Cacciatrice che le è stata messa alle calcagna, la daera Calhar Redna. Mi piace il modo in cui l’autrice ha giocato con loro, disintegrando gli stereotipi e ribaltando la concezione classica di uomo e donna. Ireen e Redna sono ciò che di più lontano può esistere da una “damigella in pericolo”. Sono forti, determinate, spregiudicate e senza scrupoli. A volte sono sboccate, frequentano bordelli e amano le risse. Insomma, tutti atteggiamenti che di solito vengono ricondotti ai personaggi di sesso maschile.

Senza parlare poi della piccola Nouv’al, tanto giovane quanto forte ed intraprendente, una specie di Ireen in miniatura. Naturalmente, ha conquistato subito il mio cuore!

E parlando dei personaggi… Ognuno di loro è perfettamente ed impeccabilmente caratterizzato. Come ho detto all’inizio, Eleonora è riuscita a concentrare nelle poche pagine del racconto prequel molti dettagli che ci portano subito a capire molto della psicologia di Ireen, sul perché fa quello che fa e in che modo il suo difficile passato da schiava influenzi le sue azioni.

Ogni personaggio presenta un proprio lessico e abitudini particolari che lo rendono subito identificabile. Ad Ireen, per esempio, riconduco la dipendenza dal fumo e un linguaggio spesso scurrile, tra le altre cose. L’autrice è stata così brava da essere arrivata al punto in cui potrebbe persino evitare di specificare chi stia parlando, durante i dialoghi, tanto si capirebbe ugualmente. Una qualità, questa, che pochi scrittori – soprattutto se alle prime armi –  possono vantare.

Posso quindi affermare che Eleonora Pescarolo è stata per me una vera e propria scoperta.
Mi ha tenuta incollata alle pagine, complice una sintassi impeccabile e uno stile semplice ma ricercato.
Un inizio col botto per una saga che sono sicura si rivelerà indimenticabile.

“Braccati” è un romanzo che consiglio innanzitutto a tutti coloro che amano la fantascienza, ma anche a chi ha poca dimestichezza col genere e non vede l’ora di ritrovarsi catapultato in una storia di azione dalle sfumature thriller.

4.5/5

RECENSIONE “Wintersong” di S. Jae-Jones

Carissimi lettori,
non vedevo l’ora di condividere con voi il mio pensiero a proposito di questo libro che mi ha regalato tante emozioni inaspettate e bellissime. Sto parlando di “Wintersong” di S. Jae-Jones, un libro che non vedevo l’ora di leggere e che, fortunatamente, non ha deluso le mie aspettative.

TITOLO: Wintersong

AUTORE: S. Jae-Jones

GENERE: Fantasy

DATA PUBBLICAZIONE: 26 ottobre 2017

EDITORE: Newton Compton Editori  (Vertigo)

PAGINE: 448

PREZZO: 8,50 € / 3,99 € (eBook) 


TRAMA

È l’ultima notte dell’anno. Ora che si sta avvicinando l’inverno, il Re dei Goblin sta per partire alla ricerca della sua sposa… Per tutta la vita, Liesl ha sentito infiniti racconti sul bellissimo e pericoloso Re dei Goblin. È cresciuta insieme a quelle leggende che hanno popolato la sua immaginazione e ispirato le sue composizioni musicali. Adesso è diventata grande, ha ormai diciotto anni, lavora nella locanda di famiglia e sente che tutti i sogni e le fantasticherie le stanno scivolando via dalle mani, come tanti minuscoli granelli di sabbia. Ma quando sua sorella viene rapita dal Re dei Goblin, Liesl non ha altra scelta che mettersi in viaggio per tentare di salvarla. E così si ritrova catapultata in un mondo sconosciuto, strano e affascinante, costretta ad affrontare una decisione fatale.

Chi mi conosce, sa bene quanto aspettassi l’uscita italiana di “Wintersong”, libro tanto amato e apprezzato dalle bookblogger di tutto il mondo. Inizialmente, a colpirmi era stata la copertina. Semplicemente favolosa! Dopo aver recuperato un po’ di informazioni, avevo poi scoperto che si trattava di una sorta di retelling del celebre “Labyrinth” e i miei occhi a cuoricino erano subito balzati fuori dalle orbite!

Se avete amato il film, sono certa che amerete questo libro che ne è, sostanzialmente, la versione più adulta. In realtà, l’ho trovato più come il risultato dell’unione tra l’ambientazione di“Labyrinth” e lo sviluppo de “La Bella e la Bestia”, in chiave più dark e matura.

Per questo motivo, mi piace considerare “Wintersong” una fiaba moderna, più che un semplice fantasy – o un romance, come alcuni l’hanno definito. Se siete alla ricerca di un fantasy nel senso stretto del termine, allora questo non è il libro che fa per voi. D’altra parte, non lo consiglio nemmeno a chi è in cerca di una storia d’amore da batticuore in stile harmony, perché non lo è affatto. “Wintersong” è una storia di crescita, una storia sul diventare donna. “Wintersong” è la storia di Elisabeth. Tutto il resto, passa in secondo piano. La storia d’amore, così come ogni ostacolo che si è trovata a dover affrontare, è solo un elemento di sfondo che serve a trasformare la piccola Liesl nella più adulta Elisabeth.

«Volevi diventare una famosa compositrice. Volevi che la tua musica fosse suonata nelle grandi sale da concerto di tutto il mondo.»
Sentì il cuore esplodermi nel petto, una fiammata repentina, ma il bruciore indugiò dentro di me anche dopo. Era vero che una volta avevo sognato quelle cose. Prima che il talento di Josef rubasse l’attenzione di nostro padre. Prima che papà mi spiegasse a chiare lettere che il mondo non era interessato ad ascoltare la mia musica. Perché era una cosa strana. Inusuale. Perché io ero una donna.

Relegare “Wintersong” entro i confini di un romanzetto rosa mi pare un vero e proprio insulto ad un libro che vuole celebrare le donne e i loro desideri, che mostra come una donna possa scegliere di essere egoista in un’epoca in cui i suoi sentimenti vengono invece calpestati e messi in secondo piano e scegliere di mettere se stessa davanti a tutto e tutti.

Elisabeth è cresciuta con i racconti del Sottosuolo e le leggende sull’Erlkönig e mai avrebbe creduto che queste leggende potessero essere reali. Le sue convinzioni iniziano a vacillare quando comincia ad essere seguita da un misterioso uomo “alto, pallido ed elegante”. Perché lo sconosciuto nascosto sotto al mantello altri non è che l’Erlkönig in persona, il Re dei Goblin, venuto dal Sottosuolo per reclamare la sua moglie terrestre.

Ora hanno inizio i giorni d’inverno e il Re dei Goblin cavalcherà in lungo e in largo alla ricerca di una sposa.

Quando l’Erlkönig rapirà sua sorella, Liesl sarà disposta a sacrificare se stessa per salvarla? Sarà disposta a sacrificare se stessa per salvare il mondo intero?

Se devo essere onesta, ho trovato l’inizio un po’ confuso. Non riuscivo a capire in che relazione fosse il mondo di sopra con il mondo di sotto. Sembrava quasi che Elisabeth considerasse i goblin come veri e propri abitanti della terra e non semplici protagonisti di favole e antiche leggende raccontate dalla nonna Costance. Insomma, non riuscivo bene ad inquadrare l’elemento magico all’interno del mondo reale.

Ciò di cui ho sentito più la mancanza è senza dubbio il world-building. Purtroppo l’autrice non si è molto soffermata sulla costruzione e la descrizione del suo mondo sotterraneo. Mi è sembrato come se stesse dicendo: “Ti ho detto che il romanzo è ispirato a “Labyrinth”, no? E allora l’ambientazione è quella, già la conosci. Non c’è mica bisogno che te la descriva.” E quindi ho rispolverato i miei ricordi dei corridoi terrosi e delle porte magiche del film per creare da me la scenografia della storia. Ammetto che la cosa mi ha un tantino infastidita.

Al contrario, invece, i personaggi sono molto ben costruiti e dettagliatamente delineati.
Elisabeth è un personaggio incredibile, con più difetti che pregi, a dirla tutta. Ed è proprio per questo che l’ho amata così tanto, perché è davvero realistica e genuina. Ho apprezzato davvero tanto il suo percorso di crescita, coerente e credibile fino alla  fine. E a proposito del finale… L’ho trovato perfetto! Un epilogo – che poi epilogo non è – degno di Elisabeth, e che mi ha resa orgogliosa neanche fosse figlia mia, tanto da farmi sprofondare in un mare di lacrime.

E poi, vogliamo parlare dell’Erlkönig? Affascinante, misterioso, semplicemente perfetto. Non vedo l’ora di leggere il sequel, “Shadowsong”, per poter scoprire di più sulla sua vita e far diradare così la nebbia che aleggia attorno alla sua figura.

Il Re dei Goblin.
Era il punto fermo intorno a cui tutto ruotava. Era la realtà, mentre tutto il resto era solo un riflesso. Spiccava nella folla come se noi due fossimo le uniche persone vive e presenti in un mondo fatto di illusioni e di ombre. Lui mi sorrise e ogni fibra del mio corpo fu attirata verso di lui. Il suo sorriso era in grado di costringere la mia carne a danzare.

Come ho detto, non ho trovato la storia d’amore così centrale e, nonostante l’entusiasmo e i miei occhi che spesso si aprivano a cuoricino, non l’ho trovata così entusiasmante in confronto a quello che per me è il perno attorno al quale ruota tutto il romanzo, ovvero Elisabeth stessa. Non sono impazzita per Elisabeth e l’Erlkönig insieme, ma ho amato il modo in cui Liesl si approcciava a lui e viceversa. Insomma, non ho amato la coppia ma i singoli elementi all’interno della coppia presi nella loro individualità ma tenendo pur sempre conto della loro connessione, soprattutto quella musicale.

Riconosco che oggettivamente “Wintersong” abbia dei difetti tecnici, ma ai miei occhi annebbiati dall’emozione scompaiono. È come, non so, ascoltare una melodia stonata e, nonostante tutto, ritrovarsi con la pelle d’oca e i brividi che corrono lungo la schiena.

Da qualche parte, lontano, forse dall’altra parte del muro, un violino comincia  a suonare. Il Re dei Goblin. Poso le mani sul pianoforte e lo seguo. Senza i nostri corpi a ostacolarci, la nostra vera essenza spicca il volo e danza. La sua è fatta di intricata complessità e di mistero, la mia è anticonformista ed  emotiva. Ma in qualche modo ci incastriamo alla perfezione, siamo in armonia, ci completiamo, un contrappunto senza dissonanza.

Ma la vera magia di questo romanzo risiede nella musica! Ah, che meraviglia! La componente musicale è ciò che accompagna l’intero romanzo. Scale musicali, violini e pianoforti sono gli elementi che scandiscono la vita di Liesl. Già dalle prime frasi si intuisce quanto la musica sia importante per questo romanzo. Innanzitutto, l’intera storia è strutturata come qualsiasi overture che si rispetti.

Leggendo queste pagine non puoi fare a meno di sentirti trasportato all’interno di una sinfonia, magari proprio una di Mozart – che spesso viene nominato dall’autrice – e, perché no, magari proprio all’interno del suo capolavoro, “Il Flauto Magico”. Sì, perché l’opera di Mozart ha senza dubbio ispirato S. Jae-Jones e gli occhi più attenti avranno sicuramente colto i piccoli dettagli disseminati tra le pagine di “Wintersong”, come il flauto che  viene regalato ad Elisabeth dall’ Erlkönig, e che, proprio come era stato per Tamino, si rivelerà di grande aiuto durante le prove che Liesl si ritroverà ad affrontare per fuggire dal labirinto sotterraneo dei Goblin.

La copertina recita: “Un labirinto di bellezza e oscurità, musica e magia. Questo è il mondo in cui ti perderai”. Beh, per me è stato davvero così. È incredibile il modo in cui l’inchiostro sembri muoversi sulle pagine, come ad andare a formare un pentagramma senza fine, un intreccio di note che danzano e scandiscono la vita di Liesl, minuto per minuto. E la musica cresce con lei, diventa più matura, più consapevole man mano che si girano le pagine. Questa è una delle cose che ho amato più di tutto, il modo in cui Elisabeth si libera di Liesl attraverso le sue stesse note che vibrano nell’aria, selvagge e indomite, proprio come il suo cuore.

Non sono più me stessa. Non sono Elisabeth. Non sono una ragazza umana. Sono un essere selvaggio, una creatura della foresta, della tempesta e della notte. Abito i sogni e le fantasie, le storie della mia infanzia che narravano di mondi oscuri, strani e stupefacenti. Sono un essere primordiale, sono fatta di musica e di magia e dell’Erlkönig. Sono perduta.

Io, che ho amato profondamente “Wintersong”, ve ne consiglio la lettura, nonostante ci sia la possibilità che non vi entusiasmi tanto quanto ha entusiasmato me. È un libro molto controverso: o lo si ama o lo si odia, non c’è una via di mezzo.

Posso solo dirvi che se amate la musica, le leggende tedesche e le favole, dovete almeno dargli una possibilità. Se poi siete fan di “Labyrinth”, de “La Bella e la Bestia” e di Mozart, allora sono assolutamente sicura che lo amerete!

4/5

RECENSIONE “Il Giglio d’Oro” di Laura Facchi

Buongiorno lettori!

Oggi sono qui per parlavi di un libro un po’ particolare, che mi ha lasciata con l’amaro in bocca e sì, anche parecchio confusa.
Vi capita mai di arrivare alla fine di una storia e di rimanere lì, con lo sguardo imbambolato e fisso sull’ultima pagina, sull’ultima parola, e di non riuscire a capire se quel libro vi sia piaciuto o meno? Sinceramente, a me non era mai successo. È stata una sensazione un po’ strana rendersi conto di non sapere nemmeno cosa pensare della storia appena letta. Il libro in questione è “Il Giglio d’Oro” di Laura Facchi e ora vi spiegherò il perché di tanta confusione.

TITOLO: Il Giglio d’Oro

AUTORE: Laura Facchi

GENERE: Fantascienza, Young Adult

DATA PUBBLICAZIONE: 3 ottobre 2017

EDITORE: De Agostini (Le Gemme)

PAGINE: 330

PREZZO: 12,66 € / 6,99 € (eBook) 


TRAMA

La vita della persona che ami vale le sorti di un intero pianeta?

Occhi viola come uno smalto Chanel, capelli bianchi come il ghiaccio e una strana macchia dorata a forma di giglio sulla spalla. Astrid è diversa da tutte le ragazze che conosce e l’ha sempre saputo. Per lei quel fiore che brucia sulla pelle è solo una delle tante stranezze che la rendono un tipo da cui è meglio stare alla larga. Nasconderlo è l’unico modo per sentirsi normale. Anche Kami, a miliardi di chilometri di distanza, vorrebbe sentirsi normale. È il figlio del tiranno di Lundea, che ha messo in ginocchio il pianeta, e cerca un modo per riscattare se stesso e il suo popolo. Kami e Astrid non si conoscono, ma sono più simili di quanto potrebbero mai immaginare. Perché Lundea e la Terra sono pianeti gemelli, uniti da un legame indissolubile di energia. Ogni volta che sulla Terra nasce una persona, ne nasce una anche su Lundea, e quando muore, anche il suo doppio subisce la stessa sorte. Nessuno è immune a questo meccanismo, tranne i Gigli d’Oro. Esseri unici e straordinari che ormai stanno diventando sempre più rari. E mentre Kami cerca il Giglio d’Oro che possa salvare la sua gente, Astrid, sulla Terra, scopre l’amore, proprio quando una verità eccezionale e spaventosa la scaraventa sull’orlo di un baratro in fondo al quale la attende una scelta dolorosa. La più dolorosa di tutta la sua vita.

Quasi mi dispiace stroncare questo romanzo, ma purtroppo mi vedo costretta a farlo. Come vi dicevo, la lettura mi ha lasciata un po’ confusa perché, sebbene non mi sia piaciuto, non si può dire che non sia un buon libro. Probabilmente posso ricondurne le cause al target più adolescenziale a cui la storia si riferisce.

Il libro ha una buona idea di base. Ci sono due pianeti, la Terra e Lundea, due pianeti gemelli, uguali in tutto e per tutto. Ogni volta che una persona nasce sulla Terra un’altra ne nasce su Lundea, e quando uno dei due muore anche il suo doppio muore. Questo era l’aspetto che più mi aveva affascinata dopo aver letto la trama, ma purtroppo, come poi ho dovuto appurare, è solo una caratteristica secondaria, che passa un po’ in sordina per quasi tutta la storia.

Non tutti però hanno un doppio: esistono delle persone speciali, chiamate “Gigli d’Oro” che sono immuni a tutto questo meccanismo. Astrid, la nostra protagonista, è un Giglio d’Oro. Su di lei ho dei pareri un po’ contraddittori. Trovo che sia un personaggio ben caratterizzato, minuziosamente costruito, tanto da rimanere coerente a se stesso dall’inizio alla fine del libro. Ciò che non mi è proprio andato giù è il suo comportamento a tratti infantile, da bambina capricciosa e viziata. Un attimo prima ero lì che mi immedesimavo nella versione outsider di Astrid, quella che era considerata la “ragazza strana”, che non si sentiva mai a suo agio in mezzo agli altri per via dei suoi occhi viola – che cercava in tutti i modi di celare – e per i capelli bicolori, ma l’attimo dopo mi veniva una voglia incredibile di strapparglieli tutti, quei maledetti capelli alla Crudelia De Mon.

Tutti noi abbiamo passato quel periodo adolescenziale, quello in cui ogni scusa era buona per incolpare i genitori della fame nel mondo, ma Astrid è davvero esasperante! Vive da sola col padre – la madre è scomparsa quando lei era piccola –, e quel povero uomo si ritrova ogni singolo giorno a dover sorbire tutto l’odio – ingiustificato – che la ragazza prova nei suoi confronti, quando io, invece, l’ho trovato di una dolcezza incredibile, un buon padre – per quanto ne possa dire Astrid – che ha sempre spinto la figlia ad amarsi per quello che è e a non nascondersi dietro ad occhiali scuri e sotto tinte per capelli. E poi, beh, quando scoprirete quello che c’è da scoprire lo apprezzerete ancora di più.

Mi sono appena resa conto che i personaggi, a parer mio, più interessanti de “Il Giglio d’Oro” sono entrambi i padri dei protagonisti, per motivi molto diversi. Ma di Grondon parleremo più tardi…

La storia di Astrid comincia sul serio il giorno in cui un grande uovo verde dalle fattezze aliene, caduto giù dal cielo, si “parcheggia” nel suo giardino.

«Può farci del male?» domando indicando l’uovo alle mie spalle.
«No, stai tranquilla. Non ti farà niente. Ti appartiene.»

Quello è il giorno in cui la verità verrà finalmente svelata, e la ragazza riuscirà finalmente a dare un senso a quei suoi strani capelli e al tatuaggio a forma di giglio che ha sulla spalla. Una premessa: io ODIO quando i protagonisti scoprono di avere una qualche sorta di potere o di essere circondati da creature soprannaturali e lo accettano come se fosse la normalità. Questo è il motivo per cui non amo gli Urban Fantasy che, di questo atteggiamento, ne hanno fatto praticamente una regola. Detto questo, la Facchi secondo me ha esagerato dall’altro senso. Dal momento in cui Astrid scopre la verità sulle sue origini  non fa altro che arrabbiarsicol padre, per di più, che non si è ancora capito che colpa ne abbia! –, piagnucolare e farsi paturnie di ogni sorta e genere. E il libro va avanti così fino alle ultime pagine. E mi dispiace dover dire questo, perché era partito bene ma purtroppo da quel momento in poi il mio entusiasmo si è totalmente smorzato.  E la storia d’amore di certo non ha aiutato. Io amo la love story lunga, travagliata, sofferta. Amo il dramma, il corteggiamento spietato. Quella tra Astrid e Adam è esattamente l’opposto. Da compagni di scuola che non si sono mai nemmeno considerati si trasformano in due innamorati, il tutto in meno di ventiquattr’ore. Insomma, tutto poco credibile e molto affrettato e, soprattutto, di nessuna utilità ai fini della storia.

Gli stessi problemi di tempistiche li ho riscontrati anche su Lundea. Qui seguiamo le vicende di Kami, il figlio del Gran Balif della contea di Cox e tiranno di Lundea, che ha messo in ginocchio il pianeta, portandolo al collasso. La storyline di Kami mi è piaciuta di più, ma non per questo l’ho trovata priva di difetti. Innanzitutto, come dicevo, le tempistiche. Se Astrid in mezza giornata si innamora di uno sconosciuto, Kami in poche ore scopre che il padre non è esattamente il ritratto del buon “sovrano” come aveva sempre creduto, quindi decide di scappare e, per caso, si unisce a un gruppo di ribelli che vogliono spodestare Grondon – suo padre. Ho trovato che il tutto iniziasse in modo troppo affrettato. Tutta la vicenda che riguarda Kami ruota attorno al suo rapporto col padre e al riuscire ad accettare che esso sia, in parole spicciole, un dittatore. Come posso capire Kami, comprendere ed accettare i suoi comportamenti, i suoi ideali e seguire i meccanismi della sua mente senza aver prima conosciuto Grondon? Le sue apparizioni si limitano alle prime pagine, e sicuramente non mi sono bastate ad inquadrarlo. E ciò mi dispiace molto, perché reputo Grondon il personaggio più interessante dell’intero libro.

Dovete sapere che la vita su Lundea è molto differente dalla vita sulla Terra. Non esistono ricchezza e povertà, inquinamento, guerre, violenza, o almeno così era prima dell’avvento di Grondon. È un personaggio un po’ controverso perché trovo che i principi su cui si basano inizialmente le sue idee – secondo quello che dice Kami, ovviamente, perché il punto di vista di Grondon non ci è dato saperlo – abbiano una loro validità. Come vi dicevo, su Lundea non esistono i ricchi e i poveri, ma tutti sono uguali. In sostanza, nella mia mente mi sono immaginata un gigantesco esperimento comunista riuscito. Dopo anni ad osservare la Terra, Grondon capisce il valore della meritocrazia e cerca di trasformare il suo pianeta in un pianeta molto più simile al suo gemello di quanto già sia.

Il Gran Balif sosteneva che l’uguaglianza sociale rendeva gli individui pigri e stupidi, che impediva il progresso. «Se non hai una meta da raggiungere, smetti di correre.»

Ora, non voglio dilungarmi troppo su questo argomento per non entrare in questioni politiche di cui non è mia intenzione parlare. Vi basti sapere che le intenzioni iniziali di Grondon sono del tutto nobili, il modo in cui poi le mette in atto un po’ meno.

Cambiare qualcosa significa distruggere quel che c’era prima: a volte basta un leggere colpo di spugna, altre volte è necessaria la morte.

I meccanismi che l’hanno portato a trasformarsi in uno spietato dittatore capitalista che mette alla forca chi non è d’accordo con i suoi piani per il futuro di Lundea non sono chiari al 100% e il motivo è sempre lo stesso: noi non conosciamo Grondon e tutto ciò che sappiamo di lui lo sappiamo per vie traverse. Eppure questa è la questione che mi affascina maggiormente, il meccanismo mentale di Grondon, la sua psicologia, insieme alla componente socio-politica di Lundea.

Capisco che per il target adolescenziale a cui la Facchi si rivolge – essendo uno YA –  tutta questa faccenda possa passare in secondo piano, però io continuo a sperare in un approfondimento nel sequel, che leggerò perché come ormai saprete, io non lascio a metà niente – o quasi niente. E comunque, nonostante tutto, mi interessa sapere come si concluderà la storia e, soprattutto, penso che finalmente vedrò un po’ di azione che in questo primo volume mi è terribilmente mancata.

Inoltre, posso dire in tutta tranquillità che Laura Facchi non scrive male, anzi… Nonostante il POV di Astrid, che ho trovato davvero noioso e ripetitivo, “Il Giglio d’Oro” è un libro scorrevole, che si lascia leggere, complice uno stile semplice e senza fronzoli.

Il problema è che non è scattata nessuna scintilla, non mi sono calata nella storia e non mi sono innamorata dei personaggi. La considero più una questione soggettiva piuttosto che oggettiva. Gli aspetti negativi di cui vi ho parlato, alla fin fine, non sono difetti “tecnici”, ma solo aspetti della storia che a me non sono piaciuti e che non me l’hanno fatta amare. Non ci sono, che so, buchi di trama, anzi… Ho apprezzato il modo in cui la Facchi ha sviluppato l’intreccio generale che lega le vicende, apparentemente senza alcuna connessione, che accadono separatamente sulla Terra con Astrid e su Lundea con Kami, così come ho apprezzato anche il world-building del pianeta “alieno”.

Reputo “Il Giglio d’Oro” un buon libro per adolescenti, fin troppo incentrato sulle storie d’amore – che non mi sono piaciute – messe lì, a parer mio, per attirare le ragazze più giovani e che non aggiungono nulla alla trama, anzi… Avrei preferito, come ho detto prima, che la Facchi si concentrasse su questioni più “adulte”.

Per questo motivo, sebbene non mi senta né di sconsigliarlo né di consigliarlo a cuor leggero, ne suggerirei la lettura ai più giovani che sicuramente sapranno apprezzarlo molto più di quanto ho fatto io.

2,5/5

RECENSIONE “The Tower – Il Millesimo Piano” di Katharine McGee

“The Tower – Il Millesimo Piano” è un romanzo unico nel suo genere, un teen-drama riletto in chiave futuristica. Se siete alla ricerca di una lettura leggera, un po’ trash e poco impegnativa ma comunque in grado di tenervi col fiato sospeso, allora questo è sicuramente il libro che fa per voi. 

RECENSIONE “Il Cavaliere d’Inverno” di Paullina Simons

Buongiorno lettori, e benvenuti!
Ho pensato molto a quale fosse il miglior modo per presentarmi a voi, e alla fine ho deciso di parlarvi di uno dei miei romanzi preferiti. Dopotutto, non si dice che siamo quello che leggiamo? E allora quale miglior modo per conoscere una persona se non attraverso le sue letture?

Se mi chiedeste quale sia in assoluto il preferito tra i libri che ho letto e amato nella mia vita, non saprei rispondervi. Sarebbe come domandare a una madre quale dei suoi figli è il favorito!

Ho quindi deciso di parlarvi di una delle letture che, negli ultimi anni, è stata capace di rapirmi il cuore più di altre: “Il Cavaliere d’Inverno” di Paullina Simons.

TITOLO: Il Cavaliere d’Inverno

AUTORE: Paullina Simons

GENERE: Storico, Romance

DATA PUBBLICAZIONE: 21 maggio 2003

EDITORE: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli (Narrativa)

PAGINE: 700

PREZZO: 8,50 € / 6,99 € (eBook) 


TRAMA

Leningrado, 1941. In una tranquilla sera d’estate Tatiana e Dasha, sorelle ma soprattutto grandi amiche, si stanno confidando i segreti del cuore, quando alla radio il generale Molotov annuncia che la Germania ha invaso la Russia. Uscita per fare scorta di cibo, Tatiana incontra Alexander, un giovane ufficiale dell’Armata Rossa che parla russo con un lieve accento. Tra loro scatta subito un’attrazione reciproca e irresistibile. Ma è un amore impossibile, che potrebbe distruggerli entrambi. Mentre un implacabile inverno e l’assedio nazista stringono la città in una morsa, riducendola allo stremo, Tatiana e Alexander trarranno la forza per affrontare mille avversità e sacrifici proprio dal legame segreto che li unisce.

Come ho potuto leggere “Il Cavaliere d’Inverno” solo nel 2017 quando questo già adornava gli scaffali delle librerie italiane da anni e anni? Se ci penso mi viene voglia di colpirmi forte in testa.
Dopo aver conosciuto Paullina Simons mi sono resa conto di quanto la mia vita fosse stata vuota, fino a quel momento.

Innanzitutto, una premessa: i romanzi storici, soprattutto quando ambientati durante la guerra – una qualsiasi, basta che ci siano lacrime e sangue – sono la mia linfa vitale. Aggiungiamoci un’ambientazione russa e il gioco è fatto, il mio cuore è capitolato per sempre. E allora ribadisco: come ho potuto aspettare tanto per leggerlo?!

La storia di Tatiana e Alexander è una di quelle che ti entrano dentro, fin sotto la pelle, che ti rapiscono il cuore per poi non ridartelo più indietro. Ogni emozione provata è stata talmente intensa da aver lasciato un’impronta ancora visibile, come se l’avessi letto l’altro ieri e non un anno fa. La Simons è in grado di far provare ogni sentimento umanamente possibile, dalla gioia al dolore, dalla speranza alla disperazione.

Quella tra la giovane e ingenua Tatiana Metanova e l’ufficiale Alexander Belov è una storia d’amore epica, di quelle che fanno sospirare, battere il cuore all’impazzata e piangere, ma piangere tanto, così tanto da ritrovarsi ad annaspare tra le proprie lacrime.

Era una giorno perfetto. Per cinque minuti non ci fu nessuna guerra, in quella magnifica domenica di giugno a Leningrado. Alzando gli occhi dal gelato, vide un soldato che la fissava dall’altra parte della strada. […] Rimasero a guardarsi per un attimo, ma un attimo di troppo che parve un’eternità .

Le loro vite erano destinate a scontrarsi: quel pomeriggio di sole del 22 giugno del 1941, mentre le radio urlavano l’annuncio dell’assedio tedesco, gli occhi di una giovane ragazza col vestito a fiori incontrarono quelli color caramello di un alto e affascinante ufficiale e, da quel giorno, la loro vita cambiò per sempre.

Voi credete nel destino? A me piace pensare che tutto sia già scritto, predestinato, che eventi all’apparenza inspiegabili in realtà si susseguano con lo scopo di portare due persone a trovarsi esattamente in un certo posto in un determinato momento della loro vita. Se quel giorno Hitler non avesse deciso di attaccare la Russia, probabilmente Tatia e Shura non si sarebbero mai innamorati. O magari il colpo di fulmine sarebbe scattato lo stesso, considerando come il destino avesse già condotto Alexander sulla stessa strada della famiglia Metanova, ma a proposito di questo non vi dirò di più. Lascio a voi il piacere della scoperta della terribile verità che vi porterà a tentare di strapparvi i capelli già dalle prime pagine.

Credevate che la storia tra Tatiana e Alexander sarebbe stata semplice? Oh no, proprio per niente. Il mai una gioia regna sovrano per circa tre quarti del libro. Lettori avvisati, mezzi salvati!

La strada per la felicità è lastricata da decine e decine di ostacoli che si susseguono uno dietro l’altro in un gioco che gronda sadismo e crudeltà. Solo ripensare a tutto quello che succede in quelle settecento pagine mi fa piangere a dirotto.

«Sarà meglio che tu resti vivo per me, soldato, perché io non posso andare avanti senza di te.» Quelle erano le parole che gli disse, con gli occhi fissi sul suo volto e le mani appoggiate sul suo cuore. Lui si piegò e le baciò le lentiggini. «Non puoi andare avanti, mia regina della ruota del lago Ilmen?» Scosse la testa sorridendo. «Troverai un modo per vivere senza di me. Troverai un modo per vivere la vita di entrambi», le disse davanti al fiume Kama che scorreva dai monti Urali verso un piccolo villaggio nei boschi di pini chiamato Lazarevo, un tempo, quando erano innamorati, quando erano giovani.

Se volete farvi un’idea del livello di lacrime a cui la Simons è in grado di sottoporvi, posso dirvi che “Il Cavaliere d’Inverno” ha ufficialmente battuto il record fino a quel momento appartenuto all’intramontabile “Love Story”. E questo non è dovuto unicamente al destino avverso che si abbatte costantemente sui due innamorati. La causa primaria che porta il lettore a sotterrarsi sotto una pila di kleenex è tutto il contorno, l’ambientazione in sé. Va da sé che un romanzo ambientato in tempo di guerra non può essere un romanzo allegro in cui si respira aria di lieto fine, ma Paullina Simons è terribilmente brava a rendere l’idea della disperazione in cui versa l’intera Leningrado. L’autrice non tenta di indorare la pillola ma ci mostra la realtà della guerra per quello che è: dura, violenta, brutale, un’onda di morte inarrestabile che non risparmia niente e nessuno.

“Il Cavaliere d’Inverno” è un perfetto spaccato di quella che potrebbe essere stata la vita di una famiglia sotto assedio, nel 1941, in una Leningrado comunista. È spaventoso assistere inermi al continuo razionamento del cibo che arriva a contare appena 125 grammi di pane al giorno, un pane composto per lo più da cellulosa e segatura perché le scorte di grano scarseggiano. La gente muore di fame, di freddo, sotto le bombe e le cataste di cadaveri ai bordi delle strade crescono a vista d’occhio.

Io sono sempre stata dell’idea che la storia non la si impari SOLO tra i banchi di scuola, ma che letteratura e cinema siano un ottimo strumento di supporto in tal senso. I romanzi – quelli ben scritti, naturalmente – sono in grado di trasportare il lettore all’interno dell’epoca trattata e di mostrare ciò che i libri di scuola non mostrano, spaccati di vita quotidiana che ti fanno capire realmente cosa significhi vivere sotto i bombardamenti, in un inverno russo senza più riscaldamento ed elettricità.

Si dice spesso che i libri cambino la vita e “Il Cavaliere d’Inverno” un po’ la mia, di vita, l’ha realmente cambiata. Ho imparato a vedere certe cose sotto un altro aspetto e ad essere grata per tutto quello che ho, anche, e soprattutto, per ciò che più spesso viene dato per scontato.

Eppure, nonostante tutto, l’intento dell’autrice non è quello di denunciare gli orrori della guerra. Lei ne è solo una muta testimone. Anche perché, in realtà, quello che si evince dalle sue parole è che, piuttosto della Germania, il vero nemico della Russia è sempre e solo stata la Russia stessa. In questo senso, la rabbia della Simons sembra rivolgersi più verso Stalin e il comunismo – e non a torto, aggiungerei. Eppure, se tutto ciò non fosse abbastanza per creare quello scenario di mai una gioia di cui vi parlavo, ecco che l’autrice ci introduce uno dei più infami e odiosi personaggi in cui io mi sia mai imbattuta: Dimitri Černenko. Dimitri è l’opportunista ed invidioso amico di Alexander che io ho odiato dall’inizio alla fine del libro. È uno dei personaggi più viscidi di cui leggerete mai, ve lo garantisco. Eppure, al di là di quanto possa essere simpatico o meno, è innegabile quanto sia perfettamente caratterizzato, così come tutti gli altri personaggi della Simons che in tal senso ha davvero fatto un lavoro incredibile.
“Il Cavaliere d’Inverno” è solo il primo capitolo di una trilogia, perciò triplo inchino all’autrice che, in più di duemila pagine, non è mai caduta nell’incoerenza e nelle contraddizioni. Nel corso della storia vediamo i protagonisti – in particolare Tatiana – crescere e maturare, cosa inevitabile quando ci si ritrova a vivere determinate situazioni. La guerra ha costretto Tatia a trasformarsi da bambina a donna più in fretta del previsto, eppure, sotto quegli occhi spenti, segnati dal dolore e quel corpo pelle e ossa, sarà sempre perfettamente visibile la giovane ragazza nel vestito a fiori che quel pomeriggio di giugno era seduta alla fermata dell’autobus con un gelato al gusto crème brûlée tra le mani.

«Ho trovato il vero amore sulle rive del Kama.»
«Io l’ho trovato in via Saltjkova-Scedrina, mentre mangiavo il gelato seduta su una panchina.»
«Non mi hai trovato, Tatia. Non mi stavi neanche cercando. Sono io che ti ho trovata.»
«Tu mi… stavi cercando?»
«Da una vita.»

Tatiana è entrata di diritto a far parte della top five delle mie eroine letterarie preferite, accanto a personaggi del calibro di Elizabeth Bennet ed Hermione Granger. Ho amato il suo altruismo, la sua bontà e i continui sacrifici fatti in nome della famiglia – anche se a volte avrei voluto strangolarla. Ma più di tutto ho amato la sua forza, la sua intraprendenza e quella punta di testardaggine e avventatezza che la caratterizzano. Dall’altro lato, ho apprezzato un po’ meno il personaggio di Alexander, a volte troppo possessivo e aggressivo – attenzione, non ho detto manesco!!! – ma pur sempre in linea con l’ambientazione e con la mentalità di un’epoca molto distante e molto diversa dalla nostra.

Tatia e Shura sono l’una la forza dell’altro, le due metà perfette di una mela imperfetta, destinati a trovarsi e ad amarsi fin dal loro primo respiro.

Soldato, lascia che ti accarezzi il viso e baci le tue labbra, lasciami urlare attraverso i mari e sussurrare attraverso i prati ghiacciati della Russia quello che sento per te… Luga, Ladoga, Leningrado, Lazarevo,… Alexander, un tempo tu mi hai portata e ora io porto te.

“Il Cavaliere d’Inverno” è una storia di coraggio e di sacrificio, di crescita e di dolore. È una storia di lacrime, sangue, passione e desiderio. In sintesi, “Il Cavaliere d’Inverno” è una delle storie più toccanti e meravigliose che avrete mai la possibilità di leggere, perciò non lasciatevela sfuggire.

Lo so che alcuni possono spaventarsi davanti all’immensa mole di pagine, ma fidatevi se vi dico che non riuscirete a staccare gli occhi dalle pagine neanche per un secondo e che quelle settecento pagine voleranno via in un soffio, cosa per cui poi vi dispererete perché avreste voluto che il libro non finisse mai. Ma una volta giunti all’inevitabile epilogo, carico carico di suspense e che vi porterà ad avere un attacco di cuore, sarete già pronti a gettarvi a capofitto nella lettura del secondo volume, “Tatiana & Alexander”, che, per quanto bello ed intenso, non supererà mai la maestosità del suo predecessore, ma questa è un’altra storia.

Fatemi sapere nei commenti cosa ne pensate, se già l’avete letto o no. Se così fosse, fidatevi di me e correte in libreria! Non ve ne pentirete.

5/5