RECENSIONE “Il Castello tra le Nuvole” di Kerstin Gier

“Il Castello tra le Nuvole” di Kerstin Gier mi ha tenuto al calduccio durante la nevicata della scorsa settimana. Non avrei potuto scegliere lettura più azzeccata! Insieme alla protagonista, Fanny Funke, mi sono ritrovata immersa in un’atmosfera magica ed è stato semplice immaginarla, tutta imbacuccata come un eschimese, a correre impacciata su centimentri e centimetri di neve o a costruire enormi draghi di neve coi bambini del Castello.  
Inoltre, cosa che non mi capitava da tempo immemore, ho fatto le ore piccole piccole piccole per finirlo e questo può significare solo una cosa: “Il Castello tra le Nuvole” è una bomba! 

TITOLO: Il Castello tra le Nuvole

AUTORE: Kerstin Gier

GENERE: Realismo magico, Mistery

DATA PUBBLICAZIONE: 4 ottobre 2018

EDITORE: Corbaccio 

PAGINE: 364

PREZZO: 18,60 € / 10,99 € (eBook) 


TRAMA

Che diciassette anni sia un’età meravigliosa lo dice solo chi li ha passati da un pezzo. Lo sa bene Fanny Funke che nella sua vita improvvisamente non ha trovato più niente che andasse per il verso giusto: amici, genitori, scuola… Al punto da decidere di mollare tutto e di andare a fare uno stage in un albergo. Di sicuro però non sapeva dove sarebbe finita nel luogo più sperduto delle Alpi svizzere in un Grand Hotel indubbiamente suggestivo ma chiaramente in rovina e con una clientela a dir poco variegata, fra oligarchi russi, industriali americani, scrittori di gialli, attrici, ex atlete olimpioniche e, per fortuna, almeno un paio di bei ragazzi. E dove, in qualità ultima arrivata, le tocca subire le angherie di alcune colleghe, le pretese tiranniche del proprietario e l’irritante comportamento dei bambini ai quali deve fare da babysitter. Ma quella che minaccia di diventare una faticosissima routine, si tramuta ben presto in una straordinaria avventura, quando l’atmosfera festosa dell’hotel viene stravolta da un tentato rapimento, che farà capire a Fanny di chi può veramente fidarsi e che cosa cerca veramente nella vita…

Fanny Funke ha da poco abbandonato gli studi e, per sfuggire gli sguardi delusi della sua famiglia, ha deciso di rintanarsi in un hotel sperduto nelle Alpi svizzere, lo Chateau Janvier, meglio conosciuto come il Castello tra le nuvole. Al Castello Fanny lavora come praticante, aiuta nelle pulizie, tiene in ordine l’albergo e, talvolta, si ritrova a svolgere il non facile compito di bambinaia, ancora meno facile se tra i figli degli illustri ospiti dell’hotel figura un piccolo demonio di nove anni, capace di far piangere persino uomini maturi e tutti d’un pezzo, la cui missione di vita è rendere la vita di Fanny un vero inferno. 

Ma a riempire di vita e calore le giornate della ragazza c’è un intero squadrone di variopinti impiegati e colleghi, primo tra tutti Monsieur Rocher, il vecchio concierge nonché vera anima dell’hotel. Ci sono il custode, il vecchio Stucky, e il signor Heffelfinger, l’eccentrico manager del centro benessere. E come non nominare il caro Pavel, un bulgaro grande e grosso ricoperto testa e piedi di teschi e serpenti tatuati. Un buttafuori, penserete voi. E invece no, perché il regno di Pavel è nel seminterrato e i suoi sudditi sono lavatrici (una menzione speciale va a Berta la stanca), asciugatrici e mangani (sia benedetta Trulla la grassa) e la sua attività preferita è stirare uniformi intonando l’Ave Maria.
E certo non mi sono dimenticata della Gatta proibita o di Biancone e Gigione, i due purosangue dell’albergo.
A completare il quadro ci sono anche gli innumerevoli ospiti dell’albergo come la famiglia di industriali del South Carolina, i
Barnbrooke, l’oligarca russo Smirnov (ma forse questo nome è solo una copertura), l’amorevole coppia dei Ludwing, e, ultimo ma non meno importante, l’avvenente e misterioso Tristan Brown che si troverà invischiato, in compagnia del giovane Ben Montfort, in una gara per il cuore di Fanny.
Insomma, potrei star qui a elencarli uno per uno ma preferisco lasciare a voi il piacere di scoprire ognuno degli ignari attori che, nel bene e nel male, danno vita a questa storia.  

All’inizio vi sembrerà di non riuscire a districarvi in questo lungo elenco di personaggi ma l’abilità della Gier sta proprio nel riuscire a rendere ognuno di loro unico e memorabile. Sono perfettamente caratterizzati: ogni comportamento, ogni azione, ogni singolo sguardo viene corredato da attributi esclusivi e da aggettivi che ne determinano la forma e il carattere in modo preciso e inconfondibile. 

E questo vale tanto per i personaggi quanto per gli ambienti e i luoghi.  

Il Castello tra le nuvole era pieno zeppo di passaggi segreti e scale nascoste; io stessa avevo impiegato settimane per scoprirli e, pur avendo acquisito una certa dimestichezza al riguardo, ero convinta che ci fossero ancora tantissime zone inesplorate, soprattutto nelle cantine, che erano scavate nella roccia come un labirinto su più piani. Si tramandava tenacemente la leggenda che l’hotel fosse incantato e io ero più che pronta a crederci.

Incorniciato dall’ambiente onirico e molto suggestivo delle Alpi svizzere, il Castello si presenta molto favolistico nella sua architettura. 
Insieme a Fanny impareremo a conoscere ogni più piccolo angolo dell’hotel, dalla sua piccola stanzetta con le tubature lamentose alla Suite Panoramica degli Smirnov (ma, di nuovo, sarà questo il loro vero nome?), dai sotterranei alla splendida antica biblioteca che si dice fosse frequentata da Rilke in persona quando era stato ospite dell’hotel.  

Questo è il palcoscenico che ospiterà una caccia al tesoro senza eguali, ricca di avventura e di pericoli, in cui un’ingenua Fanny si ritroverà invischiata. 
Ma non voglio dilungarmi troppo sulla trama perché la storia vera e propria si dipana man mano che si procede con la lettura. Non capisci fino in fondo che cosa andrai a leggere finché non te lo ritrovi davanti nero su bianco… Ci sono continui plot twist e colpi di scena mai forzati che si susseguono con estrema naturalezza e che, fino alla pagina precedentemente, non avremmo potuto immaginare nemmeno nei nostri sogni più vivaci (semi cit. 😉). È tutto un concatenamento di eventi studiato fin nei minimi dettagli, mai scontato, e quando, insieme a Fanny, arrivi alla risoluzione del mistero ti rendi conto che è ormai troppo tardi.  

Insomma, a me “Il Castello tra le Nuvole” è piaciuto, e anche tanto. La Gier è conosciuta soprattutto per la “Trilogia delle Gemme”, opera che in tutta onestà non mi è mai capitato di leggere, perciò questo è il suo primo romanzo che leggo e sono rimasta più che soddisfatta dal suo stile semplice ma ricco. Sa sicuramente come tenere alta l’attenzione del lettore: anche nella prima parte, più descrittiva e introduttiva e perciò dal ritmo meno frenetico, trova sempre il modo di introdurre quell’elemento che tiene perennemente il lettore sul “chi va là”.  

A un certo punto della storia la mia preoccupazione era una e una soltanto: il triangolo amoroso. Avevo paura che la componente young adult del romanzo si facesse troppo sentire e che prendesse il sopravvento sul resto, ma, per fortuna, così non è stato. Anzi, le dinamiche amorose di Fanny rimangono sempre sullo sfondo per emergere solo nel momento in cui possono offrire supporto logistico alla trama. Questo fa de “Il Castello delle Nuvole” una lettura più matura, adatta anche a persone più adulte che, come me, sono uscite da secoli dalla pubertà.  

Non vi tedierò oltre: siete liberi di correre a perdifiato verso la vostra libreria di fiducia!

5/5

RECENSIONE “Per Sole Donne” di Veronica Pivetti

Carə lettorə, oggi voglio parlare di un libro che mi ha tenuto piacevolmente compagnia durante un periodo in cui di risate ne avevo un disperato bisogno. Mi riferisco a “Per Sole Donne”, il primo romanzo non autobiografico dell’attrice italiana Veronica Pivetti. 

“UN’AVVERTENZA: ASTENERSI PURITANI E PERSONE SENSIBILI. TENERE LONTANO DALLA PORTATA DEI BAMBINI” 

TITOLO: Per Sole Donne

AUTORE: Veronica Pivetti

GENERE: Narrativa, Humor 

DATA PUBBLICAZIONE: 12 novembre 2019

EDITORE: Mondadori (Novel)

PAGINE: 252

PREZZO: 19,00 € / 9,99 € (eBook) 


TRAMA

Tra un sorriso e una risata capita anche di riflettere sull’eterna conflittualità dei rapporti tra i sessi e sull’inossidabile valore dell’amicizia. 

“Era stata una scopata noiosissima. Adelaide si era addormentata a metà, mentre Andrea gliela leccava.” 
È il fulminante inizio di Per sole donne, il primo romanzo di Veronica dopo due esilaranti bestseller autobiografici.
Adelaide fa l’antiquaria, ha un marito più giovane di lei con cui è in crisi, una madre complice e saggia nonostante un principio di arteriosclerosi, e quattro amiche vere, che come lei stanno attraversando la crisi dei cinquant’anni. Crisi? In realtà si direbbe che non si siano mai divertite tanto. Nei loro incontri (quasi sempre in un ristorante cinese) si scambiano le più inconfessabili confidenze sessuali, e al lettore è concesso di origliare e apprendere così, nei più imbarazzanti dettagli, le avventure e le sventure erotiche di Adelaide, Benedetta, Tonia, Rosaria e Martina. Cinque donne diversissime tra loro ma accomunate da due cose: una visione ormai disincantata della vita e, al tempo stesso, una gran voglia di viverla a pieno. Anche a dispetto dell’età che avanza, come sperimenta dolorosamente Adelaide durante un amplesso con l’atletico amante Lorenzo detto “Trivella”. Si ride molto, alle loro spalle e a quelle dei loro partner, talmente goffi da suscitare tenerezza.
 

“Per Sole Donne” è un libro dalla trama molto semplice: cinque donne, legate da una profonda amicizia, nel mezzo del cammin di loro vita si ritrovarono in menopausa, alle prese con problemi di coppia, profonde crisi d’identità, scompensi emotivi e ormoni in subbuglio. 
Banale? Aspettate a giudicare, perché difficilmente avrete mai letto un libro tanto spregiudicato e sfacciato. La penna della Pivetti è audace e irriverente, caratterizzata da uno stile frizzante e dinamico e da un linguaggio esplicito, velato da una volgare ironia.  

I dialoghi sono esilaranti, specialmente quelli che la protagonista Adelaide scambia con la madre arteriosclerotica. È evidente l’influenza che una vita passata tra set cinematografici e teatri ha avuto sulle scelte stilistiche della Pivetti: molto spesso i dialoghi sono presenti sotto forma di “botta e risposta” e trovo che in questo caso sia una formula molto riuscita. La comicità è ben calibrata e la velocità delle battute rende il tutto molto colloquiale e accessibile. Sembra di trovarsi sedute ad un tavolo del proprio ristorante cinese di fiducia con il proprio gruppo di amiche. È proprio questo, secondo me, ciò che da una marcia in più a questo libro: diventi un tutt’uno con la carta stampata, ritrovi te stessa fra l’inchiostro di queste pagine ed entri a far parte in piena regola di questo strambo e variegato gruppo di donne. Esse incarnano i valori dell’amicizia, della fiducia e della complicità. Sanno di poter essere loro stesse senza mai doversi preoccupare di essere giudicate.

È facile immedesimarsi, entrare in empatia con loro, perché ognuna di queste donne ha un carattere e una personalità propria che si distingue in tutto e per tutto – o quasi – da quella delle altre. 
La protagonista è Adelaide, un’antiquaria perennemente stressata dalla dieta, intrappolata in un matrimonio noioso con un uomo più giovane che la tradisce con un’influencer di rossetti di appena vent’anni, mentre Martina, fresca fresca di menopausa, è la single incallita del gruppo, libertina e spregiudicata. E poi c’è Benedetta, la migliore amica di Adelaide, un po’ snob, inflessibile, tagliatrice di teste di professione e disillusa dall’amore – la classica zitella – e infine Tonia, la lesbica seduttrice senza peli sulla lingua e Rosaria, la gattara intrappolata in un matrimonio insapore e incolore.
Insomma, ognunə di noi potrebbe essere una di queste donne, donne intelligenti, di una certa cultura ed eleganza che al primo grido d’aiuto si ritrovano davanti ad un piatto di pollo in agrodolce e ravioli al vapore e, in totale onestà, si lasciano andare a commenti sfacciati e volgari, prive di inibizioni d’ogni sorta e senza la minima paura di sconvolgere.  

“Per Sole Donne” non è un romanzo con una trama originale o memorabile, non è un libro che si spaccia per un’opera di psicologia spicciola che vuole sviscerare le dinamiche dei rapporti di coppia o le ripercussioni della menopausa sul corpo e sulla psiche di una donna. No, quello presentato dalla Pivetti è uno spaccato di vita quotidiana, la semplice e pura realtà contemporanea. Che piaccia o meno, noi donne non abbiamo più paura di nasconderci dietro sciocchi tabù e pregiudizi di stampo medievale. Ade, Martina, Ben, Tonia e Rosaria sono donne libere ed emancipate, sono la voce di tutte noi ma, soprattutto, sono le grida di tutte quelle donne oppresse da società maschiliste e dispotiche che le privano della loro libertà personale e di espressione. Le donne guidate dalla Pivetti esigono la parità in tutto e per tutto, danno uno schiaffo in faccia al patriarcato che le vuole posate, mansuete e obbedienti e sovvertono l’ordine sociale.  
A tal proposito mi piacerebbe condividere un pezzo di un’intervista rilasciata dalla Pivetti per Mondadori a proposito del libro:  

[…] E poi avevo una voglia pazza di fare un tuffo nel non detto, nell’intimità femminile, nella ricerca del piacere e dell’amore, nel rifiuto delle convenzioni e dei tabù.
I tabù, che brutta invenzione!

Quanti ne abbiamo scardinati noi donne nel corso dei decenni e quanto è ancora lunga la strada della libertà sessuale.
Mica parlo di scopate, quelle ormai ce le facciamo con relativa (relativa, attenzione, relativa) disinvoltura.

Parlo di vera e profonda libertà scevra da pregiudizi, balzelli (morali) e fardelli, robaccia per bigotti e perbenisti che (lo so, lo so, tranquilli, lo so) fremeranno di sdegno davanti alle storie di Adelaide, Benedetta, Tonia, Rosaria e Martina, le mie ragazze, le mie protagoniste senza esclusione di colpisenza mezze misure e senza veli (nel vero senso).

L’ipocrisia è dietro l’angolo coi suoi artigli uncinati.
Non abbassiamo la guardia né lo sguardo e continuiamo a pretendere per le donne la stessa libertà d’espressione che il mondo consente agli uomini da sempre.
Adelaide e le amiche lo fanno in tutte le duecentocinquantadue pagine del romanzo.

“Per Sole Donne” è un inno alla libertà, all’essere donna, all’amicizia. È un inno alla vita! 

Forse quello che sconvolge più di tutto è il fatto di non trovarsi davanti a delle adolescenti ma a delle cinquantenni sulla soglia della menopausa che dovrebbero essere madri e mogli devote e invece eccole lì a ridere alle spalle dei loro partner, a parlare di sesso, disavventure erotiche, tradimenti e divorzi. Veronica Pivetti vuole depennare una volta per tutte lo stereotipo della donna che sogna la famiglia del Mulino Bianco. La felicità non la si misura in figli e, cosa più importante, una donna di mezza età ha lo stesso diritto di una ventenne di sentirsi libera nel proprio corpo e nella propria vita sessuale, di conoscere uomini online e di fare sesso con uno sconosciuto nel bagno di un treno, così come ha il diritto di riscoprirsi omosessuale, ma questa è un’altra storia e se vorrete saperne di più dovrete leggere il libro.  

Un consiglio per gli uomini: non fermatevi al “Per Sole Donne” 😉 
 

4/5

RECENSIONE “Storia di Due Anime” di Alex Landragin

Una trama appetitosa che tocca diverse epoche storiche, Charles Baudelaire e Coco Chanel tra i personaggi, un metodo di lettura interattivo e una copertina da urlo (chapeau, GatsbyBooks!). Con queste premesse, “Storia di Due Anime” di Alex Landragin avrebbe tutte le carte in regola per aggiudicarsi il titolo di miglior lettura 2020. Eppure…  

TITOLO: Storia di Due Anime

AUTORE: Alex Landragin

GENERE: Storico, Realismo magico

DATA PUBBLICAZIONE: 17 settembre 2020

EDITORE: Nord (Narrativa Nord)

PAGINE: 400

PREZZO: 18,00 € / 9,99 € (eBook) 


TRAMA

Una storia iniziata più di due secoli fa (e non ancora finita). Sette vite. Tre manoscritti «impossibili». Due anime che si cercano. Un assassino.

A Parigi, una ricca collezionista incarica un uomo di rilegare insieme tre manoscritti, composti in epoche diverse e da mani diverse. A una condizione: non leggerli. Ma quando viene a sapere che la donna è morta – qualcuno dice assassinata – il rilegatore rompe la promessa. Rimane così colpito – e turbato – dalla lettura dei manoscritti che decide di pubblicarli col titolo di Storia di due anime.

L’educazione di un mostro. Dopo essere stato investito da una carrozza, Charles Baudelaire viene soccorso e portato in una villa subito fuori Bruxelles. Anche se lui non l’ha mai vista, la misteriosa padrona di casa dimostra di conoscere il suo passato fin troppo bene. E gli fa una proposta inquietante…

La città fantasma. A Parigi, davanti alla tomba di Baudelaire, un uomo e una donna s’incontrano per la prima volta. Lui è un rifugiato tedesco, lei – Madeleine –, un’enigmatica appassionata di poesia. Con l’esercito nazista ormai alle porte, la città viene evacuata, ma i due decidono di restare. E, in quei giorni di passione, Madeleine gli racconta una storia incredibile: la storia di due anime che si perdono e si ritrovano da quasi due secoli. E poi gli chiede di partecipare a un’asta, dove si venderà il manoscritto di un racconto inedito di Charles Baudelaire, L’educazione di un mostro. L’uomo la asseconda, rimanendo così invischiato in una serie di brutali omicidi che sembrano portare la firma dell’esclusiva – ed elusiva – Société Baudelaire…

I racconti dell’albatro. È la storia di Alula, colei che ricorda, e di Koahu, colui che dimentica. Una storia che comincia al tramonto del XVIII secolo, in una sperduta isola del Pacifico, e si dipana fino ad arrivare a Parigi, nel 1940, davanti alla tomba di Charles Baudelaire, dove il cerchio si chiude. O forse no…

Un romanzo nel romanzo. Tre diversi racconti che si muovono sullo sfondo di un’unica cornice narrativa che ne tesse le trame. 
L’autore, Alex Landragin, è un rilegatore parigino. Un giorno riceve una strana richiesta da parte di una delle sue più affezionate committenti, la “Baronessa”: deve rilegare un antico manoscritto e, non importa quanto tempo o denaro occorreranno, l’unica condizione è che Alex non dovrà mai conoscerne il contenuto. Ma dopo pochi giorni la Baronessa muore in circostanze misteriose e il suo corpo viene trovato con gli occhi cavati.

[…] Concludemmo dunque che la Baronessa doveva essere invischiata in qualche losco traffico di libri. I libri rari sono in grado di far emergere il lato peggiore delle persone. Fu così che nella mente di entrambi si affacciò un sospetto, un sospetto troppo angosciante per essere formulato apertamente: e se l’omicidio della Baronessa fosse stato in qualche modo collegato al manoscritto che si trovava nella mia cassetta di sicurezza?

Ad Alex non rimane che una cosa da fare: leggere il manoscritto. 
Scopre di avere tra le mani tre diversi racconti, apparentemente scollegati tra loro.
Ma la cosa più strana è l’indicazione lasciata in prima pagina dalla Baronessa stessa che ne indica un alternativo metodo di lettura: il suo consiglio è di non leggere i racconti nella sequenza convenzionale, dalla prima all’ultima pagina, bensì di alternarne la lettura, seguendo quindi le indicazioni lasciate alla fine di ogni capitolo, così che ti ritroverai a dover saltare da pagina 233 a pagina 44, dalla 128 alla 336, e così via. 

Il primo racconto è “L’Educazione di un Mostro”, un racconto inedito e autobiografico scritto da Charles Baudelaire che narra la storia del suo incontro con una misteriosa donna e delle inquietanti rivelazioni che ne conseguono. Il secondo,“La Città Fantasma”, si apre invece sulla Parigi in piena Seconda Guerra Mondiale: è su questo sfondo che un uomo, un rifugiato tedesco che noi chiameremo Monsieur, incontra per la prima volta Madeleine sulla tomba di Baudelaire. L’amore per questa donna lo porterà ad invischiarsi in un’intricata faccenda di antichi manoscritti e misteriosi omicidi che, tra gli altri, vedono coinvolta anche un’enigmatica Coco Chanel. Infine, “I Racconti dell’Albatro” è la storia di AlulaKoahu, la storia di due anime che, da più di due secoli, si inseguono e ricercano gli occhi conosciuti su visi sconosciuti.  

Ciò che più ho apprezzato di “Storia di Due Anime” è, senza ombra di dubbio, l’intreccio narrativo, tanto macchinoso quanto fruibile. Io ho scelto di leggere la storia nell’ordine indicato dalla Baronessa e non me ne sono pentita. Anzi, a chi ancora non l’ha letto e sta decidendo di approcciarsi al romanzo, consiglio vivamente di evitare la lettura lineare e divisa dei tre racconti che, a parer mio, rende meno godibile la trama, la cui bellezza è data proprio dal disegno che si crea dal sovrapponimento dei diversi strati narrativi.  

Inoltre, la mia incommensurabile passione per il romanzo storico viene ampiamente gratificata dalla presenza di diversi palcoscenici, le cui scenografie riflettono gli ultimi tre secoli della storia del nostro mondo: assistiamo, tra gli altri, alla colonizzazione francese, tra ‘700 e ‘900, di una piccola isola del Pacifico orientale, seguiamo il marinaio Pierre Joubert nei suoi viaggi intorno al mondo e alle culture di fine ‘700, accompagniamo un ritrattista in una piantagione degli Stati Uniti del sud nei primi decenni dell’800, viviamo la storia d’amore tra Jeanne Duval e Charles Baudelaire e seguiamo da vicino le vicissitudini di un rifugiato tedesco a Parigi durante la Seconda Guerra Mondiale. 
Tra le varie vite che compongono queste pagine, la mia preferita è quella di Edmonde de Bressy, letterata e fondatrice della Société Baudelaire che, nel 1900, si rifugia tra gli indigeni dell’isola di Oaeetee. È anche il momento in cui la trama prende una svolta inaspettata e si tinge una volta per tutte di quel giallo di cui già in precedenza avevamo intravisto una lieve sfumatura. A tal proposito,è curioso come non bastino uno o due generi letterari specifici per descrivere “Storia di Due Anime”. È un romanzo storico? È una love story? È un thriller? E il realismo magico non lo vogliamo considerare? Insomma, un bel pot-pourri a mio avviso ben riuscito. 

Purtroppo non riesco a considerare con lo stesso entusiasmo lo stile narrativo dell’autore. Non che Alex Landragin non sia un bravo scrittore: il suo stile è delicato e scorrevole, si avvale sapientemente dell’espediente narrativo “show, don’t tell” ed è in grado di permeare le sue pagine di mistero nella giusta dose e nei giusti momenti per incuriosire il lettore. È soprattutto su quest’ultima sua capacità che vorrei porre l’accento perché, se non fosse per il contorto rebus che mi sono ritrovata tra le mani, probabilmente avrei faticato a portare a termine la lettura. Nonostante la moltitudine di storie e personalità, ho trovato i personaggi un po’ piatti, ripetitivi e, lasciatemelo dire, noiosi. Ci troviamo spesso davanti a situazioni replicate più e più volte e questo purtroppo non rende la lettura particolarmente accattivante.

Ciononostante, “Storia di Due Anime” è un libro che si fa leggere, complice la curiosità derivante dalle tecniche narrative e dall’intreccio innovativo: desideri arrivare in fondo alla storia, risolvere il mistero degli omicidi, capire una volta per tutte in che modo tutto è connesso. Quello che manca al libro, ironia della sorte, è proprio l’anima. Ho trovato la storia d’amore insipida, priva di pathos, come se fosse solo un espediente narrativo e non il fulcro del romanzo e non è ciò che mi aspettavo. Avevo aspettative molto alte a tal proposito: la trama mi rievocava alla mente il “mito delle metà” di Platone, mi si era formata nella mente questa bellissima immagine di due anime gemelle che sfidano il tempo e lo spazio per ritrovarsi. Avevo aspettative molto alte che purtroppo sono state disattese ma forse sono stata io ad aver troppo idealizzato il tutto. Insomma, una lettura piacevole che mi ha tenuto compagnia per qualche giorno ma che non mi ha lasciato dentro nulla di memorabile.  

Ci sarebbero ancora così tante cose da dire su questo libro! Ci sarebbe da divagare per ore e ore a proposito del problema etico e morale che consegue a questa storia ma purtroppo andremmo ad incappare in enormi e giganteschi spoiler che rovinerebbero completamente la lettura.
Nonostante tutto è un libro interessante e che nasconde delle piacevoli sorprese e penso che una possibilità se la meriti tutta.  

E mi raccomando, se deciderete di dargliela fatemi sapere se seguirete la sequenza della Baronessa o quella classica! 

3/5

RECENSIONE “La Misura dell’Uomo” di Marco Malvaldi

Bentrovati cari lettori!
Oggi sono qui per esporvi le mie impressioni su una delle uscite più attese e chiacchierate di questo mese. Sto parlando ovviamente del nuovo libro di Marco Malvaldi, “La Misura dell’Uomo”, nell’inusuale veste di Giunti Editore. Per chi non lo sapesse, Malvaldi è uno degli storici autori di Sellerio, famoso per la sua serie di romanzi gialli con protagonisti i “vecchietti del BarLume”.

Premetto che non avevo mai letto nessun romanzo dell’autore e che quindi non conosco per esperienza diretta la serie qui sopra citata. D’altra parte, come libraia, ho l’obbligo e il dovere di conoscere determinate realtà editoriali di una certa levatura, e Sellerio è sicuramente una di queste. Ecco perché mi sono avvicinata a questa lettura avendo già delle aspettative molto alte.

Saranno state soddisfatte? Scopriamolo insieme.

TITOLO: La Misura dell’Uomo

AUTORE: Marco Malvaldi

GENERE: Giallo storico

DATA PUBBLICAZIONE: 6 novembre 2018

EDITORE: Giunti Editore (Scrittori Giunti)

PAGINE: 300

PREZZO: 18,50 € / 9,99 € (eBook) 


TRAMA

Ottobre 1493. Firenze è ancora in lutto per la morte di Lorenzo il Magnifico. Le caravelle di Colombo hanno dischiuso gli orizzonti del Nuovo Mondo. Il sistema finanziario contemporaneo si sta consolidando grazie alla diffusione delle lettere di credito. E Milano è nel pieno del suo rinascimento sotto la guida di Ludovico il Moro. A chi si avventura nei cortili del Castello o lungo i Navigli capita di incontrare un uomo sulla quarantina, dalle lunghe vesti rosa, l’aria mite di chi è immerso nei propri pensieri. Vive nei locali attigui alla sua bottega con la madre e un giovinetto amatissimo ma dispettoso, non mangia carne, scrive al contrario e fatica a essere pagato da coloro cui offre i suoi servigi. È Leonardo da Vinci: la sua fama già supera le Alpi giungendo fino alla Francia di re Carlo VIII, che ha inviato a Milano due ambasciatori per chiedere aiuto nella guerra contro gli Aragonesi ma affidando loro anche una missione segreta che riguarda proprio lui. Tutti, infatti, sanno che Leonardo ha un taccuino su cui scrive i suoi progetti più arditi – forse addirittura quello di un invincibile automa guerriero – e che conserva sotto la tunica, vicino al cuore. Ma anche il Moro, spazientito per il ritardo con cui procede il grandioso progetto di statua equestre che gli ha commissionato, ha bisogno di Leonardo: un uomo è stato trovato senza vita in una corte del Castello, sul corpo non appaiono segni di violenza, eppure la sua morte desta gravi sospetti… Bisogna allontanare le ombre della peste e della superstizione, in fretta: e Leonardo non è nelle condizioni di negare aiuto al suo Signore. A cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci, Marco Malvaldi gioca con la lingua, la scienza, la storia, il crimine e gli ridà vita tra le pagine immaginando la sua multiforme intelligenza alle prese con le fragilità e la grandezza dei destini umani. Un romanzo ricco di felicità inventiva, di saperi e perfino di ironia, un’indagine sull’uomo che più di ogni altro ha investigato ogni campo della creatività, un viaggio alla scoperta di qual è – oggi come allora – la misura di ognuno di noi.

Come abbiamo ormai appurato, con “La Misura dell’Uomo”, Marco Malvaldi si cimenta in un genere non totalmente nuovo per lui, ma comunque abbastanza distante dalla sua produzione abituale. Come detto in precedenza, Malvaldi prende eccezionalmente le distanze da Sellerio e dai suoi storici colleghi – Camilleri, Manzini e Recami, solo per citarne alcuni – e fa un salto nell’universo narrativo di Dan Brown e Ken Follet, tra gli altri.

Ci troviamo nel 1493, alla corte di Ludovico il Moro. Siamo in piena epoca rinascimentale, un periodo d’oro per la bella Milano, reso tale anche, e soprattutto, dalla presenza di Leonardo da Vinci che, proprio sotto il governo del Moro, ha prodotto alcuni tra i suoi più celebri capolavori, come la Dama con l’Ermellino – ritratto dell’amante di Ludovico, Cecilia Gallerani – e la Vergine delle Rocce. E come non nominare il Cenacolo!

Io amo l’arte – vengo da anni e anni di studi artistici – e amo Leonardo, perciò come potevo, dopo queste premesse, tenere le mie grinfie lontane da questo libro?
Ecco perché, non appena giunte in libreria le mille mila copie de “La Misura dell’Uomo”, ho immediatamente provveduto ad arraffarne una.

Che dite? Mi è piaciuto? Ha soddisfatto le mie aspettative?
Sì e no.

Vorrei estrapolare la parte storica del romanzo e la parte “gialla” – o mistery – e trattarle in maniera separata, come se fossero due entità a sé stanti.

Per quanto riguarda la prima – la componente storica –, è un pieno e assoluto dieci e lode. Malvaldi ha fatto un lavoro di ricerca che quasi intimidisce per la minuzia di particolari e dettagli che è riuscito ad inserire tra le sue pagine. Tutta la prima metà del libro è un piccolo e prezioso tesoro saturo di cenni storici e curiosità da far brillare in eterno i miei occhi. Tra le tante cose, ad esempio, l’autore ci mette al corrente di un simpatico aneddoto, ovvero del fatto che, già a quell’epoca, il traffico fosse il peggior male di Milano.

A Milano gli uomini i muovevano a dorso di mulo, mentre le donne, le donne facoltose, si muovevano in carretta – delle carrette che sembravano un incrocio fra una pala d’altare e un carro siciliano, dorate e pacchiane, trainate da due o quattro giumente, e che erano il terrore dei pedoni. Può sembrare strano, ma a Milano il traffico era un problema già nel tardo Quattrocento.

Ci sono poi molti appunti per quanto riguarda gli argomenti di natura artistica, legati, ad esempio, alla creazione e produzione del colore, o ancora, alla lavorazione dei metalli. E come non menzionare la componente linguistica! Insomma, potremmo considerare “La Misura dell’Uomo” una mini enciclopedia sul Rinascimento milanese solo per il minuzioso lavoro di ricerca e documentazione fatto da Malvaldi.

E come non parlare poi della componente grafica del libro!
“La Misura dell’Uomo” è un libro finemente curato a trecentosessanta gradi. Giunti ha letteralmente corteggiato Marco Malvaldi per questo progetto e si può ben notare quanto ci tenesse a creare un prodotto di altissima qualità, basti pensare alle illustrazioni di Leonardo che decorano entrambi i risguardi del libro o alle meravigliose riproduzioni della mappa della città di tardo Quattrocento. Sono questi i dettagli per cui vado subito in visibilio. Solo per questo e per la ricerche storiche, il romanzo si meriterebbe cinque stelle piene.

Eppure io, di stelle, gliene ho assegnate solamente tre…

Ecco, ora possiamo riprendere in mano la componente “gialla” che avevamo momentaneamente lasciato da parte. Purtroppo, non mi ha “preso” per nulla. Possiamo proprio dire che l’intreccio generale non mi ha lasciato nulla, niente di niente. Ho girato l’ultima pagina solo qualche giorno fa e già fatico a ricordare molti accadimenti.

Tutta la vicenda ruota intorno al ritrovamento del corpo senza vita di un tale Rambaldo Chiti all’interno di una corte del castello. Sul corpo nessun segno visibile che possa attestare la causa della morte. Ma una cosa è subito chiara a Leonardo: il Chiti è stato assassinato. Ma da chi? E perché poi?
Il mistero si infittisce maggiormente quando all’interno della sua abitazione – del Chiti – viene rinvenuta una pagina piena di appunti e annotazioni vergate indubbiamente dalla mano di Leonardo – famoso, tra le altre cose, per la sua bizzarra abitudine di scrivere da destra verso sinistra.

Ecco, diciamo quindi che inizialmente tutta la faccenda aveva attirato la mia attenzione ma che poi, quella stessa attenzione, era andata scemando man mano che ci si avvicinava alla risoluzione del caso. Insomma, l’epilogo, così come le motivazioni che hanno portato all’omicidio del Chiti e di altri dopo di lui, non mi ha per nulla convinta, anzi, mi ha proprio delusa.

La presenza di decine di personaggi che continuano a spuntar fuori da ogni dove poi non aiuta di certo. Dovevo continuamente interrompere la lettura per andare a spulciare l’elenco dei personaggi all’inizio del libro che conta ben una cinquantina circa di nomi. Passi Leonardo da Vinci, passino il Moro e la Gallerani. Passino il Salaì e Caterina, la madre di Leonardo, il Trotti e Galeazzo Sanseverino, personaggi ricorrenti nella storia, ma tutti gli altri? Una gran confusione.

Mi spiace davvero molto di non essere riuscita ad apprezzare appieno “La Misura dell’Uomo” che rimane tuttavia un ottimo prodotto letterario nonché un libro scritto in maniera eccellente. Marco Malvaldi sa sicuramente fare il proprio lavoro e la sua ironia e simpatia gli conferiscono sicuramente una marcia in più: sa come distinguersi e questa è una caratteristica fondamentale per uno scrittore. Tutte le “problematiche” – se così le vogliamo chiamare – che ho riscontrano rimangono circoscritte alla sfera soggettiva. Come spesso accade nel caso di grandi opere, considerate oggettivamente dei capolavori della letteratura, a fare la differenza è il cuore, il grado di sensibilità alla storia, alla vicenda.

Tutto questo per chiarire che, nonostante il mio giudizio finale, “La Misura dell’Uomo” non è assolutamente un libro che vi voglio sconsigliare, anzi… leggetelo assolutamente! Magari voi riuscirete ad empatizzare con la storia e ad apprezzarla molto più di quanto non abbia fatto io.

3/5

RECENSIONE “Il Negozio di Musica” di Rachel Joyce

Buongiorno cari lettori,
a settembre è tornata nelle librerie una delle autrici inglesi più amate e apprezzate di sempre, Rachel Joyce, con il suo nuovo romanzo “Il Negozio di Musica”, questa volta edito Giunti Editore. 

Spoiler: l’ho amato! Follemente!
Uno dei migliori romanzi di sempre, attualissimo nonostante l’ambientazione 80’s.

Siete pronti per questo viaggio all’insegna della musica?
Seguitemi 😉

TITOLO: Il Negozio di Musica

AUTORE: Rachel Joyce

GENERE: Narrativa romantica

DATA PUBBLICAZIONE: 12 settembre 2018

EDITORE: Giunti

PAGINE: 352

PREZZO: 14,90 € / 8,99 € (eBook) 


TRAMA

Inghilterra, 1988. A Unity Street c’è un negozio di musica che vende vinili di ogni genere, colore e velocità, solo ed esclusivamente vinili. Il suo proprietario, Frank, ha un dono, una specie di sesto senso: chiunque entri nel suo negozio, qualunque sia la musica che cerca o lo stato d’animo in cui si trova, Frank sa leggere ciò che ha davvero nel cuore e consigliare la canzone di cui ha bisogno. C’è solo una persona di fronte alla quale il suo intuito si trova disarmato: la misteriosa donna dal cappotto verde che un giorno sviene proprio sulla soglia del negozio. Si chiama Ilse Brauchmann, è tedesca, ha un singolare talento per aggiustare le cose e vorrebbe delle lezioni di musica… Lezioni di musica? Frank non ha mai dato lezioni a nessuno e, del resto, ha rinunciato all’amore ormai molto tempo fa, la sua vita è perfetta così com’è. Eppure non riesce a nascondere l’emozione che prova specchiandosi in quegli occhi nero vinile. Ma che cosa ha portato Ilse in Inghilterra? Perché non toglie mai quei guanti scuri che coprono le sue mani? Che cosa nasconde nel suo passato? Mentre i negozi di Unity Street rischiano di chiudere uno dopo l’altro, Frank e Ilse dovranno fare i conti con cicatrici profonde, visibili e invisibili, e aprire finalmente i loro cuori. Prima che sia troppo tardi. Una favola contemporanea, un’ode al potere trasformativo della musica e dell’amore.

Sono sempre stata dell’idea che la musica non sia da considerarsi semplicemente come “qualcosa da ascoltare”. Non è solo un insieme di note che, disposte in una determinata sequenza, riproducono questo o quell’altro suono. La musica è un’esperienza da vivere a trecentosessanta gradi, una melodia  da inglobare dentro di sé attraverso ogni nostra singola capacità sensoriale.
Ebbene, credo di aver trovato qualcuno con cui condividere questa mia opinione.

“Il Negozio di Musica” ci ricorda che non è necessario ricorrere all’udito per sentire la musica. Rachel Joyce sa prendervi per mano e accompagnarvi tra gli spartiti delle sinfonie di Beethoven e i notturni di Chopin, tra gli accordi jazz di Miles Davis e i testi soul di Aretha Franklin, e il tutto senza l’ausilio di alcuno strumento. Sono bastate poche e semplici parole, accostate tra loro sulla pagina bianca con la stessa studiata maestria con cui le note musicali vengon fatte danzare tra gli spazi e i righi di un pentagramma.

A farci da guida in questo magico viaggio musicale è Frank, l’ordinario proprietario di un piccolo negozio di vinili in Unity Street. Frank non è un negoziante comune: ha un “dono”, una capacità innata di leggere l’animo delle persone e capire di quale canzone hanno bisogno in quel preciso momento della loro vita.

Frank non sapeva suonare, non era capace di leggere uno spartito, non aveva nessuna conoscenza pratica, ma quando si trovava di fronte a un cliente e lo ascoltava davvero, udiva una musica. Non una sinfonia vera e propria. Solo poche note; al massimo una melodia. E non gli capitava sempre, ma solo quando smetteva di essere Frank e si portava in uno spazio situato a metà strada.

Ma un giorno succede qualcosa di inaspettato: una donna tedesca col cappotto verde, di nome Ilse Brauchmann, sviene davanti alla porta del negozio di musica per poi scappare via in fretta e furia una volta ripresa conoscenza. La faccenda sarebbe già di per sé bizzarra ed insolita, ma il tutto si complica quando Frank si rende conto di non sentire alcuna musica levarsi da questa donna. Tutto ciò che sente ogni volta che la guarda è solo silenzio.
Ma chi è Ilse Brauchmann? Qual è la sua storia? Perché si trova in Inghilterra? E perché è svenuta? Ma soprattutto, perché Frank non riesce a leggere il suo cuore?

Il mistero che avvolge la figura di Ilse Brauchmann è uno dei punti cardine di questo romanzo, ciò che, a parer mio, trascina il lettore dalla prima all’ultima pagina. Chiariamo subito le cose: non stiamo parlando del capolavoro letterario del secolo. Questo libro non è privo di difetti. Lo stile di Rachel Joyce mi piace molto, è fresco e preciso, e a tratti ironico e umoristico, delicato e, per restare in tema, l’ho trovato molto musicale. Il problema risiede proprio nella storia che, purtroppo, fa un po’ fatica ad ingranare. Ho iniziato la lettura con grande entusiasmo ma, dopo l’incidente con Ilse davanti al negozio di musica e la sua successiva sparizione, tutta la mia euforia è andata scemando. Da quel momento in poi la lettura si è un po’, come dire, rallentata. Sia io che i negozianti di Unity Street siamo rimasti immobili, congelati nel tempo in attesa che succedesse qualcosa, che la giovane donna col cappotto verde si rifacesse viva. Rachel Joyce non è riuscita ad intrattenermi in quell’intervallo d’attesa che ha preceduto la ricomparsa in Unity Street di Ilse Brauchmann. Ma l’autrice non ci mette molto a riaggiustare il tiro ed ecco che il mio entusiasmo torna in fretta e furia a farsi vivo.

Come è scritto nella sinossi del romanzo, Ilse si ripresenta da Frank per chiedergli delle “lezioni di musica”. Ecco, dopo la prima lezione ho capito che, nonostante tutto, avrei follemente amato questo libro. Innanzitutto sono rimasta spiazzata nel rendermi conto che per “lezioni di musica” non si intendessero lezioni pratiche volte all’imparare uno strumento, cosa che io avevo erroneamente dedotto dopo aver letto la quarta di copertina. Infatti, Frank non ha alcuna conoscenza di questo tipo e non ha mai suonato nulla in tutta la sua vita.
Ma quindi cosa vuole esattamente Ilse da lui? Ebbene, ciò che la donna vuole è che Frank le racconti la musica.

Una volta che hai sentito Beata viscera non te lo dimentichi più. È solo un’unica voce umana, ma sembra di salire sul dorso di un uccello. Nel momento esatto in cui comincia, stai già volando. Ti porta su, ti riporta giù, e poi ti solleva così in alto che diventi una capocchia di spillo nel cielo. Ma se chiudi gli occhi e ascolti davvero, ti tiene al sicuro per l’intero percorso. Finché non ho ascoltato Beata viscera non avevo idea che gli esseri umani potessero essere così belli. Ogni volta che vedrai un uccello, ripenserai a questa musica.

La meraviglia di queste lezioni è qualcosa che potete capire solo leggendo il libro. Le parole di Frank, dalla prima all’ultima, mi hanno toccato irrimediabilmente il cuore. Frank parla di compositori, musicisti e cantanti, ci racconta aneddoti e retroscena della musica, ma soprattutto cerca di spiegarci il potere della musica, ciò che la giusta melodia è in grado di fare al cuore e all’anima delle persone, in particolare alla sua. Ma è la passione e il fervore con cui parla di questi argomenti che mi ha affascinata tanto. Più di una volta le sue parole mi hanno commosso.

Mi ritrovavo a leggere quei paragrafi con la stessa espressione in viso di Ilse Brauchmann che lì, seduta al tavolino della Teiera Cantante con il mento appoggiato sulle mani giunte, se ne stava in religioso silenzio incantata davanti ad un uomo che, senza volerlo, le stava aprendo il suo cuore nel modo più magico e commovente possibile. Non un evento da prendere sottogamba, comunque. Frank è un uomo un po’ burbero, un uomo grande e grosso che non vuole saperne nulla di amore e sentimenti. Ma la caratteristica principale che lo contraddistingue è la sua testardaggine e la caparbietà con cui continua imperterrito a difendere il vinile rifiutando di mischiare i suoi preziosi dischi con CD di plastica e cassette. Chissà quanti negozianti si sono trovati nei suoi stessi panni negli Ottanta, e fa sorridere il fatto che, ora, il vinile sia tornato di moda in modo tanto prepotente.

Qualche volta, quando un rappresentante si dimostrava particolarmente ottuso, Frank elencava tutti i motivi per cui i vinili erano meglio dei CD e delle cassette.
Non era solo per 1) la GRAFICA e le NOTE DI COPERTINA e 2) la possibilità di inserire una TRACCIA NASCOSTA, un breve messaggio inciso nell’ultimo solco. E neanche per 3) la ricchezza di mogano della QUALITÀ DEL SUONO. (Ma il suono dei CD era pulito, replicavano i rappresentanti. Non c’era rumore di superficie. Al che Frank rispondeva: «Pulito? Cosa c’entra la musica con la pulizia? Dov’è l’umanità nel pulito? La vita è piena di rumori di superficie! Volete ascoltare cera per mobili?») E l’importante non era nemmeno 4) IL RITUALE di controllare il disco prima di abbassare con cautela la puntina. No, l’elemento più importante di tutti era 5) IL VIAGGIO: il viaggio compito da un album da una traccia all’altra, con un intervallo a metà, quando dovevi alzarti e girare il disco per terminare l’ascolto. Col vinile, non potevi semplicemente rimanertene seduto lì come un sacco di patate. Dovevi MUOVERE IL CULO e PARTECIPARE.

Nonostante ciò che possa sembrare, questo libro non è un romance. Non ci troviamo davanti ad una storia d’amore, per lo meno non nel senso convenzionale del termine.  Non voglio raccontare troppo in modo da potervi lasciare il piacere di scoprire da soli la particolarità del sentimento che lega Frank e Ilse e, soprattutto, il modo in cui il loro rapporto si svilupperà nel corso della storia. Posso solo anticiparvi che non ci sarà nulla di melenso e sdolcinato al limite del diabete, nessuna situazione irreale e ai limiti dell’assurdo a cui ormai i romance ci hanno abituato.

Se dovessi scegliere una parola chiave per descrivere questo romanzo sicuramente sarebbe verosimiglianza. Insomma, potremmo tranquillamente trovarci davanti alla biografia di un negoziante dei tardi anni Ottanta. Rachel Joyce ci trascina in una realtà londinese che non è esattamente tra le più floride. Sono anni di cambiamento e di innovazione, la cultura di massa ha ormai invaso la società e i grandi centri commerciali stanno ormai soppiantando le piccole imprese. Uno dopo l’altro, i negozi in Unity Street sono destinati a soccombere alla grande distribuzione.

«Lo sai quanti clienti hanno avuto le pompe funebri ultimamente?»
«No, Maud.»
«Due. Due da dopo Natale. Cos’ha questa gente che non va?»
«Forse non muoiono più» propose Kit.
«Certo che muoiono. Solo che non vengono più qui. Vogliono le porcherie di High Street.»

Prima la fioraia, poi il panettiere… C’è solo da chiedersi chi sarà il prossimo. Il centro di tatuaggi della scorbutica Maud o le pompe funebri dei fratelli Williams? E quanto ancora riuscirà a sopravvivere il negozio di articoli religiosi di padre Anthony? Cosa ne sarà di Frank e dei suoi vinili ora che le vendite di CD stanno prendendo piede?

Quello che l’autrice ci presenta è uno spaccato di società che non fa sconti a nessuno. “Il Negozio di Musica” non è un libro che vuole illudere il lettore promettendo il “per sempre felici e contenti”. Anche la persona più ottimista del mondo sa riconoscere che la vita reale non è questo. Se avete l’impressione che le cose potranno solo peggiorare è perché peggioreranno, non c’è scusa che tenga. La vita non è una commedia romantica.

Se questo libro vuole insegnare qualcosa è che nella vita nulla ti viene regalato e che se vuoi qualcosa te lo devi guadagnare. Più che il valore della speranza è quello della perseveranza che “Il Negozio di Musica” vuole esaltare. Come diceva un certo Winston Churchill, “Il successo non è mai definitivo, il fallimento non è mai fatale; è il coraggio di continuare che conta”.

In definitiva, mi sento di consigliare “Il Negozio di Musica” a tutti, sia che siate degli appassionati di musica sia dei semplici ascoltatori fugaci: è pura poesia, un romanzo che sa parlare al cuore delle persone reali e trascinarle in un tornado di emozioni da cui non v’è scampo.

Ah, e come se non bastasse, “Il Negozio di Musica” racchiude in sé uno dei migliori incipit di sempre.
Non è una cosa che sono solita fare, ma in questo caso vi lascio qua una piccola e succulenta anteprima.
Enjoy 😉

C’era una volta un negozio di musica.
Dall’esterno sembrava un negozio qualunque, in una via secondaria qualunque. Non c’era insegna sulla porta. Niente dischi esposti in vetrina. Soltanto un poster fatto in casa attaccato al vetro. Ecco la musica di cui avete bisogno!!! Siete tutti benvenuti!! Vendiamo solo VINILI! Se trovate chiuso siete pregati di telefonare… Dopodiché bisognava tirare a indovinare, perché l’unico numero riconoscibile come tale era un 8, che però poteva anche essere un 3, seguito da due segni che sembravano triangoli e da alcuni, allegri punti esclamativi.
All’interno il negozio era strapieno. Scatoloni ovunque, tutti senza etichetta, carichi di dischi di ogni genere e velocità, dimensioni e colore. A destra della porta si trovava un vecchio bancone; sul fondo, ai lati di un giradischi, torreggiavano due cabine di ascolto simili ai mobili di una camera da letto. Dietro il giradischi sedeva il proprietario, Frank, una specie di orso bonario che fumava e metteva musica. Spesso il suo negozio era aperto la sera (e altrettanto spesso era chiuso la mattina): canzoni, un valzer di luci colorate, gente di ogni tipo che frugava tra i dischi.
Classica, rock, jazz, blues, heavy metal, punk. Purché si trattasse di vinili, non esistevano tabù e se spiegavi a Frank cosa volevi, o anche solo di che umore eri quel giorno, in pochi minuti ti trovava il brano giusto. Era un suo talento. Un dono. Sapeva di cosa gli altri avessero bisogno, anche quando loro non lo sapevano.
«Perché non provi questo?» diceva, scostando indietro i capelli castani e ribelli. «Ho una sensazione. Credo proprio che funzionerà…»
C’era una volta un negozio di musica.

4,5/5

RECENSIONE “L’Apprendista Geniale” di Anna Dalton

Ci sono libri che ci entrano dentro, diventano parte di noi; si intrufolano tra le vene arrivando dritti dritti al cuore, dove sono destinati a restare, per sempre.

È questo il caso de “L’Apprendista Geniale” di Anna Dalton: si è insinuato in ogni mio angolo, in maniera del tutto imprevista e spontanea, infiltrandomisi sotto la pelle con la stessa sinuosità di una gondola che scivola dolcemente sulle calme acque veneziane.

E pensare che ho provato una certa ritrosia all’inizio!
Ero scettica, come succede sempre quando mi trovo davanti ad un’opera letteraria prodotta da un personaggio dello spettacolo. Per chi infatti non lo sapesse, Anna Dalton è un’attrice italiana che diversi anni addietro partecipò al talent “Amici di Maria De Filippi”.
Ahimè, sono una persona facile al pregiudizio e pecco fin troppo spesso di scetticismo. D’altra parte odio profondamene questa parte di me e cerco sempre di metterla da parte così da dare sempre una chance e il beneficio del dubbio. Questo è uno di quei casi in cui sono estremamente contenta di averlo fatto!

Venite a scoprire il perché!

TITOLO: L’Apprendista Geniale

AUTORE: Anna Dalton

GENERE: Narrativa

DATA PUBBLICAZIONE: 30 agosto 2018

EDITORE: Garzanti (Narratori Moderni)

PAGINE: 270

PREZZO: 16,90 € / 9,99 € (eBook) 


TRAMA

Andrea attraversa il cancello del college di corsa, mentre il panorama di Venezia si perde all’orizzonte. È in ritardo, come sempre, e ancora più maldestra del solito, con il pesante borsone sulle spalle. Ma in tasca stringe tra le dita qualcosa che riesce a darle sicurezza ogni volta che è necessario: un foglietto di carta con su scarabocchiato «scrivi, scrivi, scrivi». Tre semplici parole che la madre le ha insegnato quando era una bambina. Tre semplici parole che ancora adesso segnano la strada verso il suo sogno: diventare giornalista. Dal giorno in cui è riuscita a tenere la penna in mano, Andrea ha riempito fogli e fogli, scrivendo di qualunque argomento. E questo il suo modo di distogliere la mente da ogni altro pensiero. Ora finalmente è entrata in una delle scuole di giornalismo più prestigiose al mondo, e ci è riuscita grazie a una borsa di studio per i suoi ottimi voti. Ecco la sua forza. Ma quello che ha imparato finora rischia di non bastare: tra quelle aule l’ambizione è il motore di ogni cosa e ci sono persone pronte a tutto pur di ostacolarla, pur di intralciare la conquista dei suoi obiettivi. Senza scrupoli. Per fortuna accanto a lei ha tre amici che non si sono arresi davanti alla sua indole timida e solitaria. C’è Marilyn, che veste sempre di nero. Andre, che la segue ovunque, come un’ombra. E soprattutto l’enigmatico ragazzo che si fa chiamare Joker e che, dietro un enorme sorriso, nasconde qualcosa che il cuore di Andrea non vede l’ora di scoprire. Con loro si sente più al sicuro. Eppure la posta in gioco è molto alta. Diventare una giornalista per lei significa tutto, e ora deve stringersi più che può al suo sogno. Non può deludere la persona a cui anni fa ha promesso di difenderlo. Anche se ci vuole un coraggio che pensava di non avere.

“L’Apprendista Geniale” è, secondo il mio modesto parere, uno dei migliori libri pubblicati in questo 2018. Ha tutto ciò che un buon prodotto letterario dovrebbe avere. D’altronde, Garzanti è una delle poche case editrici rimaste che pubblica romanzi per i giovani senza mischiarsi all’ondata di romance di dubbio gusto  – tralasciando Jamie McGuire, ma uno sgarro glielo si perdona – a cui il mercato editoriale ci ha ormai abituati.

Vorrei citare Alessia Gazzola che ha definito il romanzo come “una storia di giovani non solo per giovani” e secondo me non si potevano trovare parole più azzeccate per descriverlo.

“L’Apprendista Geniale” è la storia di Andrea Doyle, una diciottenne irlandese trasferitasi in Italia con il padre George dopo la morte prematura della madre diversi anni prima. Andrea è un’aspirante giornalista e sembra che il suo sogno stia finalmente per avverarsi, grazie alla possibilità di frequentare la prestigiosa scuola di giornalismo veneziana, il Longjoy College.

Andrea è uno dei personaggi femminili migliori di sempre. Immedesimarsi in lei è stato molto facile per me. Insicura, piena di dubbi ed incertezze sul futuro e, come se non bastasse, nerd fino al midollo.
Appena mette piede all’interno della scuola si sente come un pesce fuor d’acqua. Il Longjoy è, come ho detto, un college molto prestigioso, frequentato unicamente da ragazzi appartenenti ad un certo ceto sociale, con l’unica eccezione di due borsisti l’anno. Neanche a dirlo, Andrea è una di questi.

Le angherie e i soprusi si sprecano: fin da subito si ritrova vittima degli attacchi gratuiti di Barbara – o, come viene subito ribattezzata, Barbie – e del suo fidanzato, Daniele – ma che noi chiameremo Edipone e il motivo mi pare più che implicito. Barbie è abituata a primeggiare ed è disposta a tutto pur di emergere. In un’unica figura, Anna Dalton racchiude i retroscena più oscuri del giornalismo – ma più in generale potremmo dire della vita stessa –, un mondo che pullula fin dall’alba dei tempi di personaggi spregevoli, sempre pronti a farti le scarpe e a passarti sopra con la grazia di un carrarmato. Di sicuro, la spropositata passione per Star Wars e Tolkien, tra gli altri, e l’introversione di Andrea non giovano granché alla sua causa: da sempre è abituata a sentirsi come un’emarginata, una reietta, additata come “quella strana”.

È tra le mura del Longjoy che Andrea troverà finalmente i suoi primi veri amici, personaggi stravaganti e, naturalmente, nerd quanto lei, che le insegneranno il valore dell’amicizia e l’importanza dell’avere accanto qualcuno sempre pronto a sostenerti nei momenti più bui della vita.

“L’Apprendista Geniale” scava a fondo in ogni sorta di rapporto umano: dalla famiglia, all’amicizia fin anche a trattare il tema dei primi amori nonché quello delle prime delusioni e dei cuori infranti – L’amore era davvero un casino. Neanche un incantesimo di confusione con Diamante del Caos faceva danni peggiori”. Per non parlare della brutale rivalità in campo scolastico e lavorativo ma anche dei rapporti tra adulti e bambini, alunni e insegnanti.

Ma non solo: Anna Dalton ci accompagna per mano in un viaggio alla scoperta di sé. Pagina dopo pagina vediamo Andrea acquisire sicurezza, fiducia in sé stessa e nelle proprie capacità. Quello della protagonista è un percorso difficile che richiede una dose di coraggio non indifferente: coraggio di mettersi in gioco e di scendere a patti con il proprio cuore e di non lasciarsi sopraffare dalla meschinità e dalle malelingue.
Quello che l’autrice ci tiene a dimostrare è che per capire veramente noi stessi abbiamo bisogno di rapportarci ad altri essere umani, nel bene e nel male, ma soprattutto nel bene: abbiamo bisogno di amici al nostro fianco – come si suol dire, pochi ma buoni. Senza Uno, Joker, Marylin e Andre, Andrea non avrebbe mai trovato la forza per reagire di fronte alle avversità, e lo stesso vale per ognuno di loro. D’altra parte, l’unione fa la forza e loro ne sono l’esempio più eclatante – ma per capirlo fino in fondo dovrete leggere il romanzo. Solo supportandosi a vicenda riusciranno a trovare la forza per non abbandonare i propri sogni e crederci, crederci fino in fondo.

Guardandomi intorno vedevo qualcosa di nuovo: persone che non avevano paura, o almeno non di creare legami. Gli ero piaciuta, mi avevano accolto e non si erano più guardati indietro. Forse così si doveva fare. Essere entusiasti delle cose e delle persone e crederci, crederci fino in fondo.
Mi sentivo per la prima volta parte di un gruppo, di una squadra, che sapevo mi avrebbe aiutata, che avrebbe fatto di tutto per rendermi la vita più facile, anche solo con la sua presenza.

Ho amato la prosa della Dalton, una ventata d’aria fresca, leggera e spensierata ma non priva di una certa carica emozionale. Appare più come una scrittrice navigata piuttosto che come una giovane autrice al suo esordio. Inoltre, da appassionata nerd come la nostra Andrea, non ho potuto fare a meno di amare i tanti riferimenti alla “cultura nerd”, da quelli legati al mondo creato da Tolkien a Dungeons and Dragons, da Star Wars a Harry Potter e molti altri ancora.

E poi come non menzionare le sue descrizioni!
“L’Apprendista Geniale” è un vero e proprio viaggio letterario che trasporta il lettore tra le pittoresche calli veneziane. Sembra realmente di trovarsi lì, accanto ad Andrea, sul tetto del Longjoy ad ammirare la maestosa bellezza della laguna o nel bel mezzo di Piazza San Marco, con addosso un costume da Maestro Yoda, a festeggiare il carnevale, quel tripudio di colorata stravaganza capace di ricreare un’atmosfera magica e unica al mondo.

Nei miei giorni qui ho scoperto che Venezia non è affatto un posto. È un insieme di posti. Basta guardare la cartina. Anche Dublino è un insieme di quartieri diversi, anche Roma, anche New York, ma qui tra un posto e l’altro c’è il mare.
Non c’è niente che ti fa sentire allo stesso momento parte di qualcosa e separato da tutto come vivere a Venezia. Dall’isola dei Santi se sforzo la vista riesco a vedere il profilo del campanile di San Marco ma so che per raggiungerlo dovrei aspettare la lentezza di un vaporetto. Anche se volessi correre, scappare, non lo potrei fare. Quest’isola ti tiene ferma, ti obbliga a riflettere, a prenderti il tuo tempo. Perché vuoi scappare? Da cosa vuoi scappare? Sei proprio sicura che ne valga la pena?

Insomma, non saprei trovare un difetto a questo libro neanche se volessi. Secondo il mio modesto parere, è la perfezione assoluta racchiusa in poco meno di trecento pagine.

Se vi siete mai sentiti deboli, senza più forze o aspettative alcune, se anche solo una volta nella vita avete pensato di non farcela e di mollare tutto di fronte all’ennesimo ostacolo, leggere “L’Apprendista Geniale”.
Leggetelo, leggetelo tutti, ma soprattutto voi, ragazzi: non c’è lettura più appropriata che possa accompagnarvi in questi primi giorni di scuola. Leggete le parole di Andrea e fatele vostre; non abbiate paura di essere voi stessi e, soprattutto, non smettete mai di combattere per i vostri sogni. 

A tutti quelli che hanno imparato a essere resilienti. Che non significa solo sopportare. Vuol dire trasformare un dolore in una crescita. E il brutto in bello. Anche se sembra un azzardo pensarlo. Ma è solo attraverso gli azzardi che si raggiungono le stelle.

5/5

BLOG TOUR | DOPPIA RECENSIONE “Il Ragazzo Bendato” e “La Furia e le Stelle” di Abel Montero

Benvenuti cari lettori alla penultima tappa del blogtour dei romanzi di Abel Montero, “Il Ragazzo Bendato” e “La Furia e le Stelle”.
Non vedo l’ora di parlarvi di questi libri, perciò questa volta non mi perderò in chiacchiere introduttive inutili ma procederò subito con la recensione!

TITOLO: Il Ragazzo Bendato (Saga del Protettorato, #1)

AUTORE: Abel Montero

GENERE: Fantascienza, Distopia

DATA PUBBLICAZIONE: 19 agosto 2018

EDITORE: Self Publishing

PAGINE: 571

PREZZO: 14,99 € / 3,99 € (eBook) – gratis per gli abbondati Kindle Unlimited


TRAMA

Laura è una giovane Ufficiale delle Forze.
Dopo la Nuova Notte dei Fuochi tutto è cambiato. L’Europa è caduta. Adesso a dettare legge è un immenso conglomerato delle più potenti corporazioni del pianeta. Hanno portato ordine, pace e protezione. Decidono loro cosa è giusto, sbagliato, chi vive e chi muore.
Si fanno chiamare “Il Protettorato”.
Laura è sveglia, efficiente, affidabile e crede ciecamente nel valore del servizio che svolge ma, sulle tracce di un serial killer che sta lasciando dietro di sé una scia di morti assurde, fa una scoperta incredibile.
Dal primo momento in cui i loro occhi si incrociano lei capisce.
Lui è unico, e ha le risposte alle sue domande.
Quando lo incontra, si scatena un potere inimmaginabile.

TITOLO: La Furia e le Stelle (Saga del Protettorato, #Origini)

AUTORE: Abel Montero

GENERE: Fantascienza

DATA PUBBLICAZIONE: 19 agosto 2018

EDITORE: Self Publishing

PAGINE: 440

PREZZO: 13,99 € / 3,99 € (eBook) – gratis per gli abbonati Kindle Unlimited


TRAMA

Un nastro invisibile lega quattro generazioni.
Una minaccia nascosta è pronta ad attaccare quattro persone solo apparentemente non collegate tra loro.
Dal mondo di oggi a quello del Primo Dopoguerra per correre indietro alla fine del diciannovesimo secolo, La Furia e le Stelle racconta la storia di un libro misterioso, di un tesoro incredibile, e della guerra per controllare il suo potere immenso.
Quattro epoche diverse, un solo nemico. Quattro generazioni lontane, un solo destino.

Abel Montero ha tracciato i primi tratti del suo vasto universo, l’Universo del Protettorato, teatro delle vicende narrate sia ne “Il Ragazzo Bendato” sia nel secondo volume prequel, “La Furia e le Stelle”.

Descrivere la realtà del Protettorato non è cosa facile perché, per quanto l’ambientazione possa sembrarci familiare, non potrebbe essere più lontana da noi e da tutto ciò che conosciamo, viviamo e tocchiamo con mano.
Facciamo così: chiudete gli occhi e provate ad immaginare un mondo, il vostro mondo. Immaginate che “in una sola dannatissima notte” tutto quello che conoscete venga spazzato via, come se nulla fosse. Un battito di ciglia e l’Europa non esiste più.

È esattamente questo che ha fatto Abel Montero per porre le basi per la creazione del suo Universo. I suoi personaggi vivono in un futuro prossimo, non poi così tanto lontano da noi, in cui dittature africane e asiatiche si sono alleate a gruppi estremisti islamici e separatisti dell’Est Europa con l’unico scopo di liberarsi dei leader europei – “la ragione di ogni male”.
Durante quella che passerà alla storia come la Nuova Notte dei Fuochi, un massiccio attacco terroristico ha spezzato la vita di parlamentari ed esponenti politici, ma anche di intere famiglie innocenti. In poche ore, intere città sono state spazzate via come foglie al vento. I morti sono stati milioni e il caos ha sconvolto tutto e tutti.

Ma dalle ceneri e dalle macerie una nuova potenza era pronta a sollevarsi: il Protettorato. Con le loro Forze e i loro eserciti privati, i Protettori ricostruirono città, sventarono nuove minacce e schiacciarono i nemici. La guerra si spense più in fretta di com’era iniziata e i “protetti”, i cittadini della nuova Europa Unita, iniziarono a sentirsi al sicuro, sotto l’ala di questa nuova entità. Ma come sempre accade, niente viene dato per niente, e la propria libertà si rivelerà essere il prezzo da pagare per la salvezza.

Come avrete capito, ci troviamo di fronte ad una distopia. Già vi sento mentre sbuffate dicendo “ancora?!”. Lo capisco, è quello che penso anche io ogni volta che appare sugli scaffali la nuova copia di Hunger Games. È diventato sempre più raro trovare testi originali nel vasto panorama distopico YA, eppure ogni tanto qualcosa di innovativo salta fuori ed è proprio questo il caso de “Il Ragazzo Bendato”. Innanzitutto perché non è una semplice distopia ma molto di più. L’autore ha fatto i compiti che, nel campo della scrittura, significa leggere, leggere e ancora leggere.

Abel Montero conosce la fantascienza, ne conosce i meccanismi, i sottogeneri. Sa quali cliché evitare e quali espedienti narrativi adottare.
Per certi aspetti abbiamo una classica ambientazione futuristica con un background che prevede l’introduzione di elementi tecnologici avanzati – come può essere qualsiasi strumento e ritrovato d’avanguardia nelle mani delle misteriose Effimere o le tute intelligenti e i tessuti super hi-tech delle Forze.
Ma a questo primo strato di fantascienza se ne sovrappongono molti altri: l’autore attinge da un più vasto bagaglio culturale citando non solo le opere letterarie ma anche quelle cinematografiche e televisive. Innanzitutto, la Saga del Protettorato è pensata come se fosse una grande serie tv. Ogni capitolo ha una sua personale evoluzione e un filo comune che trascina il lettore dal primo all’ultimo paragrafo. In secondo luogo, ci troviamo spettatori di scene d’azione che neanche nei film di Tom Cruise appaiono più vivide. Inseguimenti e sparatorie sono caratterizzati da una forte struttura cinematografica. Leggere di certe scene nei libri di Abel Montero equivale a star seduti su una poltroncina davanti ad un grande schermo. Potrei dire che l’autore è un maestro in questo. Sa come modellare le parole a suo piacimento, le piega per creare determinate immagini e sensazioni nella mente del lettore.

Potremmo definire “Il Ragazzo Bendato” come un thriller fantascientifico carico di suspense e d’azione in cui non mancano storie d’amore e batticuore. Insomma, “Il Ragazzo Bendato” prende in prestito frammenti narrativi da svariati generi così da creare un prodotto nuovo e di grande originalità, nonché di qualità.

A fare da protagonista ritroviamo l’eterna lotta tra bene e male, questa volta portata agli estremi: bene e male si fondono, si mescolano l’uno all’altro. Ma ancora più importante è il tema della libertà e del libero arbitrio, nonché il concetto di etica della società in relazione al controllo che essa esercita sui propri cittadini.

Avevo un criceto da piccola. Era un batuffolo di pelo bianco con tante macchiette nocciola e grigie. Mangiava continuamente e passava giornate intere a correre su quella sua piccola ruota. Mi chiedevo se fosse davvero felice lì dentro. E glielo domandavo anche, ogni dannatissimo giorno. Lui mi guardava e masticava, masticava senza smettere, poi ricominciava a correre. Io ero solo una bambina ma mi facevo un mare di domande. Ero preoccupata per lui. Gli volevo bene. Un giorno ho capito. Si rendeva conto di quanto fosse miserabile la sua condizione? Diavolo no! Ma sapete una cosa? Non avrebbe avuto comunque il tempo di curarsene. Era troppo impegnato, così preso a farsi scoppiare lo stomaco e da quella ruota sempre pronta a girare per lui.

Badate bene, siamo di fronte ad un romanzo narrativamente molto complesso. L’intreccio che Abel Montero ha tessuto è impossibile da districare. Abbiamo parlato di Tom Cruise poco fa, no? Eccoci finiti in Mission Impossible, con una sola differenza: infiltrarsi alla CIA o al Cremlino non è neanche lontanamente difficile quanto capire cosa si nasconda dietro alla coltre di mistero che avvolge il Protettorato, le Effimere e il ragazzo bendato stesso.

Iniziamo a parlare della trama così magari vi aiuto a comprendere meglio questo mio vaneggiamento.

Dopo un prologo a dir poco intrigante, il romanzo si apre con Laura Sienna, agente delle Forze del Protettorato, appena atterrata a Siracura con l’obbiettivo di catturare un pericoloso criminale: il Disegnatore, uno spietato serial killer che si “diverte” a lasciare strani disegni e cicatrici sui corpi delle sue vittime. Tutte le prove sembrano puntare ad un’unica persona: Alessandro Guerra. Ma ad un passo dalla sua cattura qualcosa cambia. Quello che doveva essere il carnefice sembra essersi appena trasformato in una vittima. La scena che si para davanti agli occhi degli agenti Sienna e McNamara ha dell’incredibile: un ragazzo con il volto ricoperto da bende tiene Alex in ostaggio. Ma c’è qualcos’altro che cattura l’attenzione di Laura prima di perdere inspiegabilmente i sensi: i simboli sulle bende del ragazzo sono gli stessi lasciati dal Disegnatore sui cadaveri. Chi è veramente il ragazzo bendato? Cosa nasconde? E, soprattutto, cosa vuole da Alex? Perché questo ragazzo sembra essere così prezioso per lui e per il Protettorato?

“Il Ragazzo Bendato” è una corsa contro il tempo alla ricerca della verità, ma, come dice Abel Montero, “nessuna verità è semplice” e dietro ad ogni minima risposta si nasconde sempre un nuovo enigma.
Tenetevi forte perché state per imbarcarvi in un viaggio di sola andata che si concluderà sul lettino di uno psicanalista. La saga di Abel Montero è ricca di sfumature, nessuno è bianco o nero, nessuno è buono o cattivo. Ogni personaggio è il risultato dell’unione di luce e oscurità, seppur in misure differenti e sono proprio queste a definirli, a renderli unici.  

A mio parare, il modo migliore per veicolare una storia è quello di introdurre un personaggio in cui il lettore possa facilmente identificarsi, un personaggio “neutro”, se così lo si può chiamare, estraneo alle vicende e ai meccanismi che muovono le singole forze. Per capirci meglio, un personaggio come può essere Harry Potter nella saga della Rowling, che ne sa quanto noi di ciò che gli sta succedendo attorno e con cui possiamo muoverci a pari passo all’interno della storia. Ecco, in questo caso il nostro personaggio “neutro” è Alex. Ma chi è Alex?
Okay, se non avete letto la saga non potete capire quanto in realtà questa domanda faccia sorridere per quanto subdola e complessa, ma per il momento ci basta sapere che Alex è un diciottenne come tanti altri, un ragazzo normalissimo che, di punto in bianco, viene sospettato di essere un serial killer della peggior specie. Da un giorno all’altro si ritrova invischiato in una fitta rete di intrighi e complotti senza sapere né il come né il perché. Perciò ecco, Alex siamo noi e noi siamo Alex. La sua confusione è la nostra, le sue domande sono le nostre, la sua psicosi imminente è la nostra.

Non finirà mai, giusto? A che serve cercare di capire? Chi, come, perché? Non ha un maledettissimo senso! Non saprò mai cosa è successo! E anche se mi avvicinassi alla verità qualcuno si occuperebbe di me, no? Risolverebbero il problema! Mi eliminerebbero semplicemente dall’equazione. Come cancellare un paio di numeri da un foglio. No, ma che diavolo dico? Loro lo strapperebbero via quel foglio! E gli darebbero fuoco!

Ma noi, come Alex, non saremo soli in questo viaggio allucinogeno. Ad accompagnarci ci saranno Laura, Dianne e Nassim, agenti delle Forze preparati ed esperti, ma ci sarà anche il misterioso ragazzo bendato, Goro e le Effimere. E come non nominare Mina Winner, la mercenaria dalle mie sfaccettature, o i coniugi Elder e Lin!
Insomma, Abel Montero ci propone un ampio ventaglio di personaggi, ognuno caratterizzato alla perfezione e con minuzia.

Proprio la costruzione dei personaggi è un altro degli aspetti più affascinanti di questa saga. Al suo esordio, l’autore dimostra grande maestria nel delineare ogni singolo “attore” della sua opera, sia esso protagonista e non. Ma fate attenzione, perché quando penserete di aver finalmente inquadrato ognuno di loro, l’autore ribalterà tutti i ruoli e darà il via ad una serie di colpi di scena senza eguali capaci di minare la sanità mentale di chiunque. So che può sembrare un paradosso visto e considerato che da un certo tipo di personaggio, se caratterizzato in un determinato modo, ci aspetteremmo delle azioni il linea con il suo carattere ma la bravura di Abel sta proprio in questo. Lui ci presenta i personaggi indirettamente, ce li fa conoscere attraverso ricordi, pensieri e dialoghi. Ci da la possibilità di crearci una nostra opinione di tale personaggio senza forzare l’idea che abbiamo dello stesso. È un meccanismo complesso e non è semplice spiegarlo a parole. È una di quelle cose che potete comprendere fino in fondo solo leggendo il libro.

Ora, però, vorrei ritornare indietro di qualche paragrafo e tornare a parlare dei motivi che distinguono la Saga del Protettorato da qualsiasi altra saga distopica, perché c’è un punto che non abbiamo ancora toccato, ovvero quello dell’ambientazione. Come ormai avrete capito, la saga di Abel Montero è ambientata in Europa e si snoda principalmente tra Italia e Spagna. Finalmente un’opera di fantascienza che omaggia la nostra terra!

D’altra parte, la prima regola che ogni bravo scrittore deve imparare è che bisogna parlare di ciò che si conosce. Insomma, l’autore sarebbe stato sciocco a non sfruttare quell’amore incondizionato per la Sicilia che lo contraddistingue: ogni luogo, ogni edificio, ogni ambiente è descritto così minuziosamente nei dettagli e con così tanta passione da apparire nitidamente davanti agli occhi del lettore. In realtà, qualsiasi cosa da lui narrata si delinea chiaramente nella nostra mente. È uno dei suoi “superpoteri”, oserei dire: la capacità di ricreare immagini, sensazioni, profumi, suoni solo attraverso l’uso di poche parole.

Le immagini nella sua testa si facevano sempre più forti, come se qualcosa dentro di lui lottasse per strapparlo da ciò che stava accadendo, lottando cocciutamente per conservare un po’ di lucidità. C’erano momenti in cui si convinceva di essere ancora a Siracusa. E quei momenti si dilatavano, diventavano liquidi e poi acquistavano solidità. Lui sentiva di poterci infilare le dita come un bimbo goloso di miele, timoroso di essere scoperto, spaventato all’idea che tutto si sarebbe rivelato solo un sogno troppo bello.

Abel Montero sfrutta la potenza della parola scritta, scegliendo con cura ogni singola sillaba, dipingendole con i colori delle sue esperienze e della sua vita. Sì perché un’altra caratteristica dell’autore è che da tutto sé stesso, si dona completamente alla pagina bianca e utilizza ciò che sa, ciò che conosce in termini di luoghi, emozioni, sentimenti e via dicendo, per dare forma al suo racconto. Questa pratica la ritroviamo soprattutto ne “La Furia e le Stelle”, in cui l’autore attinge dalle esperienze passate della propria famiglia per creare una trama, un intreccio magico in tutti i sensi.

Ora entriamo in un ambito, se vogliamo, molto lontano da quello de “Il Ragazzo Bendato”, di cui “La Furia e le Stelle” è il prequel.

Se inizialmente vi risulterà difficile capire in che modo le due storie siano collegate tra loro sappiate che è assolutamente normale: il filo che le unisce è stato abilmente nascosto tra piccoli dettagli che solo i lettori più attenti potranno inizialmente cogliere. Insomma, non è una lettura superficiale, uno di quei libri da leggere sotto l’ombrellone con bambini urlanti a pochi passi. È una lettura che richiede concentrazione in modo da poterne cogliere ogni sfumatura, ogni più piccola meraviglia – la stessa cosa vale ovviamente anche per “Il Ragazzo Bendato”!

Naturalmente il consiglio è quello di leggere i due libri nell’ordine di pubblicazione, ovvero “Il Ragazzo Bendato” prima e “La Furia e le Stelle” poi. Questo perché Abel Montero ha disseminato briciole di pane in ogni pagina di questo prequel, piccoli indizi che sapranno chiarire alcuni aspetti e interrogativi posti ne “Il Ragazzo Bendato” e solo avendolo letto potranno essere colti. Leggendoli nell’ordine sbagliato rischiate di perdervi molti dettagli a parer mio fondamentali per una miglior comprensione della Saga stessa e di tutti i suoi misteri.

Le vicende narrate in “La Furia e le Stelle” attraversano diverse epoche, diverse generazioni, partendo dall’Ottocento fino ai giorni nostri, prima del dominio del Protettorato sui territori europei.  Anche in questo caso non abbiamo un unico protagonista predominante ma un ampio ventaglio di personaggi variegati, ognuno unico nella sua costruzione e caratterizzato alla perfezione.

Il romanzo si apre ai giorni nostri, quando la giovane Anna si risveglia dopo l’ennesimo incubo, sempre lo stesso: l’acqua è ovunque, la avvolge, le stringe i polmoni fino a toglierle il respiro. Poi un bagliore, una voce e finalmente lui, il misterioso uomo dai capelli rossi. Ma quella mattina c’è qualcosa di strano, qualcosa di diverso. Senza sapere né il come né il perché, Anna si ritrova delle parole misteriose tatuate sulla pelle. Ma come è possibile? Perché non ha alcun ricordo della sera precedente? E soprattutto, chi è quell’uomo misterioso? Cosa vuole da lei?

Solo il passato possiede le risposte e per trovarle è necessario ripercorrere la storia della sua famiglia, risalendo al lontano XIX secolo e alla storia di Mitiliano, colui che ha dato il via alla concatenazione di eventi che influenzerà le vite dei cittadini del Protettorato.
Potremmo dire che il vero protagonista di questa storia è un libro, un piccolo tomo dal valore inestimabile ceduto a Mitiliano da un giovane Winston Churchill in viaggio su un transatlantico di ritorno dal Sud America di fine Ottocento. Qualche anno più tardi, questo incontro condizionerà il futuro di altri due personaggi, l’affascinante Alejandro da poco scampato alla Grande Guerra, e Olivia, una neo mamma venezuelana trapiantata in Sicilia alla fine degli anni Settanta. Entrambi, proprio come il giovane Alessandro Guerra qualche tempo dopo, si ritroveranno invischiati in qualcosa più grande di loro, qualcosa che solo quel misterioso libro sembra essere in grado di spiegare.

Seppe, in quel preciso istante, che la minaccia si stava concretizzando sotto i suoi occhi. Non importava quanto vecchia fosse, ne quanto criptiche fossero le parole con cui era descritta. Stava succedendo davvero, e c’era un solo modo per impedire che tutto degenerasse. Doveva farlo di nuovo, anche se aveva giurato che non sarebbe più accaduto. Doveva leggere il libro.

Quattro personaggi, quattro generazioni, quattro storie diverse ma strettamente interconnesse tra loro. Abel Montero ha costruito un intreccio incredibile che ripercorre più di un secolo di storia. Ha fatto un lavoro enorme e magistrale.

“La Furia e le Stelle” è il risultato di una più che minuziosa ricerca che vede i suoi frutti nella costruzione di ambientazioni riccamente descritte. Lo stesso vale per i dialoghi che sono solo una delle tante cose che più ho apprezzato di questo libro. Abel Montero dimostra di sapersi destreggiare tra le varie epoche storiche da lui narrate. Per ognuna di esse ha costruito un apposito registro, scegliendo con cura ogni singola parola, ogni espressione, ogni frase. Non c’è nulla fuori posto, neppure gli abiti o i rapporti sociali, costruiti anch’essi sulla base delle convenzioni sociali dei diversi periodi.

È proprio in questi dettagli che va ricercata la vera bellezza di questo libro. È un’opera raffinata ed elegante, molto diversa, se vogliamo, da “Il Ragazzo Bendato”. L’autore non vuole ridisegnare la storia o rimodellare a suo piacimento il passato. Il mondo che ritroviamo in questo libro è il nostro in tutto e per tutto. Ecco perché vi dicevo che inizialmente farete fatica a capire in che modo i due libri siano collegati tra loro.
“La Furia e le Stelle” appare come un romanzo puramente famigliare, o almeno è così all’inizio, perché nella seconda parte il ritmo aumenterà e l’adrenalina salirà a mille. Insomma, anche qui non mancheranno azione e suspense, nonché incredibili colpi di scena capaci di lasciare senza fiato.

Le capacità dell’autore nel destreggiarsi tra così tanti generi sono più che invidiabili! Scrive di fantascienza e fantasy, thriller e azione, amicizia, amore, rapporti famigliari. Sa come mantenere sempre alta la tensione, ma soprattutto sa come confondere e insinuare il seme della pazzia nella mente dei suoi lettori.

Le storie di Anna, Olivia, Mitiliano e Alejandro vi faranno sorridere ed emozionare. Vi faranno arrabbiare e piangere, strappare i capelli e magari vi causeranno un attacco cardiaco – questo è più o meno ciò che vi capiterà quando capirete cosa collega gli eventi narrati ne “La Furia e le Stelle” a quelli de “Il Ragazzo Bendato”.

Il tessuto narrativo è pressoché perfetto, privo di imperfezioni e sbavature. Se siete alla ricerca di buchi di trama sappiate che qui non ne troverete neanche uno. Tutto ha un senso, tutto è collegato. Ogni singolo personaggio è una pedina nelle mani del destino: il fato di ognuno è determinato dall’incontro tra presente e futuro e nessuno può scampare ad esso.

«Quello che voglio io è irrilevante. L’ho capito immediatamente, quando ho avuto in mano questo» rispose accarezzando ancora la copertina. «Non posso scegliere il mio destino. Sarebbe un tentativo misero come quello di un’ape che continua a bramare il nettare su di un fiore fuori dalla sua portata, dall’altra parte di un vetro infrangibile.»

La Saga del Protettorato ha ancora molto da raccontare ma le sue fondamenta sono solide ed anche molto antiche, molto più di quanto possiate immaginare. Ma questa è un’altra storia e non sarò di certo io a svelarvela!
Tutto ciò che vi rimane da fare è affrettarvi su Amazon e acquistare questi due piccoli gioielli della letteratura fantascientifica italiana.
Non ve ne pentirete. Parola mia 😉

5/5

RECENSIONE “La Musa della Notte” di Sara Simoni

Buongiorno miei cari lettori!

Oggi sono particolarmente emozionata perché finalmente vi parlo di una delle mie autrici preferite, Sara Simoni, una giovane autrice italiana specializzata nella letteratura fantastica che ha saputo insinuarsi in profondità nel mio cuore.
“La Musa della Notte” è solo il primo capitolo di una trilogia che riporta in scena una delle lotte più antiche e sanguinose di sempre: attraverso le sue parole, streghe e inquisitori tornano a popolare, in segreto, le strade delle nostre città.

Sara Simoni ha scritto una saga fantastica in tutti i sensi, un concentrato irresistibile di azione, magia, mistero e amore da cui non riuscirete più a staccarvi!

TITOLO: La Musa della Notte

AUTORE: Sara Simoni

GENERE: Urban Fantasy

DATA PUBBLICAZIONE: 18 aprile 2017

EDITORE: Self-Publishing

PAGINE: 310

PREZZO: 9,35 € / 1,99 € (eBook) – Gratis per gli abbonati KindleUnlimited


TRAMA

In una Milano piena di incanto e di mistero, due fazioni sono impegnate in una lotta segreta da un tempo antichissimo: le streghe, donne dotate di terribili poteri magici, e i loro cacciatori naturali, gli inquisitori, uomini che di generazione in generazione si tramandano il compito di proteggere la popolazione dalla magia. Ma qualcosa comincia a cambiare quando nelle aule di un’università la strega Viviana e l’Inquisitore Arturo si incontrano come due normali studenti. L’attrazione è forte, ma né Viviana né Arturo possono dimenticare chi sono e da dove vengono.

Milano non è la città che conosciamo. Dietro allo smog, ai grattacieli e alla vita frenetica si annidano creature leggendarie e istituzioni sanguinarie credute morte e sepolte da tempo.

Viviana è una strega e, per lei, avere rapporti con gli umani è fortemente sconsigliabile se non quasi proibito, eppure nemmeno la magia di mille clan riuscirebbe ad allontanarla da Giovanni, un umano, un mortale, l’unico vero amico che Viviana abbia mai avuto. La ragazza farebbe di tutto per lui, persino irrompere di notte nella biblioteca del dipartimento di egittologia dell’università per rubare un misterioso papiro magico che aiuterebbe Giovanni a far colpo su una strana ed enigmatica ragazza di nome Miriam.

Una festa abusiva tra i corridoi universitari sembrerebbe il momento perfetto per agire, ma qualcosa va storto e, durante la fuga, “qualcuno le sbatte contro e la manda a terra” per poi trascinarla di peso al sicuro dagli agenti di polizia che le stanno alle costole. Questo qualcuno porta il nome di Arturo. Basta un attimo per perdersi l’uno negli occhi dell’altra. Ma Arturo, proprio come Viviana, non è un ragazzo normale: per una come lei, egli rappresenta ciò che di più pericoloso possa esistere al mondo. Arturo è un inquisitore, un cacciatore di streghe, loro nemico secolare.

Ed ecco che in un attimo un semplice e spensierato amore giovanile si trasforma in una storia d’amore dal sapore impossibile e tormentato – Shakespeare levate proprio.
L’amore tra Viviana e Arturo sarà abbastanza forte da abbattere il pregiudizio e l’odio che separa i loro mondi da tempo immemore?

Vedo il potere sempre più debole delle streghe e la furia sempre più cieca di coloro che le cacciano. […] vedo due fazioni in lotta in mezzo a tanti cuori indifferenti. Chiunque trionferà non riceverà mai neanche un cenno di ringraziamento da parte di coloro che non sapranno di dovergli tanto. La vera guerra è qui, sul confine tra ignoranza e conoscenza. Vedo tanti spiriti giovani, in uno schieramento e nell’altro, i loro desideri e i sacrifici che sono disposti a fare per realizzarli.

Ecco qui un urban fantasy di tutto rispetto che rende finalmente giustizia alla sua categoria! Se mi conoscete almeno un po’, saprete quanto poco io apprezzi codesto genere, fin troppo costellato da racconti di stampo adolescenziale e che parlano solo di quanto i vampiri siano pallidi e sbrilluccicosi e di quanto siano sexy licantropi ed angeli – se c’è una cosa che proprio non digerisco sono le serie che parlano di angeli caduti e demoni vari!
Capirete quindi l’immensa gioia provata nel trovare un urban fantasy che finalmente incontra il mio gusto.

D’altra parte Sara Simoni partiva già avvantaggiata, complice il mio amore smisurato per le streghe – e i loro gatti –, i loro incantesimi e la magia di ogni sorta. Come se non bastasse, ha anche centrato in pieno la mia passione per la storia, rispolverando uno degli argomenti più sanguinosi e raccapriccianti di sempre: quello della caccia alle streghe – vi dice nulla il Malleus Maleficarum?
Sara resuscita la “Santa” Inquisizione – pazza! Non potevi lasciarli dove stavano? – e la rende contemporanea, rivestendola con abiti moderni e mixando così un’istituzione dal sapore antico con l’avanguardia milanese del XXI secolo. Un contrasto insolito, originale e, proprio per questo, interessante ed azzeccato.

La singolarità sta anche nella scelta stessa del capoluogo lombardo come teatro per le vicende narrate: quanti libri sulle streghe avete letto ambientati in Italia? Beh, io nemmeno uno. Una storia di questo tipo è più facile che si sviluppi tra i quartieri di qualche suggestiva località Americana come New Orleans, Salem o la Virginia. Non fraintendetemi: da lettrice amo tutte queste ambientazioni.
D’altra parte, muovendosi tra queste location, gli autori imboccano quella che è, a mio avviso, la via più semplice. Inoltre, l’Inquisizione è un’istituzione prettamente europea e che quindi trova più credibilità in un Paese come l’Italia – non che oltre oceano si siano risparmiati con i processi alle streghe.

Tutto questo per dire che apprezzo enormemente il rischio che Sara ha deciso di prendersi scegliendo il Bel Paese come sfondo per la sua storia. Insomma, direi che ne è valsa la pena perché il risultato è a dir poco eccezionale!
Non che non me lo aspettassi… Sapevo già che Sara non mi avrebbe delusa, in particolare proprio dal punto di vista dell’ambientazione. Si da il caso, infatti, che io già conoscessi l’autrice grazie alla sua condivisione sulla piattaforma di lettura digitale Wattpad di una serie di racconti ambientati nella leggendaria Ys sotto i mari – per chi non ne conoscesse il mito, vi basti sapere che si tratta di una sorta di Atlantide. Anche in quel caso, Sara aveva fatto un lavoro a dir poco magistrale nella costruzione della sua Ys. Come se non bastasse, queste storie che Sara condivide gratuitamente sulla piattaforma sono, seppur alla lontana, legate alle vicende e ad alcuni personaggi che incontriamo ne “La Musa della Notte” e nel suo seguito, “La Cacciatrice di Stelle”, perciò, se avete letto questi due lavori e vi sono piaciuti, vi consiglio caldamente di andare a sbirciare l’account Wattpad di Sara (SaraSimoni).

Ma torniamo alla recensione…
Oltre all’innovazione attuata da Sara nella scelta dei suoi personaggi e del “palcoscenico” su cui muovono i loro passi, devo riconoscerle la capacità di stravolgere quello che è, alla fin fine, il tema principale su cui si sviluppa ogni racconto fantastico che si rispetti: la lotta tra bene e male. Ma chi è “bene” e chi è “male”? I confini si assottigliano, luce e oscurità si mescolano, diventano un tutt’uno. Così come avviene per il concetto di yin e yang, anche streghe e inquisitori celano al loro interno sia il bianco che il nero. Che poi, che cosa è male? Che cosa spinge davvero inquisitori e streghe ad accanirsi l’uno contro l’altro e a combattersi con così tanta ferocia?

La base narrativa sui cui poggia “La Musa della Notte” è tanto solida quanto complessa e solo una volta che si è arrivati alle ultime pagine è possibile scorgerla, perciò non mi dilungherò oltre a parlare dell’intreccio. Vi basti sapere che ogni azione compiuta dai personaggi di Sara non è solo il frutto di eventi passati ed incomprensioni ma anche, e soprattutto, di una complessa e attenta costruzione psicologica.

Viviana e Arturo sono caratterizzati in modo eccellente , tanto da apparire riconoscibili fin nei più piccoli particolari. Tra i due, Arturo è quello che stuzzica maggiormente la mia curiosità tanto che vorrei avere il potere di intrufolarmi tra le pagine, trasformarmi in una psicanalista e mettere metaforicamente le mani sul suo cervello.
Ho provato sulla mia stessa pelle la sua felicità quando ha creduto di aver trovato una persona a cui poter aprire il proprio cuore, nonché la sua rabbia e il suo dolore quando ha visto tutte le sue convinzioni e le sue speranze tramutarsi in cenere tra le sue mani.
Insomma, vedere Arturo destreggiarsi tra i desideri del proprio cuore e il buon senso dettato dalla mente, così in contrasto tra loro, è stato – psicologicamente parlando – estremamente interessante.

«Che cosa faresti se fosse una persona che conosci?»
[…] «Ho visto quello che fanno alle streghe quando le catturano. È orribile.»
«Quindi ti opporresti? La lasceresti scappare?»
Lui le prende una mano e se la porta alle labbra. Ci lascia sopra un bacio leggero, come a voler scacciare questi pensieri che gli fanno male. «Non potrei.»
Viviana si sente morire dentro ogni istante di più.
«Ma…»
«Sono un inquisitore. E lo sarò sempre. Questa cosa non può cambiare e io non potrei mai lasciare libera una strega, visto che il mio compito è proteggere l’umanità dal pericolo che rappresenta la magia. D’altra parte non sopporterei di vedere una persona che conosco subire un Autodafé»
«E allora?»
Arturo accarezza il collo di Viviana con due dita.
«Allora cercherei per lei una morte più misericordiosa.»

Con ogni probabilità, sarò pazza e masochista – un po’ come il leone di Edoardo “Sbrilluccicoso” Cullen – ma sono proprio queste le relazioni che mi appassionano maggiormente. Voglio leggere di sentimenti che ti fanno rizzare i peli sulle braccia, che ti aprono il cuore in due e che ti lasciano un segno indelebile sulla pelle; voglio leggere di storie d’amore impossibili – non improbabili come in “Twilight”, non complicate in stile “Love Story”, ma impossibili – capaci di annientarti completamente, che ti portano a piangere disperata tutte le tue lacrime e a strapparti i capelli per la rabbia.

Restando in tema, uno degli aspetti che mi piace di più dello stile narrativo di Sara è proprio il fatto che non si perde in effusioni smielate e romanticherie inverosimili. Nei suoi libri non c’è spazio per il diabete – ne “La Cacciatrice di Stelle” poi lo zucchero è proprio bandito! – e gliene sono immensamente grata. D’altra parte ammetto che non mi dispiacerebbe se, per una volta, decidesse di facilitare un po’ la vita ai suoi poveri personaggi bistrattati donandogli qualche piccola gioia, ma ormai mi sono dovuta rassegnare al suo sadismo.

Perciò, se anche a voi piace farvi del male fisico, correte a leggere il libro!
A parte gli scherzi…  “La Musa della Notte” è, oltre ad un romanzo ben scritto e incredibilmente originale, un concentrato irresistibile di azione, magia, intrighi e misteri che terranno i vostri occhi incollati alle pagine dall’inizio alla fine.  Al contempo, Sara si sofferma su tematiche delicate e complesse, valori profondi come l’amore, l’amicizia, la famiglia e, soprattutto, la lealtà e il sacrificio.
Di chi possiamo fidarci veramente?
Cosa vale la pena sacrificare per amore?

Fidatevi di me e leggete “La Musa della Notte”.
Possa io stessa finire sul rogo – ve l’ho detto che sono masochista – se non sarà uno dei migliori libri che leggere quest’anno, cosa che per me è stato! E non solo di quest’anno: è una lettura che porterò nel cuore per tanto tanto tempo.

Sara ha la capacità unica di parlare al mio cuore. Sento una connessione unica e particolare con i suoi personaggi e le storie da lei narrate. Il genere dentro cui si muove, così come il suo stile, incontra il mio gusto in tutto e per tutto, incastrandosi alla perfezione a quelle che sono le mie esigenze letterarie – perché quando si tratta di libri divento davvero esigente tanto da risultare una pignola rompiscatole.

Tra le tante peculiarità di Sara, ci tengo a riconoscerle la sua innata capacità descrittiva, il modo in cui riesce a trasportare il lettore letteralmente all’interno della storia. E non parlo solo del modo in cui con le parole crea e modelli ambientazioni e personaggi ma proprio di come riesca a rendere reali i sentimenti e le emozioni. Con poche e semplici parole è in grado di evocare la poesia più pura. È questo ciò che più amo e apprezzo di lei, è questo che fa di Sara non una semplice autrice ma una Scrittrice con la S maiuscola.

Non lasciatevi sfuggire l’occasione di immergervi nella magia che permea i romanzi di Sara Simoni.
Il mio consiglio? Correte su Amazon più in fretta che potete!
Non ve ne pentirete, parola mia!

5/5

Buongiorno miei cari lettori!

Oggi sono particolarmente emozionata perché finalmente vi parlo di una delle mie autrici preferite, Sara Simoni, una giovane autrice italiana specializzata nella letteratura fantastica che ha saputo insinuarsi in profondità nel mio cuore.
“La Musa della Notte” è solo il primo capitolo di una trilogia che riporta in scena una delle lotte più antiche e sanguinose di sempre: attraverso le sue parole, streghe e inquisitori tornano a popolare, in segreto, le strade delle nostre città.

Sara Simoni ha scritto una saga fantastica in tutti i sensi, un concentrato irresistibile di azione, magia, mistero e amore da cui non riuscirete più a staccarvi!

TITOLO: La Musa della Notte

AUTORE: Sara Simoni

GENERE: Urban Fantasy

DATA PUBBLICAZIONE: 18 aprile 2017

EDITORE: Self-Publishing

PAGINE: 310

PREZZO: 9,35 € / 1,99 € (eBook) – Gratis per gli abbonati KindleUnlimited


SINOSSI

In una Milano piena di incanto e di mistero, due fazioni sono impegnate in una lotta segreta da un tempo antichissimo: le streghe, donne dotate di terribili poteri magici, e i loro cacciatori naturali, gli inquisitori, uomini che di generazione in generazione si tramandano il compito di proteggere la popolazione dalla magia. Ma qualcosa comincia a cambiare quando nelle aule di un’università la strega Viviana e l’Inquisitore Arturo si incontrano come due normali studenti. L’attrazione è forte, ma né Viviana né Arturo possono dimenticare chi sono e da dove vengono.

Milano non è la città che conosciamo. Dietro allo smog, ai grattacieli e alla vita frenetica si annidano creature leggendarie e istituzioni sanguinarie credute morte e sepolte da tempo.

Viviana è una strega e, per lei, avere rapporti con gli umani è fortemente sconsigliabile se non quasi proibito, eppure nemmeno la magia di mille clan riuscirebbe ad allontanarla da Giovanni, un umano, un mortale, l’unico vero amico che Viviana abbia mai avuto. La ragazza farebbe di tutto per lui, persino irrompere di notte nella biblioteca del dipartimento di egittologia dell’università per rubare un misterioso papiro magico che aiuterebbe Giovanni a far colpo su una strana ed enigmatica ragazza di nome Miriam.

Una festa abusiva tra i corridoi universitari sembrerebbe il momento perfetto per agire, ma qualcosa va storto e, durante la fuga, “qualcuno le sbatte contro e la manda a terra” per poi trascinarla di peso al sicuro dagli agenti di polizia che le stanno alle costole. Questo qualcuno porta il nome di Arturo. Basta un attimo per perdersi l’uno negli occhi dell’altra. Ma Arturo, proprio come Viviana, non è un ragazzo normale: per una come lei, egli rappresenta ciò che di più pericoloso possa esistere al mondo. Arturo è un inquisitore, un cacciatore di streghe, loro nemico secolare.

Ed ecco che in un attimo un semplice e spensierato amore giovanile si trasforma in una storia d’amore dal sapore impossibile e tormentato – Shakespeare levate proprio.
L’amore tra Viviana e Arturo sarà abbastanza forte da abbattere il pregiudizio e l’odio che separa i loro mondi da tempo immemore?

Vedo il potere sempre più debole delle streghe e la furia sempre più cieca di coloro che le cacciano. […] vedo due fazioni in lotta in mezzo a tanti cuori indifferenti. Chiunque trionferà non riceverà mai neanche un cenno di ringraziamento da parte di coloro che non sapranno di dovergli tanto. La vera guerra è qui, sul confine tra ignoranza e conoscenza. Vedo tanti spiriti giovani, in uno schieramento e nell’altro, i loro desideri e i sacrifici che sono disposti a fare per realizzarli.

Ecco qui un urban fantasy di tutto rispetto che rende finalmente giustizia alla sua categoria! Se mi conoscete almeno un po’, saprete quanto poco io apprezzi codesto genere, fin troppo costellato da racconti di stampo adolescenziale e che parlano solo di quanto i vampiri siano pallidi e sbrilluccicosi e di quanto siano sexy licantropi ed angeli – se c’è una cosa che proprio non digerisco sono le serie che parlano di angeli caduti e demoni vari!
Capirete quindi l’immensa gioia provata nel trovare un urban fantasy che finalmente incontra il mio gusto.

D’altra parte Sara Simoni partiva già avvantaggiata, complice il mio amore smisurato per le streghe – e i loro gatti –, i loro incantesimi e la magia di ogni sorta. Come se non bastasse, ha anche centrato in pieno la mia passione per la storia, rispolverando uno degli argomenti più sanguinosi e raccapriccianti di sempre: quello della caccia alle streghe – vi dice nulla il Malleus Maleficarum?
Sara resuscita la “Santa” Inquisizione – pazza! Non potevi lasciarli dove stavano? – e la rende contemporanea, rivestendola con abiti moderni e mixando così un’istituzione dal sapore antico con l’avanguardia milanese del XXI secolo. Un contrasto insolito, originale e, proprio per questo, interessante ed azzeccato.

La singolarità sta anche nella scelta stessa del capoluogo lombardo come teatro per le vicende narrate: quanti libri sulle streghe avete letto ambientati in Italia? Beh, io nemmeno uno. Una storia di questo tipo è più facile che si sviluppi tra i quartieri di qualche suggestiva località Americana come New Orleans, Salem o la Virginia. Non fraintendetemi: da lettrice amo tutte queste ambientazioni.
D’altra parte, muovendosi tra queste location, gli autori imboccano quella che è, a mio avviso, la via più semplice. Inoltre, l’Inquisizione è un’istituzione prettamente europea e che quindi trova più credibilità in un Paese come l’Italia – non che oltre oceano si siano risparmiati con i processi alle streghe.

Tutto questo per dire che apprezzo enormemente il rischio che Sara ha deciso di prendersi scegliendo il Bel Paese come sfondo per la sua storia. Insomma, direi che ne è valsa la pena perché il risultato è a dir poco eccezionale!
Non che non me lo aspettassi… Sapevo già che Sara non mi avrebbe delusa, in particolare proprio dal punto di vista dell’ambientazione. Si da il caso, infatti, che io già conoscessi l’autrice grazie alla sua condivisione sulla piattaforma di lettura digitale Wattpad di una serie di racconti ambientati nella leggendaria Ys sotto i mari – per chi non ne conoscesse il mito, vi basti sapere che si tratta di una sorta di Atlantide. Anche in quel caso, Sara aveva fatto un lavoro a dir poco magistrale nella costruzione della sua Ys. Come se non bastasse, queste storie che Sara condivide gratuitamente sulla piattaforma sono, seppur alla lontana, legate alle vicende e ad alcuni personaggi che incontriamo ne “La Musa della Notte” e nel suo seguito, “La Cacciatrice di Stelle”, perciò, se avete letto questi due lavori e vi sono piaciuti, vi consiglio caldamente di andare a sbirciare l’account Wattpad di Sara (SaraSimoni).

Ma torniamo alla recensione…
Oltre all’innovazione attuata da Sara nella scelta dei suoi personaggi e del “palcoscenico” su cui muovono i loro passi, devo riconoscerle la capacità di stravolgere quello che è, alla fin fine, il tema principale su cui si sviluppa ogni racconto fantastico che si rispetti: la lotta tra bene e male. Ma chi è “bene” e chi è “male”? I confini si assottigliano, luce e oscurità si mescolano, diventano un tutt’uno. Così come avviene per il concetto di yin e yang, anche streghe e inquisitori celano al loro interno sia il bianco che il nero. Che poi, che cosa è male? Che cosa spinge davvero inquisitori e streghe ad accanirsi l’uno contro l’altro e a combattersi con così tanta ferocia?

La base narrativa sui cui poggia “La Musa della Notte” è tanto solida quanto complessa e solo una volta che si è arrivati alle ultime pagine è possibile scorgerla, perciò non mi dilungherò oltre a parlare dell’intreccio. Vi basti sapere che ogni azione compiuta dai personaggi di Sara non è solo il frutto di eventi passati ed incomprensioni ma anche, e soprattutto, di una complessa e attenta costruzione psicologica.

Viviana e Arturo sono caratterizzati in modo eccellente , tanto da apparire riconoscibili fin nei più piccoli particolari. Tra i due, Arturo è quello che stuzzica maggiormente la mia curiosità tanto che vorrei avere il potere di intrufolarmi tra le pagine, trasformarmi in una psicanalista e mettere metaforicamente le mani sul suo cervello.
Ho provato sulla mia stessa pelle la sua felicità quando ha creduto di aver trovato una persona a cui poter aprire il proprio cuore, nonché la sua rabbia e il suo dolore quando ha visto tutte le sue convinzioni e le sue speranze tramutarsi in cenere tra le sue mani.
Insomma, vedere Arturo destreggiarsi tra i desideri del proprio cuore e il buon senso dettato dalla mente, così in contrasto tra loro, è stato – psicologicamente parlando – estremamente interessante.

«Che cosa faresti se fosse una persona che conosci?»
[…] «Ho visto quello che fanno alle streghe quando le catturano. È orribile.»
«Quindi ti opporresti? La lasceresti scappare?»
Lui le prende una mano e se la porta alle labbra. Ci lascia sopra un bacio leggero, come a voler scacciare questi pensieri che gli fanno male. «Non potrei.»
Viviana si sente morire dentro ogni istante di più.
«Ma…»
«Sono un inquisitore. E lo sarò sempre. Questa cosa non può cambiare e io non potrei mai lasciare libera una strega, visto che il mio compito è proteggere l’umanità dal pericolo che rappresenta la magia. D’altra parte non sopporterei di vedere una persona che conosco subire un Autodafé»
«E allora?»
Arturo accarezza il collo di Viviana con due dita.
«Allora cercherei per lei una morte più misericordiosa.»

Con ogni probabilità, sarò pazza e masochista – un po’ come il leone di Edoardo “Sbrilluccicoso” Cullen – ma sono proprio queste le relazioni che mi appassionano maggiormente. Voglio leggere di sentimenti che ti fanno rizzare i peli sulle braccia, che ti aprono il cuore in due e che ti lasciano un segno indelebile sulla pelle; voglio leggere di storie d’amore impossibili – non improbabili come in “Twilight”, non complicate in stile “Love Story”, ma impossibili – capaci di annientarti completamente, che ti portano a piangere disperata tutte le tue lacrime e a strapparti i capelli per la rabbia.

Restando in tema, uno degli aspetti che mi piace di più dello stile narrativo di Sara è proprio il fatto che non si perde in effusioni smielate e romanticherie inverosimili. Nei suoi libri non c’è spazio per il diabete – ne “La Cacciatrice di Stelle” poi lo zucchero è proprio bandito! – e gliene sono immensamente grata. D’altra parte ammetto che non mi dispiacerebbe se, per una volta, decidesse di facilitare un po’ la vita ai suoi poveri personaggi bistrattati donandogli qualche piccola gioia, ma ormai mi sono dovuta rassegnare al suo sadismo.

Perciò, se anche a voi piace farvi del male fisico, correte a leggere il libro!
A parte gli scherzi…  “La Musa della Notte” è, oltre ad un romanzo ben scritto e incredibilmente originale, un concentrato irresistibile di azione, magia, intrighi e misteri che terranno i vostri occhi incollati alle pagine dall’inizio alla fine.  Al contempo, Sara si sofferma su tematiche delicate e complesse, valori profondi come l’amore, l’amicizia, la famiglia e, soprattutto, la lealtà e il sacrificio.
Di chi possiamo fidarci veramente?
Cosa vale la pena sacrificare per amore?

Fidatevi di me e leggete “La Musa della Notte”.
Possa io stessa finire sul rogo – ve l’ho detto che sono masochista – se non sarà uno dei migliori libri che leggere quest’anno, cosa che per me è stato! E non solo di quest’anno: è una lettura che porterò nel cuore per tanto tanto tempo.

Sara ha la capacità unica di parlare al mio cuore. Sento una connessione unica e particolare con i suoi personaggi e le storie da lei narrate. Il genere dentro cui si muove, così come il suo stile, incontra il mio gusto in tutto e per tutto, incastrandosi alla perfezione a quelle che sono le mie esigenze letterarie – perché quando si tratta di libri divento davvero esigente tanto da risultare una pignola rompiscatole.

Tra le tante peculiarità di Sara, ci tengo a riconoscerle la sua innata capacità descrittiva, il modo in cui riesce a trasportare il lettore letteralmente all’interno della storia. E non parlo solo del modo in cui con le parole crea e modelli ambientazioni e personaggi ma proprio di come riesca a rendere reali i sentimenti e le emozioni. Con poche e semplici parole è in grado di evocare la poesia più pura. È questo ciò che più amo e apprezzo di lei, è questo che fa di Sara non una semplice autrice ma una Scrittrice con la S maiuscola.

Non lasciatevi sfuggire l’occasione di immergervi nella magia che permea i romanzi di Sara Simoni.
Il mio consiglio? Correte su Amazon più in fretta che potete!
Non ve ne pentirete, parola mia!

5/5

RECENSIONE “Il Patto dell’Abate Nero” di Marcello Simoni

Buongiorno lettori!
In questi giorni Marcello Simoni è tornato in libreria con il secondo capitolo della Secretum Saga, “Il Patto dell’Abate Nero”, un thriller storico quattrocentesco che si snoda tra la Firenze medicea e Alghero, teatro di commerci e di corruzione.

Avevo molte aspettative su questo libro, e su questo autore, e, mi duole ammetterlo, non sono state soddisfatte. Non avevo mai letto nulla di Marcello Simoni, nonostante lo conoscessi di fama, e proprio per come ne ho sempre sentito parlare mi aspettavo molto molto di più.
Quando un autore viene accostato a nomi altisonanti come Dan Brown e Glenn Cooper – autori, tra l’altro, parecchio amati e stimati dalla sottoscritta – le aspettative non possono che essere alte.

Ma la delusione più cocente è stata quella che ha dovuto sopportare il mio povero cuore di appassionata di storia e archeologia… ma di questo ne riparleremo più tardi.

TITOLO: Il Patto dell’Abate Nero (Secretum Saga, #2)

AUTORE: Marcello Simoni

GENERE: Thriller storico

DATA PUBBLICAZIONE: 25 giugno 2018

EDITORE: Newton Compton Editori (Nuova Narrativa Newton)

PAGINE: 328

PREZZO: 9,90 € / 5,99 € (eBook) 


TRAMA

13 marzo 1460, porto di Alghero. Un mercante ebreo incontra in gran segreto l’agente di un uomo d’affari fiorentino, messer Teofilo Capponi. Vuole vendergli un’informazione preziosissima: l’esatta ubicazione del leggendario tesoro di Gilarus d’Orcana, un saraceno agli ordini di re Marsilio, scomparso ai tempi di Carlo Magno. Venuta per caso a conoscenza della trattativa, Bianca de’ Brancacci, moglie di Capponi, intuisce che suo padre era coinvolto nella ricerca di quel tesoro prima di morire. Elabora così un piano e per realizzarlo chiede aiuto a Tigrinus, il noto ladro con cui ha già avuto a che fare. Tigrinus dovrà partire alla volta di Alghero e, spacciandosi per Teofilo Capponi, dovrà mettersi sulle tracce dell’oro di Gilarus e scoprire anche la verità sulla morte del padre di Bianca. Nel frattempo, a Firenze, Bianca dovrà mantenere a tutti i costi il segreto sulla missione affidata al ladro, nonostante i sospetti del capo dei birri e di Cosimo de’ Medici. Ma in pericolo, a Firenze, c’è anche il tesoro più grande che Tigrinus nasconde: la Tavola di Smeraldo…

La penna di Simoni ci trasporta indietro di seicento anni e ci accompagna tra i vicoli della Firenze medicea. Subito incontriamo Bianca de’ Brancacci, figlia di Teodoro de’ Brancacci – misteriosamente scomparso in mare diversi anni orsono – e moglie di Teofilo Capponi.
Bianca è una donna molto particolare, una donna intelligente che non ci sta a farsi mettere i piedi in testa da un marito che, di certo, non la ama e nemmeno la rispetta.

Un giorno la donna assiste ad una discussione particolarmente accesa tra il marito e un uomo da lei sconosciuto. I due parlano di un misterioso tesoro appartenuto a un tale Gilarus d’Orcania e che sembrerebbe risalire ai tempi di Carlo Magno e al quale, inoltre, potrebbe essere legata la scomparsa di Teodoro de’ Brancacci.
Quando Teofilo muore, Bianca non ci pensa due volte e, decisa a scoprire la verità che si cela dietro l’infelice sorte del genitore, assolda il ladro Tigrinus e gli affida il compito di impersonare il marito ormai deceduto e di salpare per Alghero, luogo in cui Teofilo avrebbe dovuto incontrare Simeone de Lunell, un ebreo impegnato nel commercio del corallo e che sembrerebbe essere il solo in possesso di preziose informazioni riguardanti il tesoro di Gilarus d’Orcania.

«Più che piano, lo definirei un pasticcio. Una volta sceso a terra dovrò farmi passare per messer Teofilo Capponi, un alto membro dell’Arte del Cambio, e trattare con un ebreo che si dice disposto a cedermi – anzi, a cedergli – la mappa di un tesoro». «Addirittura? E quale tesoro sarebbe?» «Roba antica. Pare risalga ai tempi di Carlo Magno».

Nulla conta di più, per Bianca, che scoprire la verità su ciò che accadde a suo padre quando lei era ancora una bambina, ma le cose si complicano quando viene accusata dell’omicidio del marito…

La storia segue due filoni separati: da una parte abbiamo Tigrinus sulle tracce del tesoro e, dall’altra, Bianca che, rimasta a Firenze, deve vedersela con un fastidioso “birro” (poliziotto, sbirro) convinto del suo coinvolgimento nell’assassinio di Teofilo Capponi e deciso più che mai ad arrestarla.

Come ho detto, Bianca è un personaggio molto singolare. Durante la lettura ho provato per lei sentimenti fortemente contrastanti, al contrario di Tigrinus che mi ha suscitato una profonda simpatia dall’inizio alla fine.
Per Bianca ho provato inizialmente una forte empatia, dovuta sicuramente alla sua voglia di rivalsa e al suo rifiuto di sottomissione. Ho iniziato a “distaccarmi emotivamente” da lei quando ho visto fino a che punto era disposta a scendere pur di svincolarsi dalle accuse di omicidio. Da una parte la sua freddezza e il suo impeccabile autocontrollo mi hanno lasciata atterrita, dall’altra mi hanno portato a valutarla positivamente come personaggio. Mi spiego meglio: personalmente, non apprezzo quei personaggi dalla moralità impeccabile, tutti pregi e niente difetti che non commettono mai un passo falso. Insomma, sono anonimi, insapori e inverosimili. I personaggi che invece preferisco sono quelli caratterizzati da tante sfaccettature, quelli complessi, sporchi, che prendono decisioni sbagliate e commettono errori. I personaggi migliori sono quelli per cui proviamo sentimenti di odio e amore.
Perciò questo è sicuramente un punto che va a favore di Simoni.

Ciò su cui invece ho qualcosa da ridire è l’ambientazione. Premetto che mi è piaciuto molto lo spaccato quattrocentesco di Alghero. L’autore ha fatto un’ottima ricerca e il lavoro è evidente – c’è persino una mappa bellissima all’inizio del romanzo. Purtroppo, però, non posso dire lo stesso su Firenze. Ci troviamo alle soglie del Rinascimento, dovremmo poter respirare quell’atmosfera di arte e bellezza propria dell’epoca medicea e invece nulla, non ho visto niente di tutto questo e ne sono rimasta davvero delusa. Marcello Simoni aveva in mano un vero e proprio tesoro, il più bel periodo – a parer mio – della nostra Italia e non ha saputo sfruttarlo a dovere. Questa è l’impressione che mi ha lasciato.
D’altra parte, come ho detto poco fa, apprezzo la ricerca fatta e l’utilizzo di espressioni e vocaboli specifici dell’epoca come, appunto, “birri” o, ancora, l’utilizzo delle “botti” come unità di misura – cento botti corrispondono a circa settanta tonnellate – o dei “cantari” – un cantaro corrisponde a circa venticinque libbre. Insomma, sono quei dettagli che io amo ma che ovviamente non hanno distolto il mio occhio critico dalla povertà dello sfondo, dalla mancanza di tutti quegli elementi che avrei voluto vedere. Umberto Eco diceva che “per raccontare bisogna innanzitutto costruirsi un mondo, il più possibile ammobiliato sino agli ultimi particolari”. Ecco, “Il Patto dell’Abate Nero” manca di mobilia.
Che poi, per la miseria! Siamo a Firenze!
C’è un momento in cui, ad esempio, Bianca si trova davanti alla facciata di Santa Maria del Fiore – giusto una chiesetta… – e, con mio grande disappunto, non ne viene fatta neanche una piccola descrizione!

Sarò pignola e fastidiosamente pedante, ma quando leggo un romanzo storico – e non solo – voglio potermi immergere totalmente tra le sue pagine e respirare a pieni polmoni quelle atmosfere lontane e viverle, come se fossi io stessa la protagonista della storia.
Non pretendo certo di leggere le descrizioni di Tolsoj che si dilunga a parlare di campagne russe e di metodi di semina e raccolto ottocenteschi per decine e decine di pagine. Mi sarei accontentata di qualche dettaglio, anche solo pochi aggettivi, che so, della descrizione anche solo in minima parte di un abito, di due appunti sull’architettura,…

Scusate se mi dilungo su questo aspetto ma, se ancora non l’aveste capito, ci tengo in modo particolare alle descrizioni, sono ciò di cui mi nutro durante la lettura di un libro.

Devo comunque ammettere che neppure la storia in sé mi ha entusiasmato più di tanto, soprattutto nella prima metà del libro: continuavo a domandarmi quando sarebbe arrivata l’azione, quando effettivamente sarebbe iniziata la ricerca di questo fantomatico tesoro, quando, in poche parole, il racconto storico si sarebbe tramutato in un thriller. È brutto da dire ma mi è capitato più volte di dover rileggere intere pagine perché mi ero distratta dalla lettura. Non sono riuscita a sentire la tensione propria di un thriller, neanche per un momento. La storia si riprende un po’ nella seconda parte con colpi di scena e risvolti inaspettati, alcuni che mi hanno piacevolmente colpita, altri un po’ meno. Un aspetto che non mi è affatto piaciuto è legato al tesoro di Gilarus ma ovviamente non posso dirvi di più – chi ha già letto il libro capirà a cosa mi riferisco e comprenderà il perché della mia delusione.

Non voglio bocciare in toto questo libro perché, nonostante tutto, si è lasciato leggere.
Simoni è stato sicuramente abile nel mettere insieme un puzzle complesso e ben articolato e, alla fine, tutti i pezzi sono andati al posto giusto, in modo coerente e lineare – il fatto che io non abbia apprezzato certe scelte è un altro discorso.
L’autore ha intessuto un ottimo intreccio e questo glielo devo riconoscere, così come gli riconosco l’aver creato un personaggio così interessante come Bianca de’ Brancacci.

D’altra parte, il libro è scritto bene e, come ho detto, è una lettura che scivola via – io stessa l’ho terminato in un paio di giorni – perciò non mi sento di sconsigliarlo, solo non aspettatevi di trovarvi davanti al nuovo Ken Follett.

2/5

RECENSIONE “Teresa Papavero e la Maledizione di Strangolagalli” di Chiara Moscardelli

Bridget Jones incontra Sherlock Holmes in quest’ultimo romanzo di Chiara Moscardelli che, a sette anni dal suo romanzo d’esordio “Volevo Essere una Gatta Morta”, si riconferma come una delle penne più originali e frizzanti del panorama editoriale italiano.

“Teresa Papavero e la Maledizione di Strangolagalli” è la quinta “fatica” di Chiara ed il primo volume di una trilogia che, ormai ne sono certa, saprà portare una ventata di freschezza e spensieratezza nelle vite dei lettori italiani.

TITOLO: Teresa Papavero e la Maledizione di Strangolagalli

AUTORE: Chiara Moscardelli

GENERE: Narrativa gialla, Commedia

DATA PUBBLICAZIONE: 16 maggio 2018

EDITORE: Giunti

PAGINE: 320

PREZZO: 12,66 € / 8,99 € (eBook) 


TRAMA

Superati i quaranta un uomo diventa interessante, una donna zitella. Ma Teresa Papavero non se ne cruccia, ha ben altre preoccupazioni. Dopo avere perso l’ennesimo lavoro in circostanze a dir poco surreali decide di tornare a Strangolagalli, borghetto a sud di Roma nonché suo paese nativo, l’unico posto dove ricominciare in tranquillità. E invece la tanto attesa serata romantica con Paolo, conosciuto su Tinder, finisce nel peggiore dei modi: mentre Teresa è in bagno, il ragazzo si butta dal terrazzo. Suicidio? O piuttosto, omicidio? Il maresciallo Nicola Lamonica, il primo ad accorrere sul luogo, è abbastanza confuso al riguardo. Non lo è invece Teresa che, dotata di un intuito fuori del comune, capisce alla prima occhiata che qualcosa non va. Il fatto è che non le crede nessuno. Tantomeno Leonardo Serra, l’affascinante quanto arrogante poliziotto arrivato per indagare sulla morte del giovane. A peggiorare la situazione la misteriosa scomparsa di Monica Tonelli, una delle ospiti del B&B che Teresa ha aperto nella casa paterna con la complicità di Gigia, la sua amica del cuore. Tutto il paese è in subbuglio perché la sparizione della donna viene addirittura annunciata nel famoso programma “Dove sei?” e a indagare sulla Tonelli arriva proprio l’inviato di punta, Corrado Zanni. Per Teresa davvero un periodo impegnativo, coinvolta in indagini dai risvolti inaspettati e perseguitata dalle ombre del passato: la scomparsa della madre e il burrascoso rapporto col padre, il noto psichiatra Giovan Battista Papavero. E così, tra affascinanti detective, carabinieri di paese, reporter d’assalto e misteriosi sconosciuti, Teresa si trova risucchiata in una girandola di intrighi, in un susseguirsi di imprevedibili colpi di scena. Tanto a Strangolagalli non succede mai niente!

Ho perso il conto di quante volte io abbia condiviso un pensiero a proposito di questo romanzo nelle mie stories di Instagram nelle ultime settimane. Se mi seguite, oltre ad essere stati vittime delle mie condivisioni psicolabili, saprete già benissimo quanto io abbia amato questo libro! Finalmente potrete capirne appieno il motivo.

Chiara Moscardelli è diventata la mia nuova ossessione. Chi mi conosce bene sa quanto io simpatizzi per i racconti pieni di angst, quelle storie che mi stritolano il cuore, me lo calpestano e lo fanno in mille pezzi. Beh, ogni tanto anche io ho bisogno di farmi qualche sana risata, eppure trovare un autore che sappia davvero farmi divertire è molto raro – diversamente basta un nonnulla per farmi versare fiumi di lacrime. D’altra parte si sa, far ridere è il mestiere più difficile, ma non per Chiara. Non mi divertivo così tanto da molto tempo!

La storia si apre con un interrogatorio a dir poco esilarante, una sorta di teatro dell’assurdo a cui prendono parte il maresciallo di Strangolagalli, Nicola Lamonica, l’appuntato Romoletto e la nostra Teresa Papavero, una donna di mezz’età eccentrica e stravagante che, senza capire né il come né il perché, si ritrova improvvisamente invischiata in un caso di “apparente” suicidio.

Teresa è una donna nubile, una zitella, per così dire, da tutti considerata “scema”, persino dal suo stesso padre, il Professore, lo stimato psichiatra Giovan Battista Papavero. Davanti a lui, Teresa si sente sempre in difetto, mai all’altezza. Il suo sogno era quello di seguire le sue orme e diventare una rispettata profiler, ma purtroppo la vita le ha riservato altro – tra cui un lavoro come commessa presso un sexy shop. Dopo l’ennesima delusione lavorativa, Teresa decide di fare i bagagli e tornare al suo paese natale, Strangolagalli, quella piccola comunità a pochi chilometri da Roma da cui Teresa e suo padre erano fuggiti dopo la scomparsa della madre. Strangolagalli è esattamente come ve lo aspettereste: un paesino stravagante ed eccentrico, “un piccolo borgo dal nome bizzarro, situato alle pendici dei monti Ernici e nei pressi della valle del fiume Liri, dove il tempo sembra esserci fermato” abitato da poco più di duemila anime, un paese in cui tutti si conoscono e partecipano attivamente alla vita della comunità. Strangolagalli è un piccolo paradiso in cui la vita scorre serena e senza intoppi, l’unico luogo in cui la nostra Teresa pensa di poter ritrovare un po’ di pace, allontanandosi da una vita che la considera inadeguata, limitata e, soprattutto, scema.

A Strangolagalli Teresa ritrova la sua amica del cuore Luigia Capperi, per tutti Gigia, e con lei decide di lanciarsi in una nuova attività e di aprire il “Papaveri e Capperi Bed and Breakfast”. Ma ad appena un anno dal suo ritorno, i suoi progetti di serenità vengono demoliti dal suicidio – suicidio? – di un tale Paolo Barbieri. Ma chi è quest’uomo? E perché Teresa è coinvolta nella sua morte?

Facciamo un passo indietro…

«Da quanto tempo vi conoscevate? Avevate una relazione? Era un suo amico?»
[…] «Ci eravamo conosciuti su Tinder.»
«Prego?»
«Tinder, ha presente?»
«Temo di no.»
«È ‘n’applicazione, marescia’»  li interruppe il giovane appuntato romano che fino a quel momento non aveva smesso di digitare al computer. Si chiamava Romoletto, Teresa lo conosceva bene perché ronzava attorno a Chantal, la sua estetista. Come d’altra parte facevano tutti gli uomini di Strangolagalli. E tutti senza speranza.
«Un’applicazione?»
«Sì, de’ quelle pe’ gli incontri, ‘ste robbe qui, ha presente?»
«Che incontri? Chi si deve incontrare con chi?»
Il ragazzo si alzò e si diresse verso Lamonica: «Ecco, vede?». E gli mostrò il suo cellulare. «È facile. Scorre qui, ce so’ tutte ‘ste foto de’ ragazze: se una je piace, se butta a sinistra. Oppure c’è er còre, o la icse.»
Teresa lo guardò con comprensione.
[…]«E allora mi sono iscritta a Tinder. Solo che come immaginerà non c’era nessuno di Strangolagalli. Vado a Roma, a Frosinone, mi faccio chilometri in macchina per cosa? Per incontrare uomini sposati, single impenitenti, minorenni, cripto-gay!!!»
«Perbacco.»
«Ma non ci ho fatto nulla, eh! Con i minorenni, intendo» mentì. Già si trovava abbastanza nei guai.
«Meno male»
«Paolo non aveva caricato foto abbracciato a un puma nella giungle, né si era descritto come il principe azzurro per ogni tipo di donna. Anzi, ora che ci penso Paolo non ne aveva affatto, di foto. Ed era così… così normale. Come se non bastasse, era a Strangolagalli! Sotto casa, capisce?»

Insomma, tramite Tinder Teresa ha conosciuto Paolo Barbieri, un giovane ragazzo in vacanza a Strangolagalli – ma poi chi è che va in vacanza a Strangolagalli? –, e si sono dati appuntamento nell’appartamento al quarto piano di una palazzina in cui Paolo alloggiava.

Ma poi qualcosa è andato storto…

«Non ha preso in considerazione il fatto che qualcuno possa essersi introdotto in casa mentre ero in bagno?»
Che colpo basso.
«Signorina Papavero. Lo ritiene davvero possibile? Quanto è rimasta in bagno, un’ora?»
«Beh, proprio un’ora, no. Ma cinquanta minuti, sì!»
«Perbacco.»
«Congestione. Mi viene sempre quando c’è l’aria condizionata. Dei crampi che neanche si immagina…»
«Certo, capisco. Però avrebbe dovuto sentire qualcosa.»
«Impossibile. Tenevo l’acqua del rubinetto aperta. E anche quella della doccia. Sa, per non far sentire il rumore… E poi, ora che mi ci fa pensare, lui doveva aver acceso la radio, perché, poco prima di chiudermi alle spalle la porta del bagno, ho udito distintamente della musica provenire dal soggiorno.»
[…] «Ci provi. Visualizzi la scena: aperitivo in terrazza, candele dappertutto. Sta visualizzando?»
Lamonica annuì con enfasi. Chiuse anche gli occhi per apparire più credibile.
«A quel punto però che succede? Arriva il mal di pancia. Un attacco terribile. Così, all’improvviso. Comincio a sudare freddo, ha presente? Sono brutti momenti.»
«Bruttissimi.»
«Penso: sarà stata l’aria condizionata. A lei non lo fa mai? Insomma, non appena siamo saliti in casa l’ho sentita subito. Un vento gelido proprio lì, sulla pancia. Dopo poco sono corsa in bagno. Galoppo! Perché quando ci si rende conto di non avere autonomia… Non un minuto di più, eh!»
«Va bene, ho capito. Non sia così dettagliata.»
«Me l’ha chiesto lei. Comunque, io sono lì, nel bagno. Mi chiudo dentro e apro tutti i rubinetti, anche quello del bidet, per star sicura. E quando finalmente esco, quello che fa?»
Il maresciallo e Romoletto pendevano dalle sue labbra.
«Che fa?» chiesero in coro.
«Niente! Perché non c’è. Da nessuna parte. Lo chiamo, lo cerco dappertutto e quando esco in terrazza e mi affaccio… quello è lì, disteso sull’asfalto. Non sono cose che capitano tutti i giorni.»

Una situazione paradossale! Possibile che qualcuno abbia ucciso il giovane Barbieri proprio sotto il naso di Teresa senza che lei si accorgesse di nulle? E chi poteva volere la morte di quell’uomo all’apparenza così anonimo? E, soprattutto, perché?

Da questo momento, Teresa Papavero si rimboccherà le maniche per cercare di sbrogliare la fitta rete di misteri in cui si ritrova invischiata, un’occasione che aiuterà noi lettori e tutti gli abitanti di Strangolagalli a capire che Teresa, in realtà, scema non lo è affatto. Teresa ha una memoria fotografica e un’attenzione per i dettagli senza eguali. È affetta da ipertimesia, ovvero da una memoria fotografica superiore che le permette di ricordare in modo dettagliato quasi ogni giorno passato della propria esistenza. Grazie a questa innata capacità, Teresa Papavero ci mette poco a svestire i panni della figlia scema del Professore e ad indossare quelli di investigatrice – Sherlock Holmes chi?

E come se il mistero della morte del Barbieri non bastasse, ecco che a complicare la situazione ci si mette l’affascinante poliziotto Leonardo Serra e il ritorno nella sua vita di Corrado Zanni, ex fiamma di Teresa ed inviato di punta della trasmissione “Dove Sei?”, programma che si occupa di persone scomparse e che approda a Strangolagalli per seguire il caso di Monica Tonelli, una delle ospiti del B&B misteriosamente scomparsa.

Chiara Moscardelli mette in scena una commedia senza eguali, travestendo il classico giallo di comicità. La sua penna è pungente, irriverente e spassosa. Chiara sa come far divertire e intrattenere e sono contenta di aver sperimentato questa sua capacità sulla mia stessa pelle. Ho amato il suo libro dall’inizio alla fine. Mi sono subito innamorata della mia cara Papaverina – come la chiamo io –, una donna terribilmente sottovalutata, dagli altri ma anche, e soprattutto, da sé stessa; una donna con un’autostima sotto ai piedi e con molte, troppe insicurezze che tenta di nascondere sotto una maschera di eccentrica ingenuità. In queste trecento pagine, ho avuto l’onore di assistere alla crescita personale di Teresa, di prendere parte alla presa di coscienza che le ha permesso di aprire gli occhi sulle proprie capacità e di rimboccarsi le maniche. È un personaggio ben costruito e caratterizzato, un personaggio fuori dal coro, rispetto ai suoi compaesani che risultano volutamente più macchiettistici.

Con Strangolagalli, Chiara ha voluto ricreare l’atmosfera della classica cittadina che vive isolata dal resto del mondo, una piccola comunità in cui il segreto di uno è il segreto di tutti e in cui i pettegolezzi si sprecano. Una cittadina stereotipata, quindi, che si porta dietro il bagaglio di una manciata di abitanti a tratti stereotipati, dagli atteggiamenti unici ed ineguagliabili nelle loro fattezze caricaturali. Una cornice tragicomica e assolutamente geniale è quella in cui hanno vita gli eventi assurdi che investono l’anonima e pacifica Strangolagalli, dal suicidio/omicidio del Barbieri alla scomparsa di Monica Tonelli.

“Teresa Papavero e la Maledizione di Strangolagalli” è il libro perfetto per questo periodo estivo, un romanzo leggero e spensierato, senza alcuna pretesa se non quella di far ridere – e fidatevi, si ride di gusto!

Sono davvero contenta di aver avuto l’occasione di conoscere quest’ultimo lavoro di Chiara Moscardelli che mi ha permesso di scoprire ed apprezzare quest’esuberante e brillante scrittrice italiana che ha saputo conquistarmi irrimediabilmente il cuore. D’altra parte si sa, se vuoi conquistare una donna il trucco è farla ridere! 

5/5